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Scuola, i problemi sono gli stessi di un anno fa: menomale che dovevano pensarci “i migliori”

Il terribile dubbio che un anno sia passato invano. Basta fare una piccola rassegna stampa sulla suola che è pronta per ricominciare e ci si accorge che gli articoli sono identici, gli stessi di un anno fa, solo con la novità del Green Pass, eppure l’anno scorso abbiamo continuato a ripetere che non sarebbe accaduto mai più, perfino che quelli che governavano erano troppo incapaci e per questo ci sarebbe stato bisogno di un ricambio con “migliori”.

Ora c’è il vaccino, è vero, (anche se 138.435 docenti, il 9,55 per cento, non si sono vaccinati) e l’obbligo di Grenn Passa ma le contraddizioni ci sono: solo per fare un esempio gli addetti alle pulizie, alla mensa e assistenti educativi non sono obbligati ad avere il certificato verde. Ma ciò che preoccupa di più è la sostituzione di quei docenti che decidono di non vaccinarsi (mentre come sempre in questi ultimi anni manca il personale e mentre la cinica lotteria dei supplenti rimane in mano all’algoritmo).

“Il meccanismo di sostituzione del docente che non potrà entrare a scuola se sprovvisto di Green Pass valido è difficoltoso da mettere in atto – ha messo in evidenza Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi -. È impensabile che un supplente accetti una chiamata di sostituzione senza avere indicazioni certe sul termine di durata del contratto. L’incarico potrebbe infatti durare un solo giorno, dal momento che il titolare potrebbe presentare green pass valido il giorno successivo. Lo stesso dicasi per la sospensione al quinto giorno. Se il docente sospeso si presenta il giorno dopo la sospensione con una certificazione valida, può rientrare in servizio”.

Ma basta la vaccinazione? No, non basta. Mancano sempre i soliti punti, quelli che dall’inizio della pandemia continuiamo a leggere dappertutto. Il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi prova a tranquillizzare tutti ripetendo che le classi sovraffollate (le cosiddette “classi pollaio”) rappresentano il 2,9 per cento, e si trovano soprattutto negli istituti tecnici delle grandi città eppure i parametri per definire la capienza massima di una classe (18 alunni all’infanzia, 15 alla primaria, 18 alle medie e 27 alle superiori) non garantiscono sicurezza contro la pandemia se non sono accompagnati da mascherine, distanziamento sociale e una buona ventilazione. Lo dicono i dati scientifici.

Lasciando perdere le mascherine sui trasporti il governo ha deciso di delegare molto alle Regioni confidando ancora una volta in orari scaglionati per le entrate nelle scuole superiori. Pino Turi, della Uil Scuola, non sembra troppo ottimista. “Tutte queste promesse fatte sui trasporti si scioglieranno come la neve al sole. – si legge in un suo comunicato – Il problema della percentuale sui bus o in metropolitana dev’essere certificato da qualcuno. Sono tutte operazioni fatte dietro la scrivania senza calcolare che serve del personale che controlli il numero di chi sale sugli autobus o sui treni”.

E l’aerazione? Qui, davvero, siamo all’anno zero: il ministero specifica di aprire “contemporaneamente una o più ante delle finestre e/o eventuali balconi e la porta dell’aula in modo intermittente o continuo”. Il tema del monitoraggio, dell’areazione e della purificazione nelle aule e nei luoghi comuni delle scuole è stato ancora una volta totalmente eluso dal CTS a oggi, nonostante le moltissime evidenze scientifiche. Biden negli USA e Merkel in Germania già da tempo hanno preso provvedimenti in questo senso ma orma siamo al primo settembre e diranno che è troppo tardi e che costa troppo. Quanto costi invece una scuola che rischia ancora di ritornare alla dad è un tema che, esattamente come un anno fa, sembra interessare pochissimo.

Buona fortuna, insomma. Buona fortuna alla scuola, non solo agli studenti.

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Lo sbarco di Tajani

Un giorno (e sarà sempre troppo tardi) capiremo come abbia potuto Antonio Tajani essere considerato la faccia “seria” di Forza Italia e come riesca a passare per un “moderato” o addirittura un “mediatore” nonostante sia spessissimo la forma tiepida e stracotta di quella stessa destra che viene tacciata di populismo.

Ieri è accaduto che Salvini e compagnia cantante abbiano trovato un boccone gustosissimo (benché avvelenato) da gettare in pasto ai loro sostenitori: un poliziotto morto di Covid prestava servizio presso l’hotspot di Taranto dove erano ospitati 300 migranti e dove un focolaio di Covid aveva infettato 33 tra loro. Pensateci, è l’equazione perfetta: ci sono le forze dell’ordine (che da quelle parti tornano utili per provocare un po’ di barzottismo politico), ci sono i migranti portatori di sventure (in questo caso il temibile virus) e c’è l’eroismo dell’uomo che lascia la sua famiglia per colpa di questi negri sporchi e cattivi.

Antonio Tajani si è buttato a pesce (lui che ogni tanto non riesce a trattenersi dall’essere la versione omeopatica di Salvini) e ha twittato tutto tronfio: “Non mettiamo in pericolo le forze dell’ordine. Per questo chiediamo che vengano vaccinati tutti gli immigrati che raggiungono il territorio italiano. Una proposta di buon senso per tutelare la loro salute e di tutti i cittadini. Un abbraccio alla famiglia dell’agente scomparso”. Fin qui il progetto sembrava praticamente perfetto.

Peccato che però un giornalista decida di fare il suo lavoro e provi a sentire la moglie di Candido Avezzù, il poliziotto 58enne che lavorava nel reparto mobile di Padova ed era stato in trasferta a Taranto. Monica Valotto, sua moglie, intervistata dal Corriere della Sera, racconta che era un no-vax convinto: “Mi diceva: ‘Io sono più forte del Covid’. Forse aveva sottovalutato il pericolo”. “Era contrario al vaccino – spiega ancora – temeva gli avrebbe causato una trombosi, non si fidava”. Anche sul momento e luogo di infezione per il momento siamo solo nel campo delle ipotesi: sua nipote confida, sempre al Corriere della Sera, che lo zio era convinto di essersi ammalato all’hotspot ma per ora non c’è nessuna evidenza.

In sostanza si viene a sapere che Avezzù (legittimamente) aveva consapevolmente deciso di esporsi al rischio di una malattia (di cui dubitava l’esistenza, rilanciando sul suo profilo Facebook i deliri di Montesano, solo per dirne una) ma l’occasione è troppo ghiotta per dare addosso allo straniero, talmente ghiotta che perfino Tajani decide di cavalcarla. Se proprio Tajani avesse voluto sembrare un “uomo forte” avrebbe potuto twittare la proposta di “buon senso” di vaccinare tutte le persone delle forze dell’ordine che raggiungono il territorio italiano, ad esempio. E invece ha sbagliato mira.

In compenso non ha avuto remore nel lucrare (male) sulla tragedia di una famiglia. E così anche Tajani è sbarcato di gran lena sulla battigia dei fomentatori. Bravo, bravissimo.

Buon mercoledì.

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Far pagare le cure ai no vax è una scemenza incostituzionale

Poi un giorno ci interrogheremo sull’utilità di infiammare lo scontro, su questo approccio frontale e muscolare contro i dubbiosi del vaccino da parte di quelli che avrebbero tutti gli strumenti a disposizione per prendersi in toto le proprie responsabilità e assumere le decisioni conseguenti. Lo scontro tra la politica che vorrebbe indurre al vaccino e le diverse sfumature di no vax (e no green pass) sta ingenerando un caos normativo che trasforma il tutto in una zuffa tra bighelloni, svilendo l’approccio giuridico (e scientifico) nei confronti della pandemia e inevitabilmente tendendo la mano a coloro che sfruttano il caos per racimolare un po’ di voti e per concimare un po’ di propaganda.

L’ultimo in ordine di tempo è l’assessore alla sanità del Lazio che stentoreo chiede che “i no vax si paghino le cure” e come ogni volta succede è tutto un profluvio di applausi e pacche sulle spalle. Anche Mauro Minelli, immunologo e allergologo coordinatore per il sud Italia della Fondazione per la Medicina personalizzata rilancia: “I non vaccinati contro Covid-19 che non hanno alcuna legittima controindicazione all’inoculo del vaccino dovrebbero essere obbligati a pagarsi le visite, i ricoveri e i farmaci in caso di Covid”. I giornali e i politici da social ovviamente vanno a nozze: cosa c’è di meglio di una bella tensione tra fazioni per ottenere un po’ di visibilità da una o dall’altra parte? Gli scontri sul vaccino, non è un caso, hanno portato alla ribalta personaggi inimmaginabili che difficilmente avrebbero potuto trovare un palco nazionale su cui potersi trastullare.

La salute, la politica e le leggi però (per fortuna) sono una cosa terribilmente seria: la Costituzione italiana (quella Carta che viene sventolata troppo spesso come roncola contro questo o quell’avversario) sancisce che il Servizio sanitario nazionale sia universale ovvero che garantisca tutte le cure necessarie al di là di ogni possibile causa. Altrimenti verrebbe fin troppo facile pensare che anche i danni provocati dal fumo, dall’abuso di sostanze e perfino da un incidente a causa dell’alta velocità potrebbero essere addebitati. No? Vitalba Azzolini (giornalista che in questi mesi convulsi prova a tenere la barra dritta su norme e diritti) in un suo pezzo per il quotidiano Domani dello scorso 28 luglio ha spiegato bene “che, nemmeno ove la vaccinazione divenisse obbligatoria, la sanzione per la violazione dell’obbligo potrebbe consistere nell’annullamento di diritti inviolabili, come quello alle cure. E mettere a carico di un no-vax anche solo alcune spese sanitarie potrebbe comportargli l’impossibilità di curarsi”.

Poi c’è un punto squisitamente politico: “forzare” il diritto per spingere le persone a vaccinarsi senza preoccuparsi di garantire trasparenza sulle evidenze scientifiche che determinano le decisioni. La trasparenza dei dati sui quali vengono poi prese decisioni pubbliche (vale ad esempio per il green pass la cui validità è stata prorogata da 9 a 12 mesi proprio nel momento in cui alcuni studi rilevano la riduzione della durata della protezione del vaccino) è un elemento fondamentale di ogni sana democrazia: il rischio dell’autoritarismo (che non ha niente a che vedere con la “dittatura sanitaria” di cui cianciano certi strumentalizzatori) è sempre dietro l’angolo se non si chiarisce la natura delle proprie decisioni (sanitaria o politica) con l’evidenza pubblica di tutti gli elementi a disposizione.

Oppure il governo “dei migliori” prenda una decisione netta e precisa: la Costituzione prevede che possa essere imposto un determinato trattamento sanitario (in cui rientrano anche le vaccinazioni) con una legge dello Stato. Con la sentenza 5/2018 la Corte Costituzionale ha affermato che un eventuale obbligo vaccinale debba essere “diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri” e che ogni restrizione della sfera individuale (lo spiega benissimo sempre Vitalba Azzolini) “dev’essere motivata la proporzionalità alla gravità della situazione su cui interviene; l’adeguatezza e la necessarietà al fine cui è indirizzata; la minore pervasività rispetto ad altre soluzioni”.

Vale davvero la pena provocare e minacciare con un certo paternalismo? La politica faccia la politica, è lì per quello, e se ne assuma le responsabilità. Altrimenti la cura della comunicazione è l’unica soluzione, evitando strafalcioni giuridici che inquinano solamente un quadro già torbido.

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Il leghista Borghi non ha imparato la lezione di Kabul: guerre e morti non fermano il delirio anti migranti

Tutte le guerre sono inutili, inutili e dannose per tutti, tranne che per i signori della guerra che con le guerre ci guadagnano moltissimo. Eppure in uno slancio di ottimismo (per quanto sia difficile coltivare ottimismo in queste settimane così buie) sarebbe stato quasi lecito pensare che le immagini che arrivano a quintali da Kabul potessero davvero smuovere le coscienze, spostare l’angolo di osservazione a chi chiama “emergenza” l’accoglienza senza avere il vocabolario della fuga, della guerra e della paura.

Forse, mi è venuto da pensare, forse quei bambini che vengono passati di mano in mano come fagotti da fare scivolare velocemente fuori dal recinto dell’orrore, avrebbero potuto aggiungere parole nuove ai bambini che arrivano nel Mediterraneo cotti dal mare e dal sole, forse adesso sarebbe stato più facile riconoscere che hanno la stessa forma di bambini di quelli che sulla rotta balcanica si spaccano i piedi al gelo o di quelli che a Lesbo si nutrono come ruderi con gli avanzi marci di cibo e i fucili puntati sugli occhi. Forse anche i talebani avrebbero potuto essere utili, questa smania dell’Occidente di raccontarli in tutte le loro più feroci e appuntite sfumature, questa inaspettata attenzione per gli scricchiolii dei diritti mentre si sgretolano e tutti li avevano ormai dati per scontati, forse queste persone che sanno già di essere sul libro nero dei nuovi padroni avrebbero potuto raccontare perché si scappa, ci si imbarca o ci si incammina su percorsi che spesso paventano la morte eppure sono l’unica soluzione possibile per non morire di pallottole o perfino non morire di paura.

La dittatura, anche quella, anche la dittatura mi sono detto forse ristabilisce le giuste proporzioni delle cose, magari ci insegna a usare con più cautela le parole ché sprecare parole troppo grandi per drammi molto piccoli rischia sempre di sminuire i drammi veri e invece nemmeno i talebani che uccidono i musicisti e i comici, nemmeno i talebani che piantonano con i fucili in pugno i giornalisti mentre conducono il telegiornale, nemmeno i talebani che obbligano le donne a nascondersi, nemmeno i talebani che usano le ragazze come carne da macello, nemmeno quelli sono riusciti ad accendere un po’ di imbarazzo tra gli agitatori che vedono dittature dappertutto, nelle mense e nei ristoranti. Niente, di niente, nemmeno i morti e le guerre funzionano.

Ieri il deputato leghista Claudio Borghi (uno di quelli che con il cattivismo salvinista è riuscito a ottenere un po’ di luce) ha pensato bene di condividere una foto dei migranti sbarcati con un barcone a Lampedusa aggiungendo la frase “Mi raccomando, in Sicilia zona gialla quindi non più di quattro al tavolo al ristorante e mascherine all’aperto”. Avete capito bene? Dice Borghi che è davvero una vergogna che questi dopo essere stati stuprati, derubati, pestati, imprigionati e torturati si permettano di rischiare la vita senza nemmeno la mascherina e per di più assembrandosi su un barcone mentre i poveri siciliani devono sorseggiare il loro spritz nei tavolini all’aperto. Sembra incredibile ma l’ha proprio scritto così. Esattamente come continuano a farneticare di dittatura sanitaria coloro che vogliono esercitare il diritto di non vaccinarsi eppure vorrebbero anche esercitare il diritto di deridere e infettare pure quelli vaccinati.

Mentre a Kabul una famiglia è stata devastata dai missili (di un drone degli USA che esportano democrazie e vittime collaterali in scioltezza) questi riescono a immaginare una “guerra” che si giocherebbe con aghi e siringhe. Le proporzioni, appunto: l’obbligo di usare la mascherina confrontato alla perdita di diritto di opinione, di parola e di identità che avviene in questi giorni in Afghanistan si sperava che risultasse talmente inopportuno da essere perfino immorale e invece è un mantra che continua senza nemmeno scalfirsi.

C’era da sperare che almeno il dolore avesse svolto un ruolo pedagogico, che avesse potuto insegnare (anche poco) il senso della misura nelle diverse disperazioni. E invece niente. Intanto nel 2021 più di mezzo milione di afghani ha lasciato il Paese ed è in giro per l’Europa. L’Europa si prepara a essere ancora fortezza e perfino le parole normalmente ragionevoli del Presidente Mattarella (che sottolinea la solidarietà nei comunicati stampa che non sfocia mai nei fatti) lo fanno apparire uno statista. Avremmo potuto trarre almeno un piccolo insegnamento dalla guerra ma anche quella battaglia ormai è già bell’e persa.

L’articolo Il leghista Borghi non ha imparato la lezione di Kabul: guerre e morti non fermano il delirio anti migranti proviene da Il Riformista.

Fonte

Se ne fottono, dei vaccini e del Green pass

Giornalisti, medici: l’escalation della violenza continua spostandosi dalle piazze (dove Forza Nuova e CasaPound cercano di cavalcare politicamente la protesta) fino agli scontri fisici. E non è una cosa da sottovalutare

Non è la prima volta anche se ha tutta l’aria di essere un’escalation.

Durante una manifestazione di fronte al ministero dell’Istruzione a Roma Francesco Giovannetti è stato minacciato di morte e poi colpito da un manifestante. «Pochi minuti prima dell’inizio formale del sit-in, un uomo mi ha colpito in faccia con 4-5 cazzotti – racconta Giovannetti – dopo avermi minacciato. Non mi lasciava andare, ma per fortuna erano presenti agenti della polizia che sono intervenuti». Giovannetti aggiunge: «Ero lì da cinque minuti, ho chiesto a un gruppetto di persone se avevano voglia di parlare, di rispondere a delle domande. Mi hanno chiesto per chi scrivessi e hanno iniziato a criticare Repubblica, ma in maniera civile. Solo poi quest’uomo, non so chi fosse o che ruolo avesse, si è girato, ha mimato il gesto di sgozzarmi, ha detto “ti taglio la gola se non te ne vai” e quando gli ho chiesto se stesse minacciando mi ha aggredito e colpito».

Matteo Bassetti (che per uno strano gioco di specchi pure è stato l’idolo della destra aperturista e paranegazionista in un certo periodo della pandemia) è stato inseguito sotto casa da un 46enne che lo ha minacciato urlandogli «Ci ucciderete tutti con questi vaccini e ve la faremo pagare». «Continuo a ricevere minacce ogni giorno dai no-vax, hanno fatto girare il mio cellulare. Sono stato riempito di messaggi, telefonate e insulti con minacce a me e alla mia famiglia», racconta Bassetti. Anche il virologo Pregliasco ieri a Il Fatto Quotidiano ha confermato le continue chiamate ricevute dai No vax e no Green pass: «Ricevo chiamate in serie, tre-quattro di fila, su numeri privati. Mi rivolgono minacce di morte, dicono che la pagheremo».

Giornalisti, medici: l’escalation della violenza dei No vax o No Green pass o no una cosa qualsiasi continua spostandosi dalle piazze (dove Forza Nuova e CasaPound cercano di cavalcare politicamente la protesta) fino agli scontri fisici. E non è una cosa da sottovalutare perché di mezzo c’è la volontà non tanto di rivendicare la propria libertà personale (pensiero che non c’entra nulla con le violenze in campo, infatti durante la manifestazione di Roma e in altre occasioni i politici che hanno tentato di strumentalizzare la protesta sono stati pesantemente fischiati e poi allontanati) ma c’è un vero e proprio tentativo di sovvertire l’ordine democratico. Siamo alle solite: mischiati tra i liberi cittadini che protestano (esercitando un loro diritto) ci sono i soliti fascistelli che cavalcano qualsiasi malumore per esistere. Esistono solo nelle scintille che accendono le violenze. Esistono solo immaginandosi nemici che non esistono perché in fondo non esistono nemmeno loro: non hanno niente da dire, non hanno niente da aggiungere. Solo pugni e bastoni. Vi ricorda qualcosa?

Buon martedì.

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Elogi a Salvini, critiche al Ddl Zan, nessun mea culpa sui dl sicurezza: caro segretario Letta, tutto bene?

Che giornata storta per il Partito Democratico e, soprattutto, che giornata storta per le sorti del centrosinistra (e ci mettiamo dentro anche il Movimento 5 Stelle visto che dalle parti del centrosinistra l’asse con il Movimento guidato da Conte viene dato per scontato): nel giro di qualche ora accade che il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano (uno che tenta sempre di apparire “altro” dal PD perché ha scambiato l’estraneità con l’indipendenza) riesca a intravedere “una visione di Paese” nell’azione politica di Matteo Salvini, poi accade che il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca (un leghista che poiché sa usare i congiuntivi è stato dirottato tra i democratici) prenda a cannonate il Ddl Zan e infine accade che il leader del Movimento 5 Stelle che in un’intervista critichi Salvini attaccando i decreti sicurezza che lui stesso ha avallato da Presidente del Consiglio.

Michele Emiliano durante l’evento “La Piazza”, la kermesse organizzata a Ceglie da Affaritaliani.it, ci tiene a dirci che “Salvini sta facendo un grande sforzo per delineare una visione di Paese, ed è uno sforzo che ha dei costi politici”. Aggiungendo: “Salvini è un politico che ha una sua onestà intellettuale“.

Che la “visione del Paese” di Salvini sia qualcosa che puzza di ferocia e della peggiore destra di sempre sembra un particolare di poco conto per Emiliano che mica per niente qualche settimana fa spese parole di elogio per il sindaco di Nardò Pippi Mellone, da sempre vicino a Casapound, parlando di “politica e amicizia che non possono essere disgiunte”.

Forse anche per questo spesso il presidente pugliese ha dimostrato di intendere il suo partito come una compagnia di giro. Sull’onestà intellettuale di Salvini (che oggi rilancia indignato l’uccisione di un cane con colpi di arma da fuoco dopo avere sommariamente già assolto un suo assessore che invece spara alle persone) l’uscita di Emiliano è qualcosa che ha a che fare più con il teatro dell’assurdo che con la cronaca politica. Viene difficile perfino scrivere un commento.

Vincenzo De Luca, ospite della festa dell’Unità nazionale di Bologna, dice con la solita pacatezza dell’Erdogan alla pummarola che il “decreto Zan” (che poi sarebbe un disegno di legge, provi a studiare un po’ di più caro De Luca) così com’è non lo avrebbe votato: “Ma davvero pensate che alle elementari facciamo la giornata di riflessione sull’omotransfobia? Ma andate al diavolo”, ha tuonato.

Del resto lo scrivo De Luca pensa probabilmente che i diritti si conquistino con i lanciafiamme, coma al solito. Peccato che ora la macchietta non faccia più ridere nessuno. Poi c’è un altro piccolo capolavoro: “Noi siamo narcotizzati, – dice De Luca – quando sento parlare tanti dirigenti nazionali io dopo 30 secondi devo cambiare canale. Non ce la faccio più. Ti viene veramente l’angoscia, sono anime morte”.

Del resto che la politica per qualcuno sia uno strapagato show quotidiano sembra evidente. Un piccolo dettaglio: De Luca è in politica dal 1975, sentirlo superficialmente agitare il feticcio del “rinnovamento” (lui che si è rinnovato facendo eleggere il figlio in Parlamento) è qualcosa di tragicamente comico. Alla De Luca, insomma.

Infine c’è Giuseppe Conte che attacca Salvini attaccando i decreti sicurezza emanati durante il suo primo governo. Conte si è accorto che “I decreti sicurezza hanno messo per strada decine di migliaia di migranti dispersi per periferie e campagne.

L’eliminazione della protezione umanitaria ha impedito a molti migranti di entrare nel sistema di accoglienza e ad altri di farli uscire in quanto non aventi più titolo, con il risultato che migliaia di migranti sono diventati invisibili”.

Erano esattamente l critiche che scrivemmo sommessamente da più parti e che vennero tacciate di buonismo (anche da Conte e anche dal M5S). Felice che abbia cambiato idea, peccato intanto che siano passati altri due governi. Un po’ di tempo s’è perso, insomma.

Forse sarebbe il caso che, oltre ad attaccare Salvini, Conte trovi il coraggio di chiedere personalmente scusa e soprattutto che ci dica quali politiche intenderebbe mettere in campo in tema di accoglienza e immigrazione. Sarebbe più utile, francamente. Caro segretario Enrico Letta, tutto bene? Davvero?

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Tanto per sporcare la narrazione

Per gli afgani c’è tanta solidarietà a parole da parte di certi politici ma non l’accoglienza, come ha detto anche il presidente Mattarella a Ventotene

Qualche notizia per sporcare la narrazione fiabesca, perché il giornalismo dovrebbe servire per disturbare la narrazione mica per amplificarla, è d’uopo segnalare qualche fatto di questi ultimi giorni, scusate se interrompiamo la strumentalizzazione della guerra che qui dalle nostre parti diventa addirittura eroismo. Perché fa schifo, detta così.

Lorenzo Cremonesi e Marta Serafini firmano un importantissimo articolo sul Corriere della Sera (mica sul gazzettino degli antiamericani, sul Corriere della Sera) e descrivono i talebani belli pasciuti con le armi lasciate dall’esercito Usa che è scappato in fretta e furia: «Se la gente di Kabul – scrivono – non sapesse che sono talebani, verrebbe da pensare che gli americani controllano ancora in forze le zone di accesso all’aeroporto e i punti cruciali della capitale. Viaggiano sui gipponi americani, indossano uniformi delle forze speciali Usa, hanno i loro elmetti, i mitra, i visori notturni, gli stivaletti, i loro giubbotti antiproiettili e zainetti tattici». Gli Usa, tra i loro mille errori, hanno armato anche i loro nemici. Geni.

A proposito dell’attentato avvenuto all’aeroporto di Kabul, si legge sempre nell’articolo, «la Bbc riporta testimonianze secondo cui i morti non sarebbero solo dovuti alla bomba dell’Isis, ma anche agli spari dei soldati statunitensi nella confusione appena seguente, quando sembrava che un commando terrorista stesse cercando di superare il filo spinato per irrompere nel terminal. “C’erano dei militari americani, con accanto dei soldati turchi. Gli spari sono venuti da loro, dai soldati”, ha spiegato il fratello di una delle vittime. Un altro testimone si dice sicuro che a uccidere un ex collaboratore degli Usa siano stati i militari statunitensi. “Come faccio a essere certo? Per il proiettile. Sul corpo non c’erano ferite, ma solo un proiettile che lo ha colpito proprio dietro l’orecchio”».

Dall’ospedale di Emergency (perché tra tutti i miliardi di dollari spesi non si sono trovati gli spiccioli per fare un ospedale e solo una delle tante odiate Ong se ne deve occupare) fanno sapere di avere ricevuto 4 pazienti morti all’arrivo tutti con proiettili in testa. «Non possiamo smentire né confermare», è costretto a dire il portavoce del Pentagono John Kirby.

I talebani sono cambiati? Sì, come no. Le classi sono divise tra maschi e femmine. Le maestre sono a casa e non sanno se ricominceranno a lavorare. La ministra Cartabia ha (giustamente) sottolineato come le donne impegnate nell’ambito della Giustizia (giudici e avvocatesse) rischino addirittura la vita. Nel distretto di Andarab, qualcuno ha ucciso un musicista tradizionale, Fawad. La sua colpa: suonare ai matrimoni. Si usa qui, ma non nelle zone talebane. La musica è particolarmente indigesta ai nuovi-vecchi padroni del Paese. A Kandahar, il governatore ha vietato a radio e tv di trasmettere musica e mostrare donne in video. I talebani sono cambiati? No.

A proposito di narrazione che andrebbe depurata, il Presidente della repubblica Mattarella dice una cosa che potrebbe sembrare banale: «In questi giorni una cosa appare sconcertante, e si registra nelle dichiarazioni dei politici in diverse parti d’Europa. Esprimono grande solidarietà agli afgani che perdono libertà e diritti, ma… “che restino lì’’, non vengano qui perché non li accoglieremmo. Questo non è all’altezza del ruolo storico e dei valori dell’Unione». E invece è rivoluzionaria perché la disumanità di questi più di qualcuno vorrebbe normalizzarla e invece fa schifo.

Ecco, non abituarsi. Non abituarsi mai a quello che vorrebbero inocularci. Mai.

Buon lunedì.

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Ma chi abbiamo salvato in Afghanistan?

Chi abbiamo salvato in Afghanistan? Non è una domanda da poco, le democrazie si misurano dalla capacità di progettare e istituire sistemi che rispondano in modo sistematico ai bisogni. Le buone democrazie, quelle con un impianto valoriale e legislativo solido, non hanno per forza bisogno di “brave persone” per funzionare poiché sono talmente robuste da garantire una veloce individuazione dei bisogni e una pronta e costante risposta.

Dopo 20 anni imbottire 87 aerei in 15 giorni può considerarsi un successo?

Chi abbiamo salvato in Afghanistan? Il ministero della Difesa guidato da Lorenzo Guerini snocciola i numeri dopo l’ultimo decollo di ieri alle 18.35 dell’ultimo C-130J in direzione Fiumicino: con 87 voli sono state evacuate 5.011 persone di cui 4.890 cittadini afghani di cui 1.301 donne e 1.453 bambini. Guerini parla di «un’operazione molto delicata e complessa sin dalle fasi iniziali», di «un numero di persone ben oltre superiore a quello previsto inizialmente» e ringrazia «l’operato dei nostri militari, silenzioso e costante». Un ponte aereo in piena emergenza non è roba da poco: richiede professionalità, lucidità, mezzi e organizzazione. Però, chi abbiamo salvato in Afghanistan? Perché stiamo parlando di una vera e propria occupazione militare che è durata 20 anni, di un dispendiosissimo impegno in termini economici e di tempo: in 20 anni imbottire 87 aerei negli ultimi 15 giorni è un successo? Posta così la domanda fa tutt’altro effetto, vero?

chi ha salvato l'occidente in afghanistan
Cittadini afghani imbarcati in un aereo militare Usa (Getty Images).

L’11 settembre si è ripetuto, 20 anni dopo

E qui forse conviene fare il primo slancio per uscire dalla narrazione edulcorata e compita di queste ultime due settimane, dove a molti fa comodo lasciare intendere che qualcosa si sia abbattuto sull’Afghanistan e poi l’Occidente sia intervenuto con prontezza per salvare il salvabile quando invece tutto quello che non è stato salvato è sua responsabilità: sono 38,04 milioni gli abitanti in Afghanistan censiti nel 2019. Lo stato di salute dell’Occidente si misura anche nell’onestà intellettuale che si usa per raccontare le proporzioni: in un Paese in cui «in questo momento metà della popolazione rischia di morire di fame e di sete e di non avere un tetto sopra la testa» (parole di Carlotta Sami, portavoce di Unhcr) qualche migliaio di persone sono state salvate dall’Occidente travestito da salvatore (immaginate un salvatore che salva la sua stessa vittima dopo averci convissuto 20 anni, ma ne salva solo la falange di un dito) sono un risposta immorale, gravemente minuscola e che non si può regalare a una narrazione fiabesca. Non possiamo concederlo, non dobbiamo concederlo. L’11 settembre 2001 si è ripetuto 20 anni dopo, le stesse bombe, gli stessi corpi che stramazzano dal cielo, e 20 anni non si incipriano con le foto opportunistiche delle ultime ore. Mi spiace, no. Davvero, no.

la fine delle evacuazioni e il fallimento in afghanistan
Militari britannici e Usa impegnati nelle operazioni di evacuazione (Getty Images).

Ecco chi è finito nelle Schilnder’s List dei Paesi occidentali

Ma chi abbiamo salvato in Afghanistan? Abbiamo salvato le persone che hanno avuto la sorte di finire sulle Schindler’s List dei Paesi occidentali per avere collaborato con loro, per avere brigato con pezzi delle loro diplomazie. Abbiamo salvato quelli che hanno avuto il “merito” di esserci amici. Sia chiaro: è un metodo proficuo per individuare una priorità in caso di emergenza. Ma quelli che non sono entrati nelle liste? Quelli che rischiano e moriranno senza avere avuto la fortuna di entrare nei radar di qualche Paese straniero? «Dobbiamo salvare chi ha lottato con noi», ha detto il generale Petraeus che ha guidato il contingente Usa in Afghanistan, con la solita trappola del guardare gli altri solo in riferimento a noi stessi. Abbiamo salvato gli amici e gli amici degli amici. Quindi abbiamo dato la priorità alle disperazioni più appuntite? No. Le famiglie allo stremo fuori dai riflettori di Kabul, periferiche per luogo e per condizione, non abbiamo avuto il tempo nemmeno di sentirle. Compilare una lista di salvabili significa prendersi l’enorme responsabilità di escludere gli altri. Ci abbiamo pensato? Ci penseremo? Viene da scommetterci che no, che quelli saranno gli avanzi di una festa che ha già svolto il suo ruolo per fomentare un po’ di superficiale perdono e anche quelli finiranno con i piedi congelati nel prossimo inverno a percorrere la rotta balcanica cozzando contro i bastoni e i fili spinati.

L’Occidente si illude di aver salvato almeno la faccia

Chi abbiamo salvato in Afghanistan? Abbiamo salvato i bambini, dicono, perfino i bambini che sono passati sopra le teste della mandria accalcata ai cancelli dell’aeroporto non prima di una foto da spedire in giro. Gli abbiamo detto «siete troppo dolci e carini per lasciarvi sbudellare dalle bombe nel canale di scolo dell’aeroporto e quindi vi portiamo da noi». Dei loro genitori invece niente: «I bambini hanno bisogno di un papà e di una mamma», si sente ripetere da anni ma se il papà è afghano allora niente, la regola non vale e siamo a posto così. Chi abbiamo salvato in Afghanistan? Abbiamo salvato la faccia. Almeno così credono quelli per cui la politica è l’ingegneristica produzione di una sensazione che duri almeno fino alle prossime elezioni. Negli ultimi 10 anni nei Paesi dell’Unione europea sono arrivate circa 697 mila richieste di protezione da parte di afghani: lo sentite lo scricchiolio dei numeri di questi giorni di fronte alla realtà più ampia e rispettata nella sua complessità?

fallimento dell'occidente e evacuazione dall'afghanistan
Operazioni a un checkpoint al confine tra Afghanistan e Pakistan (Getty Images).

Chi abbiamo salvato in Afghanistan? Siamo alle solite: l’Occidente che si era prefissato lo scopo di essere la patria del diritto dove i bisognosi potevano godere del diritto di essere accolti si è sfaldato. Basterebbe avere l’onestà di dirselo. Nell’Occidente si entra per amicizia, per merito, per utilità o perché si è finiti in una lista. E pensare che l’Occidente farebbe l’Occidente ogni volta che qualcuno arriva sulla battigia, nudo, apre le braccia e dice: «Non so niente, non ho niente, non sono capace di fare niente, sono niente» e nessuno gli chiede nient’altro che della sua disperazione. Pensate come suona un’utopia oggi il pensiero fondante di una parte di mondo. Buona fortuna agli afghani e buona fortuna a noi. Presto avremo 240 milioni di migranti di cui un 20 per cento per motivazioni “politiche” e tutto il resto per desertificazione e inondazioni. Chi abbiamo salvato in Afghanistan? Per l’ennesima volta ci illudiamo di esserci salvati. Poveri noi.

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Lasciati a nuotare nel sangue

Delle vittime Usa negli attentati a Kabul conosceremo presto i sogni, le professioni, i talenti. Mentre gli afghani rimangono vittime necessarie anche se collaterali di una guerra che è già annunciata

Ma dai, l’avevo scritto in tempi non sospetti che sarebbe finita male e invece tutti i grandi cultori della diplomazia (quelli che ci rivendono la tiepidezza come arguta capacità politica) hanno provato a dirci che l’Afghanistan fosse necessario, che la guerra ventennale fosse giusta e perfino che la ritirata vigliacca fosse un capolavoro. E invece niente.

Perché sostanzialmente ieri è successo quello che doveva succedere, ovvero che un popolo tenuto sotto la bolla di un’occupazione militare si scopre oscenamente nudo appena quelli cominciano a togliere le tende, apparecchiare armi e bagagli e prepararsi ad andarsene dopo uno degli accordi più feroci, stupidi e irresponsabili della storia.

Il numero dei morti non si sa ancora, non si ha un numero definitivo mentre preparo questo Buongiorno, ma si dice almeno 60 vittime; 60 morti tra quella fiumana di persone in fila che già erano diventate carne, carne in fila per provare ad entrare dentro un buco, già cannibalizzate dall’avere la speranza come unico spiraglio per respirare. Un attentato contro civili inermi che ostenta tutti i denti come ostentano il morso coloro che lavorano sul palcoscenico del mondo utilizzando il terrore: i terroristi. E il palcoscenico internazionale anche questa volta è stato apparecchiato dall’Occidente che vorrebbe esportare la democrazia e invece non sa nemmeno organizzare una dignitosa ritirata.

Ora, per un secondo, proviamo a guardarla restando umani: ci sono persone in fila che vengono sorteggiate per cavalcare gli ultimi voli in partenza in base alle conoscenza, mica in base ai bisogni. Una Schindler’s List che fa venire le vertigini ogni volta che spericolatamente si osa pensare a quelli rimasti fuori. La comunicazione di queste ore è già disumana: si dividono i morti civili afghani da quelli americani, anche i morti da quelle parti hanno un diverso prezzo al chilo. Delle vittime Usa conosceremo presto i sogni, le professioni, i talenti; mentre gli afghani rimangono vittime necessarie anche se collaterali di una guerra che è già annunciata: da quelle parti sarà un macello e un macello per essere a forma di macello ha bisogno di carne. Quelli sono carne.

Biden dice “i terroristi ci hanno attaccato”. Falso, falsissimo, ancora una volta. I terroristi sono andati a prendersi con i denti un territorio lasciato scoperto e impoverito nonostante 20 anni costosissimi di guerra. Che l’ospedale di Emergency abbia dovuto farsi carico di tutti i feriti è la dimostrazione più significativa di come il volontariato si faccia carico di ciò che spetterebbe agli Stati. Anche per questo Gino Strada è stato un grande uomo di Stato, nonostante questi ne abbiano paura.

Gli italiani sono partiti, tutti. Sono partiti i diplomatici e i militari. Li abbiamo lasciati nel sangue.

Bravi, tutti.

Buon venerdì.

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SOMMARIO

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Durigon scricchiola

Il salvinisissimo sottosegretario leghista, che con le sue parole è riuscito in un colpo solo a infangare l’antifascismo e la storia dell’antimafia, ora rischia la poltrona

E alla fine il salvinisissimo Durigon scricchiola, il sottosegretario all’Economia leghista che è riuscito a infilare una serie di strafalcioni uno dopo l’altro, passando dall’avere demolito un sindacato per regalarlo a Salvini e ottenere in cambio una candidatura, poi riuscendo a cimentarsi nella figura barbina di essere registrato da una telecamera nascosta di Fanpage.it mentre rassicurava un suo elettore sull’inchiesta circa i 49 milioni di euro fatti sparire dalla Lega (che restituirà in comode rate che un cittadino normale si può solo sognare) e infine ha pensato bene di proporre l’intitolazione a Arnaldo Mussolini di un parco a Latina che è dedicato a Falcone e Borsellino. Insomma, Durigon è l’esempio perfetto del politico salviniano, di quel neofascista che non ha nemmeno il coraggio di ammetterlo, arrivato al potere con la boria del protagonista da bar, prestato alla politica per poter esibire un po’ di potere barzotto, degno cantore dei prepotenti nostrani.

Durigon scricchiola e alla fine Salvini al meeting sacro di CL di Rimini (lì dove tutti i potenti di ogni specie fanno la fila per baciare la pantofola) è costretto ad ammettere che con Durigon ci deve parlare per «decidere cosa sia meglio per la Lega e per il Governo», di fatto scaricandolo con la solita vigliaccheria di chi sa essere forte con i deboli ma non riesce mai a non essere debole con gli amici e gli amici degli amici. «Quando si hanno responsabilità di governo, occorre stare sempre attenti quando si parla…» ha detto ieri Giorgetti, che nella Lega è riuscito a travestirsi da serio e acuto politico, nonostante la Lega.

E non è un caso che sulla pessima simbologia delle gesta di Durigon sia intervenuta buona parte dell’associazionismo e della società civile: riuscire in un colpo solo a infangare l’antifascismo e la storia dell’antimafia è un colpo da maestro dell’idiozia.

Resta da registrare il silenzio del presidente del Consiglio Mario Draghi che, come troppo spesso accade, non proferisce parola quando non si tratta di numeri. Va bene così: i fan del governo tecnico potranno registrare con gioia l’assenza del governo sulle questioni ideologiche, esattamente come piace a loro.

Sullo sfondo è sicuramente molto felice Giorgia Meloni: Durigon è l’ennesima briciola di uno sbriciolamento di Salvini che diventa valanga. Ma, badate bene, non è una buona notizia: forse stiamo parlando del Salvini sbagliato se non ci rendiamo conto che sarà Meloni a cavalcare verso una possibile vittoria e Giorgia Meloni è una che con i fascismi ha una familiarità addirittura più pericolosa.

Noi intanto si sta qui fuori alla finestra e si aspetta, si aspetta che arrivi il prossimo schizzo sulla Costituzione e che accada qualcosa per cui indignarsi di nuovo. Che accada qualcosa per cui sognare invece appare un’ipotesi sempre più lontana.

Buon giovedì.

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