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La distopia del reddito di cittadinanza

Per Meloni la misura di contrasto alla povertà è come “metadone di Stato”. Roba da brividi se dalle nostre parti ci fosse ancora un minimo di senso della decenza e della misura

Ci risiamo, siamo sempre qui. Anche durante l’annuale Forum Ambrosetti abbiamo assistito agli strali contro il reddito di cittadinanza, ovviamente sempre basandosi su una visione pervertita della realtà e ovviamente fottendosene bellamente dei dati. Sia chiaro: il reddito di cittadinanza è una legge che come tutte le leggi è migliorabile se non addirittura sostituibile con misure più efficaci. Il punto sostanziale però rimane sempre lo stesso: gli imprenditori che sono contro i sussidi ai poveri vedono come unica soluzione quella di deviare i sussidi ai ricchi (e loro, chiaro, si credono i ricchi) quindi sostanzialmente vorrebbero intascarsi i soldi dei poveri con la promessa di ridistribuirli. Sì, ciao. 

Il colpo grosso l’ha lanciato Giorgia Meloni (che sarebbe l’autentico Salvini di cui preoccuparsi, più di Salvini, ma tardiamo a rendercene conto) con il suo paragone tra reddito di cittadinanza e metadone, roba da brividi se dalle nostre parti ci fosse ancora un minimo di senso della decenza e della misura. Ma del resto vince chi urla l’urlo più urlato e Meloni sa bene come conquistarsi qualche titolo che mandi in sollucchero i suoi tifosi. Poi è arrivato il presidente di Brembo che ci ha deliziato dicendo “certo che credo alla gente che preferisce prendere il reddito e stare sul divano piuttosto di lavorare” raccontando di avere incontrato agricoltori (in vacanza, eh) che si lamentano di non trovare chi raccoglie “pomodori e angurie a causa del reddito”. Poi, ovviamente, ci ha detto che “non si trovano lavoratori stagionali”, riprendendo un refrain che ormai funziona tantissimo. Del resto già il 14 maggio il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca (uno che ogni volta che apre la bocca accende l’incresciosa domanda del perché non stia in una parte politica più consona al suo bullismo politico) disse “Alcune attività non apriranno perché non si trovano più camerieri. Non si trova personale stagionale: è uno dei risultati paradossali dell’introduzione del reddito di cittadinanza“.

Peccato che l’affermazione sia completamente falsa come certificano i dati amministrativi dell’Inps che raccontano tutt’altra realtà: a maggio sono stati attivati la bellezza di 142.272 rapporti di lavoro stagionali. Quasi il doppio rispetto al 2017 e 50mila in più sia rispetto al 2018 – prima dell’introduzione del reddito di cittadinanza – sia rispetto al 2019. Una ricerca d’archivio conferma che si tratta di un record da almeno otto anni a questa parte (le serie arrivano fino al 2014). E di solito il boom di stagionali si registra a giugno, all’inizio della stagione estiva, mentre quest’anno è arrivato addirittura in anticipo. Il saldo annualizzato, cioè la variazione tendenziale delle posizioni di lavoro negli ultimi 12 mesi, ha fatto registrare una crescita pari a +560mila, frutto soprattutto di un saldo positivo dei contratti stabili (+184.000), ma anche di quelli a tempo determinato (+169.000), in somministrazione (+110.000), stagionali (+91.000) e intermittenti (+8mila).

Del resto Riccardo Illy, con evidente onestà intellettuale, dice che “i dati sono chiari, l’incidenza del reddito sulla carenza di manodopera è praticamente nulla” e l’imprenditrice Luisa Todini (che opera nel settore alberghiero) riconosce che se sommiamo “la disponibilità del reddito di cittadinanza all’interesse di molti imprenditori di pagare i lavoratori in nero, la miscela diventa esplosiva”. Nessuno invece ha la santa pazienza di chiedere ai nostri imprenditori come sia successo che negli ultimi 10 anni siamo passati da 400 contratti ai 980 di oggi, pseudocontratti che sono stati utili per parcellizzare i diritti, sostanzialmente annacquandoli. 

Come ricorda Pasquale Angius “Nel 123 a.C., nell’antica Roma, il tribuno della plebe Gaio Sempronio Gracco fece approvare una legge che obbligava lo Stato a fornire a un prezzo fisso, molto basso, di sei assi e un terzo, a ogni famiglia grano sufficiente per produrre ogni mese 45,3 chili di pane, all’incirca un chilo e mezzo al giorno”. Solo per dire come le misure di sostegno al reddito esistano da sempre nonostante qualcuno finga di non saperlo. Sarebbe anche utile ricordare che entro il primo anno e mezzo dall’introduzione del reddito di cittadinanza uno su quattro dei beneficiari aveva trovato un lavoro, il 65% a tempo determinato. Lo ripetiamo ancora una volta: che le misure di contrasto alla povertà siano cosa diversa dalle politiche attive per il lavoro lo sanno anche i sassi ma che le une debbano pagare le altre è qualcosa che grida vendetta. Anzi si potrebbe anche notare che poca attenzione viene data al fatto che i limiti per i cittadini non italiani siano fin troppo stringenti (e qui sento già le unghie dei “non sono razzista ma” che graffiano) tenendo conto che un terzo delle famiglie di stranieri residenti in Italia vivono in povertà e, tra l’altro, in molte di quelle famiglie ci sono dei minori e che la soglia dei 10 anni di residenza in Italia per accedere al reddito è stato un gradito regalo a Salvini. 

Sempre come ricorda Pasquale Angius “secondo una recente ricerca il 55,2% delle persone che nel 2019 si sono rivolte alla Caritas per ottenere pasti e prodotti alimentari gratuiti avevano percepito il reddito di cittadinanza. Questo dato ci dice in sostanza che chi percepisce quel beneficio appartiene a categorie sociali vulnerabili, e spesso le poche centinaia di euro del reddito non sono sufficienti, soprattutto per le famiglie più numerose”. 

Questa è la realtà. È benvenuta qualsiasi opinione, anche contraria, al reddito di cittadinanza ma per favore rimaniamo nella realtà, non insceniamo una dolorosa distopia. 

Buon martedì. 

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Il ministero della finzione ecologica

Dopo le parole del ministro Cingolani si è aperto il dibattito sul nucleare e sui “reattori di nuova generazione”. I lobbisti si fanno avanti mentre gli ambientalisti evidenziano tutte le criticità. Ma intanto mancano soluzioni tempestive per la crisi ambientale

Le parole del ministro Cingolani hanno aperto la discussione. Bene così, era esattamente quello che voleva il ministro: i portavoce delle lobby (anche se sono travestiti da ministri o da presunti leader politici) introducono il tema a loro caro con una mezza provocazione, poi dicono di non essere stati capiti, poi aggiungono che comunque è sempre il caso di dibatterne serenamente, poi dicono di non alzare troppo i toni (e fa niente se i toni poco opportuni li ha usati proprio Cingolani) e infine si prendono le pacche sulle spalle per essere riusciti a rendere quasi potabile l’innominabile. E Cingolani, guarda un po’ ha fatto proprio così. 

E allora vediamoli questi “reattori” che Cingolani ci invita a studiare. Studiamoli. Dieci anni fa Berlusconi firma un memorandum con Sarkozy (lo sta ricordando in questi giorni Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, uno di quegli ambientalisti che irritano il ministro della finzione ecologica) «per costruire 4 reattori Epr in Italia. Dieci anni fa erano in costruzione due di questi reattori, uno in Finlandia a Olkiluoto e uno in Francia a Flamanville. Oggi sono ancora in costruzione a costi quadruplicati rispetto al budget. L’azienda proprietaria della tecnologia, la francese Areva, impegnata nel cantiere finlandese, è fallita».  Negli Usa non è andata meglio: l’investimento sul nucleare voluto da Bush nel 2001 (i reattori AP1000) prevedeva la costruzione di 4 reattori che ora sono diventati 2 mentre i costi si sono moltiplicati in modo esorbitante e l’azienda proprietaria della tecnologia, la nippo-americana Toshiba-Westinghause, è fallita nel 2017. Forte questo futuro, eh?

Dopo l’incidente di Fukushima, ad esempio, si è scoperto che il reattore in costruzione a Flamanville, dove sta la centrale nucleare francese, avrebbe avuto le stesse vulnerabilità del reattore francese. Tant’è che l’azienda francese proprietaria degli impianti in Uk ha dovuto coinvolgere un partner cinese al 33%, la Cng, per distribuire i rischi. 

Qualcuno in questi giorni dice che il nucleare abbasserebbe i costi. Benissimo. Si potrebbe ad esempio leggere ciò che scrive l’Agenzia internazionale dell’energia a Parigi (quelli che per vent’anni hanno consapevolmente sminuito le rinnovabili) che alcune settimane fa ha scritto nero su bianco che l’energia solare è la fonte più economia mai prodotta. 

Si sa però che Cingolani, ce lo ricordiamo bene, aveva promesso un 72% di elettricità prodotta da rinnovabili entro il 2030 e sul tema si scorge ben poca mobilità del governo. Sia chiaro: esistono tecnologie allo studio di un nucleare che potrebbe essere sicuro e meno impattante, sarebbe miope e stupido negarlo, ma quello che continua a mancare sul tavolo sono le soluzioni che possono svoltare una crisi ambientale (che guarda caso viene negata dagli stessi che applaudono Cingolani) che richiede interventi tempestivi. 

A proposito: dice il ministro che lui deve rispondere “solo a Draghi”. Eh, no: deve rispondere ai cittadini. E deve spiegarci per bene anche il perché di certe sue uscite. A noi interessa lui, quello che ha in testa nel suo importante ministero, molto di più dei mini reattori di nuova generazione. 

Buon lunedì. 

(nella foto il ministro della Transizione ecologica Cingolani e una immagine di repertorio della centrale di Fukushima)

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Torturato in Libia, la Cassazione: “No all’espulsione”

L’ordinanza della Corte di Cassazione è la numero 23355 del 24 agosto 2021 e smaschera una certa narrazione che in Europa si finge di non vedere. La vicenda riguarda un richiedente asilo della Guinea Conakry scappato dal suo Paese nel dicembre del 2014 a seguito di un’epidemia di ebola che aveva contagiato anche il cugino. Arrivato in Libia gli è accaduto ciò che accade ogni giorno a migliaia di persone: violenze, soprusi. Ben 15 mesi di sequestro a scopo di estorsione e sfruttamento lavorativo documentati con un filmato giornalistico disponibile in rete nel quale lo si riconosce facilmente, e con una serie di certificati medici che descrivono le cicatrici dei maltrattamenti subiti.

Giunto in Italia, la Commissione territoriale di Verona, sezione di Treviso, rifiuta la domanda di protezione internazionale e il profugo, difeso dall’avvocato Francesco Tartini, ha chiesto il riconoscimento della protezione umanitaria ricorrendo al Tribunale di Venezia, sezione specializzata in materia di immigrazione. Il Tribunale di Venezia aveva preso atto delle lesioni subite, ma le aveva dichiarate irrilevanti «in assenza di conseguenze attuali sulla salute e sulla persona del ricorrente». Da qui il ricorso in Cassazione contestando al Tribunale di avere violato il dovere di collaborazione istruttoria omettendo di accertare, in concreto, le effettive conseguenze sul piano psicofisico, delle violenze subite in Libia nonostante le cicatrici, i postumi dolorosi e la circostanza che il richiedente asilo non abbia potuto effettuare alcun controllo medico approfondito per assenza di risorse economiche personali, e per la mancata assistenza sanitaria da parte del centro accoglienza ospitante. Tra le parti del processo si descrivono «maltrattamenti che venivano praticati facendo mordere i prigionieri da cani, seviziandoli con lame, frustandoli con tubi di gomma e sprangandoli sui talloni».

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso «…per non aver considerato che il richiamato art. 2 lett h) bis del D.Lgs. 25/2008 (nella formulazione introdotta dal D.Lgs. 142/15) definisce quali persone vulnerabili quelle per le quali è accertato che hanno subito torture o altre forme gravi di violenza (v. pure l’art. 17 del D.Lgs 25/2008)», e rilevando ulteriormente che «…il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari costituisce una misura atipica e residuale volta ad abbracciare situazioni in cui non può disporsi l’espulsione e deve provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in condizioni di vulnerabilità, da valutare caso per caso, anche considerando le violenze subite nel paese di transito e di temporanea permanenza del richiedente, potenzialmente idonee, quali eventi in grado di ingenerare un forte grado di traumaticità, ad incidere sulla condizione di vulnerabilità della persona (v. Cass. n. 13096 del 2019)».

Le ripetute tortura libiche, insomma, non possono essere dichiarate “irrilevanti” per la legge italiana e la sentenza assume anche una rilevanza politica: se perfino la Cassazione ritiene non trascurabili e non cavalcabili le torture in Libia viene da chiedersi come possiamo continuare noi (Italia e Europa) a ritenere i libici partner irrinunciabili nella gestione dei flussi migratori. Sta scritto dappertutto ma tutti fanno finta di niente. Questa sentenza dice che andrebbero accolti tutti, mica rispediti dai loro torturatori.

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Dramma in carcere nell’indifferenza, quanti altri ne devono morire?

Non basta la difficile situazione della struttura e le condizioni dei detenuti che per più di un mese sono rimasti senza acqua e energia elettrica nella dodicesima sezione, nel carcere di Sollicciano. L’altro ieri sera intorno alle 22 un detenuto del carcere fiorentino è stato ritrovato morto nella sua cella. La vittima è un tunisino di 43 anni che avrebbe perso i sensi dopo avere infilato la testa nello spioncino della cella riservato al passaggio del cibo.

L’uomo era detenuto nella sezione transito, dove stanno i detenuti appena entrati o trasferiti da un altro istituto o che non devono scontare una pena definitiva. Le prime ipotesi parlano di suicidio o di incidente: spesso i detenuto usano lo spazio per il cibo, largo una decina di centimetri, per vedere il passaggio nel corridoio, un gesto comune anche per chiamare le guardie. Le prime ipotesi parlano di un probabile attacco di panico, dovuto probabilmente al fatto di essersi incastrato e quasi subito avrebbe perso i sensi per poi morire per soffocamento. Certo è che mentre il detenuto era agonizzante nessuno si sarebbe accorto di nulla poiché le guardie erano impegnate in un altra cella dove un detenuto stava dando in escandescenze danneggiando gli interni. La Procura ha aperto un’indagine per cercare di capire come sia successo che quell’are sia rimasta così a lungo incustodita.

“La notizia della morte di un giovane detenuto, avvenuta questa notte nel carcere di Sollicciano, riempie di dolore tutti coloro che hanno come valore primario il rispetto della vita delle persone e l’umanità del carcere. Alla memoria di questo giovane va tutto il nostro pensiero, ed alla sua famiglia tutta la nostra vicinanza di uomini prima che di Istituzioni. A lui auguriamo di riposare con quella pace che probabilmente non ha avuto in vita. Noi attendiamo di conoscere le cause della morte”. Così il Garante dei detenuti della Toscana, Giuseppe Fanfani, appresa la notizia del detenuto trovato morto nella sua cella a Sollicciano. “La sua morte – continua Fanfani – ripropone con durezza rutti i temi inevasi della condizione carceraria che già l’anno passato, con tre suicidi, erano balzati all’attenzione dell’opinione pubblica. In carcere non si muore per caso. Il carcere così come lo conosciamo noi è la precondizione per forme psichiatriche più o meno gravi che quasi sempre portano ad atti autolesionistici, l’anno passato solo a Sollicciano se ne sono contati 700, e spesso portano al suicidio”.

“Se nessuno resta insensibile alla morte di un detenuto, nessuno può esimersi dal denunciare con fermezza che il sistema carcerario quale attualmente è, salvo rare eccezioni, è indegno di un Paese civile”. “In carcere – prosegue il Garante – manca tutto ma soprattutto manca la prospettiva di una vita futura migliore di quella lasciata che non possono garantire da soli né la grande opera del volontariato, né piccoli interventi settoriali delle Istituzioni che rispetto alla dimensione del fenomeno sono piccolissima cosa”. Sollicciano non è da meno, perché accanto ai problemi del sistema carcerario italiano, assomma i difetti di una struttura inadeguata che ormai si pone fuori del tempo”. Il sistema carcerario nel suo complesso, a detta di Fanfani, “avrebbe necessità di una visione umanistica ed antropocentrica che esaltasse il dettato costituzionale, avendo come unica prospettiva il recupero della dignità e umanità dei singoli. Forse in questo modo si eviterebbe qualche morto”.

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Poveri, ovvero ricchi che non ce l’hanno fatta

Forse sarà che abbiamo una classe politica più dedita alla rappresentazione che alla rappresentanza ma questa estate la ricorderemo come la stagione dell’esplosione definitiva della pauperofobia. Non si tratta di un’irrazionale paura della povertà, come ci si potrebbe perfino aspettare in un Paese di aspiranti borghesi sempre sul limite del bonifico, dove l’autopreservazione è la realizzazione più alta a cui aspirare. È piuttosto una paura epidermica e nervosa di poveri, un’irritazione sociale che provoca reazioni scomposte ogni volta che se ne incontra qualcuno. Come per quelli che temono i ragni e agitano le tende con le dita, terrorizzati che la bestiolina possa saltare fuori.

Che paura, i poveri. Li incroci girando l’angolo di qualche periferia, li trovi in mandria che prendono il primo treno del mattino. E ogni volta una vocina nella testa ripete che no, non è tutto così serenamente previsto. Per evitarli, fisicamente e intellettualmente, i pauperofobici fanno il giro lungo. Non è volontà di disinfestazione (anche i pauperofobici sanno che senza poveri non esisterebbero i ricchi), piuttosto il sogno di una modalità di vita e di mondo che gli permetta di non doversene curare, di poter adottare un distanziamento sociale, politico e culturale utile ad alimentare l’illusione che non esistano.

La retorica sul reddito di cittadinanza e sulle colpe di chi è in stato di indigenza è il mezzo dei politici per scacciare la paura dei poveri
Milano, un “muro della gentilezza” (Getty)

La povertà come punizione giusta per un fallimento

Il pauperofobico, poi, ha bisogno di trovare le colpe. Per lui la povertà non esiste ma è solo una punizione giusta per un fallimento. Così si rincuora, scoprendo ogni volta quale sia il peccato mortale che ha ridotto qualcuno in cenci. «Se conosco gli errori da non fare e poiché sono sicuro della mia capacità di non compierli, allora non rischierò mai di diventare povero», si ripete ossessivamente e, in quest’estate di pauperofobia, tutti i malati si sono strizzati le meningi per scovare le cause e dormire sereni. Le cause, appunto. Va forte l’indolenza, un sempreverde che dura da decenni e sostiene una visione del mondo per cui se fai quello che devi allora non avrai problemi di sorta (sì, ciao). Va forte la mancata educazione: «beh, con una famiglia così», dicono i pauperofobici dandosi pacche sulla spalla, convinti che lo scopo di uno Stato sia quello di assegnare il marchio doc alla famiglia giusta. E del resto se qualcuno paga lo scotto di nascere in una famiglia così (che significa povera, ma il pauperofobo non ha il coraggio di una parola che gli risuona come bestemmia) è normale diventi così anche lui.

La vera novità però è il reddito di cittadinanza. Il duo dei Mattei ha capito benissimo che i poveri sono tali perché ne hanno ricevuto lo status. E poiché, secondo loro, la parola genera realtà, si ingegnano per dire ai poveri che non sono solo poveri ma semplicemente colpevoli. Hanno passato tutta l’estate a ripeterci che non si trovavano lavoratori perché i poveri sono dei privilegiati che possono cullarsi della loro situazione. Poi è accaduto che l’Inps abbia dato i numeri  – 142mila contratti per gli «stagionali che non si trovano», mai così tanti in 8 anni – e loro abbiano fatto finta di niente. I pauperofobici sono così, scollegati da una realtà che altrimenti li schianterebbe.

I pauperofobici vorrebbero solo un bidone in più per la differenziata

Poiché odiano i poveri, i pauperofobici non sopportano nemmeno che esista un dibattito sulla povertà, vorrebbero semplicemente un bidone in più nella raccolta differenziata per buttarceli dentro e di solito quel bidone si chiama periferia. Sostengono, poi, che il reddito di cittadinanza sia discriminatorio: se esiste un sostegno per i poveri allora perché non pensarne uno anche per i biondi oppure per i cittadini che hanno troppo spazio tra i denti?

Sapete perché odiano i poveri? Perché, in fondo in fondo, hanno la netta sensazione di non conoscere davvero le chiavi del proprio successo. In cuor loro, anche se non lo diranno mai, sanno benissimo che la ricchezza non è un merito (nonostante insistano nel gridarlo) ma spesso una concatenazione di fattori, dal censo alle possibilità che altri non hanno avuto. Come gli artisti che non riescono a governare la propria ispirazione temono fortissimamente di svegliarsi una mattina scoprendo di averla persa. I pauperofobici odiano i poveri perché hanno una paura fottuta di diventarlo. Hanno costruito un’architettura di tesi che non stanno in piedi per rassicurare la loro ossessione nascosta. Convinti se non esisteranno più poveri, svanirà anche l’incubo di risvegliarsi tale. Solo che hanno ammantato questa loro giustificazione rivendendola per tesi politica. Che povertà, di spirito.

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Chi era Mikis Theodorakis, musicista partigiano in lotta contro la dittatura

Se da qualche parte c’è un posto riservato agli artisti che no, che non hanno semplicemente pensato a suonare o cantare o recitare o scrivere restando laterali al mondo che avevano intorno allora lì sicuramente da ieri c’è una stanza prenotata a nome di Mikis Theodorakis, il più grande compositore greco che ieri si è spento all’età di 96 anni dopo una lunga malattia, nella sua Atene.

Perché raccontare Mikis Theodorakis come semplice musicista sarebbe una narrazione monca che non tiene conto della complessità. E in un momento storico in cui si tende a negare e sminuire il ruolo politico dell’artista la vita di Theodorakis è un invito a parteggiare, sempre. Allora si dovrebbe dire che nel periodo in cui il musicista era iscritto al Conservatorio Odeon oltre alla musica Theodorakis decise di impegnarsi in prima persona nella resistenza del Fronte di Liberazione Nazionale del Partito Comunista Greco, entrando nell’Elas (l’esercito di liberazione greco). Furono gli anni in cui Theodorakis venne arrestato, carcerato, torturato fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. E mentre coltivava il suo talento musicale decide ancora, nonostante tutto, di mettersi a disposizione dell’esercito di liberazione durante la guerra civile del 1946. Ed è arresto di nuovo, di nuovo violenze e perfino un campo di concentramento a Icaria.

Quando nel 1950 Theodorakis si diploma al conservatorio è un uomo con una vitalità e un’esperienza che la musica può solo elevare. Viene il dubbio, a rileggerne la storia, che davvero l’arte porti addosso le cicatrici di una vita così intensa. Passano 3 anni e il nome di Theodorakis sbarca anche qui in Italia, con il suo Carnival che nel 1953 viene rappresentato all’Opera di Roma. Theodorakis è giovanissimo, appena ventisette anni, e si trasferisce a Parigi: è il periodo dell’esplosione nel mondo della danza, del teatro, del cinema e dello studio della musica popolare ellenica. Inizia la collaborazione con Yannis Ritsos e poi con Kambanellis, poeti che con Theodorakis mettono la parola nel processo di recupero e di rivitalizzazione della musica popolare. Dentro quei testi però c’è anche il loro presente, gli ideali, le lotte perché Theodorakis (e di questo gliene siamo grati) non è mai riuscito a non essere parte vitale del dibattito del suo Paese.

Quando nel 1963 degli estremisti di destra uccidono il politico Gregoris Lambrakis la chiamata all’attivismo politico è troppo forte e Theodorakis torna in patria, fondando il Movimento democratico Giovanile Grigoris Lambrakis e entrando in Parlamento. Con l’avvento del regime dei colonnelli la sua musica viene bandita dal Paese (perché è un’arma bianca potentissima e che spaventa il potere, anche la musica) e per tre anni da latitante vive confinato con moglie e figli in un piccolo villaggio nel Peloponneso. Solo le pressioni internazionali gli hanno permesso di vivere in esilio poi a Parigi. Per questo quando nel 1974 cade il regime viene accolto al suo ritorno come un eroe popolare (perché era un eroe popolare, mica solo un artista) e decide di impegnarsi di nuovo in prima persona. Viene candidato come sindaco di Atene, è ministro del governo di Constantie Mitsotakis e ancora nel 2010 aveva le forze per fondare un suo movimento politico, Spitha.

In tutto questo poi aggiungeteci l’arte: un lavoro smisurato che in Italia ha raccolto come interpreti Edmonda Aldini, Milva, Iva Zanicchi. Ha lavorato con Pablo Neruda nell’esecuzione del Canto General. Nel 1998 dirige la prima assoluta del suo lavoro che lo rende immortale: Zorba il greco con Vladimir Vasiliev e Gheorghe Iancu nell’Arena di Verona. Mentre il mondo cambiava anche la musica greca veniva trasportata dalla tradizione alla modernità. Non è forse innovazione artistica riuscire a declinare la tradizione nel presente? E in questo Mikis Theodorakis è stato uno dei più grandi di questo nostro tempo, in tutto il mondo.

Ora che è mancato, mettendo in fila le sue vicissitudini personali, politiche e artistiche ci si rende conto che il mondo piange una grave perdita ma custodisce un’enorme testimonianza: partecipare al proprio tempo è una missione che con l’arte diventa potentissima. E ora, insieme alla sua musica, non resta che sperare che non vada persa nemmeno la sua testimonianza.

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Che brutta transizione, Cingolani

Il ministro, ospite alla scuola politica di Matteo Renzi a Ponte di Legno, ha aperto al nucleare e attaccato gli «ambientalisti oltranzisti, ideologici, peggiori della catastrofe climatica verso la quale andiamo sparati, se non facciamo qualcosa di sensato».

Ma ve la ricordate la nomina di Roberto Cingolani a ministro della Transizione ecologica che avrebbe dovuto essere il fiore all’occhiello del governo dei migliori? Vi ricordate quante volte abbiamo letto e ci è capitato di sentire che si poteva buttare giù il boccone amaro di un governo con dentro i peggiori leghisti e i peggiori berlusconiani perché Cingolani avrebbe mondato tutto, ci avrebbe resi fieri di essere un Paese che guardava al futuro? Ma soprattutto vi ricordate Beppe Grillo (che mica per niente ora è nascosto in quinta e spia dal retropalco ciò che avviene in scena) mentre sbandierava con la sua solita ruvida veemenza il “successo del Movimento 5 stelle” proprio per la nomina di Cingolani?

Bene, ieri il ministro era ospite alla scuola politica di Matteo Renzi a Ponte di Legno (sì, lo so, Renzi che dirige una scuola di formazione politica ha lo stesso sapore di quelli che vendono i loro corsi per diventare ricchi e non ce n’è uno di loro che sia ricco) e ha aperto al nucleare (su cui c’è stato un referendum omeopatico di cui non tiene conto quasi nessuno, dalle nostre parti) invitando a «non ideologizzare qualsiasi tipo di tecnologia» (perché funziona così, invitano sempre a non ideologizzare quelli che temono le idee) e sottolineando che il mondo è “pieno” di «ambientalisti oltranzisti, ideologici, peggiori della catastrofe climatica verso la quale andiamo sparati, se non facciamo qualcosa di sensato».

Dentro c’è anche il solito terrorismo da quattro soldi, quello che fa sbavare i negazionisti, dicendo che «la transizione ecologica deve essere sostenibile – ha spiegato il ministro – sennò non si muore di inquinamento, ma di fame». Dice Cingolani: «Non si può ridurre la Co2 chiudendo da domani le fabbriche di auto, mettendo sul lastrico milioni di famiglie». A questo punto viene il dubbio che al ministro sfugga proprio il significato della parola «transizione», nonostante sia scritta in stampatello fuori dalla porta del suo ufficio.

Dopo inceneritori e trivelle Cingolani dimostra di non essere per niente “uno dei migliori” anche nel linguaggio, con una banalizzazione che fa spavento (ma forse nella scuola di politica stava tenendo proprio un corso di banalizzazione, così fondamentale nella politica di questo tempo).

Comunque può stare tranquillo: anche Cingolani godrà del manto di credibilità che per ora non rischia minimamente di essere scalfito da una stampa allineata e ben compatta, una processione a forma di giornali che sono sempre intenti a chiudere le porte perché non tiri nemmeno un filo di vento.

Bravi, avanti così.

Buon venerdì.

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Inferno Sollicciano: il carcere di Firenze scoppia, e mancano anche acqua e luce

Nei primi giorni di luglio nel carcere di Sollicciano otto detenuti sono saliti sul tetto della struttura per protestare contro il mancato ottenimento di alcuni benefici richiesti alla magistratura di sorveglianza. Una delle tante proteste che avvengono (con cadenza quasi quotidiana) nelle carceri italiane: Sollicciano ospita mediamente 700 persone di fronte a una capienza regolamentare inferiore ai 490 posti. Rientrata la protesta sono rimasti i danni: l’incendio di lenzuola e coperte hanno danneggiato gli impianti della dodicesima sezione che avrebbe dovuto essere evacuata perché inagibile.

E qui comincia la storia. Per oltre un mese nella cella della sezione i detenuti sono rimasti senza acqua e senza luce. «Di notte parte della sezione era al buio e noi guardie giravano con le torce per sorvegliare i reclusi», racconta gli agenti di polizia penitenziaria. Il sindacato Uil degli agenti penitenziari ha annunciato una denuncia alla Procura della Repubblica per «il mancato rispetto dei diritti umani» e il segretario regionale Eleuterio Grieco ha raccontato che «per quasi due mesi la sezione è stata senza luce e senza acqua ma i reclusi non sono stati trasferiti nonostante la precaria condizione della struttura, pensate cosa succederebbe in un ospedale se accadesse la stessa cosa». Già, Grieco ha centrato il punto: perché all’interno di un carcere ci si permette di accettare situazioni che sarebbero insostenibili in qualsiasi altra struttura pubblica?

La denuncia è partita da una lettera di don Vincenzo Russo (cappellano del carcere di Sollicciano) e del presidente della Camera Penale di Firenze Luca Maggiora inviata al ministero della Giustizia, al provveditorato regionale e alla direzione del carcere: «La sezione — si legge nella lettera — a differenza di ciò che dovrebbe rappresentare uno spazio vivibile e minimamente accettabile, risulta sprovvista di luce ed acqua corrente dall’11 luglio. Inutile rammentare le condizioni meteo dell’ultimo periodo che sono risultate inadeguate alla stragrande maggioranza della popolazione italiana libera. Inutile ricordarvi le condizioni di assoluta inadeguatezza di tutta la struttura in oggetto, carente sotto molteplici profili e divenuta un contenitore di uomini e donne, private non solo della libertà ma financo del minimo rispetto della dignità umana». «Il carcere di Sollicciano — aggiunge don Russo — vive da anni in uno stato di abbandono nonostante l’impegno del comandante e della direzione per cambiare le cose. Molti reclusi sono rimasti in una sezione inagibile ben oltre il tempo necessario. Inoltre Sollicciano sta diventando un nuovo Opg (ospedale psichiatrico giudiziario, ndr) dove dentro ci sono troppe persone con problematiche psichiatriche in condizioni di grave disagio».

La situazione del carcere di Sollicciano è ingestibile. Lo scorso 10 agosto in un confronto tra il garante regionale dei detenuti per la Toscana, Giuseppe Fanfani, e il presidente dell’associazione `Progetto Firenze´, Massimo Lensi è emerso che il reparto transessuali, «che aveva costituito un’esperienza innovativa rispetto alle ordinarie prassi penitenziarie, è stato chiuso e le detenute trasferite, senza sapere se e quando rientreranno» mentre il reparto giudiziario è infestato dalle cimici. A ottobre del 2020 era stata inaugurata la seconda cucina del carcere ma nel frattempo è stata chiusa la prima. La direzione del carcere è in una situazione di precarietà da quasi un anno dopo continui cambi di direzione intervallati da incarichi ad interim.

Sotto organico sono anche gli operatori Asl e gli educatori. I detenuti con patologia psichiatrica (che dovrebbero uscire dal carcere e scontare la pena all’esterno in luoghi idonei alla loro cura, come ha stabilito chiaramente la Corte Costituzionale con la sentenza 99/2019) a Sollicciano sono in cella nonostante la patologia psichiatrica. Se davvero come diceva Voltaire che la civiltà di un Paese si misura dalle sue carceri, a Sollicciano la civiltà l’è morta.

L’articolo Inferno Sollicciano: il carcere di Firenze scoppia, e mancano anche acqua e luce proviene da Il Riformista.

Fonte

“Fate quello che dico, non quello che faccio”

Giuliano Castellino, l’esponente dei no-vax romani sempre pronto a sbraitare davanti alle telecamere contro la dittatura sanitaria, nonché leader di Forza Nuova e ultras della Roma, dopo avere tuonato contro l’imposizione del Green pass, del vaccino e del tampone, è andato allo stadio. Ovviamente con il Green pass

Sono dei geniali cialtroni. Ieri si è scoperto che Giuliano Castellino, il leoncino dei no-vax romani sempre pronto a sbraitare davanti alle telecamere contro la dittatura sanitaria nonché leader di Forza Nuova (che di leoni che si impauriscono ne ha a bizzeffe) dopo avere tuonato contro l’imposizione del Green pass, del vaccino e del tampone, si è vestito da placido tifoso della domenica per andare a vedere la sua squadra del cuore allo stadio, la Roma, ovviamente con il Green pass. Che dittatura strana quella che immaginano questi neofascistelli: sono addirittura costretti a farsi il tampone per vedere la partita di pallone. Davvero una crisi della democrazia che fa accapponare la pelle.

Castellino poi dimostra di non conoscere nemmeno le regole che il suo stesso partito si è dato (sarebbe prevista l’espulsione per chi utilizza il Green pass, quindi il leaderino andrebbe mandato via a calci) oppure semplicemente si tratta di analfabetismo funzionale, come al solito.

Il comunicato di Forza Nuova dello scorso 6 agosto recitava: «L’Ufficio politico del Movimento ha deliberato che chiunque, militante o dirigente, per qualunque ragione si adeguasse a questa intollerabile e definitiva operazione di controllo sociale, subirà l’immediata e irrevocabile espulsione da Forza Nuova». E sui tamponi? Le uniche deroghe erano menzionate chiaramente in un altro passaggio del documento: «Non sarà interessato alla misura estrema chi, per ragioni familiari, personali o lavorative e, facesse ricorso all’uso del tampone rapido. Fondamentale è non acquisirlo, non piegarsi, costi quel che costi». Evidentemente la partita della Roma è un’importante ragione familiare, personale e lavorativa. Che forti, questi.

La vicenda però racconta un paio di cose importanti. Innanzitutto che a questi di estrema destra non interessa nulla della battaglia su Green pass e vaccino se non semplicemente aizzare la rabbia (l’avevamo scritto qualche giorno fa) e poi che vale da quelle parti il famoso detto “fate quello che dico ma non fate quello che faccio” tipico dei vigliacchi opportunisti che vogliono racimolare semplicemente un po’ di voti. In compenso l’annunciata manifestazione nazionale per bloccare i treni è stata un misero flop in tutta Italia. I treni arrivano in orario, anche senza Lui.

Buon giovedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.