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La scuola ai tempi dell’occupazione

Ieri mattina i bambini di Umm al-Khair, a Masafer Yatta, Cisgiordania occupata, tornavano a scuola per la prima volta dopo quarantaquattro giorni. Le lezioni erano sospese dal 28 febbraio, data di inizio delle operazioni statunitensi e israeliane contro l’Iran. Durante la notte i coloni di Carmel avevano steso filo spinato sull’unica strada che porta alle aule. Si sono seduti davanti al filo spinato e hanno tenuto lezione all’aperto.

Le forze israeliane hanno sparato granate lacrimogene e stordenti. Sarah Al-Hathaleen, dodici anni, ha detto ad AFP: «Mi hanno lanciato una granata. Ho avuto paura e sono corsa via. Ho cominciato a piangere.» Rashid Al-Hathaleen, undici anni: «Stanotte eravamo eccitatissimi per la scuola. Gli israeliani hanno chiuso la strada con il filo spinato. Vogliamo tornare a scuola.»

L’esercito israeliano ha comunicato ad AFP di aver «disperso un raduno insolito di palestinesi», precisando che «non sono stati riportati feriti». Le riprese di AFP documentano il lancio dei candelotti. La formula trasforma bambini seduti in soggetti da disperdere.

Bassam Jabr, direttore dell’istruzione di Masafer Yatta, ha dichiarato: «I coloni cercano di stringerci il nodo al collo in ogni modo. Uno di questi metodi è tagliare la strada agli studenti mentre espandono l’insediamento.» Nella Cisgiordania occupata vivono oltre cinquecentomila israeliani in insediamenti che il diritto internazionale definisce illegali.

La Global Sumud Flotilla è in mare dal 12 aprile: settanta imbarcazioni, tremila partecipanti da cento paesi, il doppio della flotta intercettata nel settembre 2025. Il portavoce Pablo Castilla ha dichiarato che l’attenzione internazionale su Gaza è calata dall’inizio della guerra all’Iran. L’esercito israeliano ha scritto: «non sono stati riportati feriti».

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Salvini difende Orbán: «Un dittatore non organizza elezioni per perderle». Ma dimentica il precedente Milošević: le aveva perse anche lui

«Un dittatore non organizza elezioni per perderle». Sette parole, tra le altre, che Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture, ha pronunciato su Rtl 102.5 per difendere il suo amico Viktor Orbán, appena sconfitto alle elezioni ungheresi del 12 aprile da Péter Magyar e dal suo partito Tisza, che ha ottenuto il 53,6% dei voti e 138 seggi su 199, abbastanza per una super maggioranza costituzionale.

La logica salviniana è disarmante nella sua semplicità: chi organizza elezioni non è un dittatore. Peccato che la storia sia un cimitero di questa tesi.

Quando le elezioni non bastano

Benito Mussolini tenne elezioni. Nel 1929 e nel 1934 organizzò plebisciti nei quali gli italiani erano invitati ad approvare una lista unica di candidati fascisti: il risultato ufficiale fu del 98% a favore. Adolf Hitler sottopose ai tedeschi referendum regolari; quello dell’agosto 1934 sull’unione delle cariche di cancelliere e presidente produsse l’88% di sì. Alexander Lukashenko governa la Bielorussia dal 1994 con sette mandati consecutivi: il Parlamento europeo lo chiama “dittatore in carica”. Vladimir Putin ottiene alle presidenziali russe percentuali dell’87%. Nessuno di loro ha mai smesso di organizzare elezioni.

Ma il punto non è solo che i dittatori vincono le elezioni. È che possono anche perderle senza smettere di essere stati dittatori. Slobodan Milošević nel settembre 2000 perse le presidenziali iugoslave: l’opposizione ottenne oltre il 50% al primo turno. Milošević tentò di negarlo; la commissione elettorale da lui controllata dichiarò necessario un secondo turno. Ci volle la Rivoluzione dei Bulldozer del 5 ottobre, la rivolta di piazza che sfondò il Parlamento, per costringerlo ad ammettere il risultato. Era un dittatore prima. Lo era durante. La sconfitta non l’aveva reso democratico retroattivamente.

I politologi Steven Levitsky e Lucan Way hanno chiamato questi regimi “autoritarismi competitivi”: istituzioni formalmente democratiche combinate con un abuso sistematico del vantaggio del detentore del potere. Le elezioni ci sono. Sono truccate a monte.

Quello che Orbán ha fatto davvero

Freedom House ha classificato l’Ungheria “parzialmente libera” nell’edizione 2024, con un punteggio di 65 su 100: era 90nel 2010. Il V-Dem Institute di Göteborg la definisce “autocrazia elettorale”, prima classificazione del genere mai attribuita a uno Stato membro dell’Unione europea.

I fatti sono documentati. Nel 2011 Fidesz ha riscritto i collegi elettorali: nel 2014 Orbán ottenne la super maggioranza dei due terzi con il 43,5% dei voti, nel 2018 la replicò con il 47,4%. La quasi totalità dei media ungheresi è finita sotto il controllo di imprenditori filogovernativi. Il Parlamento europeo ha aperto la procedura dell’articolo 7 dei Trattati. Orbán nel 2014 aveva dichiarato apertamente di voler costruire uno “Stato illiberale”. La parola è sua.

Magyar ha vinto con il 53,6% perché ci voleva quella percentuale: sedici anni di vantaggio strutturale richiedono una valanga per essere superati. La sconfitta di Orbán non certifica la democraticità del sistema. Certifica sedici anni di autoritarismo.

Se il criterio di Salvini per escludere l’autoritarismo è la semplice esistenza di elezioni, che fare con Lukashenko, con Putin, con i plebisciti di Mussolini, con Milošević che tentò di rigiocarsi il risultato?

Del resto, viene da chiedersi se le elezioni in generale pesino a Salvini. Governare senza dover passare ogni tanto per il voto degli italiani sarebbe, forse, la sua vera idea di Europa fondata sulla pace.

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A Massa si muore. A Roma si posta

«Babbo, alzati. Per favore alzati.» Lo ha detto un bambino di undici anni stringendo la mano al padre che moriva in piazza Felice Palma a Massa. Giacomo Bongiorni, 47 anni, aveva chiesto a un gruppo di ragazzi di smettere di lanciare bottiglie contro una vetrina. Lo hanno ammazzato. Il figlio undicenne ha visto tutto. Cinque gli identificati dai carabinieri: due maggiorenni di 19 e 23 anni…

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Due blocchi e due misure

Ieri mattina il Centcom — U.S. Central Command — ha annunciato il blocco navale di tutti i porti iraniani, in vigore dalle dieci Edt. Il comunicato recita: “sarà applicato imparzialmente alle navi di tutte le nazioni”. La parola scelta è “blocco”. La stessa parola che Israele applica a Gaza dal 2009: sedici anni di chiusura che la Corte internazionale di giustizia, nel parere consultivo del luglio 2024, ha inserito nel quadro di un’occupazione dichiarata illegale dal diritto internazionale.

Il 7 aprile ne è la prova. Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’ambasciatore americano Mike Waltz ha condannato il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz perché “impedisce l’accesso di aiuti medici e forniture alle crisi umanitarie in Congo, Sudan e Gaza”. Gaza nominata come vittima di un blocco da un Paese alleato di quello che la blocca per via navale da sedici anni. Nella stessa settimana, secondo i dati del ministero della salute di Gaza, i morti dall’inizio del “cessate il fuoco” dell’ottobre 2025 hanno superato 738 unità. Ieri, un raid aereo israeliano ha ucciso almeno tre palestinesi nel quartiere di Al Mazraa, a Deir al-Balah, nella Striscia centrale: lo ha comunicato l’ospedale dei martiri di Al-Aqsa.

La Global Sumud Flottilla è in mare per rompere esattamente quel blocco. Domenica la nave madre ha lasciato Barcellona, per ricongiungersi con circa cento imbarcazioni in rotta da Italia e Grecia. La street artist Laika ha dipinto sullo scafo Hind Rajab, uccisa da 355 colpi di artiglieria, e Ritaj Rihan, 9 anni, freddata mentre studiava con i compagni di classe. Sotto di loro, la rotta.

Due blocchi, una parola, standard opposti. L’ambasciatore Waltz ha concluso: «Nessuno dovrebbe tollerarlo. Stanno tenendo in ostaggio l’economia mondiale a mano armata». Si riferiva a Teheran.

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Trump, il presidente che si crede Dio

Sul letto d’ospedale c’è un uomo esausto. Al suo capezzale, in vesti bianche e rosse, con la mano sulla fronte del malato, c’è Donald Trump. Dietro: la bandiera americana, aquile, aerei da caccia, fuochi d’artificio, la Statua della Libertà. L’immagine è generata dall’intelligenza artificiale e pubblicata domenica 13 aprile su Truth Social. Stesso giorno in cui il presidente degli Stati Uniti ha attaccato frontalmente Papa Leone XIV, nato Robert Francis Prevost, chicagoano, settantenne, primo pontefice americano della storia: “È debole sulla criminalità e pessimo per la politica estera”.

La sequenza è rivelatrice quanto il contenuto. Prima il post contro il Papa, poi l’immagine di Trump-guaritore che impone le mani. La religione come randello e come trono.

Il conto presentato al Vaticano

Leone XIV è all’undicesimo mese di pontificato e Trump ha deciso di regolare i conti. Il pretesto diretto: il Papa aveva definito “inaccettabile” la minaccia americana all’Iran, aveva convocato una veglia di preghiera per la pace, aveva detto alla Via Crucis del 3 aprile che «c’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti». Frasi senza nomi. Sufficienti.

Il post su Truth stila le accuse. Leone avrebbe trovato accettabile l’Iran nucleare. Ha criticato l’offensiva americana in Venezuela. Ha incontrato David Axelrod, stratega democratico ed ex consigliere di Barack Obama, che Trump chiama “un perdente della sinistra”. La logica interna è quella dello scrutinio di fedeltà: il Papa non è giudicato sulla dottrina ma sulla lealtà alla piattaforma MAGA. Trump lo scrive esplicitamente: preferisce il fratello del pontefice, tale Louis Prevost, “perché è totalmente MAGA. Lui ha capito tutto”.

La parte più densa del testo è quella finale. “Leone dovrebbe essermi grato”, scrive Trump. “La sua nomina è stata una sorpresa sconcertante. Non era in nessuna lista per diventare papa ed è stato scelto dalla Chiesa solo perché era americano. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”. Il Conclave del maggio 2025, in questa lettura, è una mossa tattica pensata per gestire Trump. La risposta di Trump è rivendicare il merito dell’elezione.

Il protestantesimo teologicamente vuoto

Massimo Faggioli, storico della religione alla Villanova University di Philadelphia, ha pubblicato nel 2025 “Da Dio a Trump. Crisi cattolica e politica americana” (Scholè). La tesi centrale: il carisma di Trump è una forma di messianismo politico in cui i difetti personali del leader contano meno della missione salvifica che gli è stata attribuita. Faggioli descrive un protestantesimo teologicamente svuotato che ha colonizzato l’immaginario conservatore americano, trasformando la fede in appartenenza identitaria. Trump, scrive Faggioli, è «praticamente ateo non solo rispetto al cristianesimo ma ateo anche rispetto ai dogmi di fede dell’America». La sacralizzazione è però un’industria: la corona di spine, la Bibbia griffata. Il guaritore di domenica ne è il capitolo più recente.

Mons. Paul S. Coakley, arcivescovo di Oklahoma City e presidente della Conferenza episcopale statunitense (Usccb), ha risposto in una sola frase: «Papa Leone non è il suo rivale. È il Vicario di Cristo che parla dalla verità del Vangelo».

Mentre Trump calpesta il papato, a Roma Giorgia Meloni e Matteo Salvini rispondono. In modi che tradiscono il rispettivo imbarazzo.

In mattinata Palazzo Chigi dirama una nota con gli auguri al Papa per il viaggio in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, auspici di pace, parole sul «nuovo modello di cooperazione con il Continente africano». Senza una volta il nome di Trump. Solo nel tardo pomeriggio, la presidente del Consiglio che ha costruito un’identità politica sul Dio, patria e famiglia, quando il caso è ormai deflagrato, è costretta ad integrare: «Pensavo che il senso della mia dichiarazione di questa mattina fosse chiaro, ma lo ribadisco con maggiore chiarezza. Trovo inaccettabili le parole del Presidente Trump nei confronti del Santo Padre».

Salvini, dal canto suo, l’aveva anticipata a TeleLombardia: «Attaccare il Papa, uomo simbolo di pace e guida spirituale per miliardi di cattolici, non mi sembra una cosa utile e intelligente da fare». Omette il nome dell’autore. Una critica senza soggetto, elementare come una cartolina. Salvini, che del rosario ha fatto una bandiera elettorale, liquida l’offensiva al vicario di Cristo come mossa “poco intelligente”. Solo questo.

Leone XIV è in viaggio apostolico verso l’Algeria, primo Paese di un tour africano di undici giorni incentrato su pace e dialogo tra i popoli. Trump, intanto, guarisce i malati.

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Parità razziale, anche senza Orbán continuano le discriminazioni in Ue: ecco cosa dice la ricerca I-Claim

A gennaio, l’Unione europea ha adottato la propria Strategia Antirazzismo 2026-2030. Le direttive sulla parità razziale del 2000 escludono esplicitamente nazionalità e status migratorio dal campo di applicazione. Il razzismo istituzionale europeo funziona così: si condanna a parole, si produce nei fatti.

Lo dimostra uno studio pubblicato a febbraio 2026 dal progetto I-Claim, finanziato da Horizon Europe. I ricercatori Stefano Piemontese, Nando Sigona, Laurence Lessard-Phillips ed Emmanuel Achiri hanno analizzato per due anni sei paesi europei: Finlandia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia e Regno Unito. Il risultato smonta un’ipotesi comoda: che il razzismo nelle politiche migratorie sia una degenerazione sovranista. Invece è struttura.

L’irregolarità come produzione razziale

La governance dell’ingresso, del soggiorno e del lavoro dei migranti, il campo in cui la razzializzazione è più pervasiva, rimane legalmente esentata dal controllo antidiscriminatorio. La scelta è architetturale. Le direttive del 2000 vietano la discriminazione su base etnica ma escludono esplicitamente nazionalità e status di residenza. Ciò che produce irregolarità resta fuori dall’antirazzismo.

Lo studio ha analizzato 40.683 testi per oltre 125 milioni di parole tra articoli di stampa e atti parlamentari in cinque anni. Più 244 interviste con lavoratori migranti in agricoltura, lavoro domestico e consegne a domicilio. Conclusione univoca: l’irregolarità è una posizione razzializzata, prodotta da sistemi che assegnano valore differenziale alla mobilità umana.

In Italia meridionale i migranti africani vengono indirizzati verso i lavori più pesanti; le donne dell’Europa orientale dominano il lavoro di cura perché percepite come culturalmente prossime. In Germania le aziende agricole gerarchizzano i lavoratori per nazionalità: i polacchi “più affidabili”, i romeni etnici accettabili, i rom rumeni indesiderabili. In Olanda l’algoritmo delle piattaforme di delivery penalizza i rider razzializzati attraverso le valutazioni dei clienti, che incorporano pregiudizi su accento e aspetto.

Von der Leyen e la strategia che non vede sé stessa

La Strategia Antirazzismo 2026-2030 riconosce il razzismo strutturale, adotta il linguaggio dell’intersezionalità. E poi lascia la governance migratoria fuori dall’analisi. I ricercatori di I-Claim lo segnalano esplicitamente: senza interrogare la governance migratoria come infrastruttura razzializzante, il mainstreaming antirazzista rischia di lasciare intatti i meccanismi attraverso cui l’irregolarità viene prodotta.

Il contrasto tra il rifugiato ucraino “meritevole” e il migrante del Sud globale “indesiderabile” ricorre in modo trasversale, nei paesi governati dalla destra come in quelli a guida progressista. I rom europei, cittadini dell’Unione, subiscono sorveglianza e limitazioni all’accesso al welfare identiche a quelle dei migranti irregolari. Trattati come stranieri interni, dimostrano che la logica dell’irregolarità opera a prescindere dallo status legale.

Ursula von der Leyen, vale la pena ricordarlo, non è stata eletta dai sovranisti. La sua Commissione ha prodotto la Strategia Antirazzismo. Ha anche consolidato l’esternalizzazione delle frontiere e i permessi vincolati al singolo datore di lavoro. Il welfare, nel frattempo, è diventato condizionale all’accesso. Secondo I-Claim questi meccanismi sono il cuore della differenziazione razziale in Europa. Il razzismo istituzionale europeo arriva anche dalle procedure standard.

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Dio vi benedica, perdenti

«Il risultato delle elezioni è chiaro e doloroso». Viktor Orbán lo ha detto ieri sera ai suoi sostenitori a Budapest, sedici anni dopo aver vinto il potere e averlo blindato pezzo per pezzo. Péter Magyar ha conquistato i due terzi del parlamento, la supermaggioranza che permette di riscrivere la Costituzione. Orbán fuori. Con lui fuori, anche chi lo aveva scelto. Donald Trump su Truth Social…

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Export militare, Italia da record: 9,1 miliardi di autorizzazioni alla vendita di armi all’estero nel solo 2025

9,1 miliardi. È questo il nuovo primato dell’Italia nel commercio delle armi: autorizzazioni all’export per 9,164 miliardi di euro nel 2025, con un aumento del 19% rispetto all’anno precedente. Il dato emerge dalla Relazione annuale prevista dalla Legge 185/90 trasmessa al Parlamento nei giorni scorsi, anche se il documento non compare ancora sui siti istituzionali di Camera e Senato. Record su record: nel 2024 si era già registrato un +25% sull’anno precedente, e nel quadriennio 2022-2025 le autorizzazioni individuali segnano un +87% complessivo. Le stime del Sipri, l’Istituto svedese di ricerche sulla pace, certificano un +157% nell’ultimo quinquennio: l’Italia è oggi al sesto posto globale degli esportatori di armamenti, dal decimo che era nel periodo 2016-2020, con il 5,1% del mercato mondiale.

Il Kuwait e il Medio Oriente: geografie che scottano

Il Kuwait era al 76° posto nel 2024. Nel 2025 è diventato il primo Paese destinatario. Una singola licenza da 2,6 miliardi di euro per forniture navali ha gonfiato la quota del Medio Oriente al 37,03% dell’export complessivo: da sola quella commessa rappresenta quasi il 29% del totale individuale. Il 62,38% delle autorizzazioni va verso Paesi extra Unione Europea e Nato, contro il già preoccupante 55,9% dell’anno precedente. Tra i principali destinatari 2025 figura l’Ucraina con 349 milioni di euro, risalita dall’11° al 4° posto: paese in stato di conflitto armato attivo, condizione che la stessa Legge 185/90, il Trattato Att e la Posizione Comune Ue renderebbero problematica. La Relazione non fornisce dettagli sui materiali autorizzati: quelle licenze commerciali si distinguono dalle forniture governative dirette decise con voto parlamentare, ma cosa contengano non si sa. Restano presenti Emirati Arabi Uniti, Turchia, Qatar e Turkmenistan, paesi con storici problemi di diritti umani.

Israele, i produttori e le banche

Israele non compare tra i destinatari di nuove autorizzazioni nel 2025. L’Uama, ufficio del Ministero degli Esteri competente per legge, ha confermato la sospensione in ragione delle caratteristiche dell’intervento militare israeliano a Gaza. Solo che la sospensione delle nuove licenze non ha fermato le spedizioni fisiche basate su autorizzazioni precedenti all’ottobre 2023: 228 operazioni di trasferimento definitivo e 296 riesportazioni, per un controvalore di 22,6 milioni di euro di materiali militari italiani consegnati nel 2025. Il 4,30% delle importazioni italiane di armamenti proviene intanto da Israele, circa 85 milioni di euro: gli interscambi militari tra i due paesi non si sono interrotti.

Sul fronte industriale, Leonardo SpA copre il 54,09% di tutte le autorizzazioni individuali di export, quasi il doppio rispetto al 27,67% del 2024. Seguono Iveco Defence Vehicles SpA con il 7,44%, nuova entrata nella top 4, e RWM Italia SpA con il 4,62%. I primi quattro operatori coprono da soli il 69,32% del totale. Le transazioni bancarie legate a questi flussi hanno superato i 14 miliardi di euro: il 66,18% delle operazioni per esportazioni definitive è gestito da tre soli istituti. Ed è proprio questa sezione che rischia di sparire: la modifica della Legge 185/90 già approvata al Senato prevede l’eliminazione della parte della Relazione che documenta gli intrecci tra banche e industria militare. Se la Camera confermasse il testo del Senato, la Relazione relativa al 2026 non conterrebbe più le informazioni necessarie a sapere chi finanzia il commercio estero delle armi italiane. 9,1 miliardi. Il Parlamento ha i dati per aprire un dibattito serio. Sceglierà invece di ridurre ciò che può essere visto.

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Fondi al cinema: Aldrovandi, Regeni e i finanziamenti negati. Il sistema del Mic spiegato dalla lista dei promossi

Per vent’anni la destra italiana ha combattuto quella che chiamava egemonia culturale della sinistra. Ora che il Ministero della Cultura è suo, i fondi al cinema aiutano a capire meglio cosa intendesse: un biopic su Gigi D’Alessio finanziato con 1 milione di euro di denaro pubblico, e un film su un ragazzo ucciso dalla polizia rimasto senza un centesimo.

Il caso di Giulio Regeni è già noto: il documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo di Simone Manetti, premiato col Nastro della Legalità 2026 e proiettato in 76 atenei, bocciato per due anni di fila dalla commissione del Ministero della Cultura (Mic). Ma il caso che racconta meglio il sistema è un altro, e rischia di sparire nel rumore.

Il caso che disturba di più

Aldro Vive è un film di Manuel Benati, 25 anni, diplomato alla scuola di cinema Florestano Vancini di Ferrara. Racconta Federico Aldrovandi, trovato morto il 25 settembre 2005 in via Ippodromo, a Ferrara: polsi ammanettati dietro la schiena, due manganelli spezzati accanto al corpo. Quattro agenti della Polizia di Stato condannati per omicidio colposo a tre anni e sei mesi, pena ridotta a sei con l’indulto. Sentenza definitiva della Cassazione nel 2012. Anche questo film: fondi negati.

Patrizia Moretti, madre di Federico, ha detto all’Ansa: «Siamo alle solite. Di questi temi non si doveva parlare. C’era una strategia di insabbiamento e si va avanti così.»

Aldrovandi disturba più di Regeni, dal punto di vista del potere. Regeni è stato ucciso da uno Stato straniero, e il governo può sempre appellarsi alla diplomazia, ai rapporti bilaterali, alla complessità internazionale. Aldrovandi è stato ucciso da agenti italiani, con una sentenza italiana passata in giudicato. Un film su quella storia non chiede giustizia a qualcun altro: la chiede allo Stato italiano direttamente.

Il meccanismo

La questione non è solo quali film vengono esclusi. È come funziona il sistema che decide. Attualmente operano due commissioni distinte: una per la Produzione (15 membri) e una per la Promozione (12 membri) i cui componenti vengono nominati per decreto dal ministro della Cultura. I commissari chiamati a valutare i progetti cinematografici vengono nominati dal ministro tra profili di comprovata esperienza nel settore della produzione cinematografica ed audiovisiva.

Alla Camera, l’8 aprile, il ministro Alessandro Giuli (FdI) ha detto di non condividere le bocciature “né sul piano ideale né su quello morale”, precisando che il Ministero non può intervenire per legge. Ha poi evitato i cronisti fuori dall’aula. La composizione della commissione che ha bocciato il documentario su Regeni includeva, tra i cinque membri della sottocommissione competente, l’ex deputata della Lega Benedetta Fiorini (appena nominata nel Cda di Eni). Tre componenti della commissione si sono dimessi: Paolo Mereghetti, Massimo Galimberti e Ginella Vocca, quest’ultima scrivendo di essersi “fermamente opposta” alle bocciature nelle riunioni. Il Mic ha annunciato un decreto per riformare le regole di nomina. Vedremo.

Intanto la lista pubblica dei film ammessi nella stessa sessione mostra: il biopic su Gigi D’Alessio (1 milione), il film di Pier Francesco Pingitore su Tony Pappalardo (800.000 euro), Il tempo delle mele cotte (400.000). L’egemonia culturale della destra, in pratica, assomiglia molto all’intrattenimento che la sinistra ha sempre prodotto.

E il risultato oggettivo è la 79esima edizione del Festival di Cannes, annunciata il 9 aprile: zero italiani in concorso. L’ultima volta era accaduto nove anni fa. Sul cartellone ci sono Almodóvar, Kore-eda, Mungiu, Hamaguchi, Nemes. L’Italia non arriva alla Croisette. La Croisette se n’è accorta prima di noi.

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Duemila violazioni in sei mesi, ma la chiamano tregua

Il cessate il fuoco a Gaza è entrato in vigore il 10 ottobre 2025. Ieri erano esattamente sei mesi. Il documento esiste: venti punti, mediato da Egitto, Qatar e Turchia, sottoscritto da trenta paesi con la firma degli Stati Uniti. Nelle cronache e nelle analisi internazionali, la parola “ceasefire” compare da mesi tra virgolette. Non è una scelta tipografica.

Il Government Media Office di Gaza ha registrato 2.073 violazioni tra il 10 ottobre 2025 e il 18 marzo 2026: 973 bombardamenti, 750 sparatorie contro civili, 87 incursioni in aree residenziali oltre la Yellow Line, 263 demolizioni di proprietà, 50 detenzioni. Nel solo periodo dell’offensiva su Iran — tra il 28 febbraio e l’8 aprile — Israele ha attaccato Gaza in 36 dei 40 giorni. Lo certifica Al Jazeera il 9 aprile. I morti dall’entrata in vigore della tregua ammontano ad almeno 738. Il totale dall’ottobre 2023 ha superato 72.315, secondo il ministero della Salute di Gaza.

L’accordo prevedeva l’ingresso di 23.400 camion di aiuti nel periodo dell’offensiva su Iran. Ne sono entrati 4.999: meno di un quinto. Le evacuazioni mediche pattuite: 7.800. Autorizzate: 625, l’otto per cento. Il 6 aprile le forze israeliane hanno aperto il fuoco su un veicolo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nell’est di Khan Younis, uccidendo il conducente Majdi Aslan, di cinquantaquattro anni. L’OMS ha sospeso le evacuazioni mediche da Gaza verso l’Egitto. L’Integrated Food Security Phase Classification certifica che il 77 per cento della popolazione di Gaza è in stato di insicurezza alimentare acuta.

Il cessate il fuoco, nel testo originale prevedeva che gli aiuti completi fossero inviati immediatamente nella Striscia di Gaza. Questa frase è ancora lì, scritta. Le virgolette nelle fonti internazionali non sono una scelta tipografica.

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