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Il dramma di Domenico Forgione: sbattuto 7 mesi in cella per una omonimia…

Domenico Forgione ha 47 anni e vive a Sant’Eufemia d’Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria, un paesino di una manciata di migliaia di abitanti in cui si conoscono praticamente tutti. Laureato in Scienze Politiche con un dottorato di ricerca in Storia dell’Europa Mediterranea ha insegnato per molti anni all’università di Messina. Era consigliere comunale e il 25 febbraio 2020 finì in carcere con il sindaco Domenico Creazzo (accusato di voto di scambio), il vicesindaco Cosimo Idà (accusato di essere capo promotore ed organizzatore di una fazione mafiosa all’interno del locale di Sant’Eufemia d’Aspromonte), il presidente del consiglio comunale Angelo Alati. Gli arresti si inserivano nella più ampia inchiesta Eyphemos (a cui ne seguirà anche una seconda) ordinata dalla Dda di Reggio Calabria che ha portato a un totale di ben 76 imputati.

Con il tempo però le basi dell’inchiesta hanno cominciato a sfaldarsi: ad aprile dell’anno scorso il presidente del consiglio comunale Alati è stato rimesso in libertà dopo una sentenza di “inconsistenza indiziaria” del Tribunale del riesame di Reggio Calabria. A novembre è stata la volta di Cosimo Idà: i suoi avvocati, dopo aver richiesto diverse perizie, sono riusciti a provare che “u diavulu” di cui si parla nelle intercettazioni, non è lui. Il nome associato al soprannome in questione, che ai magistrati e agli investigatori era distrattamente sfuggito, non è il suo. «Possiamo dire che il nostro cliente è stato scagionato, sebbene avremo ogni certezza tra qualche giorno con la chiusura dell’indagine», avevano detto gli avvocati di Idà lo scorso novembre. Ulteriore beffa: Idà risulta tutt’oggi nella lista degli imputati.

A casa di Domenico Forgione le forze dell’ordine arrivano alle 3 di notte. Gli agenti gli chiedono di seguirli in Questura, lui è convinto che sia qualcosa di risolvibile nel giro di poche ore e avvisa sua madre che sarebbe stato di ritorno da lì a poco. Non andò esattamente così: il capo di imputazione è gravissimo. In alcune intercettazioni tra mafiosi ad un certo punto uno saluta il suo interlocutore con un “ciao Dominic” e “Dominic” è anche il soprannome di Forgione. Gli inquirenti non hanno dubbi. Inizia l’odissea. Due giorni dopo Forgione si ritrova di fronte al Gip, respinge tutte le accuse e fa notare la sua fedina penale assolutamente pulita e la sua vita specchiata, lui scrittore di saggi, studioso e apprezzato da tutti. Resta in carcere. Con il suo avvocato preparano una perizia fonica di parte da consegnare al Tribunale del Riesame, lui è convintissimo dell’evidenza di una voce completamente diversa dalla sua. La pratica viene valutata solo l’11 aprile ma i giudici respingono la perizia affermando che la qualità dell’audio non è buona. Capito? La qualità dell’audio è abbastanza “buona” per un arresto ma non è abbastanza “buona” per dimostrare la propria innocenza.

L’avvocato di Forgione non si arrende, chiede che sia un perito della Procura a fare tutti gli accertamenti che ritiene opportuni. Nel frattempo Forgione viene trasferito nel carcere di Santa Maria Capua Venere, ammanettato mentre si reca in autogrill come un pericoloso criminale. Forgione rimane anche sconvolto per le situazioni in cui si ritrovano le carceri, racconta di avere visto acqua marrone scendere dalle docce, di avere avuto problemi alla pelle perfino mesi dopo la sua scarcerazione.

In cella insegna l’italiano a un arrestato nella sua stessa operazione. La scarcerazione avviene il 16 settembre, dopo 7 mesi: non è lui quell’uomo intercettato, non è sua quella voce. 7 mesi di carcere da mafioso per un innocente sulla base di un’omonimia detta veloce durante un saluto. Ora Forgione è libero, innocente ma la sua vita è cambiata: ha deciso di dedicarsi ai casi di malagiustizia con l’associazione “Nessuno tocchi Caino” e intende usare la sua voce per denunciare un sistema che in un secondo può stravolgerti la vita. È l’ennesimo caso, ancora. Dice di sentirsi tradito dallo Stato ma in fondo con la sua storia siamo stati traditi tutti, anche noi.

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Cosa c’è dietro la bufala del “gender”

Nell’Ungheria di Orbán è stata approvata una legge che paragona l’omosessualità alla pedofilia e impedisce che si parli di persone gay o trans ai minorenni. Ecco a cosa puntano le destre quando parlano del pericolo “gender nelle scuole”: negare le differenze e togliere diritti

Volete sapere perché la destra continua ripetere tutti i santi giorni la manfrina del “gender” nelle scuole, senza tra l’altro mai essere riusciti a spiegare cosa sia esattamente? Basta spostarsi in Ungheria, nella patria di Orbán che infatti mica per niente è un eroe per Salvini, Meloni e compagnia cantante. Ieri il Parlamento ungherese ha approvato una legge che di fatto paragona l’omosessualità alla pedofilia, tesi smontata da decenni in tutto il mondo ma che continua a trovare molta fortuna in certi ambienti di destra e infatti non è un caso che qualcosa del genere si sia ascoltato anche durante le audizioni per il ddl Zan.

La nuova legge ufficialmente dovrebbe preservare i bambini dalla pedofilia ma di fatto servirà a vietare alle associazioni legate alla comunità Lgbt+ di promuovere percorsi educativi e di diffondere informazioni sull’omosessualità per arginare le discriminazioni. Nonostante le critiche di Amnesty international e la manifestazione di più di 5mila persone davanti al Parlamento a Budapest, la legge presentata dal partito di estrema destra Fidesz (lo stesso del presidente Orban) è passata con 157 voti a favore e un solo contrario (lo sentite il profumo di democrazia?). «Al fine di garantire la protezione dei diritti dei bambini – si legge nel testo della legge – la pornografia e i contenuti che raffigurano la sessualità fine a se stessa o che promuovono la deviazione dall’identità di genere, il cambiamento di genere e l’omosessualità non devono essere messi a disposizione delle persone di età inferiore ai diciotto anni».

Con la nuova legge, tanto per capirsi, sarebbe vietata la campagna pubblicitaria della Coca cola realizzata nel 2019 proprio in Ungheria e il canale televisivo commerciale RTL Klub Hungary ha già detto che pellicole come Il diario di Bridget Jones, Harry Potter e Billy Elliot saranno trasmesse d’ora in avanti solo in seconda serata e con il divieto ai minori di 18 anni.

Quando li sentite parlare di libertà, della presunta oppressione del politicamente corretto, di gender e di tutte quelle altre cretinate sappiate che loro hanno in mente solo una cosa: negare le differenze, sempre, comunque, in ogni modo.

I diritti sono fragili, anche quando abbiamo la sensazione che si stia solo facendo caciara. Vengono derisi e infine negati. Pensateci.

Buon mercoledì.

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La variante caos

Campagna vaccinale antiCovid-19 ed errori di comunicazione. Piuttosto che gingillarsi su inutili rivendicazioni sarebbe il caso di mettere ordine e di comunicare con ordine. Coltivare fiducia è un atto politico che spetta alla politica

Vediamo se si riesce a fare un ragionamento senza sentire in sottofondo i gridolini dei tifosi di una e dell’altra parte, senza urla di sfegatati e provando a restare sui fatti.

La campagna vaccinale subisce gli effetti del caos su AstraZeneca. Dietro l’incaglio ci sono errori di comunicazione scientifica, errori di comunicazione politica e enti e istituzioni che si smentiscono. L’idea di una seconda dose con un vaccino diverso mina la fiducia di molti cittadini nella campagna vaccinale prestando ovviamente il fianco a quelli che sull’ostilità al vaccino hanno costruito una certa propaganda. Ma c’è anche molto altro: com’è possibile che si decida di vaccinare con due vaccini diversi senza che Aifa, organismo regolatorio per i farmaci e vaccini in Italia, abbia dato il suo consenso (è accaduto solo ieri sera)? E poi, insistendo: se il certificato verde (il cosiddetto “green pass”) europeo si basa sulle indicazioni dell’Ema e l’Ema non prevede una vaccinazione eterologa come si metterebbe nel caso in cui uno Stato europeo decida di non fare entrare gli italiani? Ancora: nel caso in cui una persona sia stata vaccinata con prima dose AstraZeneca e seconda dose Pfizer come si metterebbe se dovesse accadere (com’è nelle ipotesi) che i vaccinati Pfizer debbano ricorrere alla terza dose? I vaccinati misti che fanno?

A proposito di confusione: il generale Figliuolo aveva dettato dei criteri per età nella campagna vaccinale che sono stati calpestati basandosi su un parere del Cts. L’ordinanza del generale non è stata considerata da nessuno e le Regioni hanno lanciato la danza degli open day. A proposito di Regioni, vi ricordate quando tutti strepitavano perché andavano in ordine sparso? Per darvi un’idea di come non sia cambiato niente basti pensare che ieri in Campania è stato bloccato anche il vaccino Johnson&Johnson.

Qualcuno ha evocato un intervento di Draghi (che per molti rimane il supremo taumaturgo): ieri il presidente del Consiglio ha detto che «Il ministro Speranza ha chiarito… ha specificato come comportarsi con i vaccini AstraZeneca e le seconde dosi, la situazione è chiara». Quindi tutto bene.

Contemporaneamente si assiste alla ridda di voci contrastanti, come siamo abituati fin dall’inizio della pandemia, su varianti e su rischi futuri. Alla faccia di chi disse di “parlare meno e fare di più”. Sul Corriere della Sera Paolo Giordano ha ricordato come «sebbene gli immunologi sembrino concordi sul fatto che un mix di vaccini possa essere addirittura meglio in termini di protezione, non ci sono ancora studi specifici e validati a sostegno, e il cambiamento in corsa suscita diffidenza di per sé». Per questo, scrive Giordano, «a essere onesti, non è facile oggi ribattere con argomenti del tutto convincenti a chi si scopre dubbioso».

La variante più pericolosa, ancora una volta, è la variante caos e forse piuttosto che gingillarsi su inutili rivendicazioni sarebbe il caso di mettere ordine e di comunicare con ordine. Coltivare fiducia è un atto politico che spetta alla politica. Se ne può parlare senza essere additati come blasfemi?

Buon martedì.

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Essere Barillari: ovvero approfittare di un calciatore quasi morto per collezionare qualche like

Essere Barillari non è difficile di questi tempi anzi addirittura funziona, porta un po’ di visibilità e riesce a coagulare cretini e cretinismi che vivono il privilegio di non sentirsi più soli.

Se è vero che internet e i social hanno portato una drastica diminuzione delle distanze, trasformando il mondo in un grande bar dove potersi sollazzare di boiate di fronte al bancone il consigliere regionale del Lazio Davide Barillari si è ritrovato l’occasione di poter essere lo scemo del villaggio con una tale quantità di amici da non averlo mai nemmeno potuto sperare nei suoi sogni più arditi.

Così anche oggi risuona forte per l’indegnità di una sua ennesima dichiarazione (che lui sputa sotto forma come sempre di un pensiero breve, ottimo per essere intelligibile facilmente e per starci dentro un tweet): Barillari è spaparanzato sul suo divano con il suo cellulare in mano (la sua bolla sociale che non gli sarebbe concessa in qualsiasi consesso dal vivo), vede il giocatore Eriksen stramazzare sul campo rischiando la morte e come primo pensiero non ha né pietà umana (figurarsi), né preoccupazione (sentimento troppo complesso) e nemmeno un fanghiglioso moto di tifo perfino avverso.

No, Barillari che deve la sua patetica celebrità a un’imperterrita negazione della realtà soffiando su vomitevoli complotti immaginari, pensa subito a come può usare quel calciatore quasi morto per collezionare qualche like e per soffiare sugli sfinteri dei suoi seguaci e quindi come prima cosa pensa subito al vaccino, l’odiato vaccino che secondo lui una superiore entità mega segreta e potentissima avrebbe formulato per distruggere il mondo.

A Barillari non viene il dubbio che questa super massoneria ingegnerizzata debba essere proprio fallace se è riuscita a farsi scoprire da un Barillari spaparanzato sul divano perché i Barillari (lui è solo il capo branco ma il modello è replicabile e replicato) pensano di essere talmente intelligenti da riuscire a disarticolare le mafie mondiali con due clic su Google e su YouTube.

Peccato che Eriksen non sia nemmeno stato vaccinato e così, in un mondo normale, un Barillari verrebbe scanzonato. E invece no: gli incapaci di spiccare tra persone sensate vanno a giocare sempre nel campo del cretinismo. Incapaci di valere almeno un’unghia nella realtà se ne inventano un’altra dove possono farsi notare. L’importante è avere avuto un’idea originale e rara, che poi lo sia perché altamente stupida non è un problema che lo sfiora. Il reddito di cittadinanza di Barillari è inesauribile: l’idiozia.

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Da Calenda ai renziani: quelli che non vivono senza parlare male del Pd

Sono quelli che da settimane si ostinano a vedere “vedove di Conte” dappertutto. Chiamano così chiunque si permetta di osservare e criticare un’azione qualsiasi del governo Draghi oppure del generale Figliuolo (di cui hanno i poster in cameretta di fianco al calciatore o al cantante preferito) e se qualcuno gli fa notare che utilizzare la vedovanza per irridere gli altri sia piuttosto antipatico e fuori luogo ti rispondono che è un “modo di dire”.

Del resto sono gli stessi del “ciaone”, del “stai sereno”, dei poveri che se lo meritano e dei disoccupati che sono fannulloni. A leggerli ti verrebbe da pensare che siano dei Salvini più edulcorati e invece, mistero della fede, si collocano nel centrosinistra.

Meglio: immaginano un centrosinistra in cui esistano solo loro e che faccia delle gran grigliate con il centrodestra, tutti a braccetto, perché sono gli stessi che stanno portando avanti da tempo il processo di riabilitazione di fascisti omeopatici rivenduti come futuri statisti.

Tutto il giorno scrivono di politica, sui loro social in cui fanno gruppo sostenendosi vorticosamente, scudieri di una bestiolina clone della stessa di Salvini con la sola differenza di indovinare quasi sempre i congiuntivi. 

Il loro tema costante è uno sempre quello, sempre lo stesso: il PD. Odiano il PD, sono tutti stati inventati dal PD, molti di loro sono stati eletti con il PD eppure il PD è il loro argomento costante.

Ne vorrebbero la distruzione, lo smaciullamento però fingono di pungolarlo “per il suo bene”. Perché un elettore di un partito debba così intensamente interessarsi di un altro potrebbe apparire incomprensibile. Poi ti metti a vedere le loro percentuali di voto e capisci il riflesso del loro nemico è l’unico modo di avere un po’ di luce.

C’è chi si candida sindaco di Roma, come Calenda, e non lascia passare un solo giorno senza discutere animosamente del PD, colpevole di non averlo incoronato candidato unico (re e papa) del centrosinistra.

C’è chi come i renziani se la prende con il PD che permette a Conte di appoggiare un suo candidato alle primarie, lì dove Renzi ha messo una sua candidata direttamente con il bollino. Poi ogni tanto succede che qualcuno gli dica “ok, se non vi sta bene ve ne potete andare” e loro si mettono in un angolo con il broncio. Ma rimangono, non vanno, senza capire perché quel partito che prendono tutti i giorni a calci ce l’abbia così tanto con loro. E della loro ossessione ne vorrebbero fare un programma politico.

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Legittima offesa

La questione delle leggi relative al possesso di armi da fuoco torna al centro dell’attenzione pubblica dopo che ieri un uomo, già segnalato come «persona instabile», ha ucciso due bambini e un anziano

Era «solo e isolato», «non aveva amici e non si curava»: sono le prime parole pronunciate ieri dalla madre di Andrea Pignani, il 35enne ingegnere informatico che pochi chilometri fuori Ardea ha ucciso l’84enne Salvatore Ranieri e i fratelli David e Daniel Fusinato prima di suicidarsi. Perché quel “pazzo” avesse a disposizione un’arma è una domanda che si pongono quasi tutti, soprattutto alla luce del fatto che Pignani fosse già stato segnalato come «persona instabile». Ecco, appunto, com’è che ci fosse quell’arma?

Conviene fare un passo indietro: lo scorso 10 aprile a Rivarolo Canavese, siamo in provincia di Torino, Renzo Tarabella, pensionato di 83 anni, ha ucciso la moglie Maria Grazia Valovatto di 70 anni e il figlio disabile Wilson di 51 anni, ha ucciso i due proprietari della casa in cui viveva e poi ha tentato di suicidarsi. Anche in quel caso la pistola era regolarmente detenuta, per uso sportivo e nonostante la presenza di un figlio con problemi psichici la figlia ha raccontato che l’uomo tenesse l’arma sempre sul comò ben in vista.

L’Italia è uno dei Paesi con il più basso numero di omicidi in Europa. Nonostante una certa retorica i numeri di omicidi collegati alla criminalità organizzata e per furti e per rapine sono in netto calo. Gli unici omicidi che rimangono stabili sono quelli in ambito famigliare e relazionale: sono stati più 150 nel 2019, poco meno della metà di tutti gli omicidi (315 casi). In sostanza nel biennio 2017/2019 abbiamo avuto 131 omicidi perpetrati con armi regolarmente detenute a fronte di 91 omicidi di tipo mafioso e di 37 omicidi per furto o rapina. In sostanza, lo dicono i numeri, in Italia è più facile essere ucciso da un legale detentore di armi rispetto a un mafioso o un rapinatore.

«Avere un’arma in casa – riporta un’ampia ricerca del Censis – rappresenta una formidabile tentazione di usarla e molti assassini sono in possesso di regolare licenza». E come si ottiene un’arma? Un cittadino esente da malattie nervose e psichiche, non alcolista o tossicodipendente, sostiene un un breve esame dopo che la Questura ha verificato che non abbia precedenti penali. E l’esame medico? Niente di che: c’è un certificato del medico curante e una visita presso l’Asl come avviene per l’esame di guida. Nessun controllo tossicologico, nessuna valutazione psichiatrica. Anzi, a differenza della patente di guida, il rinnovo anche per persone di una certa età avviene comunque ogni 5 anni, sempre con il certificato del proprio medico.

Sulle armi poi c’è la legge voluta dalla Lega (che governava con il M5S) nel 2018 per cui chi è in possesso di licenza (anche se non pratica alcuna disciplina sportiva o la caccia) può detenere tre pistole o revolver con caricatori fino a 20 colpi, 12 fucili semiautomatici con un numero illimitato, e senza obbligo di denuncia, di caricatori fino a 10 colpi e numero illimitato di fucili da caccia. Un gran bel regalo ai produttori di armi.

Non solo: da otto anni l’associazione “Ognivolta onlus – familiari e amici di Luca e Jan” (fondata in memoria di Luca Ceragioli e Jan Frederik Hilmer uccisi da un collega che regolarmente deteneva un’arma con regolare licenza nonostante 3 tentativi di suicidio e nonostante fosse in cura in un centro di salute mentale) chiede l’istituzione di un’anagrafe informatizzata per il collegamento fra le strutture sanitarie e le autorità preposte al rilascio e al rinnovo del porto d’armi, affinché si possa tempestivamente rifiutare o revocare il medesimo a soggetti psichicamente non idonei.

Insomma, siamo sicuri di essere di fronte a un caso isolato? O siamo di fronte a una legittima offesa, legittimata dalle leggi che mungono i produttori d’armi e una certa parte politica?

Buon lunedì.

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Capitati d’azienda

Almeno una volta le lezioni (non che fossero meno insopportabili e paternalistiche, eh) le davano i capitani d’industria, quelli che si erano “fatti da soli”, quelli che avevano il jolly del raccontare che venivano dal niente, quelli che si commuovevano quando raccontavano la fatica. Oggi invece siamo nell’epoca del moralismo vuoto dei “capitati d’azienda”, figli di cotanti padri che hanno dovuto subire l’enorme ingiustizia di sobbarcarsi l’impero di famiglia ma usano lo stesso stile retorico, misuratamente confezionati nel loro completo senza un’ombra di sgualcio mentre insegnano ai giovani disoccupati come affrontare il mondo.

Il 43,7 per cento delle prime mille aziende italiane per fatturato sono di natura familiare

«Ragazzi rifiutate i sussidi e mettetevi in gioco», ha detto ieri Guido Barilla, di professione figlio di suo padre, uno dei mestieri più diffusi nell’imprenditoria italiana se è vero che sono “familiari” il 69,1 per cento delle piccole imprese e il 61,6 per cento di quelle medio grandi secondo i dati dell’osservatorio AUB, al 26 gennaio del 2021. Del resto dal 2010 proprio le aziende familiari hanno avuto un tasso di crescita superiore rispetto a quello di altri tipi di azienda. Sempre per avere un po’ di proporzioni: delle prime 1000 imprese per fatturato in Italia ben il 43,7 per cento sono di natura familiare mentre in Francia sono solo il 28,3 per cento, il 39,5 per cento in Germania e il 35,4 per cento in Spagna. Se invece guardiamo le prime 1000 aziende quotate l’Italia è l’unico Paese tra i quattro (con Francia, Germania e Spagna) ad avere una maggioranza di imprese familiari rispetto a quelle non familiari: il 52,9 per cento dei consiglieri nei consigli di amministrazione delle imprese famigliari sono persone appartenenti alla stessa famiglia e di questi solo il 10 per cento sono donne. Per rendere l’idea, Assolombarda organizza ciclicamente un corso che si intitola “Figli del capo” rivolto a quelli che sono «figli di imprenditori e imparano il mestiere dai genitori prima di assumersi responsabilità all’interno dell’azienda familiare, ma spesso non si parlano tra loro», che «non hanno modo di capire come altri coetanei stanno imparando le stesse cose, non conoscono le altre realtà e non si confrontano». Per loro ( lo scrive Assolombarda, badate bene) «l’azienda di famiglia rappresenta in tanti casi l’unica occasione per parlare di impresa».

Nascere privilegiati non è una colpa, lo è non averne contezza

Benissimo. Capite che in un quadro del genere, senza volere cadere nel rischio facile di demonizzare a prescindere le imprese familiari, risulta piuttosto stonato subire lezioni di meritocrazia, di welfare o di approccio al mondo del lavoro da chi si è ritrovato in una situazione di assoluto privilegio. Il «sussidio» di Guido Barilla evidentemente è l’azienda del padre e se lui avesse dovuto seguire spassionatamente lo stesso consiglio in cui si è lanciato oggi dovrebbe essere, che so, a confrontarsi in un altro settore qualsiasi, in un’azienda qualunque che non abbia sopra la scrivania il suo cognome come logo. Come scriveva ieri la scrittrice Letizia Pezzali «se hai un privilegio devi avere coscienza del privilegio. Se hai una certa storia, potrai dire certe cose e non altre. È un problema morale di grandissima importanza. Sapere chi sei e cosa puoi permetterti di dire». Nascere privilegiati non è una colpa ma non averne contezza è immorale.

Un nuovo mattone della narrazione tossica contro i giovani

A meno che, a volere pensare male, questa frase non sia banalmente l’ennesimo mattone di una narrazione tossica che prolifera in questo periodo, la solita ostica resistenza di chi si concentra sulla propria auto preservazione accusando gli altri di indolenza per non doversi prendere la responsabilità di «rimuovere gli ostacoli» come dice la Costituzione. Nascono da qui i generi letterari dei rider felici e ricchi di qualche mese fa (ve li ricordate? Poi si è scoperto che invece erano semplicemente l’ultimo modello di schiavi), nascono cosi gli sfaticati precettori del reddito di cittadinanza che non accettano di andare a lavorare per 600 euro sputati (e spesso in nero) come novelli partigiani del fatturato italico, nascono cosi i discorsi vuoti sulla “fuga dei cervelli” con i giovani che decidono di essere pagati il giusto all’estero che vengono trattati da disertori. Ieri qualcuno ha avuto perfino il coraggio di dirci che anche i problemi con il vaccino AstraZeneca soni dovuti all’irresponsabilità dei giovani che vogliono farsi vaccinare «per andare in discoteca». Siamo in questo dirupo qui, al limite della perversione. Per questo sembra perfino sensato intervistare Guido Barilla per parlarci di occasioni e di di disoccupazione. Un Paese di capitati d’azienda (e di capitalisti con i capitali degli altri) elevati a maestri di vita.

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Se Poste Italiane si impossessa del titolo di prima del più importante quotidiano finanziario italiano

La fotografia dello stato del giornalismo è la prima pagina di alcuni quotidiani in edicola oggi, venerdì 11 giugno 2021. Niente di nuovo e niente di strano, per carità, la pubblicità si sa che è l’anima del commercio e se le Poste hanno deciso di inondare le prime pagine dei quotidiani per la loro campagna sicuramente qualcuno si sarà leccato i baffi. Vuoi mettere avere pubblicità in un momento come questo. Però qualcuno potrebbe pensare che sia di cattivo gusto decidere di brandizzare proprio la prima pagina, quella che – esposta in edicola – dovrebbe subito, alla prima occhiata, raccontare la propria linea editoriale.

La prima pagina di un quotidiano, in fondo, è la visione che quel quotidiano ha del contemporaneo e del mondo. Lì dentro c’è la gerarchia delle notizie che racconta le priorità. Volendo vedere ci potrebbe anche essere (merce rara di questi tempi) qualche bella inchiesta strillata.

Niente. Stamattina i lettori quotidiani si sono omogenizzati in un pastone unico, giornali di destra e di sinistra per la prima volta sotto lo stesso tetto: pubblicità, calcio e un po’ di retorica della ripartenza.

“L’amore per l’Italia non conosce distanza”, recita il puccioso messaggio che ricopre i quotidiani. E a nessuno viene in mente che il confine tra indipendenza del giornalismo (e l’enorme ruolo che il giornalismo ricopre in una sana democrazia) e mercato questa mattina sia un po’ debole?

Dov’è il confine tra sussistenza economica e mercificazione? Per capirsi: abbiamo assistito, nel mondo del calcio, a moti di ribellione per il nome degli stadi svenduto allo sponsor, ma non è lo stesso per la testata del quotidiano che leggete normalmente?

Quelli si difenderanno, c’è da scommetterci, dicendo che non si tratta della “prima” ma è solo una “copertina”. In sostanza, per una volta, non è il giornale che serve per incartare ma è lui stesso a finire incartato. E incartato è proprio l’aggettivo giusto oggi, risuona bene perché sa di inceppamento, di un incaglio che è quasi un inchino.

Sia chiaro, ci sono cose ben più importanti di cui occuparsi e di cui scrivere, siamo tutti d’accordo. Sono le stesse notizie importanti che rimangono dietro allo spottone delle Poste. Siamo a posto così.

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Lamorgese supera a destra Salvini: “Porti aperti, navi bloccate”

Da quando al Viminale hanno capito che con il fermo amministrativo si può ottenere lo stesso effetto di ciò che faceva Salvini (se non meglio) e in cambio non si ottiene nemmeno troppa indignazione devono avere pensato di avere trovato la pentola d’oro. Del resto, pensateci, cosa cambia tra il non fare attraccare una nave di una ONG quando semplicemente puoi evitare di farla partire? Cosa c’è di meglio di un Mediterraneo sguarnito senza nemmeno bisogno di alzare la voce quando le carte bollate ottengono lo stesso effetto?

Così, nell’indifferenza generale anche dei molti che sembravano affezionatissimi al tema dei diritti umani quando servivano per essere usati come roncola contro l’avversario di turno, con lo stop dato alla nave Sea Eye 4 salgono a otto le navi delle Ong contemporaneamente ferme nei porti italiani. Un bel bottino per la ministra Lamorgese che è la stessa ministra che avrebbe dovuto segnare “un cambio di passo”. Le motivazioni dello stop alla nave della Ong Sea-Eye come al solito rientrano nella fantascienza più comica: la Guardia costiera, con il solito slang burocratese, accusa la nave Sea Eye 4 di avere salvato troppe persone (sono stati 415 migranti nella sua ultima missione), di non essersi presa la briga di lasciare in mare quelli che erano di troppo e di non avere “mezzi collettivi di salvataggio” a sufficienza.

In sostanza non avrebbe dovuto recuperare i naufraghi perché non aveva abbastanza salvagenti in previsione di un eventuale nuovo naufragio. Ovviamente per certi burocrati (che sono spesso quelli che osano le regole per svolgere una missione, piuttosto che semplicemente usarle) quelle persone salvate non erano disperati strappati alla morte ma semplici “passeggeri”. Peccato che questa volta il Registro navale italiano abbia attribuito alla nave la «notazione volontaria di classe rescue» con il numero 200 tra le persone in grado di soccorrere specificando che in situazioni di emergenza la legislazione internazionale prevede che la salvaguardia della vita umana sia prioritaria». Alla Guardia costiera, che sbadati, non se ne sono accorti.

Del resto una soluzione al sovraffollamento delle navi Ong ci sarebbe: assistere nei trasbordi oppure meglio ancora organizzare una missione di ricerca e soccorso europea, istituzionale, senza nemmeno l’ombra del dubbio che qualcuno possa perseguire chissà quali fini personali. Intanto siamo a due navi sotto sequestro giudiziario (Iuventa e Eleonore) e ben 6 in stato di fermo amministrativo. Ma tutto è fatto in modo pulito, senza sbavature, senza nemmeno sembrare razzisti. Un capolavoro.

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Perché non si ascoltano gli sconsigli?

Perché, se il vaccino era stato consigliato dagli scienziati agli over 60, sono stati autorizzati gli open day AstraZeneca per gli under 30?  Questa è una risposta che spetta alla politica

Intervistato da Radio 24 il generale Figliuolo ieri a proposito di AstraZeneca si è lanciato in una arzigogolata risposta: «Polemiche sugli Open Day per vaccinare i giovani? Oggi noi sappiamo che questo tipo di vaccini sono consigliati agli over 60, dopodiché possono esse usati per tutte le classi di età. È bene fare un’anamnesi molto approfondita, ma ovviamente le riflessioni le devono fare gli scienziati. E io sono sempre pronto a recepire qualsiasi riflessione che venga fatta in ambito ufficiale, quindi le raccomandazioni che poi daranno sono da applicare». Una risposta che sembra avere un senso ma che non ne ha.

Le raccomandazioni sono già state date: l’Aifa (l’agenzia italiana del farmaco) ha detto e ripetuto che quel vaccino è raccomandato per gli ultrasessantenni. La “scienza” di cui parla Figliuolo ha già chiarito da tempo che le trombosi cerebrali sono eventi rarissimi ma sotto quella soglia di età conveniva iniettare Pfizer o Moderna. E forse non è un caso che in Gran Bretagna (là dove AstraZeneca è stato inventato) si è deciso di non darlo sotto i 40 anni e in Germania non viene somministrato sotto i 55 anni.

La morte della 18enne a Sestri Levante, dopo una trombosi al seno cavernoso e operata per la rimozione del trombo e ridurre la pressione intracranica, vaccinatasi durante gli open day in Liguria dello scorso 25 maggio è un duro colpo per la fiducia nella campagna vaccinale ed è inevitabilmente un enorme assist per no vax e complottisti. In questo scenario non aiuta anche il fatto che le Regioni continuino ad andare in ordine sparso, c’è chi annulla tutto e chi continua imperterrito, mentre i ragazzi si interrogano sulla seconda dose. In tutto questo AstraZeneca continua a tacere, riuscendo perfino a far perdere la pazienza a Burioni a cui tocca riconoscere che «talvolta le priorità di una immensa multinazionale non coincidono con quelle della sanità pubblica».

Si torna però sempre allo stesso punto: è responsabilità della politica declinare in scelte i dati della scienza. Troppo comodo ora ributtare la palla nell’altro campo come se improvvisamente il “governo dei migliori” sia un mero esecutore delle scelte degli altri. Altrimenti a che serve un governo? E non stupisce per niente che i soliti noti, pur facendo parte della maggioranza, ora abbiano cominciato a bombardare con fuoco amico fingendo di essere l’opposizione, con il solito trucco di usare il ministro Speranza come Malaussene della situazione.

Perché, se il vaccino era stato consigliato agli over 60, sono stati autorizzati gli open day AstraZeneca per gli under 30?  Questa è una risposta che spetta alla politica.

Buon venerdì?

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