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L’ipocrisia italiana: riempie di soldi Libia, Turchia e Arabia Saudita ma non vuole trattare con i talebani

Era tragicamente prevedibile, eppure sono riusciti a durare poco meno di qualche ora: il dramma afghano è ancora su tutte le prime pagine di tutti i giornali ma la politica ha già dismesso il velo ipocrita della compassione e torna a frugare nei suoi istinti più bassi. Ieri Il Foglio scriveva un retroscena sul ministro alla difesa Lorenzo Guerini e sul ministro agli esteri Luigi Di Maio dicendo che i due considerano “impraticabile” l’idea di corridoi umanitari dall’Afghanistan (che vengono richiesti da più parti per salvare il salvabile) perché «ciò significherebbe trattare direttamente coi talebani e, di conseguenza, riconoscerli ufficialmente».

Sì, avete letto bene, la sfrontata ipocrisia dei due ministri (che probabilmente maledicono una crisi umanitaria in pieno Ferragosto) riesce ad avvitarsi in un pensiero che non ha nessun senso: per una questione di buona educazione, in sostanza, dal governo ci dicono che si salvano quelli da salvare solo se i cattivi non sono troppo cattivi, altrimenti rischiano di sgualcirsi la camicia. Potrebbe anche fare sorridere se non fosse che stiamo parlando dello stesso governo (quello italiano) che non si fa troppi scrupoli mentre riempie di soldi quei criminali travestiti da Guardia costiera libica o che intrattiene rapporti con «il dittatore di cui si ha bisogno», come Mario Draghi ha definito Erdogan. È lo stesso governo, del resto, che si inginocchia all’Arabia Saudita e all’Egitto di al-Sisi pur di vendere armamenti. Ma per quelli non vale evidentemente nessuna regola di distanziamento sociale e di ecologia intellettuale: travestire la codardia da diplomazia è un trucco politico vecchio come il mondo e loro giustamente ci riprovano ancora.

Il punto è che i disperati, se non sono occidentali, non sono da salvare. Il fallimento dell’Europa (e dell’Occidente) sta tutto in questo inconfessabile dogma che governa i flussi migratori. Con un po’ meno di ipocrisia, ad esempio, ci si potrebbe anche confessare che i profughi afghani non iniziano con gli episodi di questi giorni, anche questa è una bugia utile alla narrazione tossica. Come sottolinea Matteo Villa dell’Ispi negli ultimi 12 anni, l’Europa ha negato asilo a 290.000 profughi afghani. 46.000 avevano meno di 14 anni, tra cui 21.000 bambine. 30.000 erano donne adulte. Il 76% di loro è ancora in Europa. Li rimandiamo indietro? La mancata accoglienza è qualcosa di molto più serio e complesso delle sparate di Salvini e ora, c’è da scommetterci, sarà tutta una rincorsa a trovare un altro valido motivo per continuare a fottersene.

L’articolo L’ipocrisia italiana: riempie di soldi Libia, Turchia e Arabia Saudita ma non vuole trattare con i talebani proviene da Il Riformista.

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Commuovetevi ma da lontano

Il tempo della commozione è finito. «Nessuno ci venga a parlare di accogliere decine di migliaia di afghani», dice Matteo Salvini. E qui si torna al punto di partenza: le regole di quest’epoca impongono di empatizzare solo con quelli che non possono turbare il nostro quotidiano

Piaciuta la scenetta della commozione per gli afghani? Ognuno alla sua maniera, com’è nelle cose. Ci sono Salvini e Meloni che si sono subito schiantati contro i talebani “tagliagole” (con quella loro solita narrazione da favola raccontata sempre con personaggi improbabili perfino per una favola) ma si sono dimenticati che i “tagliagole” sono gli amici del loro amico Putin. Ma Salvini e Meloni, si sa, si sbriciolano già al secondo grado di separazione. Nel centrosinistra si sono dimenticati di avere sostenuto questa inutile guerra solo per 20 anni (ve lo ricordate Rutelli come la rivendicava?), Berlusconi si è perfino dimenticato di essere stato proprio lui a mettere la fiducia sulla guerra mentre era presidente del Consiglio. Comunque, piaciuta la scenetta della commozione per gli afghani? Tenetela bene a mente, salvatevi le foto perché è già finita.

Ieri il presidente Mario Draghi e Angela Merkel hanno deciso sulla protezione umanitaria di quanti hanno collaborato con le istituzioni italiane e tedesche in questi anni. «Proteggeremo chi ha lavorato con noi», ha detto Draghi, perché evidentemente non si riesce proprio a dismettere questo vizio di considerare i disperati mica per la loro disperazione ma sempre in base alle classiche domande del “chi ti manda? di chi sei amico? cosa hai fatto o cosa puoi fare per noi?”. Poi hanno corretto il tiro dicendo che si occuperanno anche «delle categorie più vulnerabili, a partire dalle donne afghane». Tutto bellissimo se non fosse che di donne afghane in Europa a cui è stato negato lo status di rifugiate (quindi tecnicamente che dovrebbero essere riportate su un vassoio nella bocca dei talebani) ce ne sono negli ultimi 12 anni 30mila donne adulte, 21mila bambine e 4mila ragazze tra i 14 e i 17 anni. Il 76% di loro è ancora in Europa (eh sì, perché il 24% è stato rimandato lì dove ora incombe l’orrore) e forse sarebbe il caso di cominciare pensando a loro, subito.

Ma quindi? L’accoglienza e l’aiuto di cui tutti parlavano fino a qualche ora fa? Dall’Anci fanno sapere che «i sindaci italiani sono pronti a fare la loro parte nell’accogliere le famiglie afghane». Matteo Biffoni, delegato Anci per l’immigrazione, spiega che «non c’è tempo da perdere, sappiamo bene come i civili che hanno collaborato con le nostre missioni in Afghanistan oggi siano in forte pericolo, soprattutto donne e minori. Il governo si sta muovendo per salvare vite umane, attraverso l’azione delle prefetture sul territorio e i sindaci mettono a disposizione la propria esperienza, per questo abbiamo scritto al ministro dell’Interno Lamorgese e abbiamo avvisato il ministero della Difesa». E specifica: «Dobbiamo essere molto concreti. Sarà la storia  a dare un giudizio su questi ultimi vent’anni di presenza militare in Afghanistan, oggi siamo consapevoli che è il momento di aiutare il governo a mettere in salvo vite umane». E sapete chi ha risposto all’Anci? Naturalmente Matteo Salvini che tuona: «Accogliere in Italia alcune decine di persone che hanno collaborato con la nostra ambasciata mi sembra doveroso, ma che nessuno ci venga a parlare di accogliere decine di migliaia di afghani. In Italia abbiano già accolto 35mila clandestini, gli altri Paesi europei facciano il loro». Gli sciacalli hanno dismesso i panni dei piangenti e sono tornati nelle loro vesti. Facile, prevedibile, liscio.

Del resto è comodo lanciare appelli, poi c’è sempre il tempo per farli intiepidire. Commuovetevi ma solo da lontano: nel Mediterraneo friggono sotto il sole 488 persone a bordo delle navi ResQ People e Geo Barents. Sono qui, a poche miglia dalla costa. Qui e ora. E sono i disperati che vomiterà l’Afghanistan nei prossimi mesi, sono della stessa pasta, dello stesso dolore. E qui si torna al punto di partenza: le regole di quest’epoca impongono di commuoversi e empatizzare solo con quelli che non possono turbare il nostro quotidiano. Un distanziamento affettivo, oltre che sociale, come quello che abbiamo imparato con il virus. Così si rimane tutti disinfettati. Deve essere una nuova forma di sovranismo: il sovranismo della commozione. Ci si commuove solo per quelli che non hanno modo di suonare il nostro citofono. Se arrivano sotto casa sono colpevoli di non essere morti e quindi ci siamo commossi per niente.

Buon mercoledì.

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Oggi piangete per l’Afghanistan ma chi fugge da Kabul non è così diverso da chi volete rimandare a casa

Saranno stati quegli uomini caduti come uccelli senza ali dalla carlinga di un aereo militare degli Stati Uniti in decollo, sarà stata la foto della pancia di quello stesso velivolo in cui si sono strette 640 persone disperate e in fuga come animali sull’Arca o sarà che la paura gocciola dalle voci e dalle immagini ma la caduta dell’Afghanistan in mano ai talebani ha riportato la guerra sugli schermi con una potenza impressionante, riattivando (per fortuna) uno scricchiolante senso di compassione collettivo.

Troppo vero quello scappare disperato per non smuovere un senso di cura che difficilmente avviene per le guerre degli altri, isolati come siamo in un sovranismo delle responsabilità che ci invita quotidianamente ad occuparci dei ristretti cortili personali e delle cose nostre. Così per naturale empatia (sempre dileggiata in questi anni) sono ore in cui è terribilmente trendy affannarsi per mostrarsi preoccupati.

Il rischio però è sempre lo stesso: che la sofferenza diventi combustibile per la narrazione finché tira e che la complessità del mondo rimanga schiacciata in una vicenda totalizzante nei media. Le telecamere sono puntate sui fuggitivi afghani eppure nel Mediterraneo due navi bollono in mezzo al mare con disperati ripescati tra le onde in attesa di un porto assegnato dal governo italiano; in Libia, nel Sahel, nel Tigray etiope la gente fugge per non finire ammazzata; c’è la guerra de Kashmir, il conflitto interno in Birmania, la storica guerra nella Striscia di Gaza, si spara in Siria, si muore in Somalia e in Donbass, in Yemen, nelle Filippine. Il mondo è peggiore di come lo immaginiamo.

L’ultimo rapporto dell’Agenzia ONU per i Rifugiati parla chiaro: «Nonostante la pandemia, nel 2020 il numero di persone in fuga da guerre, violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani è salito a quasi 82,4 milioni». Si tratta di un aumento del 4 per cento rispetto alla cifra record di 79,5 milioni di persone in fuga toccata alla fine del 2019. Oggi, l’1 per cento della popolazione mondiale è in fuga e ci sono il doppio delle persone costrette ad abbandonare le proprie case rispetto al 2011, quando il totale era poco meno di 40 milioni.

E i dolori nonostante parlino lingue diverse e provengano da diverse latitudini sono gli stessi. Sono uguali le cicatrici, sono ugualmente cupe le paure: le persone che fuggono suonano tutte la stessa nota lacerante. E sono quelli a cui noi chiudiamo in faccia le porte, sono quelli che in Europa finiscono nelle discariche umane a cui abbiamo appaltato i confini (come la Turchia e come la Libia). Sono quelli a cui non facciamo caso o che addirittura sentiamo come respingenti. Lo sappiamo vero? Perché prima o poi la narrazione cesserà ma le guerre no.

L’articolo proviene da TPI.it qui

“Gino Strada morto piace a tutti perché non parla”, l’accusa della figlia Cecilia

«Ci dicono: “soffriamo la sofferenza”. Hanno sofferto in Africa e dover aggiungere sofferenza alla sofferenza è difficile da spiegare e da capire»: Juan Gil, il capo missione della Resq People, al telefono racconta la difficoltà di tenere sulla sua nave 166 persone raccolte nel Mediterraneo in 4 differenti operazioni di soccorso. «Abbiamo 24 donne, 17 minori di cui 3 con meno di 5 anni, un bambino di 9 mesi e una bambina di un anno». La nave italiana è in attesa di un porto e per ora riesce a gestire le persone a bordo ma, come ci dice Gil, «oggi vediamo il mare più mosso, non è più come nei giorni precedenti e stare in mare non è certo il posto adatto per chi ha sofferto patimenti, detenzione, estorsioni e violenze». Malta ha rifiutato il porto mentre dall’Italia non è giunta ancora nessuna risposta. «Siamo sempre in attesa. Abbiamo qualche giorno di autonomia per quanto riguarda il cibo ma la situazione preoccupante sono le persone che non capiscono quando sbarcheremo e ogni giorno inevitabilmente cresce l’ansia e ogni giorno ci è più difficile riuscire a spiegare».

Sulla stessa nave è impegnata anche Cecilia Strada, figlia di Gino Strada il fondatore di Emergency che è mancato nei giorni scorsi e che per anni si è impegnata con l’associazione in Afghanistan. «In questo momento trovarmi qui è uno strazio – dice Cecilia Strada – perché non riesco a seguire granché dovendoci occupare della navigazione e delle persone a bordo. Penso però ai molti amici, i colleghi, alle molte persone che ho incrociato negli ultimi anni. Prima mi è capitato di prendere per 5 minuti il telefono in mano mentre ero in pausa, e ho scoperto che è ancora pieno di foto della mia ultima volta in Afghanistan. Guardando quei volti mi viene naturale chiedermi se quelle persone oggi siano ancora vive».

Così mentre scoppia l’emergenza in Afghanistan Cecilia Strada si ritrova nel mezzo di un’emergenza in mezzo al mare: «ma non dobbiamo parlare di “emergenza profughi”: l’emergenza sono i profughi, la tragedia di queste persone, la loro emergenza di persone in mezzo al mare o nei centri di detenzione in Libia o qualsiasi altro luogo di violenza. Quello che sta accadendo è il naturale risultato di ciò che accade, è la Storia che chiede il conto: vivere in un sistema sbagliato e violento sicuramente non farà piovere pasticcini. Se si vive in una sistema che chiude i canali d’accesso legali la gente muore nel deserto, in mare o nei centri di detenzione e così come accade in Afghanistan se si usa la guerra per fare finire la guerra è naturale che si continui con la guerra». Cecilia Strada dice che «in Afghanistan è andato storto tutto e l’incubo peggiore oggi è diventato realtà».

Nel giorno in cui è mancato il padre Cecilia ha detto di essere dove “doveva essere”, “a salvare vite umane”: «Noi tendiamo a piangere sempre quando è troppo tardi – ci dice – a commuoverci quando ormai la gente è fottuta. Ci impressiona il cadavere del bambino sulla spiaggia, ci provoca angoscia e disagio. Ci impressionano le persone aggrappate alla carlinga dell’aereo a Kabul ma sono le stesse persone del giorno prima: dobbiamo muoverci prima e non commuoverci dopo».

Sul lutto piuttosto ipocrita dopo la morte del padre dice di non avere «fatto in tempo a vedere niente ma sono sicura che non avrei avuto nemmeno troppa voglia. Ho saputo di gente che l’ha pianto dopo non avere mai perso l’occasione per attaccarlo. Del resto Gino morto piace a tutti perché un morto non parla. Se stava zitto e curava la gente piaceva ma quando apriva la bocca e raccontava il perché della guerra e delle armi allora non piaceva più. Gino Strada doveva stare zitto in sala operatoria, solo così».

Ora Resq aspetta con urgenza un porto. «Quel porto che se avessimo a bordo dei francesi soccorsi dopo un incidente su una barca a vela arriverebbe immediatamente e che invece a questi che non sono bianchi diventa difficile dare. Eppure chi ha un problema in mare ha diritto a scendere prima possibile a terra. Questa notte andiamo a riparare tra Capo Passero e Siracusa per proteggerci dal vento e dalle onde e intanto aspettiamo fiduciosi una risposta».

E quando le si chiede se davvero è fiduciosa, Strada risponde: «Io ho fiducia nel genere umano, una fiducia smisurata. Solo che se fosse una quindicenne bianca che racconta quello che abbiamo ascoltato oggi da una quindicenne che abbiamo a bordo, allora aprirebbero i porti, gli aeroporti e perfino le astronavi. Noi aspettiamo»

L’articolo “Gino Strada morto piace a tutti perché non parla”, l’accusa della figlia Cecilia proviene da Il Riformista.

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Stupirsi ora è solo l’ennesima bugia

Il neocolonialismo della Nato che miseramente fallisce in Afghanistan è un argomento che non si può toccare. Ancora ci si convince che serva la guerra per fare smettere le guerre

Per fare la guerra bisogna essere abili a sganciare bugie, insieme alle bombe. Gli Usa su questo sono maestri ma anche dalle nostre parti la lezione sembrano averla imparata in tanti.

Venti anni fa osservavamo impressionati gli uomini che cadevano nel cielo dalle Torri gemelle, gente già morta che come ultimo atto decideva di morire di mano propria come se davvero potesse essere un sollievo, ieri abbiamo visto gente morta cavalcare gli aerei militari americani mentre decollavano dall’aeroporto di Kabul per poi cadere nel cielo ancora. Ed è solo la più scenografica delle rappresentazioni del dolore che ci arrivano dall’Afghanistan che venti anni dopo torna a essere quello di venti anni fa, con l’unica differenza di una mostruosa quantità di soldi spesi per i signori della guerra e di civili che sono rimasti sotto le bombe.

In un’intervista di Riccardo Iacona dello scorso 14 maggio Gino Strada (che tutti incensano anche se per tutta una vita l’hanno tradito) raccontava che in questi venti anni il carico di lavoro di Emergency in Afghanistan è rimasto costante (150mila interventi chirurgici per ferite di guerra). «Una guerra che non ha alcun senso – diceva Strada – che è stata anche una battaglia persa sul piano militare: venti anni dopo gli Usa se ne vanno e i talbeani sono ancora lì». Duemila miliardi spesi in tutto. Circa otto miliardi e mezzo messi dal governo italiano (più di quanto arriverà alla sanità con il Recovery fund). Di questi soldi solo 320 milioni sono finiti in cooperazione sociale: tutto il resto in guerra, solo guerra. Uno Stato finito più povero, con quattro milioni e mezzo di profughi (circa il 25% della popolazione) che sono stati trattati come indolenti. Con un ventesimo di quei soldi, diceva Strada, l’Afghanistan oggi sarebbe una nuova Svizzera. E poi ci sono i 150mila morti, in prevalenza civili (con la solita bugia delle missioni di pace).

A proposito di bugie. Sembra sfuggito il fatto che l’Afghanistan fosse dipinto come colpevole di avere protetto Bin Laden (e quindi colpevole di avere un ruolo importante nell’attentato dell’11 settembre del 2001) eppure fu chiaro quasi subito che nessun cittadino afghano avesse avuto un ruolo in quell’attacco. Allora la bugia fu che i talebani proteggessero Bin Laden (che tra l’altro era al confine del Pakistan): se fosse scappato in Cina (con cui l’Afghanistan confina) avrebbero bombardato la Cina? E i sauditi che erano sugli aerei quell’11 settembre? Niente guerra lì, solo Nuovo Rinascimento e vendita delle nostre armi.

Bugie, bugie. Ora la politica che con la guerra e la violenza pasteggia tutto il giorno riesce addirittura a sciacallare contro i propri avversari politici banchettando sugli afghani: a destra si accusano le femministe di non empatizzare con le donne afghane (ma davvero, ma che c’entra?) e Salvini e Meloni fanno a gara per puntare il dito contro il mondo fingendosi disperati. Sono gli stessi che poi chiuderanno le porte agli afghani in fuga. Sarà la stessa Europa che ha appaltato ai tiranni la gestione dei disperati della Siria e della Libia a trovare una nuova Lampedusa in cui rinchiuderli. Bugie, Bugie. C’è perfino chi vorrebbe convincerci che i profughi siano la vera emergenza, invertendo le priorità e dimenticandosi che l’emergenza sono le vittime della guerra.

Bugie, bugie. Politici italiani che dimenticano di avere votato a larga maggioranza l’intervento militare in Afghanistan in contrasto con la risoluzione Onu 1368 del 12-09-01 solo per non scontentare gli Usa. Si sono dimenticati di avere votato il finanziamento di questa missione tutti gli anni, l’ultima volta a giugno di quest’anno. Bugie, bugie: il neocolonialismo della Nato che miseramente fallisce è un argomento che non si può toccare. Ancora ci si convince che serva la guerra per fare smettere le guerre.

E poi la bugia più insopportabile: stupirsi, fingendosi stupiti per scrollarsi di dosso la memoria e con lei le responsabilità.

Buon martedì.

*

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Vitaminevaganti recensisce Nuovissimo testamento

(fonte)

«Se l’uomo non si riconosce tra simili non riesce a dare un nome ai propri bisogni. Un uomo che non riconosce i propri bisogni non possiede il vocabolario della democrazia. Il potere che finge di istruire e invece governa con paternalismo ha la strada spianata. Il segreto del saper bene governare sta nel rendere i cittadini bene governabili, proni, incapaci di unirsi tra loro e con il mondo esterno».

Quando un libro si lascia divorare pagina dopo pagina, difficilmente delude. È quanto mi è accaduto qualche giorno fa con la lettura di Nuovissimo testamento, recentissimo romanzo di Giulio Cavalli, pubblicato a febbraio di questo anno. Non ne consiglio banalmente la lettura. Di più. Ne consiglio l’esplorazione appassionata di ogni pagina, addentando bramosamente capitolo su capitolo.

Il libro ci riporta nell’immaginario paese di DF, già luogo protagonista di Carnaio, l’altro suo bellissimo romanzo distopico che ho recensito per vitaminevaganti (https://vitaminevaganti.com/2020/10/17/carnaio-un-romanzo-di-giulio-cavalli/). È una distopia? Se restiamo al livello di analisi del genere letterario risponderei affermativamente, ma se leggiamo questo libro con la fame che chi — come me — ha di voler vedere realizzata una società più giusta, più empatica, più accogliente e meno aberrante, come quella che spesso ci circonda, allora ci si riscopre a non leggere una storia distopica, bensì la nostra storia attuale. Come già in Carnaio, Cavalli descrive il nostro tempo in modo spietato, senza sconti, metaforico solo per chi non sa leggere la realtà. Pagine memorabili, che spiegano quanto danno provoca il potere esercitato su una popolazione narcotizzata da una narrazione unica di questa realtà, ingannata e privata dell’empatia: «Nel governo di DF avevano infatti studiato a lungo il fatto che la mancanza di empatia fosse la garanzia più solida e importante per il mantenimento del potere e del governo».

La narrazione parte dal momento in cui alcuni cittadini di DF vengono portati d’urgenza al Pronto Soccorso perché manifestano segnali strani e preoccupanti: Fausto Albini ha disegnato un cerchio sulla spiaggia con un bastone, Manlio Cuzzocrea ha pianto per giorni senza motivo, Andrea Razzone è stato scoperto mentre leggeva, Angelo Siani sogna continuamente la madre biologica che non ha mai conosciuto. Già, perché a DF non esistono sentimenti, gli abitanti sono come narcotizzati secondo un programma del governo che prevede coniuge assegnato e variabile a rotazione, bambini e bambine che vengono solo concepiti e poi, una volta nati, affidati ai Centri per l’infanzia, anziani ed anziane spariscono una volta assolto il loro ciclo produttivo, esistono poche gradazioni di colore concesse per edilizia, arredamento, abbigliamento, il governo assegna ad ogni persona casa, lavoro, dieta settimanale, pacchetto di amicizie da frequentare. A DF, inoltre, non si possono leggere libri se non quelli assegnati per lavoro, non si possono ascoltare musica e guardare opere d’arte. Fino a quando questi ammalati, che manifestano evidenti anomalie agli occhi dei medici, non cominciano a pensare che dietro al sistema esistenziale di DF ci possa essere un preciso progetto previsto dagli «algoritmi del governo», dal quale si crede non ci si possa liberare. E invece Fausto, Manlio, Andrea, Angelo, insieme alla dottoressa Anna Cordio, a Bernadetta e all’uomo che indossa una giacca di velluto, cercheranno di innescare un vero e proprio movimento di resistenza fondando le Brigate sentimentali, per difendere il loro rigurgito di empatia e andare fino in fondo nella scoperta di cosa governa davvero DF e i suoi abitanti.

Lo stile è scorrevole, la pregiata scrittura mi ha rimandato molto al flusso di coscienza di James Joyce e Virginia Woolf e ricordato le migliori pagine distopiche di José Saramago, Dori Lessing e Aldous Huxley: penso in particolare ai libri Le intermittenze della morte, Discesa all’inferno e Il mondo nuovo.

Leggete Nuovissimo testamento, fatelo leggere e diffondetelo, perché questo libro esercita la funzione di dire la verità, quella scomoda, sul nostro tempo e sulle nostre profonde ipocrisie, funzione ormai esercitata solo dai folli, dai visionari e dagli artisti, e Cavalli è magistralmente ognuno di loro.

Alla fine del viaggio della lettura, all’autore di un libro che ti entra così dentro l’anima non puoi che dire una sola parola, sperando possa ascoltare il tuo commosso sussurro: GRAZIE.

Una lunga, lunghissima omissione di soccorso

Oltre 20 anni di scelte sbagliate sempre all’insegna dell’imperialismo da esportare che viene rivenduto come esportazione di democrazia

Basir Ahang è un giornalista italo-Hazara che 13 anni fa arrivò in Italia a seguito di alcune minacce di morte ricevute dai Talebani a causa della sua attività giornalistica: «Oggi mi trovo a rivivere lo stesso orrore e preoccupazione per la mia famiglia in Afghanistan», scriveva ieri.

Dice Ahang: «La mia etnia è stata storicamente perseguitata dai Talebani ma oggi l’intero popolo si trova ad affrontare la minaccia di un gruppo che ha da sempre utilizzato la violenza e il terrore per raggiungere i propri scopi politici. Credo che tali gruppi abbiano un nome, eppure così di rado è stato utilizzato per descriverli. Anche in questa nebulosità, ottusità e relativismo vanno ricercati i semi della nostra disfatta. Per anni infatti nei media e nei salotti degli avventurieri occidentali di tutto il mondo i Talebani sono stati ritratti di volta in volta come un’opposizione armata, un gruppo militante antimperialista e così via. Verrebbe da chiedersi quale aspetto dell’imperialismo stessero combattendo i Talebani quando nel 2015 decapitarono Shukria, una bambina Hazara di nove anni che stava viaggiando con la sua famiglia da Ghazni a Kandahar. O quale impero del male stessero affrontando quando hanno preso di mira le donne, le minoranze etniche e religiose. I Talebani sono composti da gruppi diversi, e ancora oggi non è dato sapere se tali gruppi rispondano o meno ad un’unica leadership. Credo che lo scopriremo presto. Ciò che li accomuna è la brutalità ed un estremismo religioso utilizzato a fini politici».

«Ora – prosegue il giornalista – dopo intrighi e tradimenti interni al governo che hanno permesso loro di ottenere il controllo di molte regioni senza dover nemmeno combattere, i Talebani sono dentro la capitale. E a quanto pare gli Stati Uniti hanno concluso un accordo per garantire loro la libera entrata a Kabul in cambio della concessione di terminare l’evacuazione dei pochi fortunati che sono riusciti ad ottenere un passaggio sicuro. I Talebani sono già entrati a Bamiyan, capitale culturale Hazara, ed hanno issato la loro bandiera. Nel 2001 quando entrarono a Bamiyan, i Talebani fecero saltare in aria parte della storia Hazara: gli antichissimi Buddha e bloccarono i rifornimento di viveri sottoponendo la popolazione locale ad una carestia. A Herat invece le donne sono già state mandate a casa dai loro luoghi di lavoro e i professori stanno salutando per un’ultima volta le loro studentesse. Alle donne non sarà più permesso studiare. Alcune ragazze sono state uccise solo per aver indossato dei jeans. Tra poche ore i Talebani otterranno il controllo totale di un Paese che è stato offerto loro su un piatto d’argento da gran parte della comunità internazionale. Una comunità che si è illusa di poter fare accordi con un gruppo che non crede nei più basilari elementi della democrazia, della dignità e dei diritti umani».

La guerra in Afghanistan, la più lunga combattuta dagli italiani, è iniziata il 30 ottobre 2001 e finisce il 15 agosto 2021. È costata 53 vittime e 8,5 miliardi di euro. Il fallimento è di tutta la politica occidentale: oltre 20 anni di scelte sbagliate sempre all’insegna dell’imperialismo da esportare che viene rivenduto come esportazione di democrazia. Ora, vedrete, tra pochi giorni l’Europa fisserà una pomposa riunione per decidere il da farsi. Quell’Europa che tra il 2008 e il 2020 ha rimpatriato più di 70.000 afghani, derisi come “emigranti economici” se non addirittura “fasulli”, quelli che “non scappano da nessuna guerra”. È stato un Ferragosto nero per il mondo. Qualcuno dice che “è solo l’inizio” ma in realtà è l’ennesima puntata di una storia sbagliata.

Buon lunedì.

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Strada, la morte ti fa bello

Lacrime, lacrime di coccodrillo dappertutto. E chissà come si sarebbe incazzato Gino osservando questi politici impudichi che si atteggiano a prefiche mentre spremono lacrime artificiali dai loro profili social, mentre usano la faccia di Gino per accelerare gli algoritmi, per allinearsi al lutto in tendenza e meritarsi un trafiletto. Il giorno dopo la morte di Gino Strada l’ipocrisia fa perfino più schifo del giorno prima, ci sono tutti in prima fila, come se si fossero tolti un peso, serbando la speranza che la morte cancelli il più in fretta possibile anche la memoria, quella recente e quella passata. Perché Gino possa essere immolato a santo laico diventando un simbolo e svuotandone il senso.

Le opinioni di Gino Strada scivolate come il vento

Sì, perché se è vero che Strada ha dato con Emergency un contributo monumentale alla cura nelle zone di guerra è vero anche che Gino Strada ha ribadito spesso giudizi e opinioni che sono scivolate via come vento. Il Gino medico nelle zone più oscure del mondo andava benissimo ma gli occhi e la lingua di Gino sulle cose nostre erano trattati come si fa per gli ospiti indesiderati. Onorano Gino da morto, mica l’hanno ascoltato da vivo. Però, vorrebbero essere credibili. Vorrebbero essere credibili coloro che hanno insozzato il Mediterraneo più di quanto possano fare i cadaveri e che oggi lo piangono. I protagonisti dei Decreti Sicurezza e della becera propaganda sovranista: lo piange ipocrita Conte che è stato presidente del governo più apertamente inumano, lo piange ipocrita il Pd che ha spianato la strada fin dai tempi di Minniti, lo piange Draghi che però non aveva trovato il tempo di rispondergli sulla Libia, lo piange Gentiloni, lo piange Renzi, lo piange perfino Salvini. Che prega per Gino Strada dopo averlo additato come protagonista della «mangiatoia dell’immigrazione clandestina» è la fotografia perfetta del sudiciume che vorrebbe odorare d’incenso.

Alla fine basterebbe leggere i commenti sotto il (finto) cordoglio di Zaia per capire il tilt a cui stiamo assistendo: «Quanta retorica! Ma che fine ha fatto la Lega? Ah già! Sta al governo con quelli che una volta erano gli antagonisti. Che fine miserabile! Pensare che vi ho creduto! Bleah!», scrive un elettore leghista, poi «Governatore non mi sembra il caso di santificare», «Per lui esisteva chiunque che non era italiano», «Se per impegno umanitario s’intende quello di far arrivare migranti in Italia a iosa è meglio se ti iscrivi al Pd caro Zaia. Sei sempre più come il latte scaduto caro governatore». Questo per capire il livello della discussione.

Nessuna risposta prima e onore oggi

La politica omaggia Strada eppure è la stessa politica che ha pensato e attuato una sanità diventata profitto, a disposizione in base al reddito, mercificata attraverso le privatizzazioni. Nessuna risposta prima e onore oggi. Gino Strada stava con quelle Ong che sono state combattute da Renzi, Minniti, Gentiloni, Di Maio, Conte, Lamorgese e Draghi: morto Gino gabbato lo santo. Lo definivano burbero Gino, perché caratterizzarlo come un perenne stizzito era il modo migliore per annacquare le sue parole e per delegittimarlo in modo dolce: è un nevrastenico che esagera, uno che dice cose giuste ma estreme. Non prendetelo alla lettera e semplicemente ringraziatelo con un buffetto. Questo era il messaggio.

La convinzione che sarà difficile trovare un altro come lui

È proprio per questo che la perdita di Gino è enorme: si annusa nell’aria una certa convinzione feroce che ci vorrà parecchio tempo prima di trovare un altro che come lui ha guardato dritto negli occhi il potere dalle mani insanguinate con il coraggio che può dare il salvataggio estremo di un bambino saltato in aria su una mina a forma di giocattolo. C’è molta politica che si è tolta un grande peso nella quotidiana battaglia per riaffermare valori non negoziabili come i diritti che siano davvero di tutti. O come il dovere di salvare anche l’uomo più sconosciuto nell’angolo più nascosto del mondo.

Piangono ma sono lacrime di coccodrillo, posture finte che dureranno giusto il tempo del funerale eppure nessuno che abbia il coraggio di dire che Emergency, in un mondo umano e normale, nemmeno avrebbe dovuto esistere. E basta leggere gli editoriali di oggi per rendersi conto che si sta raccontando una storia di buoni dappertutto, in guerra contro la guerra e contro i mali del mondo. Tutto bellissimo, certo, anche piuttosto funzionale per scriverci un editoriale ma mancano i cattivi. Qualcuno è responsabile del dolore che Gino Strada e Emergency curano e hanno curato. Almeno non lasciamogli la facoltà di mimetizzarsi in mezzo al dolore.

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La libertà di essere idealisti

Gino Strada, in un’epoca di perbenismo che si finge moderato e invece è solo vigliacco, ha insegnato il coraggio di essere contrario: ha rivendicato il dovere di essere contro la guerra oltre al diritto di essere pacifista, ci ha insegnato che siamo responsabili di ogni sofferenza in qualsiasi angolo del pianeta… Grazie Gino

Gino Strada è molte cose e come succede alle persone non ordinarie tutti i suoi lati si vedono in quello che lascia, nei progetti che ancora correranno domani appena passerà il dolore, negli ospedali che continuano a curare, nella sua associazione che è un modo di abitare il mondo.

Ripeteva Gino Strada di essere un medico, lui era uno che ci credeva davvero al senso delle parole, che non cadeva e anzi combatteva questo gioco continuo a inquinarne il senso: Gino Strada non faceva il medico, Gino era un medico con il gusto perfino sprezzante di rivendicare la sua ossessione di curare. E Gino Strada non ha curato solo le persone, no, Gino Strada ha curato e difeso un modo di essere cittadini del mondo dove solo il dolore, il bisogno e le ferite contano.

Gino Strada in un’epoca di perbenismo che si finge moderato e invece è solo vigliacco ha insegnato il coraggio di essere contrario: ha rivendicato il dovere di essere contro la guerra oltre al diritto di essere pacifista, ci ha insegnato che siamo responsabili di ogni sofferenza in qualsiasi angolo del pianeta con la stessa violenza di un rantolo che accade sul nostro di vano, non ha mai smesso di smutandare la pochezza di chi usa i confini come fruste, di chi ritiene le distanze qualcosa che abbia a che fare con le responsabilità, di chi ritiene la cura un servizio da cui poter mostruosamente trarre profitto, di chi riesce a porre disumanamente delle condizioni mentre osserva qualcuno che muore.

Gino era bianco, bianchissimo. Era talmente bianco che nessuna ombra poteva salvarsi dal proprio riflesso. Per questo l’hanno odiato, hanno provato a delegittimarlo e ad additarlo come estremista: si può non essere estremi di fronte alle vittime della guerra? E quando lui lo ripeteva quelli balbettavano. Ci si può permettere di non essere estremi di fronte ai malati che diventano clienti? Si può accettare di vivere in un mondo in cui salvarsi e essere salvati sia un privilegio? Dai, su.

Gino ci ha insegnato che la profondità serve solo per disegnare altezze, che le ambizioni non possono concedersi il lusso di sclerotizzarsi e che bisogna essere fortissimamente liberi per essere idealisti. Che poi è una parola bellissima “idealisti”, qualcosa che non ha niente a che vedere con la hybris e i giramenti di testa, qualcosa che si progetta, si costruisce, si apre e si rende operativa. Gino piantava cura lì dove gli altri vedevano solo macerie.

Non gli sarebbe nemmeno piaciuto questo articolo, troppo su di lui e con troppo spazio non usato per parlare delle persone da salvare. È che non mi vengono le parole. Mi ha mostrato la parte migliore di me e del mondo e ogni volta, anche questa volta, non mi vengono le parole. E invece per lui era tutto così semplice, così chiaro che non potevi sperare altro se non riuscire ad arrampicartici addosso.

Grazie, Gino.

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Gino Strada: «L’Italia ripudia la guerra ma siamo in guerra da oltre vent’anni»

Una larga fetta del Paese rifiuta l’odio xenofobo diceva Gino Strada in questa intervista per poi aggiungere: «Ma c’è bisogno di un nuovo soggetto politico. Spero che nasca»

Cosa rispondere a chi ancora continua con la retorica dell’invasione?
Risponderei di informarsi. Qui non c’è nessuna invasione, sembra che il problema dell’Italia non siano i trecento miliardi e passa lucrati dalle mafie, i centocinquanta miliardi di evasione fiscale, altri centinaia di miliardi di corruzione ma sembra che il problema siano quaranta migranti fuori dal porto di Lampedusa. Su questo si è costruita una narrazione fasulla. In Italia in questo momento sono più i giovani che se ne vanno di quelli che arrivano. Certo, gli stranieri vengono qui per ragioni diverse rispetto a chi emigra poiché l’Italia è un Paese mediamente ricco. Ma dov’è questa invasione? Calcoliamola in termini demografici: è una follia, non esiste, è una cosa costruita ad arte perché bisogna alimentare l’odio verso il diverso. Diverso che può essere declinato in vari modi: può essere il rom, il sinti, l’ebreo o il nero. Ma è un odio che si riversa sempre su chi sta al di sotto nella scala sociale. Come se la responsabilità dei problemi, anche drammatici, che vivono gli italiani, come la crisi economica e la difficoltà di arrivare a fine mese, fossero colpa degli ultimi e non colpa di chi invece sta più in alto nella scala sociale. E questa è una pazzia tipica della mentalità fascista.
Però molte persone dicono: «Non ho rappresentanza politica, non ho molti mezzi, sono un cittadino normale, cosa posso fare?». Come gli risponderesti?
Io sono tra quelli che non hanno rappresentanza politica. “Nel mio piccolo” è sempre la domanda più grande su cosa possa fare una persona. Io credo che di cose da fare ce ne siano tantissime. Cominciando dall’informarsi e dal capire l’entità reale dei problemi e delle questioni. Fino al continuare ad esercitare delle pratiche alternative, delle pratiche di resistenza e ce ne sono tantissime. Non c’è soltanto Riace, c’è una solidarietà diffusa molto importante. Poi il cittadino normale non ha spesso altri modi per dire le sue opinioni se non votando. Fino a quando non ci saranno più le elezioni, che, attenzione, non significano per forza democrazia: a volte è un esercizio tecnico e poi quando si va sui tecnicismi elettorali si vede che in realtà di possibilità di scelta il cittadino non ne ha. Però si potrebbe iniziare prendendosi l’impegno di non votare per nessuno che non ripudi sul serio la guerra. Io non voterei mai un partito che non mi garantisce che non farà mai la guerra in nessun caso, tranne ovviamente il caso di subire un’invasione militare ma non mi sembra il nostro. Io credo che il primo compito della politica sia quello di rispettare la Costituzione e i suoi principi fondamentali tra cui il ripudio della guerra e invece abbiamo una classe politica che delinque tranquillamente contro la Costituzione, senza nessun problema, e nessuno glielo fa notare.
L’Italia ripudia la guerra…
Sì, ma siamo in guerra da oltre vent’anni. O ce lo siamo dimenticati? Ex Jugoslavia, Iraq, Afghanistan. Certo si possono fare le solite operazioni di trasformismo: se un mio avversario compie un gesto di violenza è terrorismo mentre se lo compio io è un atto umanitario. Dobbiamo fare sparire queste nebbie, chiamare le cose con il loro nome: la guerra è guerra. L’Afghanistan è l’esempio più lampante: siamo andati lì con una decisione presa un mese dopo l’inizio dell’attacco americano e siamo ancora lì, abbiamo avuto tanti morti, abbiamo speso miliardi. C’è qualcuno che mi sa dire una ragione per cui noi siamo in Afghanistan al di là del servilismo verso gli Usa? Puro servilismo. Diciamo che siamo una colonia. Abbiamo 70 testate nucleari americane sul nostro territorio, la nostra politica estera non esiste, si prendono solo ordini. Perché oggi siamo nella Nato? Perché siamo in un’alleanza militare? Queste domande ormai non si possono nemmeno più fare, si dà per scontato che siamo una dependance degli Usa. I nostri politici fanno ridere, non hanno nemmeno quella dignità e quell’orgoglio nazionale che tra l’altro tanto vantano.
L’argomento del momento è la vicenda della Sea-Watch e la decisione presa della sua comandante…
Al di là dei dettagli tecnici mi pare che qui sia in gioco un principio: si tende a criminalizzare chi aiuta. Questa cosa è intollerabile, inaudita, perfino inaspettata nella sua rozzezza, nella sua stupidità. E questo purtroppo è un processo che va avanti da qualche anno, dal governo precedente: la guerra alle Organizzazioni non governative è iniziata con il governo a guida Pd e Minniti ministro dell’Interno.
Improvvisamente sembra che una parte degli italiani sia diventata legalitaria, tutti rispettosi delle leggi e tutti pronti a crocifiggere Carola Rackete, che ne pensi?
Vedo che siamo in un periodo in cui tutti urlano, tutti gridano, c’è gente che parla di cose che non conosce, sembra che l’incompetenza sia diventata la regola. Però io non ci credo che a questo schiamazzo di una politica ormai vergognosa corrisponda un vero sentire degli italiani. Credo che molta gente, probabilmente la maggioranza, stia mal sopportando questo clima. Per questo credo che la situazione sia ancora reversibile almeno nel nostro Paese. È vero che c’è una macchina propagandistica pazzesca e che c’è un’assenza delle più alte cariche dello Stato. Che non ci sia nessun commento sul fatto che ormai la politica si faccia con i tweet e il dibattito si faccia con gli insulti, se non con i pestaggi, è preoccupante. Un membro del Parlamento che si permette di dire «affondiamo la nave»… sono cose che erano impensabili alcuni anni fa. Però io non credo che tutto questo sia il sentire degli italiani.
Quindi sei ottimista?
Io vedo un Paese dove c’è molta solidarietà. Un Paese dove ci sono migliaia di organizzazioni, di associazioni, piccole o grandi o medie che siano, che si danno da fare comunque per migliorare la vita delle persone. Questa cosa è incompatibile con la politica attuale. Se pensassi che veramente gli italiani la pensano come Salvini dovrei concludere da medico che ci sia stato un cambiamento genetico e antropologico degli italiani. Tutta questa società civile, una volta si chiamava così, credo che vorrebbe un mondo diverso, più equilibrato, più giusto, più sereno, meno carico di odio. Credo che questa sia una brezza che c’è già e che spero diventi vento forte.
Un fischio?
Sì. Non c’è bisogno che urli una bufera però, insomma…
Però è vero che sembra che questa parte d’Italia non trovi da una parte una rappresentanza politica e dall’altra una narrazione sui media aderente alla realtà…
Questo è sicuro. Basti pensare che qualche giorno fa l’ex ministro della Difesa (Pinotti, Pd, ndr) ha emesso un comunicato di solidarietà alla Guardia di finanza e questa dovrebbe essere l’opposizione. Poi si chiedono perché perdono i voti. Ma questi sono loro. Non c’è dubbio che ci sia bisogno di un nuovo soggetto politico, non ho il minimo dubbio su questo. Credo che il Pd sia morto, sepolto e purtroppo non prenderanno mai la decisione di sciogliersi che sarebbe un grande passo avanti per l’Italia. C’è bisogno di un nuovo soggetto politico che ridefinisca le regole del vivere associato. Spero che nasca.

L’intervista di Giulio Cavalli a Gino Strada è stata pubblicata su Left del 5 luglio 2019

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Le altre interviste a Gino Strada pubblicate negli anni su Left sono qui–> https://left.it/tag/gino-strada/

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