Vai al contenuto

La vittimista più potente d’Italia è tornata in scena

Giorgia Meloni si è presentata in Parlamento e questa, per la democrazia, è già una buona notizia. Dopo mesi di selfie adolescenziali sui social, di concetti più simili a cori da stadio e di video patinati con fotografia da telenovela turca la presidente del Consiglio s’è fatta materia. Bene così. Avrebbe potuto stupirci concedendosi perfino a un nugolo di giornalisti ma troppo confronto…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

Occhi su Gaza, diario di bordo #185

L’8 aprile 2026, Defense for Children International-Palestine ha annunciato la cessazione delle attività dopo trentacinque anni. Dal 1991 l’organizzazione documentava detenzioni, torture e uccisioni di minori palestinesi, forniva assistenza legale ai bambini fermati dall’esercito israeliano. La motivazione è scritta nel comunicato: “criminalizzazione mirata delle organizzazioni palestinesi per i diritti umani da parte di Israele”.

Il meccanismo è stato progressivo. Nel 2021 Israele ha designato DCIP organizzazione terroristica e ha fatto irruzione nella sede di Ramallah, sottraendo computer e archivi. Nel 2025 una nuova legge ha imposto alle organizzazioni palestinesi di consegnare gli elenchi completi dei dipendenti “per escludere legami con il terrorismo”; chi rifiutava veniva bandito dall’1 gennaio 2026.

L’ultimo caso pubblicato prima della chiusura riguarda Adam Sayed Saleh Beit Dahman, quindici anni, ucciso in Cisgiordania nel marzo 2026. Le forze israeliane lo hanno colpito al bacino, picchiato e tenuto fermo l’accesso all’ambulanza per trenta minuti. È morto in ospedale un’ora e mezza dopo.

Nel comunicato con cui annuncia la propria fine, DCIP descrive la condizione dei bambini palestinesi: “genocidio, apartheid, occupazione militare e rapida espansione di insediamenti israeliani illegali”. Ogni termine è ancorato a un sistema di documentazione costruito in trentacinque anni e smantellato da Israele.

La stessa mattina, un drone israeliano ha ucciso Mohammed Wishah, corrispondente di Al Jazeera Mubasher, a Gaza City. Ore dopo il portavoce arabo dell’IDF ha ripostato su X un tweet del 2024 che descriveva Wishah come “comandante prominente” del braccio armato di Hamas. Il Gaza Government Media Office certifica 262 giornalisti uccisi nella Striscia dall’ottobre 2023.

L’articolo Occhi su Gaza, diario di bordo #185 sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Meloni alla Camera, ecco cosa non torna (dati alla mano) nell’informativa della premier sull’azione del governo

Questa mattina alla Camera, Giorgia Meloni ha detto che «abbiamo ridotto le morti nel Mediterraneo». I dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) registrano 765 morti tra il 1° gennaio e il 6 aprile 2026, contro i 303 dello stesso periodo 2025 e i 409 del 2024: più 152% su base annua, nel 2026 già definito dall’Oim il più letale dal 2014. Meloni ha spiegato di aver chiesto le dimissioni di due dei suoi perché «non ho tempo da perdere in polemiche»; ha annunciato centomila case in dieci anni salvo precisare pochi secondi dopo di non aver fatto «annunci roboanti in vista delle elezioni»; si è definita «garantista» nell’interesse della nazione. Tutto nella stessa aula, negli stessi minuti. Vale la pena seguirla, punto per punto. Ecco cosa non torna.

Il Mediterraneo che non torna

Gli arrivi sono calati: da 11.969 a 6.175 nello stesso periodo di confronto. Meno barche, molti più morti. È il risultato di una politica costruita sul blocco dei soccorsi che trasforma il mare in un dispositivo di selezione. Il 3 aprile il Tribunale di Trapani ha annullato le sanzioni inflitte a Mediterranea Saving Humans per il salvataggio della Mare Jonio dell’ottobre 2023: fermo e multa dichiarati illegittimi. Il naufragio di Pasqua: un barcone capovolto dopo 15 ore, 2 corpi, oltre 70 dispersi. I soccorsi li hanno prestati mercantili di passaggio. Le navi umanitarie erano ferme o lontane per effetto dei porti assegnati a centinaia di miglia dalla zona Sar. 

Poi Meloni cita Sigonella come prova che «l’Italia non ha condiviso la guerra in Iran». Il diniego ai bombardieri americani fu però procedurale: Washington aveva comunicato il piano di volo con gli aerei già in aria, senza l’autorizzazione preventiva richiesta dagli accordi bilaterali del 1954. Le basi continuano a essere operative. Inclusa quella di Camp Darby, in Toscana, snodo logistico cruciale per lo stoccaggio e il transito di armi e materiali.

Dal lavoro al Piano Casa

Andrea Delmastro, Fratelli d’Italia, condannato in primo grado a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio nel caso Cospito, aveva aperto una società con la figlia di un prestanome del clan Senese. Daniela Santanchè è a processo per falso in bilancio su Visibilia, indagata per bancarotta di Bioera e Ki Group, e per truffa all’Inps per la Cassa integrazione incassata mentre i dipendenti lavoravano in smart working. Entrambi erano stati difesi e tenuti in carica per mesi. Le dimissioni sono arrivate il 24 marzo, il giorno dopo la sconfitta referendaria: il 53% degli italiani aveva bocciato la riforma di Carlo Nordio. Oggi Meloni chiama tutto questo un gesto «garantista» nell’interesse della nazione. Santanchè, nella lettera, ha scritto «obbedisco». Il garantismo, di solito, non produce obbedienza su richiesta.

Sul precariato Meloni ha detto che «Schlein mente». I contratti a termine sono calati di circa 266mila unità dal 2022: quella cifra regge. Solo che la durata mediana degli stessi contratti si è accorciata, le persone con più di un lavoro per arrivare a fine mese superano i 3 milioni. La Commissione europea ha intanto deferito l’Italia alla Corte di giustizia dell’Unione europea per l’abuso sistematico dei contratti a termine nella scuola pubblica. 

Sul piano casa Meloni ha rivendicato l’annuncio delle 100mila abitazioni («tra alloggi popolari e alloggi a prezzi calmierati») in dieci anni, salvo aggiungere subito dopo: «Come vedete, non ho annunciato misure roboanti in vista delle elezioni». Quanto alle risorse, l’obiettivo è di mobilitare 1,2 miliardi di euro, integrando risorse Pnrr e fondi pubblici/privati. La premier rimanda al 1° maggio i provvedimenti per dare il via al Piano Casa: al momento, in legge di bilancio ci sono 50 milioni per il 2027 e 50 milioni per il 2028. È stata una mattina lunga.

L’articolo Meloni alla Camera, ecco cosa non torna (dati alla mano) nell’informativa della premier sull’azione del governo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Hannoun, la Cassazione annulla l’arresto: le prove dei Servizi israeliani inutilizzabili. Ma stavolta i garantisti restano in silenzio

Il 27 dicembre 2025, mentre mezza Italia era già in vacanza, la procura di Genova arrestava nove persone accusate di aver finanziato Hamas attraverso associazioni benefiche palestinesi. Tra loro Mohammad Hannoun, 64 anni, architetto, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, residente in Liguria da oltre quarant’anni. Nel giro di poche ore la politica aveva già emesso la sua sentenza.

Il garantismo che non c’era

Giorgia Meloni esprimeva “apprezzamento e soddisfazione”, ringraziava “a nome di tutto il Governo” e definiva Hannoun, secondo le parole degli investigatori, “vertice della cellula italiana dell’organizzazione Hamas”. Matteo Salvini spiegava che “alcuni milioni di fenomeni dovrebbero chiedere scusa” perché erano stati “in piazza dalla parte sbagliata”. Galeazzo Bignami (Fratelli d’Italia), capogruppo alla Camera, stabiliva che “chi sta dalla parte di questi soggetti non può ricoprire ruoli istituzionali”. L’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro delle Vedove chiedeva alla sinistra “accecata ideologicamente dal verbo pro Pal” se avrebbe chiesto scusa. Federico Mollicone (FdI) vedeva nell’arresto la prova che le opposizioni avevano “infiltrazioni di Hamas”.

Il Partito democratico scelse una strada diversa, ma non meno rivelatrice. Peppe Provenzano, responsabile Esteri nella segreteria Pd, rinnovava “la più ferma condanna per ogni forma di sostegno e complicità coi terroristi di Hamas”. Debora Serracchiani, responsabile Giustizia, esprimeva “gratitudine agli organi inquirenti” per il “tempestivo e preciso lavoro di prevenzione antiterrorismo”. Nessuno dei due trovò utile ricordare che un’accusa non è una condanna. La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno parlava addirittura di “un filo, un collegamento, tra la galassia putiniana italiana e quella pro Hamas”.

Il precedente che nessuno citava

Hannoun era già stato indagato due volte per le stesse ragioni. Nel marzo 2006 il gip di Genova Maurizio De Matteis aveva respinto la richiesta di arresto per mancanza di “gravi indizi”. Nel gennaio 2010 la pm Francesca Nanni aveva ottenuto l’archiviazione rilevando la “difficoltà, in alcuni casi impossibilità, di utilizzazione del materiale trasmesso da Israele, spesso raccolto nel caso di vere e proprie operazioni militari, peraltro senza l’osservanza dei principi fondamentali che regolano l’acquisizione delle prove nel nostro ordinamento”. Nel 2018 la procura di Roma aveva prosciolto per motivi analoghi. Tre archiviazioni. La stessa questione: le prove arrivano da Israele.

L’8 aprile 2026 la quinta sezione della Corte di Cassazione ha annullato con rinvio le ordinanze che confermavano la custodia cautelare di Hannoun e altri tre indagati. I ricorsi della procura di Genova contro la scarcerazione di Raed Al Salahat e Khalil Abu Deiah sono stati dichiarati inammissibili. Hannoun resta a Terni, carcere di massima sicurezza, in attesa che il Riesame rivaluti entro dieci giorni. L’annullamento con rinvio, infatti, non fa decadere gli arresti, ma prevede che un altro Riesame si pronunci.

Il punto è sempre quello: i documenti israeliani. Il Riesame di Genova li aveva già esclusi come fonte indiziaria perché trasmessi da un funzionario dello Shin Bet identificato solo come “Avi”, raccolti sul campo di battaglia senza verbale di sequestro. Anche i procuratori generali della Cassazione, nella requisitoria depositata prima dell’udienza, li avevano definiti “inutilizzabili” ai sensi dell’art. 191 del codice di procedura penale. Carte anonime, prive di garanzie processuali, fornite dall’intelligence di uno Stato in guerra su Gaza. La stessa obiezione del 2010.

Hannoun è ancora in cella. Il processo, se ci sarà, dovrà reggersi su prove diverse da quelle di chi intanto bombarda la Striscia. Le destre, che a dicembre avevano già scritto il finale, aspettano che qualcuno ricordi loro la parola “presunzione”. Gli altri nel centrosinistra che avevano preferito condannare Hamas piuttosto che difendere un principio, aspettano la stessa cosa.

L’articolo Hannoun, la Cassazione annulla l’arresto: le prove dei Servizi israeliani inutilizzabili. Ma stavolta i garantisti restano in silenzio sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il centrosinistra non può permettersi i fiancheggiatori di Netanyahu

Mentre scrivo non c’è una cifra considerata credibile dei morti e dei feriti che Israele ha provocato in Libano. Qualcuno dice che i feriti sarebbero almeno settecento, altri scrivono che sarebbero almeno trecento i morti mentre altri ancora sono sepolti sotto le macerie delle loro case da cui non sono riusciti a fuggire. Una notizia certa e verificata è che gli ospedali libanesi hanno terminato…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

Cuba, il blocco Usa affama l’isola e i malati pagano il conto. Il tema scompare dall’agenda del governo ma anche delle opposizioni italiane

Settantamila barili: la distanza tra quello che Cuba produce e quello di cui ha bisogno è diventata la misura della sofferenza di undici milioni di persone. L’isola ricava 40mila barili di petrolio al giorno dai suoi pozzi, ne consuma 110mila: il resto arrivava dal Venezuela prima, fino a quando Washington ha deciso che bastava. Dall’ordine esecutivo firmato da Donald Trump a gennaio 2026, qualsiasi paese che esporti greggio a L’Avana rischia dazi punitivi. Il Venezuela era già in ginocchio dopo l’Operazione Absolute Resolve. Il Messico ha scelto la prudenza. La Russia guarda altrove. Così l’incaricato d’affari Usa Mike Hammer ha potuto dirlo senza pudore: «Per anni i cubani si sono lamentati dell’embargo, ma ora ci sarà un vero embargo».

Il buio che entra negli ospedali

Sedici, diciotto, venti ore senza corrente ogni giorno. I blackout del 2026 hanno smesso di essere emergenza: sono la nuova normalità. E la nuova normalità entra nelle sale operatorie, blocca la catena del freddo dei farmaci, ferma le ambulanze senza carburante. José Ángel Portal Miranda, ministro della Salute cubano, ha elencato le vittime per nome di categoria: 5 milioni di cubani con malattie croniche rischiano l’interruzione di farmaci e trattamenti; 16mila pazienti oncologici in radioterapia, 12.400 in chemioterapia. «Questa situazione potrebbe mettere a rischio delle vite», ha dichiarato all’Associated Press. Frase che vale come eufemismo da parte di chi governa un sistema sanitario che fino a qualche anno fa esportava medici in tutto il mondo.

Il Pil dell’isola è caduto di oltre il 15% dal 2020: nel solo 2025 ha perso 5 punti percentuali. Dal 2022, 850mila cubani hanno lasciato il paese. Il segretario generale dell’Onu António Guterres ha avvertito: il collasso è imminente. Il 29 ottobre 2025, 165 paesi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite hanno votato per la fine dell’embargo: 7 contrari, 12 astenuti.

Diritti umani con asterisco

Il 2 aprile 2026 il Campidoglio di Roma ha approvato la Mozione 70/2026: solidarietà con Cuba, condanna del blocco, richiesta al governo italiano di intraprendere “iniziative diplomatiche a livello europeo e multilaterale”. Una deliberazione municipale approvata mentre Palazzo Chigi conserva un silenzio selettivo sul blocco petrolifero che affama un’isola a poche ore di volo.

Il governo Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) sull’Operazione Absolute Resolve ha descritto l’intervento militare americano a Caracas come “legittimo” in quanto “di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”. Sulla guerra in Iran: cauto supporto a Washington. Su Cuba: silenzio, fatta eccezione per due parole di circostanza espresse da Antonio Tajani durante il question time alla Camera. Il sistema delle libertà invocato contro Pechino o contro Mosca si inceppa quando il protagonista della coercizione è un alleato atlantico che poi stanzia 6 milioni di dollari in “aiuti umanitari” affidati alla Caritas, perché almeno il controllo resti a Washington.

Il doppio standard attraversa tutto il campo politico. Il centrosinistra, impegnato a costruire un’alleanza abbastanza larga da contenere tutto tranne le idee, ha preferito il calendario referendario alle crisi umanitarie inconvenienti: quelle dove il carnefice sfugge al vocabolario dell’antifascismo domestico. Nel centrosinistra nessuno ha trovato il modo di trasformare la crisi cubana in una battaglia riconoscibile: le agende di Elly Schlein (Partito Democratico) e Giuseppe Conte (Movimento 5 Stelle) restano occupate dalle primarie e dai referendum, non dai blocchi petroliferi.

Cuba ha un sistema politico a partito unico e le restrizioni alle libertà civili sono documentate. Solo che questo vale zero rispetto al diritto di undici milioni di persone a curarsi. Il blocco energetico colpisce chi è ricoverato, chi aspetta la chemioterapia sospesa per mancanza di corrente: i dirigenti del Partito Comunista Cubano dispongono di generatori propri. Questo la politica italiana lo sa. E tace lo stesso.

L’articolo Cuba, il blocco Usa affama l’isola e i malati pagano il conto. Il tema scompare dall’agenda del governo ma anche delle opposizioni italiane sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ungheria-Russia, il piano segreto in dodici punti svelato da Politico. E il doppio registro di Meloni: con Zelensky per le foto di rito, con Orbán per ideologia

Il 9 dicembre 2025, a Mosca, il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó e il ministro della Salute russo Mikhail Murashko firmano un piano in dodici punti. Energia, istruzione, sport, arte circense. Insegnanti di russo importati dall’est per le scuole di Budapest, scambi universitari, riconoscimento reciproco dei titoli. Il tutto siglato a margine della sedicesima riunione della Commissione intergovernativa russo-ungherese per la cooperazione economica, organismo attivo dal 2005, rimasto inattivo diciassette mesi esatti tra il novembre 2021 e il settembre 2024, e ripreso come se nel frattempo non fosse accaduto niente di rilevante in Europa.

Politico ha ottenuto i documenti, non resi pubblici fino a oggi. L’accordo apre alla presenza di compagnie russe in nuovi progetti di elettricità e idrogeno in Ungheria, prevede cooperazione intensificata su petrolio, gas e combustibile nucleare, sostiene un piano d’azione comune per lo sport 2026-2027. C’è anche una postilla elegante: i rapporti più stretti con Mosca non devono essere “incompatibili con gli obblighi dell’Ungheria derivanti dalla sua appartenenza all’Unione Europea”. Una formula che vale quanto il tappo su un pozzo aperto.

Topo e leone

Nell’ottobre 2025, secondo Bloomberg, Viktor Orbán (Fidesz) avrebbe detto a Vladimir Putin per telefono che avrebbe offerto aiuto «in qualsiasi modo possibile» e che l’Ungheria avrebbe fatto da «topo» al «leone» di Mosca. Il ministro Szijjártó, interpellato da Politico sui documenti, ha risposto che «la cooperazione bilaterale dell’Ungheria è guidata dall’interesse nazionale, non da alcuna pressione per conformarsi ai mainstream liberal di parte». Péter Magyar, leader del partito Tisza, l’opposizione di centro-destra che nei sondaggi raccoglie quasi dieci punti in più di Fidesz, ha parlato di «aperto tradimento». Domenica 12 aprile si vota.

La Commissione intergovernativa aveva sospeso le sue attività esattamente durante il periodo più acuto della guerra, riprendendo nel settembre 2024 con ritmo accelerato. Orbán aveva già bloccato pacchetti di aiuti militari europei all’Ucraina, si era opposto sistematicamente all’inasprimento delle sanzioni contro Mosca e ora aggiunge un piano strutturato in dodici punti. La traiettoria di un paese membro che costruisce dipendenza dalla Russia mentre la Russia bombarda Kiev non ha bisogno di interpretazioni supplementari: è scritta nei documenti.

Meloni, Zelensky e l’amico Viktor

Palazzo Chigi non ha commentato la notizia. Del resto non è tenuto a farlo, perché la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si era già pronunciata nel video elettorale di Orbán: «Tutti insieme stiamo dalla parte di un’Europa che rispetta la sovranità nazionale ed è orgogliosa delle sue radici culturali e religiose». Endorsement diretto. Il vicepremier Matteo Salvini, dal canto suo, ha scelto la sintesi: «Se vuoi la pace, vota Fidesz».

Meloni riceve Zelensky a Roma, cita la Carta delle Nazioni Unite, garantisce sostegno all’integrità territoriale ucraina. Orbán firma accordi con Mosca e dice a Putin di volerlo aiutare in qualsiasi modo. La distanza tra questi due piani, nella pratica diplomatica di Palazzo Chigi, è irrilevante: i due registri coesistono, uno per le conferenze stampa e uno per le amicizie operative. Salvini è la versione domestica di Orbán: meno continentale, altrettanto orientato a est quando si tratta di geopolitica concreta.

Il sistema funziona perché nessuno in casa chiede il conto. Zelensky va bene per le fotografie con la bandiera ucraina. Orbán va bene per l’ideologia. I documenti ottenuti da Politico raccontano cos’è l’Ungheria dentro l’Unione Europea: un avamposto di Mosca con il bollino comunitario. Il 12 aprile qualcuno potrebbe chiederlo agli ungheresi. Da noi si aspetta ancora.

L’articolo Ungheria-Russia, il piano segreto in dodici punti svelato da Politico. E il doppio registro di Meloni: con Zelensky per le foto di rito, con Orbán per ideologia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Global Sumud Flotilla si rimette in rotta, mille attivisti verso Gaza per rompere il blocco navale israeliano

Settecento morti dopo la pace. Il numero brucia più di qualunque titolo: dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, quello che il presidente Donald Trump ha ribattezzato “Board of Peace” e che i governi occidentali hanno salutato come una svolta, a Gaza sono morti almeno 702 palestinesi. I bombardamenti sulle tendopoli non si sono mai fermati del tutto. Il totale dal 7 ottobre 2023 ha raggiunto 72.278 vittime. È in questo paesaggio che il 12 aprile la Global Sumud Flotilla salperà da Barcellona con oltre mille persone a bordo, su più di cento imbarcazioni, rotta Gaza.

La logica è di una semplicità quasi imbarazzante. La espone Maria Elena Delia, insegnante torinese di matematica e fisica, portavoce italiana del Global Movement to Gaza: «Anche questa volta porteremo aiuti e puntiamo ad aprire un corridoio umanitario permanente. Se c’è la pace, allora non dovrebbe esserci un blocco navale e noi dovremmo poter arrivare serenamente. Se invece Gaza è ancora occupata illegalmente e c’è ancora un blocco, allora noi viaggiamo nuovamente per cercare di romperlo». Il sillogismo costringe Israele a scegliere quale versione di sé stesso mostrare al mondo. La risposta, finora, è sempre stata la stessa.

Da Barcellona alla Sicilia: la flotta più grande della storia civile

Questa edizione è più larga e più decisa delle precedenti. Le sigle che in passato avevano operato separatamente, dalla Freedom Flotilla Coalition a Thousand Madleens to Gaza, dal Sumud Convoy al Sumud Maghreb, navigano ora sotto un’unica egida. Accanto alle barche a vela ci sono la nave di Open Arms e la rompighiaccio Arctic Sunrise di Greenpeace, che fornirà supporto tecnico. Sul fronte terrestre, un convoglio di circa 300 mezzi partirà dalla Mauritaniaintorno al 20 aprile.

A bordo non ci sono solo attivisti. Ci sono medici, infermieri, psicologi, educatori, ingegneri. Delia è diretta: «Visto che sentiamo ripetere che è iniziata la fase della ricostruzione, vogliamo dare una mano». Nella realtà che Emergency documenta, gli aiuti entrano a singhiozzo, il 90 per cento degli edifici della Striscia è distrutto o inagibile, i camion autorizzati a scaricare ai valichi sono appena il 59 per cento di quelli che si presentano. La ricostruzione esiste nei comunicati del Board of Peace. Nelle tende degli sfollati, assai meno.

I porti italiani si svuotano

Da settimane i porti italiani si stanno svuotando. Le prime imbarcazioni sono salpate il 22 marzo da Livorno e Ancona. Il 29 marzo è toccato a Civitavecchia e Napoli, dove centinaia di persone hanno accolto la nave “Bianca” con un corteo lungo il lungomare. Il 7 aprile da Bari è partita un’altra barca, dopo una maratona di solidarietà di tredici ore sulla spiaggia di Pane e Pomodoro. Allo stato attuale 78 imbarcazioni sono già in rotta verso la Sicilia, dove tra il 20 e il 25 aprile avverrà il ricongiungimento con le navi da Spagna, Francia, Grecia e Turchia.

Gli ostacoli si moltiplicano. La rotta tunisina, indispensabile nell’edizione del 2025, è ora impraticabile: sette attivisti di Sumud Maghreb sono stati arrestati con accuse di frode e riciclaggio, in quello che molti dentro la coalizione leggono come un attacco politico. Poi c’è la variabile militare: l’anno scorso le forze israeliane abbordarono la flottiglia a 70 miglia dalla costa, arrestarono i partecipanti e li deportarono in Israele dopo aver danneggiato comunicazioni e segnali di soccorso. In acque internazionali. Con le marine di paesi alleati che guardavano.

Delia sa che potrebbe accadere di nuovo. Sa anche che dall’ottobre scorso il Board of Peace ha prodotto soprattutto comunicati. Intanto le barche partono. Una a una, verso una Striscia che la pace non ha ancora raggiunto.

L’articolo Global Sumud Flotilla si rimette in rotta, mille attivisti verso Gaza per rompere il blocco navale israeliano sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Pnrr, una revisione dopo l’altra: il governo taglia 610 milioni al Welfare. Dirottati dai fondi per disabili e senza dimora

Seicentodieci milioni di euro. Li chiamano “definanziamenti”. Il ministero del Lavoro ha cominciato a mandare lettere ai Comuni: comunicazioni secche, senza preavviso, senza confronto, che azzerano o riducono i fondi destinati a percorsi di autonomia per le persone con disabilità e all’housing temporaneo per i senza dimora. Due capitoli della Missione 5 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, componente 2, che insieme valevano 960 milioni: il taglio ammonta a 610, due terzi esatti del totale.

I Comuni li hanno ricevuti mentre i progetti erano già avviati. Soggetti attuatori contrattualizzati, stati di avanzamento in corso, persone prese in carico. A giustificazione formale, il governo cita i ritardi nella compilazione di ReGis, il sistema di monitoraggio del Piano. Solo che ReGis non è aggiornato in tempo reale, e lo sa anche il governo.

Un conto da 610 milioni sui fragili

Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e presidente dell’Anci, ha preso carta e penna. Nella lettera ai ministri Marina Calderone (Lavoro e Politiche Sociali) e Tommaso Foti (Affari europei, Pnrr e Politiche di coesione) ha chiesto la sospensione immediata di ogni procedura di definanziamento. Il motivo è semplice: i Comuni che ricevono quelle lettere stanno portando avanti i propri interventi e stanno rispettando le scadenze finali del Piano. La normativa vigente, ricorda Manfredi, prevede definanziamenti solo in caso di mancato completamento dell’intervento entro i termini del Pnrr, non per scostamenti intermedi. Già, ma la normativa è quella che il governo interpreta.

La risposta di Calderone e Foti è arrivata rapida. Nessuna “rottura di patti né tagli improvvisi”, scrivono: solo una sollecitazione per verificare lo stato di avanzamento, già concordata nella Cabina di Regia del 26 settembre 2025. Il governo ha anche convocato una riunione, tenutasi ieri, con tutti i soggetti attuatori. Spirito collaborativo, dicono. Solo che le lettere erano già partite e i progetti già bloccati. “Verificare lo stato di avanzamento” con una comunicazione di definanziamento è un eufemismo di cui si farebbe volentieri a meno.

La geometria di ogni rimodulazione

Questa è la sesta, forse la settima rimodulazione del Pnrr da quando Giorgia Meloni siede a Palazzo Chigi. Il copione si ripete con precisione: ogni volta che il governo taglia, lo fa sulle infrastrutture sociali. Sono andati i fondi per gli asili nido e per le case di comunità, poi i servizi per gli anziani. Adesso i percorsi per i disabili e gli alloggi per i senza dimora. L’analisi dei dati su ReGis a febbraio 2026 lo mostra senza ambiguità: mentre le risorse per il welfare calano, quelle destinate ai crediti d’imposta per le imprese crescono. La Transizione 4.0, nell’ultimo aggiornamento, segna più 4,7 miliardi.

Del resto, Foti stesso in Parlamento aveva assicurato che non ci sarebbe stato nessun taglio ai 194 miliardi complessivi confermati per l’Italia. Tecnicamente, la capienza del Piano resta invariata. Cambia solo per cosa vengono usati i soldi. Alle persone con disabilità, a chi non ha un tetto, viene tolta la quota che spettava. Alle imprese viene aggiunta. Il Piano scritto da Mario Draghi, costruito su obblighi espliciti verso la riduzione delle disuguaglianze, con vincoli sull’occupazione femminile e giovanile che questo governo ha già eliminato, viene svuotato pezzo per pezzo di ogni contenuto redistributivo.

Il nome tecnico è “rimodulazione”. L’effetto concreto è che un ragazzo con disabilità che attendeva un percorso di autonomia finanziato, oggi aspetta ancora. Che una persona senza dimora cui era stato promesso un alloggio temporaneo, oggi rimane per strada. Seicentodieci milioni spostati. Da chi non ha niente verso chi ha già incentivi fiscali. Il governo li chiama aggiustamenti tecnici. Funzionano benissimo.

L’articolo Pnrr, una revisione dopo l’altra: il governo taglia 610 milioni al Welfare. Dirottati dai fondi per disabili e senza dimora sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Occhi su Gaza, diario di bordo #184

A Gaza i bambini organizzano funerali con le bambole. Fingono di sparare con le mani, cadono, fingono di essere morti. Il gioco porta il nome di «guerra» e si pratica sui muri delle case demolite, che diventano carta da disegno quando mancano quaderni e pennarelli. Lo certifica Save the Children in un comunicato dell’8 aprile: trenta mesi di violenza estrema, fame cronica e sfollamenti forzati hanno reso la violenza materiale di gioco per una generazione intera. Ahmad Alhendawi, direttore regionale per il Medio Oriente e il Nord Africa di Save the Children, descrive «il peso di questa guerra sui bambini» come una misura clinica, non retorica, e segnala «un grave rischio di danni psicologici permanenti». Da ottobre del 2023 l’organizzazione ha raggiunto quasi quindicimila minori a Gaza con programmi di supporto psicosociale. Non esiste una stima di quanti non siano stati raggiunti. Settecentosessanta scuole risultano distrutte o danneggiate nella Striscia. Israele, in quanto potenza occupante, ha l’obbligo giuridico di garantire i bisogni umanitari della popolazione che controlla: è quanto ricorda Save the Children richiamando il diritto internazionale umanitario, con una formulazione che vale come denuncia. L’accordo di tregua di due settimane annunciato l’8 aprile tra Stati Uniti e Iran non include Gaza. La Striscia è al centoottantesimo giorno consecutivo di violazioni del cessate il fuoco in vigore dal 10 ottobre 2025. Il ministero della Salute di Gaza ha contato oltre settecento morti dall’inizio di quella tregua, settantaduemila dall’ottobre 2023. «Il prezzo di un’ulteriore escalation», scrive Save the Children, «sarà misurato nelle vite e nel futuro di bambini che meritano protezione, dignità e speranza, non nelle conseguenze di un conflitto che non hanno scelto».

L’articolo Occhi su Gaza, diario di bordo #184 sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui