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Ungheria-Russia, il piano segreto in dodici punti svelato da Politico. E il doppio registro di Meloni: con Zelensky per le foto di rito, con Orbán per ideologia

Il 9 dicembre 2025, a Mosca, il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó e il ministro della Salute russo Mikhail Murashko firmano un piano in dodici punti. Energia, istruzione, sport, arte circense. Insegnanti di russo importati dall’est per le scuole di Budapest, scambi universitari, riconoscimento reciproco dei titoli. Il tutto siglato a margine della sedicesima riunione della Commissione intergovernativa russo-ungherese per la cooperazione economica, organismo attivo dal 2005, rimasto inattivo diciassette mesi esatti tra il novembre 2021 e il settembre 2024, e ripreso come se nel frattempo non fosse accaduto niente di rilevante in Europa.

Politico ha ottenuto i documenti, non resi pubblici fino a oggi. L’accordo apre alla presenza di compagnie russe in nuovi progetti di elettricità e idrogeno in Ungheria, prevede cooperazione intensificata su petrolio, gas e combustibile nucleare, sostiene un piano d’azione comune per lo sport 2026-2027. C’è anche una postilla elegante: i rapporti più stretti con Mosca non devono essere “incompatibili con gli obblighi dell’Ungheria derivanti dalla sua appartenenza all’Unione Europea”. Una formula che vale quanto il tappo su un pozzo aperto.

Topo e leone

Nell’ottobre 2025, secondo Bloomberg, Viktor Orbán (Fidesz) avrebbe detto a Vladimir Putin per telefono che avrebbe offerto aiuto «in qualsiasi modo possibile» e che l’Ungheria avrebbe fatto da «topo» al «leone» di Mosca. Il ministro Szijjártó, interpellato da Politico sui documenti, ha risposto che «la cooperazione bilaterale dell’Ungheria è guidata dall’interesse nazionale, non da alcuna pressione per conformarsi ai mainstream liberal di parte». Péter Magyar, leader del partito Tisza, l’opposizione di centro-destra che nei sondaggi raccoglie quasi dieci punti in più di Fidesz, ha parlato di «aperto tradimento». Domenica 12 aprile si vota.

La Commissione intergovernativa aveva sospeso le sue attività esattamente durante il periodo più acuto della guerra, riprendendo nel settembre 2024 con ritmo accelerato. Orbán aveva già bloccato pacchetti di aiuti militari europei all’Ucraina, si era opposto sistematicamente all’inasprimento delle sanzioni contro Mosca e ora aggiunge un piano strutturato in dodici punti. La traiettoria di un paese membro che costruisce dipendenza dalla Russia mentre la Russia bombarda Kiev non ha bisogno di interpretazioni supplementari: è scritta nei documenti.

Meloni, Zelensky e l’amico Viktor

Palazzo Chigi non ha commentato la notizia. Del resto non è tenuto a farlo, perché la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si era già pronunciata nel video elettorale di Orbán: «Tutti insieme stiamo dalla parte di un’Europa che rispetta la sovranità nazionale ed è orgogliosa delle sue radici culturali e religiose». Endorsement diretto. Il vicepremier Matteo Salvini, dal canto suo, ha scelto la sintesi: «Se vuoi la pace, vota Fidesz».

Meloni riceve Zelensky a Roma, cita la Carta delle Nazioni Unite, garantisce sostegno all’integrità territoriale ucraina. Orbán firma accordi con Mosca e dice a Putin di volerlo aiutare in qualsiasi modo. La distanza tra questi due piani, nella pratica diplomatica di Palazzo Chigi, è irrilevante: i due registri coesistono, uno per le conferenze stampa e uno per le amicizie operative. Salvini è la versione domestica di Orbán: meno continentale, altrettanto orientato a est quando si tratta di geopolitica concreta.

Il sistema funziona perché nessuno in casa chiede il conto. Zelensky va bene per le fotografie con la bandiera ucraina. Orbán va bene per l’ideologia. I documenti ottenuti da Politico raccontano cos’è l’Ungheria dentro l’Unione Europea: un avamposto di Mosca con il bollino comunitario. Il 12 aprile qualcuno potrebbe chiederlo agli ungheresi. Da noi si aspetta ancora.

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Global Sumud Flotilla si rimette in rotta, mille attivisti verso Gaza per rompere il blocco navale israeliano

Settecento morti dopo la pace. Il numero brucia più di qualunque titolo: dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, quello che il presidente Donald Trump ha ribattezzato “Board of Peace” e che i governi occidentali hanno salutato come una svolta, a Gaza sono morti almeno 702 palestinesi. I bombardamenti sulle tendopoli non si sono mai fermati del tutto. Il totale dal 7 ottobre 2023 ha raggiunto 72.278 vittime. È in questo paesaggio che il 12 aprile la Global Sumud Flotilla salperà da Barcellona con oltre mille persone a bordo, su più di cento imbarcazioni, rotta Gaza.

La logica è di una semplicità quasi imbarazzante. La espone Maria Elena Delia, insegnante torinese di matematica e fisica, portavoce italiana del Global Movement to Gaza: «Anche questa volta porteremo aiuti e puntiamo ad aprire un corridoio umanitario permanente. Se c’è la pace, allora non dovrebbe esserci un blocco navale e noi dovremmo poter arrivare serenamente. Se invece Gaza è ancora occupata illegalmente e c’è ancora un blocco, allora noi viaggiamo nuovamente per cercare di romperlo». Il sillogismo costringe Israele a scegliere quale versione di sé stesso mostrare al mondo. La risposta, finora, è sempre stata la stessa.

Da Barcellona alla Sicilia: la flotta più grande della storia civile

Questa edizione è più larga e più decisa delle precedenti. Le sigle che in passato avevano operato separatamente, dalla Freedom Flotilla Coalition a Thousand Madleens to Gaza, dal Sumud Convoy al Sumud Maghreb, navigano ora sotto un’unica egida. Accanto alle barche a vela ci sono la nave di Open Arms e la rompighiaccio Arctic Sunrise di Greenpeace, che fornirà supporto tecnico. Sul fronte terrestre, un convoglio di circa 300 mezzi partirà dalla Mauritaniaintorno al 20 aprile.

A bordo non ci sono solo attivisti. Ci sono medici, infermieri, psicologi, educatori, ingegneri. Delia è diretta: «Visto che sentiamo ripetere che è iniziata la fase della ricostruzione, vogliamo dare una mano». Nella realtà che Emergency documenta, gli aiuti entrano a singhiozzo, il 90 per cento degli edifici della Striscia è distrutto o inagibile, i camion autorizzati a scaricare ai valichi sono appena il 59 per cento di quelli che si presentano. La ricostruzione esiste nei comunicati del Board of Peace. Nelle tende degli sfollati, assai meno.

I porti italiani si svuotano

Da settimane i porti italiani si stanno svuotando. Le prime imbarcazioni sono salpate il 22 marzo da Livorno e Ancona. Il 29 marzo è toccato a Civitavecchia e Napoli, dove centinaia di persone hanno accolto la nave “Bianca” con un corteo lungo il lungomare. Il 7 aprile da Bari è partita un’altra barca, dopo una maratona di solidarietà di tredici ore sulla spiaggia di Pane e Pomodoro. Allo stato attuale 78 imbarcazioni sono già in rotta verso la Sicilia, dove tra il 20 e il 25 aprile avverrà il ricongiungimento con le navi da Spagna, Francia, Grecia e Turchia.

Gli ostacoli si moltiplicano. La rotta tunisina, indispensabile nell’edizione del 2025, è ora impraticabile: sette attivisti di Sumud Maghreb sono stati arrestati con accuse di frode e riciclaggio, in quello che molti dentro la coalizione leggono come un attacco politico. Poi c’è la variabile militare: l’anno scorso le forze israeliane abbordarono la flottiglia a 70 miglia dalla costa, arrestarono i partecipanti e li deportarono in Israele dopo aver danneggiato comunicazioni e segnali di soccorso. In acque internazionali. Con le marine di paesi alleati che guardavano.

Delia sa che potrebbe accadere di nuovo. Sa anche che dall’ottobre scorso il Board of Peace ha prodotto soprattutto comunicati. Intanto le barche partono. Una a una, verso una Striscia che la pace non ha ancora raggiunto.

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Pnrr, una revisione dopo l’altra: il governo taglia 610 milioni al Welfare. Dirottati dai fondi per disabili e senza dimora

Seicentodieci milioni di euro. Li chiamano “definanziamenti”. Il ministero del Lavoro ha cominciato a mandare lettere ai Comuni: comunicazioni secche, senza preavviso, senza confronto, che azzerano o riducono i fondi destinati a percorsi di autonomia per le persone con disabilità e all’housing temporaneo per i senza dimora. Due capitoli della Missione 5 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, componente 2, che insieme valevano 960 milioni: il taglio ammonta a 610, due terzi esatti del totale.

I Comuni li hanno ricevuti mentre i progetti erano già avviati. Soggetti attuatori contrattualizzati, stati di avanzamento in corso, persone prese in carico. A giustificazione formale, il governo cita i ritardi nella compilazione di ReGis, il sistema di monitoraggio del Piano. Solo che ReGis non è aggiornato in tempo reale, e lo sa anche il governo.

Un conto da 610 milioni sui fragili

Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e presidente dell’Anci, ha preso carta e penna. Nella lettera ai ministri Marina Calderone (Lavoro e Politiche Sociali) e Tommaso Foti (Affari europei, Pnrr e Politiche di coesione) ha chiesto la sospensione immediata di ogni procedura di definanziamento. Il motivo è semplice: i Comuni che ricevono quelle lettere stanno portando avanti i propri interventi e stanno rispettando le scadenze finali del Piano. La normativa vigente, ricorda Manfredi, prevede definanziamenti solo in caso di mancato completamento dell’intervento entro i termini del Pnrr, non per scostamenti intermedi. Già, ma la normativa è quella che il governo interpreta.

La risposta di Calderone e Foti è arrivata rapida. Nessuna “rottura di patti né tagli improvvisi”, scrivono: solo una sollecitazione per verificare lo stato di avanzamento, già concordata nella Cabina di Regia del 26 settembre 2025. Il governo ha anche convocato una riunione, tenutasi ieri, con tutti i soggetti attuatori. Spirito collaborativo, dicono. Solo che le lettere erano già partite e i progetti già bloccati. “Verificare lo stato di avanzamento” con una comunicazione di definanziamento è un eufemismo di cui si farebbe volentieri a meno.

La geometria di ogni rimodulazione

Questa è la sesta, forse la settima rimodulazione del Pnrr da quando Giorgia Meloni siede a Palazzo Chigi. Il copione si ripete con precisione: ogni volta che il governo taglia, lo fa sulle infrastrutture sociali. Sono andati i fondi per gli asili nido e per le case di comunità, poi i servizi per gli anziani. Adesso i percorsi per i disabili e gli alloggi per i senza dimora. L’analisi dei dati su ReGis a febbraio 2026 lo mostra senza ambiguità: mentre le risorse per il welfare calano, quelle destinate ai crediti d’imposta per le imprese crescono. La Transizione 4.0, nell’ultimo aggiornamento, segna più 4,7 miliardi.

Del resto, Foti stesso in Parlamento aveva assicurato che non ci sarebbe stato nessun taglio ai 194 miliardi complessivi confermati per l’Italia. Tecnicamente, la capienza del Piano resta invariata. Cambia solo per cosa vengono usati i soldi. Alle persone con disabilità, a chi non ha un tetto, viene tolta la quota che spettava. Alle imprese viene aggiunta. Il Piano scritto da Mario Draghi, costruito su obblighi espliciti verso la riduzione delle disuguaglianze, con vincoli sull’occupazione femminile e giovanile che questo governo ha già eliminato, viene svuotato pezzo per pezzo di ogni contenuto redistributivo.

Il nome tecnico è “rimodulazione”. L’effetto concreto è che un ragazzo con disabilità che attendeva un percorso di autonomia finanziato, oggi aspetta ancora. Che una persona senza dimora cui era stato promesso un alloggio temporaneo, oggi rimane per strada. Seicentodieci milioni spostati. Da chi non ha niente verso chi ha già incentivi fiscali. Il governo li chiama aggiustamenti tecnici. Funzionano benissimo.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #184

A Gaza i bambini organizzano funerali con le bambole. Fingono di sparare con le mani, cadono, fingono di essere morti. Il gioco porta il nome di «guerra» e si pratica sui muri delle case demolite, che diventano carta da disegno quando mancano quaderni e pennarelli. Lo certifica Save the Children in un comunicato dell’8 aprile: trenta mesi di violenza estrema, fame cronica e sfollamenti forzati hanno reso la violenza materiale di gioco per una generazione intera. Ahmad Alhendawi, direttore regionale per il Medio Oriente e il Nord Africa di Save the Children, descrive «il peso di questa guerra sui bambini» come una misura clinica, non retorica, e segnala «un grave rischio di danni psicologici permanenti». Da ottobre del 2023 l’organizzazione ha raggiunto quasi quindicimila minori a Gaza con programmi di supporto psicosociale. Non esiste una stima di quanti non siano stati raggiunti. Settecentosessanta scuole risultano distrutte o danneggiate nella Striscia. Israele, in quanto potenza occupante, ha l’obbligo giuridico di garantire i bisogni umanitari della popolazione che controlla: è quanto ricorda Save the Children richiamando il diritto internazionale umanitario, con una formulazione che vale come denuncia. L’accordo di tregua di due settimane annunciato l’8 aprile tra Stati Uniti e Iran non include Gaza. La Striscia è al centoottantesimo giorno consecutivo di violazioni del cessate il fuoco in vigore dal 10 ottobre 2025. Il ministero della Salute di Gaza ha contato oltre settecento morti dall’inizio di quella tregua, settantaduemila dall’ottobre 2023. «Il prezzo di un’ulteriore escalation», scrive Save the Children, «sarà misurato nelle vite e nel futuro di bambini che meritano protezione, dignità e speranza, non nelle conseguenze di un conflitto che non hanno scelto».

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Non è l’Iran il problema di Trump

Il giorno dopo la notte in cui Donald Trump ha minacciato la distruzione della civiltà iraniana (badate bene, non lo Stato, la civiltà) spira nell’aria un sospiro di sollievo, come se davvero i pazzi potessero smettere di essere pazzi, come se una tregua pronunciata da bocche criminali possa essere davvero una tregua. 

Dovrebbero essere quindici giorni di stop alle armi, quelli con cui il presidente Usa cerca di levigare il terribile pasticcio in cui si è infilato. Dieci punti. Una garanzia che l’Iran non sarà attaccato di nuovo. Una fine permanente della guerra, non solo un cessate il fuoco. La fine degli attacchi israeliani in Libano e contro gli alleati iraniani. La revoca di tutte le sanzioni statunitensi sull’Iran. L’Iran accetta di riaprire lo Stretto di Hormuz. Introduzione di una tassa di 2 milioni di dollari per nave in transito con Hormuz. Entrate dei pedaggi da condividere con l’Oman. Fondi da utilizzare per la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate dalla guerra. Istituzione di protocolli di passaggio sicuro attraverso Hormuz. Un accordo quadro più ampio per porre fine alle ostilità regionali. 

Sostanzialmente si tratta sui punti dell’Iran, stracciando i quindici punti Usa. Trump per ora è riuscito a fare riaprire Hormuz che la sua guerra aveva chiuso. Il nobel della Pace, come scrive Paolo Gentiloni, forse lo meriterebbe il Pakistan che ha rimesso a cuccia l’inquilino della Casa bianca. 

Intanto, sullo sfondo, Netanyahu esclude esplicitamente il Libano dal cessate il fuoco violando le condizioni stabilite dal Pakistan. Israele ancora una volta sta riscrivendo unilateralmente l’accordo. Non hanno mai avuto l’intenzione di fermare la guerra. Sono loro il problema di Trump. Non l’Iran. 

Buon mercoledì.

Foto WMC

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Processo Hydra, tra pentiti e omissis: cosa sapeva il collaboratore di giustizia Bernardo Pace, morto suicida in carcere

«Allora ci sono…». Otto pagine nere nel verbale del 19 febbraio di Bernardo Pace. La pm Alessandra Cerreti della Direzione distrettuale antimafia di Milano gli aveva chiesto dei rapporti tra il “sistema mafioso lombardo” e i politici, locali e nazionali. Pace aveva iniziato a rispondere. Nel verbale depositato al processo Hydra, tutto omissato. Il 16 marzo si è impiccato nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino. Aveva 62 anni, una condanna a 14 anni e 4 mesi per associazione mafiosa, e da qualche settimana una nuova vita: collaborare con la giustizia.

Aveva spiegato il perché: «Sono pentito per tutta questa faccenda e voglio dissociarmi di tutto e per tutto, per ripulirmi la coscienza, per i miei figli». Era sistemato in cella singola come collaboratore strategico in una delle inchieste antimafia più rilevanti al Nord degli ultimi quindici anni. Ha pranzato. Poi si è impiccato. La Procura di Torino ha aperto un’inchiesta. I pm Cerreti e Rosario Ferracane hanno depositato i suoi verbali al processo ordinario, aperto il 19 marzo nell’aula bunker di San Vittore a Milano per i restanti 45 imputati. Li considerano affidabili. Le otto pagine restano nere.

Hydra punta sull’esistenza di un “consorzio” tra Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra in Lombardia: 62 condanne nel filone abbreviato, emesse il 12 gennaio 2026 dal gup Emanuele Mancini, per oltre 500 anni complessivi. A processo è arrivato anche Emanuele Gregorini, detto “Dollarino”, 36 anni, presunto vertice camorristico, estradato dalla Colombia dopo una latitanza tra Brasile, Panama e Cartagena de Indias.

I collaboratori di giustizia

I collaboratori di giustizia, e vale la pena chiamarli con il nome corretto, si moltiplicano. Cerreti ha depositato il verbale del 3 febbraio di Gioacchino Amico, 40 anni, presunto vertice del “sistema mafioso lombardo” per conto del clan camorristico dei Senese. Amico ha messo a verbale: «Sono a conoscenza dei vari tentativi di uccidermi e la mia scelta di collaborare è tesa a garantire anche la mia incolumità». Ha poi avvertito i magistrati: «C’è gente libera, molto feroce, in grado di infiltrarsi ovunque. In politica, soprattutto». Decine di pagine omissate.

Già nelle fasi preliminari aveva collaborato William Alfonso Cerbo, detto “Scarface”, esponente del gruppo Mazzei catanese. Cerbo ha raccontato il tentativo del sistema mafioso lombardo di costruire un candidato nell’area di Fratelli d’Italia (FdI): un ufficio di campagna per un medico milanese, poi abortito quando emersero i precedenti penali di Cerbo. Il commento di Giancarlo Vestiti, presunto luogotenente della camorra: «Non ti preoccupare, è saltato lui, ce ne sarà un altro». Quando i pm chiedono degli altri «appoggi politici», un altro omissis.

Politica, omissis e Commissione antimafia

Amico, dal canto suo, ha dichiarato di aver coordinato in Sicilia il partito dell’ex sindaco di Verona Flavio Tosi. La Commissione parlamentare antimafia sarà a Milano il 16 aprile. Sentirà anche l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (FdI) sulla partecipazione alla società “Le 5 Forchette” con Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato come prestanome del clan Senese a Roma: un filo che dal ristorante arriva direttamente a Hydra.

Report tornerà in onda ad aprile su Rai 3. Giorgio Mottola, che segue Hydra fin dall’inchiesta “La mafia a tre teste” del gennaio 2024, è parte civile nel processo e ha già ricevuto minacce da uno degli indagati. La prossima udienza è fissata al 30 aprile. Dentro le aule si aspetta che qualcosa esca dall’omissis. Fuori, cinque detenuti si sono tolti la vita nelle carceri italiane a gennaio 2026, 79 nell’intero 2025. Il Lorusso e Cutugno ospita 1.450 detenuti su poco più di 1.000 posti.

Pace aveva cominciato a rispondere. Non sapremo mai cosa ci fosse.

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Anche il corridoio medico sotto tiro

Majdi Aslan, 54 anni, guidava un veicolo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità lungo via Salah al-Din, a est di Khan Younis, quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco in modo indiscriminato sui mezzi in transito. Era la mattina del 6 aprile, alle 9:15. Aslan, residente nel campo profughi di Bureij, è stato colpito alla testa. Dichiarato morto all’ospedale Al-Aqsa. Un medico dell’Oms è rimasto ferito. Sette altre persone, civili su un mezzo commerciale che precedeva il veicolo onusiano, sono state colpite nella stessa sequenza. Lo ha ricostruito il corrispondente di Al Jazeera Hani Mahmoud, presente nell’area.

La conseguenza è stata immediata: l’Oms ha sospeso tutte le evacuazioni mediche da Gaza verso l’Egitto via Rafah, a tempo indeterminato. Quel corridoio – l’ultimo rimasto – è chiuso.

Il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus ha scritto su X che «una persona impegnata a fornire servizi all’Organizzazione a Gaza è stata uccisa in un incidente di sicurezza». Nel comunicato inviato ad Al Jazeera, l’Oms ha definito l’accaduto un “incidente di sicurezza critico, in esame da parte delle autorità competenti”, senza nominare chi ha sparato. Le autorità competenti, ha precisato, stanno conducendo un’indagine.

Mentre le agenzie seguono gli attacchi su Teheran, Gaza continua. Dal cessate il fuoco raggiunto nell’ottobre 2025, il Ministero della Salute palestinese ha registrato oltre 720 persone uccise nella Striscia e quasi 2.000 ferite. Dall’ottobre 2023, secondo il rapporto Unrwa al 25 marzo 2026, i morti sono 72.265, i feriti 171.959.

Il corridoio medico era l’ultimo che restava: trasportare fuori i pazienti che non potevano ricevere cure dentro. Ora è sospeso «fino a nuovo avviso», ha comunicato Tedros. Le autorità competenti stanno esaminando l’incidente.

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La cultura come spettacolo d’arte varia

La graduatoria del ministero della Cultura è uscita il 3 aprile. La commissione ministeriale ha assegnato 66 punti a Tutto il male del mondo, il documentario di Simone Manetti su Giulio Regeni: sotto soglia, nessun contributo. Il film ha già vinto il Nastro della Legalità 2026. Lo stanno proiettando 76 università italiane su iniziativa della senatrice a vita Elena Cattaneo, e il 5 maggio andrà al Parlamento europeo. Il processo per il suo omicidio è ancora aperto in Italia. Secondo il ministero di Alessandro Giuli non ha “interesse culturale”.

La stessa graduatoria assegna 1,05 milioni di euro alla biografia di Gigi D’Alessio e 800 mila euro a Tony Pappalardo Investigations di Pier Francesco Pingitore, fondatore del Bagaglino. Nella lista entra anche un documentario sul locale caprese Anema e Core. L’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, come il film su Regeni, è rimasta fuori dalle eccellenze riconosciute.

Questa logica non è una novità: a dicembre 2024 il ministero ha stanziato 1,5 milioni di euro per la mostra Il Tempo del Futurismo alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, voluta dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano come bandiera culturale del governo. Report le ha dedicato un’inchiesta su conflitti di interesse e scelte curatoriali imposte dall’alto. Il New York Times e El País l’hanno definita una figuraccia internazionale.

Del resto c’è un filo che tiene insieme questi episodi, dal cinema ai musei. Il governo sa già cosa finanziare: la bandiera e lo spettacolo leggero. Quello che i bandi faticano a riconoscere invece è la memoria,  soprattutto se pone ancora domande.

Buon martedì.

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Rapporto Nato 2025: come il riarmo da un trilione e quattrocento miliardi di dollari ridefinisce il bilancio pubblico europeo

Il Rapporto Annuale 2025 del Segretario Generale della Nato comincia con una promessa: proteggere un miliardo di persone. Il numero torna almeno sei volte nel documento, con la cadenza di un mantra aziendale. Un miliardo di persone protette. Mai consultate su quanto costerà farlo.

Al summit dell’Aia, giugno 2025, gli alleati si sono impegnati a portare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035. Di cui il 3,5% per le “esigenze difensive fondamentali” e l’1,5% per investimenti “collegati alla difesa e alla sicurezza”: categoria elastica che comprende infrastrutture civili, reti digitali, resilienza industriale. L’elasticità è la funzione, non un effetto collaterale.

Il vecchio obiettivo del 2% era già controverso. Raggiunto nel 2025 per la prima volta da tutti e 32 gli alleati, è già obsoleto: il nuovo piano lo raddoppia abbondantemente. La spesa totale supera 1.400 miliardi di dollari nel 2025. I soli europei e Canada spendono 574 miliardi, con un aumento reale del 20% rispetto al 2024. Dall’invasione russa dell’Ucraina, la macchina si è messa in moto con una velocità che nessun obiettivo politico del decennio, non il clima, non la sanità, non la scuola, ha mai raggiunto.

Il conto di Trump

Il documento celebra come conquista diplomatica il meccanismo Purl (Prioritised Ukraine Requirements List), annunciato il 14 luglio 2025 da Mark Rutte e Donald Trump. La struttura è istruttiva: la Nato coordina la consegna di equipaggiamento militare americano all’Ucraina, pagato dagli alleati europei. Gli Stati Uniti forniscono, l’Europa paga. Trump, lo stesso che per anni ha minacciato di abbandonare l’alleanza se gli europei non avessero speso di più, ottiene esattamente questo: che gli europei finanzino armi americane per un paese che non fa parte della Nato. È il multilateralismo del portafoglio altrui.

A fine 2025, i due terzi degli alleati avevano già contribuito al meccanismo. Il prossimo summit si terrà ad Ankara, luglio 2026. La Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, lo stato che imprigiona giornalisti e riduce le elezioni a esercizi di consenso gestito, ospiterà il vertice dell’alleanza che si definisce custode della democrazia occidentale. Il report non segnala contraddizione alcuna. È un’alleanza: le contraddizioni si gestiscono.

Il confine che scompare

La vera novità del Piano dell’Aia non è nella cifra. È nell’architettura. L’1,5% aggiuntivo può coprire, testualmente, “infrastrutture critiche, reti digitali, preparazione civile, resilienza, innovazione, base industriale della difesa”. Il confine tra bilancio sociale e bilancio militare diventa permeabile per definizione. L’obiettivo non dichiarato è rendere contabilmente presentabile un riarmo di proporzioni mai viste in tempo di pace, nei paesi che la pace la stanno vivendo.

Il Fondo di Innovazione Nato, sostenuto da 24 alleati con oltre un miliardo di euro, investe in startup di “deep tech” a doppio uso militare-civile. Diana, l’acceleratore dell’alleanza, ha annunciato una terza coorte di 150 aziende per il 2026. La guerra crea mercato. Il mercato orienta la ricerca. La ricerca rafforza la guerra: il circolo si chiude.

L’Italia chiude il 2025 al 2,01% del Pil, in buona parte per riclassificazione contabile: su quell’incremento rispetto al 2024, lo 0,4% è dovuto a voci semplicemente spostate sotto la voce difesa, non a nuovi stanziamenti. Il governo Meloni ha rivendicato il risultato dichiarando che «non distoglieremo neanche un euro dalle altre priorità». Una frase destinata a sgretolarsi: per arrivare al 5%, l’Italia dovrebbe portare la spesa da 45 a circa 145 miliardi annui, mentre il deficit 2025 si ferma al 3,1% del Pil, già fuori dall’obiettivo europeo. La risposta è nel report: basterà ridefinire cosa conta come sicurezza.

Un miliardo di persone protette. I loro servizi pubblici non compaiono nel documento.

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Trump demolisce il diritto, Meloni plaude

Il primo aprile Donald Trump si è seduto in prima fila alla Corte Suprema, presidente in carica che assiste a un’udienza su uno dei suoi stessi decreti. Prima volta nella storia. Un capo di Stato va a guardare in faccia i giudici mentre decidono se lui ha ragione. Può sembrare una curiosità protocollare. È invece la fotografia più precisa dell’epoca.

Da quando Trump ha insediato il secondo mandato opera su un principio semplice: il diritto è uno strumento, non un limite. Il Dipartimento di Giustizia è diventato il braccio armato della vendetta personale. Pam Bondi, Attorney General con il mandato esplicito di perseguire i nemici politici del presidente, è stata licenziata il ieri perché non ci è riuscita abbastanza. Al suo posto arriva Todd Blanche, già avvocato personale di Trump durante i procedimenti penali che lo riguardavano. Per il successore permanente circola Lee Zeldin, capo dell’Agenzia per la Protezione Ambientale, senza esperienza da procuratore. Il curriculum non conta. Conta la fedeltà.

Il diritto come campo di battaglia

Il 17 marzo la Commissione di Vigilanza della Camera ha emesso un’ingiunzione a Bondi per testimoniare sui file Epstein: la convocazione, fissata per il 14 aprile, resta valida anche dopo il licenziamento. Intanto i tribunali continuano a resistere. Un giudice federale ha stabilito che Trump non può punire emittenti pubbliche come la PBS perché non si allineano politicamente. Sul caso della cittadinanza per nascita, portato alla Corte Suprema dopo che un giudice di primo grado aveva definito il decreto di Trump “platealmente incostituzionale”, i giudici si sono mostrati scettici, conservatori inclusi. Il Chief Justice John Roberts ha liquidato l’argomentazione governativa come “stravagante”. La risposta di Trump su Truth Social è arrivata pochi minuti dopo: “Siamo l’unico Paese al mondo abbastanza stupido da ammettere la cittadinanza per nascita”.

Questo è il metodo. Qualcosa viene bloccato. Lui attacca i giudici. Nomina qualcuno di più compiacente. Ricomincia. Il meccanismo di erosione non si ferma.

L’ordine mondiale che non c’è più

Sul piano internazionale il meccanismo è identico. Trump ha minacciato di colpire l’Iran “molto duramente”, evocando l’idea di “riportarlo all’età della pietra”, per poi aprire a negoziati il giorno dopo. I mercati hanno risposto: petrolio su, borse giù. Gli alleati anche: sempre più diffidenti. Sulla Nato torna ciclicamente a minacciare l’uscita. Ogni volta che lo fa, l’Alleanza perde un pezzo di credibilità. In Europa si discute ormai apertamente di un futuro senza gli Stati Uniti. Quella prospettiva sarebbe il regalo più grande a Vladimir Putin.

Decisioni che cambiano ogni giorno. Minacce e ritrattazioni. Alleanze trattate come contratti a breve. Il diritto internazionale come opzione revocabile, non come vincolo. Le istituzioni sono costrette a inseguire un presidente che usa l’imprevedibilità come arma di governo.

Chi sceglie di stargli vicino

Giorgia Meloni ha scelto di essere la prima leader europea ricevuta alla Casa Bianca dopo l’avvio della guerra dei dazi, il 17 aprile 2025. Trump l’ha elogiata: «L’Italia può essere il miglior alleato degli Stati Uniti se Meloni resta premier». Lei ha offerto 10 miliardi di investimenti italiani negli Stati Uniti, ha promesso il 2% del Pil alla Nato. È tornata a Roma senza accordi formali ma con foto e parole calorose. Un contratto senza clausole scritte.

Trump è il più grande demolitore del diritto, americano e internazionale, che la scena politica occidentale abbia prodotto in questi anni. Un autocrate che opera dentro le forme della democrazia, il che lo rende più pericoloso di quelli che le hanno abolite. Chi gli stringe la mano sapendo tutto questo non è un mediatore. È un sostenitore. E la storia non dimentica.

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