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Justice for Palestine, 609mila firme per sospendere l’accordo Ue-Israele. E la Flotilla è pronta a riprendere il mare

Sono 609.483 le firme raccolte in meno di tre mesi dai cittadini europei che chiedono alla Commissione di sospendere l’accordo di associazione con Israele. Un milione è il traguardo. Le soglie nazionali minime sono già state superate in nove paesi su sette richiesti, con la Francia al 482 per cento e l’Italia a quota 148. Bruxelles osserva.

L’Iniziativa dei Cittadini Europei ECI(2025)000005, promossa dall’Alleanza della Sinistra Europea, ha aperto la raccolta il 13 gennaio 2026. Scadenza: 13 gennaio 2027. La richiesta: la Commissione presenti al Consiglio una proposta di sospensione totale dell’accordo UE-Israele, in vigore dal 1995. Nel 2024 gli scambi tra le due parti hanno raggiunto 42,6 miliardi di euro. L’Ue copre il 34 per cento delle importazioni israeliane. Israele ha aderito a Orizzonte Europa nel 2021: 1,11 miliardi di euro di fondi Ue a imprese, università ed enti israeliani, tra cui società con legami diretti con l’esercito. 

Il fondamento giuridico è l’articolo 2 dell’accordo, che subordina ogni disposizione al rispetto dei diritti umani, definendoli “elemento essenziale”. Una violazione conferisce all’altra parte il diritto di sospendere in via unilaterale. Il Servizio europeo per l’azione esterna (Seae) ha certificato quella violazione il 20 giugno 2025: blocco degli aiuti assimilabile all’uso della fame come arma di guerra, attacchi indiscriminati, distruzione sistematica di ospedali. La Corte internazionale di giustizia (Cig) ha emesso ordinanze nel 2024 e un parere consultivo il 22 ottobre 2025. Bruxelles ha risposto con una sospensione parziale, circoscritta alle startup dell’EIC Accelerator.

Il meccanismo che l’Europa tiene in standby

L’Ice è un dispositivo di democrazia partecipativa che consente a un milione di cittadini di almeno sette stati membri di obbligare la Commissione a valutare un atto legislativo. L’esecutivo non è tenuto ad agire, ma deve spiegare perché non lo fa. Malin Björk, presidente dell’Alleanza della Sinistra Europea, ha avvertito che se la Commissione ignorasse un’Ice arrivata a un milione di firme «costituirebbe una crisi per la democrazia e per l’istituzione europea stessa». Il paradosso è dentro l’accordo: le clausole che Bruxelles cita per legittimare la partnership con Tel Aviv sono le stesse che il Seae e la Cig hanno certificato come violate. La Commissione ha scelto il parziale perché sospendere in toto significherebbe ammettere che quel quadro era già rotto.

In Italia le firme hanno superato 79.622, il 148,60 per cento del minimo richiesto. Nicola Fratoianni (Alleanza Verdi e Sinistra) era presente al lancio di Bruxelles il 13 gennaio 2026. Pd, M5S e Avs hanno presentato alla Camera una mozione congiunta, firmata da Elly Schlein, Giuseppe Conte, Fratoianni e Angelo Bonelli, che chiede la sospensione dell’accordo e la revoca della cooperazione militare. Nicola Zingaretti, capodelegazione Pd nel gruppo S&D al Parlamento europeo, ha chiesto «con immediatezza» la sospensione dopo la decisione israeliana di reintrodurre la pena di morte. 

Cento barche, un milione di firme

La raccolta si sovrappone alla Spring Mission 2026 della Global Sumud Flotilla: oltre cento imbarcazioni da più di 50 paesi, con l’obiettivo di rompere l’assedio illegale su Gaza e stabilire una presenza civile continuativa. Partenza principale da Barcellona il 12 aprile. Dai porti italiani, da Bari il 4 aprile a Civitavecchia, Napoli, Trieste, le barche convergono nel Mediterraneo orientale. La flotta medica conta oltre mille operatori sanitari; a bordo anche costruttori e investigatori di crimini di guerra. Maria Elena Delia, portavoce italiana della Flotilla, ha descritto Gaza come «occupata illegalmente» al 70 per cento dall’esercito israeliano, con l’obiettivo di stabilire una presenza civile e avviare la ricostruzione. Sumud, in arabo, significa perseveranza. È il nome scelto da chi ha smesso di considerare l’assuefazione un’opzione.

609.483 firme, cento barche in rotta. Il numero cresce ogni giorno. Qualcuno a Bruxelles dovrà rispondergli.

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La settimana corta è brutta solo per tutti gli altri

Venerdì 10 aprile Giorgia Meloni avrebbe dovuto presentarsi in Parlamento per rilanciare l’azione di governo. Lo ha comunicato il ministro Luca Ciriani (Fratelli d’Italia) nel pomeriggio di martedì. Poi qualcosa è cambiato: l’informativa è slittata al giovedì 9 perché i parlamentari di maggioranza non volevano restare a Roma il venerdì. La settimana corta, insomma, è brutta solo per tutti gli altri.

È un copione già visto. A marzo la Camera ha bocciato la proposta di Pd, Avs e M5S per ridurre l’orario di lavoro a 32 ore settimanali a parità di salario: 132 voti a favore dell’emendamento soppressivo, 90 contrari. Costi insostenibili, ha spiegato il centrodestra. Già lo scorso giugno Ciriani aveva proposto di spostare le interpellanze al giovedì per allungare il weekend. Al Senato, del resto, si chiude il giovedì da anni.

C’è una cosa che vale la pena scrivere per esteso. Gli stessi parlamentari che non volevano restare a Roma di venerdì hanno tutto l’interesse a tenere in vita questo governo almeno fino all’aprile del 2027. Per maturare il diritto alla pensione servono quattro anni, sei mesi e un giorno di mandato: la XIX legislatura ha iniziato il 13 ottobre 2022, la data scatta intorno alla metà di aprile del prossimo anno. Chi non ci arriva perde i contributi. Davvero c’è qualcuno che pensa che questi parlamentari faranno di tutto per non arrivare fino in fondo?

Sostanzialmente questa è la cosiddetta “visione politica” della maggioranza: arrivare a fine mandato con le tasche in ordine. Il comando di Meloni è tanto autorevole che la sua agenda la decidono loro.

Buon mercoledì.

Foto Gov

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Ci voleva un cronista aggredito per ricordare la Cisgiordania

Giovedì scorso, nel villaggio cisgiordano di Tayasir, il fotogiornalista Cyril Theophilos stava documentando per la CNN gli attacchi di coloni israeliani contro palestinesi quando i soldati del battaglione Netzah Yehuda sono intervenuti. Uno lo ha immobilizzato con una presa al collo, lo ha gettato a terra e ha danneggiato la telecamera. Il corrispondente Jeremy Diamond e la troupe sono stati trattenuti per circa due ore. Alcuni militari hanno detto che tutti i palestinesi sono terroristi.
Il Netzah Yehuda, 97° della brigata Kfir, è un reparto ultraortodosso da anni sotto osservazione per abusi in Cisgiordania occupata. Il Washington Post ha riportato domenica le conclusioni dell’inchiesta interna avviata dall’esercito israeliano. «È stato un brutto incidente che non sarebbe dovuto accadere», ha dichiarato il portavoce militare Nadav Shoshani. «Non rappresenta il modo in cui i nostri soldati dovrebbero parlare o agire.» Il capo di Stato maggiore ha sospeso il dispiegamento operativo del battaglione, che resterà in servizio di riserva sottoposto a un percorso di rafforzamento etico e professionale.
La sospensione non è arrivata in seguito agli anni di rapporti sugli abusi documentati in Cisgiordania occupata. È arrivata quando la telecamera di Theophilos ha ripreso il volto di chi la stava rompendo.
Il presidente israeliano Isaac Herzog ha condannato nella stessa giornata le violenze di «elementi estremisti in Giudea e Samaria». Non Cisgiordania, non West Bank: Giudea e Samaria, il nome biblico che i fautori dell’annessione usano per indicare lo stesso territorio. L’ambasciatore americano Mike Huckabee ha completato la ridefinizione su X: i coloni violenti non sono «settlers» ma «unsettlers». Il territorio resta lo stesso. I nomi cambiano a seconda di chi può tenerlo.

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Venezia, Calenda si allea con la Lega: il cortocircuito di Azione all’ombra del Cremlino

“Conte ha le stesse posizioni di Salvini”, ha scritto Carlo Calenda (Azione) qualche giorno fa, commentando il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte sull’Ucraina. Quarantotto ore dopo, il suo partito annunciava il sostegno al candidato sindaco del centrodestra a Venezia, candidato che corre con la Lega di Matteo Salvini.

Il direttivo metropolitano di Azione si è riunito il 26 marzo e con il 95 per cento dei voti ha scelto di sostenere Simone Venturini, assessore uscente alla Cesione sociale e al Turismo della giunta Luigi Brugnaro, candidato del centrodestra alle comunali di Venezia del 24 e 25 maggio. La coalizione che Azione ha abbracciato comprende Fratelli d’Italia, con Raffaele Speranzon; la Lega, con Sergio Vallotto; Forza Italia, con Michele Zuin; l’Unione di Centro, con Paolo Bonafè; il Partito dei Veneti, con Cesare Busetto. Tutto lo schieramento che governa Venezia da undici anni sotto Brugnaro.

Lo spettro del Cremlino

La Lega con cui Calenda si allea è quella guidata da Salvini, il cui sodalizio con Mosca ha occupato per anni le cronache giudiziarie italiane. Il 18 ottobre 2018, all’hotel Metropol di Mosca, il fedelissimo di Salvini Gianluca Savoini, presidente dell’associazione Lombardia-Russia, trattava con intermediari russi una compravendita di gasolio i cui proventi avrebbero dovuto finanziare la campagna elettorale della Lega. L’obiettivo, mai realizzato, ha scritto il gip Stefania Donadeo nell’atto di archiviazione del 2023, era “inequivocabilmente diretto verso il finanziamento illecito” del partito. Tra i presenti al tavolo, i magistrati hanno identificato un agente dei servizi segreti interni russi.

La stessa Lega, nella polemica delle ultime settimane sulla Biennale Arte 2026, si è distinta come l’unica forza della maggioranza di governo schierata apertamente a favore della partecipazione russa alla manifestazione contro la posizione del ministro della Cultura Alessandro Giuli, contro la lettera di 22 ministri europei e contro la Commissione europea, che ha minacciato di ritirare il contributo triennale da due milioni di euro. Quella stessa Lega è oggi alleata istituzionale di Calenda a Venezia.

L’insostenibile attrazione

La scelta veneziana ha radici precise. Nel 2022, a Genova, Calenda schierò Azione con il centrodestra. In marzo ha votato sì al referendum sulla riforma della giustizia insieme a Giorgia Meloni. In gennaio, al teatro Manzoni di Milano, stava costruendo un’intesa con Forza Italia di Antonio Tajani. In quella stessa sede aveva detto di non voler finire “in un partito con Conte, Fratoianni, Bonelli, Salvini e Vannacci”. Nell’elenco, Salvini era già lì tra i soggetti con cui non ci si può alleare. Poche settimane dopo, la Lega è diventata un alleato istituzionale a Venezia.

Il meccanismo è identico ogni volta: posizione pubblica intransigente sull’Ucraina, usata come strumento contro il centrosinistra; alleanze locali che quella posizione la smentiscono in toto. Dal canto suo, Calenda ha risposto alle critiche spiegando che Michele Boldrin, candidato di Ora!, aveva deciso di correre “senza dire nulla” ad Azione, che la notizia era arrivata “dai giornali insieme alla solita valangata di insulti”, e che i giovani attivisti locali avevano avuto “totale libertà di scelta”. Quindi: il partito è assente da Venezia come soggetto autonomo, il segretario da Roma copre il centrodestra e rivendica la coerenza europeista come arma polemica contro tutti gli altri.

Quella frase sulla responsabilità professionale e morale Calenda l’aveva scritta pochi giorni prima, a proposito di chi ospitava in televisione uno storico con frequenti relazioni con Mosca. Diceva che farlo “vuol dire consapevolmente dare spazio alla propaganda russa.” Adesso il destinatario di quella stessa accusa – la Lega, il partito che alla Biennale difende la presenza russa contro la Commissione europea – è il suo alleato istituzionale a Venezia.

Si può costruire una carriera politica sull’accusa agli altri di ambiguità sull’Ucraina. Solo che per farlo bisogna avere le spalle coperte. Le spalle di Calenda, a guardare la laguna, non lo sono. Calenda e la Lega: il cortocircuito veneziano di Azione all’ombra di Putin.

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Scure del governo su Transizione 5.0: con il taglio del 65% degli incentivi promessi, l’esecutivo perde anche il sostegno degli industriali

Il 27 marzo 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge n. 38. In meno di ventiquattr’ore Confindustria lo ha smontato. Gli incentivi del piano Transizione 5.0 sono stati tagliati del 65 per cento, in modo retroattivo, su aziende che avevano già investito fidandosi delle rassicurazioni dell’esecutivo. Il credito d’imposta che le imprese recupereranno oscilla tra il 12,25 e il 15,75 per cento degli investimenti effettuati. Il fondo della legge di bilancio, che doveva essere di 1,3 miliardi, è stato ridotto a 537 milioni. Oltre 7.000 richieste sospese, per un valore di circa 1,6 miliardi.

Il presidente Emanuele Orsini ha chiesto “una risposta chiara, rapida e coerente con gli impegni presi”: non poter fare affidamento sulle dichiarazioni del governo “mina profondamente la fiducia delle imprese nei confronti delle istituzioni.” Il vicepresidente Marco Nocivelli ha parlato di misura che “lede il principio del legittimo affidamento.” Il Ministero delle Imprese ha convocato un tavolo per il primo aprile a Palazzo Piacentini. Si convocano tavoli quando non si sa più tenere le promesse.

Promesse con scadenza

La storia di Transizione 5.0 è una storia di impegni spostati finché non si sono spostati troppo in là. Il piano era già stato gestito con lentezza burocratica: dei 6,3 miliardi stanziati erano stati spesi solo 400 milioni. A novembre 2025, senza preavviso, il programma era stato chiuso con due mesi d’anticipo, lasciando oltre 7.000 imprese in lista d’attesa. La legge di bilancio aveva promesso di rimediare con 1,3 miliardi.

Il decreto li ha ridotti a 537 milioni, escludendo anche gli impianti fotovoltaici ad alta efficienza che le imprese erano state incentivate ad acquistare. Confartigianato, con il presidente Marco Granelli, e Confapi si sono già schierate accanto a Confindustria. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha risposto dal Forum Teha di Cernobbio invocando guerra in Iran e blocco dello Stretto di Hormuz: “Dobbiamo capire chi dobbiamo aiutare”.

È la grammatica del realismo. Solo che il Centro studi di Confindustria stima la crescita del Pil 2026 allo 0,5 per cento nello scenario migliore.

Il catalogo degli scontenti

Confindustria non è la prima. Da ottobre 2022 a oggi il governo ha collezionato scontri con le organizzazioni che avrebbe dovuto, se non tutelare, almeno non inimicarsi. La Confederazione generale italiana del lavoro (Cgil) e l’Unione italiana del lavoro (Uil) hanno proclamato tre scioperi generali consecutivi contro le manovre, dall’autunno 2022 al novembre 2024.

Il governo ha risposto con la precettazione firmata dal vicepremier Matteo Salvini (Lega), riducendo lo sciopero nei trasporti da otto a quattro ore per due anni di fila. La Commissione sindacale internazionale ha degradato l’Italia al livello 2 del proprio indice dei diritti: tra i paesi con “ripetute violazioni.”

A marzo 2026, in vista del referendum sulla separazione delle carriere della magistratura, le principali organizzazioni datoriali si sono rifiutate di schierarsi per il sì. Anche la Cisl non ha dato indicazioni di voto. Fonti di Palazzo Chigi, riportate da Il Foglio, hanno parlato di “insofferenza” per la mancata discesa in campo degli alleati naturali. Il sì ha perso.

Tre anni di governo producono questo. I sindacati scioperano tre volte, precettati. Le organizzazioni datoriali disertano la campagna referendaria. Gli industriali accusano lo Stato di non saper mantenere le promesse. Giorgetti invoca le compatibilità. Orsini chiede coerenza. Sostanzialmente, quando un governo perde la fiducia di chi investe, la crescita che era già ferma rischia di fermarsi del tutto. E il tavolo convocato per oggi non restituisce i 763 milioni sottratti con un tratto di penna.

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Ecco la “leggerezza” di Delmastro che non trovava una definizione giuridica

Diciassette dicembre 2024. A Biella, davanti a un notaio, sei persone costituiscono la “Le 5 Forchette”. Tra loro Delmastro e Miriam Caroccia, diciottenne figlia del prestanome condannato del clan Senese. Lo sappiamo, certo, ma c’è una novità: secondo la procura di Roma, è quel momento il punto d’innesco del reato: da quella data inizia il riciclaggio di capitali mafiosi.

L’avviso a comparire notificato a Miriam Caroccia non è un aggiornamento burocratico. È il salto di qualità che trasforma mesi di ipotesi in imputazione formale: la Bisteccheria d’Italia avrebbe permesso al clan di reinvestire capitali illeciti, rafforzare la propria posizione territoriale e sottrarre beni a misure ablatorie. Sporchi, scrivono i pm, erano i soldi con cui i Caroccia si sarebbero attribuiti fittiziamente il cinquanta per cento della società. Sporchi anche i capitali nella fase di avviamento.

Giorgia Meloni aveva detto “leggerezza”. Ogni giorno quella parola costa di più. Nel locale che la procura sospetta fosse un nodo di riciclaggio, i vertici del Dap erano stati fotografati a cena. Delmastro era ancora presente a fine gennaio 2026, mesi dopo aver ceduto le quote. E lui, in quel periodo, aveva la delega proprio al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, cioè al cuore del sistema carcerario: quello stesso sistema per cui nel febbraio 2025 era stato condannato in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio.

La commissione Antimafia, con voto unanime che include Fratelli d’Italia, ha approvato un ciclo di audizioni: procura di Roma, forze dell’ordine, Dap, scorta. E Delmastro stesso. “Leggerezza” attende ancora una definizione giuridica.

Buon martedì.

Foto di Immo Wegmann su Unsplash

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Strage pianificata e sventata: dietro l’arresto del 17enne a Perugia, il fenomeno del neofascismo minorile che l’Italia non considera emergenza

Stava studiando come sintetizzare il Perossido di Acetone. Ha diciassette anni, pescarese di nascita, residente in provincia di Perugia. I carabinieri del Raggruppamento operativo speciale (Ros) lo hanno arrestato ieri mattina: stava pianificando una strage nella sua scuola ispirata al suprematismo bianco, con l’intenzione di togliersi la vita al termine del massacro. Insieme all’ordinanza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale per i minorenni de L’Aquila, sono scattate altre sette perquisizioni tra Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e Toscana.

Il Perossido di Acetone è l’esplosivo jihadista degli attentati di Parigi e Bruxelles. Il diciassettenne lo aveva trovato nei canali Telegram della “Werwolf Division”, network suprematista smantellato nel dicembre 2024 con dodici arresti in diciassette città, poi rinominatosi “Divisione Nuova Alba” e rimasto operativo. Il gruppo puntava a sovvertire l’attuale ordinamento per instaurare uno Stato etico e autoritario incentrato sulla razza ariana, con progetti di azioni violente nei confronti di alte cariche istituzionali. Sette mesi dopo quegli arresti, lo stesso network produce un adepto con manuali per ordigni in casa e una strage scolastica pianificata nei dettagli.

La mappa di un’emergenza

Dal 2023 a oggi, secondo i dati della Polizia di Stato, dodici minorenni sono stati sottoposti a misura cautelare per reati legati all’estremismo violento, mentre oltre 107 sono stati oggetto di perquisizione. Il 31 luglio 2025 ventidue perquisizioni hanno coinvolto giovani tra i tredici e i diciassette anni, emersi in contesti suprematisti, accelerazionisti e jihadisti. Tredici anni: il radar dell’intelligence ha dovuto abbassarsi fino alla preadolescenza. Nelle abitazioni: manuali nazionalsocialisti, divise delle SS, componenti per molotov.

Il profilo ricorrente: disagio psicologico, vita sociale marginalizzata. L’ideologia arriva dopo la fascinazione per la violenza. Su TikTok è mascherata da ironia. Su Discord diventa un gioco di ruolo in cui si guadagnano gradi con contenuti estremi. Su Telegram ci sono i manuali, i video degli attentati, i file per stampare armi in 3D.

Due misure

Il governo non ignora il problema per distrazione. La “Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza” presentata il 4 marzo 2026 alla Camera, con la partecipazione del Sottosegretario Alfredo Mantovano, ha inquadrato le priorità nel cyberspazio, nelle tecnologie quantistiche e nella competizione geopolitica. Il terrorismo interno neofascista compare tra gli otto filoni analizzati, ma rimane citato.

Il termine di paragone è la risposta riservata al dissenso di sinistra. Il decreto anti-rave, primo provvedimento del governo Meloni nell’ottobre 2022, ha introdotto pene fino a sei anni per chi organizza raduni pericolosi per l’ordine pubblico: strumento a maglie volutamente larghe. Di fronte ai cortei studenteschi, identificazioni sistematiche. Di fronte al raduno neonazista, l’osservazione.

Il 7 gennaio 2024 e il 7 gennaio 2025, in via Acca Larentia a Roma, circa un migliaio di militanti ha commemorato la strage del 1978 con saluti romani collettivi. La segretaria del Partito Democratico (Pd) Elly Schlein ha chiesto al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lo scioglimento dei gruppi neofascisti. Il ministro ha risposto elogiando la questura per aver “assicurato lo svolgimento della manifestazione senza incidenti”. Cinque denunce per apologia di fascismo. Ogni anno, lo stesso rito.

Esiste un circuito comunicante tra la tolleranza verso la destra radicale e la deriva dei più giovani. Quando l’apologia del fascismo in piazza produce cinque denunce, il segnale non è la fermezza dello Stato. A raccoglierlo sono anche i quindicenni su TikTok e i diciassettenni che su Telegram scaricano manuali per esplosivi. Fratelli d’Italia nasce da una storia politica che ha percepito come estranea la cultura della Resistenza: condannare l’estremismo di destra equivarrebbe a rinnegarne le radici militanti. Il Ros arresta un diciassettenne con manuali per far saltare la sua scuola. Il governo non parlerà di emergenza.

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Centri rimpatri in Albania, il negoziato è appena iniziato: ecco perché la propaganda di FdI sul voto europeo non regge

Il 26 marzo 2026, il Parlamento europeo ha approvato l’avvio di un negoziato. Il governo italiano ha festeggiato come se avesse vinto una guerra.

Fratelli d’Italia ha diffuso un comunicato: “Immigrazione: Ue segue linea governo Meloni”. Sara Kelany, responsabile del dipartimento Immigrazione, ha chiesto alla sinistra il «mea culpa» per aver ostacolato i centri in Albania: chi lo ha fatto ha agito «sulla base di una ideologia che fa l’interesse di una parte e va a discapito dell’interesse nazionale».

Il Parlamento ha approvato un mandato negoziale, non una legge: 389 a favore, 206 contrari, 32 astenuti.

Vitalba Azzollini ha scritto: “Peccato non dicano che quei centri, al momento, non sarebbero conformi alla disciplina Ue vigente, e nemmeno a quella in corso di elaborazione. Ma soprattutto peccato omettano di ricordare che a breve la Corte di Giustizia Ue potrebbe attestare che l’Italia non aveva la competenza a stipulare il Protocollo con l’Albania o, quanto meno, a usare quei centri come Cpr”. Il movente: rilanciare il governo dopo la sconfitta referendaria sulla separazione delle carriere in magistratura.

L’equazione impossibile

I “return hubs” europei sono strutture destinate a soggetti con ordine di espulsione definitivo. Il modello Albania si innesca al soccorso in mare: pre-screening a bordo di navi militari italiane, selezione di uomini adulti da Paesi classificati “sicuri” per decreto, trasferimento a Gjadër senza provvedimento formale di espulsione. Una finzione giuridica assimila quei centri a territorio italiano, ma ospitano richiedenti asilo la cui domanda non è ancora stata esaminata. Fratelli d’Italia ha preso l’esternalizzazione come principio generico e lo ha usato per dichiarare validato il proprio strumento.

Il modello sotto processo

La Corte d’Appello di Roma ha sollevato rinvii pregiudiziali alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (Cgue): l’Italia aveva l’autorità legale per firmare quel Protocollo? La domanda richiama la giurisprudenza Aets: quando l’Unione ha adottato norme comuni su una materia, gli Stati non possono stipulare accordi con Paesi terzi che incidano su quelle norme. Il Sistema Comune Europeo di Asilo regola questa materia. La pronuncia è attesa entro giugno. L’avvocata Michela Casorelli ha dichiarato all’ANSA: «È evidente che Meloni parla di sentenze che non ha mai letto».

Il 4 ottobre 2024, la Cgue (causa C-406/22) ha stabilito che uno Stato non può designare come “sicuro” un Paese terzo se tale qualifica non vale per ogni sua porzione territoriale. I tribunali italiani hanno negato la convalida dei trattenimenti per persone da Egitto e Bangladesh. I centri di Gjadër sono rimasti vuoti, a un costo che secondo Azzollini si avvicina a un miliardo di euro, per rimpatri che le associazioni qualificano come “relativamente pochi”. Kelany parla di “interesse nazionale”. Sarebbe utile sapere quale.

Smontare la propaganda non significa assolvere Bruxelles. Il compromesso Ppe-Ecr-ultradestra introduce la detenzione amministrativa fino a 24 mesi per chi non coopera: due anni senza imputazione penale, senza processo. Oltre 250 organizzazioni della società civile hanno definito la proposta un allontanamento dagli standard internazionali. La stessa Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (Fra) ha avvertito che quei centri non possono diventare “zone libere dal diritto”. Il testo non prevede procedure vincolanti per il superiore interesse del minore, autorizzando l’inclusione di famiglie con bambini nelle dinamiche di deportazione extraterritoriale.

Il governo Meloni ha trasformato il voto del 26 marzo in un comunicato stampa. La magistratura e la Corte di Giustizia dell’Unione europea lavorano, nel frattempo, sui fatti. La sentenza arriverà in estate. Quella sarà la vera notizia.

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La sicurezza come alibi per tutto

La mattina del 29 marzo la polizia israeliana ha bloccato il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, e il Custode di Terra Santa davanti alla Basilica del Santo Sepolcro. Non potevano entrare per una Messa privata. La Patriarchia Latina ha ricordato che dal 28 febbraio la chiesa ospitava Messe private ininterrottamente: non era chiaro perché domenica fosse diverso. La polizia ha invocato ragioni di sicurezza. Il governo italiano ha convocato l’ambasciatore israeliano. La premier Giorgia Meloni ha dichiarato che l’azione «costituisce un’offesa non solo ai credenti ma a ogni comunità che riconosce la libertà religiosa». Netanyahu ha risposto che non c’era «nessuna intenzione malevola».

Sicurezza: la stessa parola usata il 24 marzo dal Comitato per la sicurezza nazionale della Knesset per approvare il disegno di legge sulla pena di morte applicata ai palestinesi. Il testo promosso da Limor Son Har-Melech del partito di Ben Gvir prevede nei tribunali militari della Cisgiordania la pena capitale obbligatoria per omicidio intenzionale, inflitta a semplice maggioranza senza che la procura la richieda, eseguita per impiccagione entro novanta giorni. I tribunali militari hanno giurisdizione esclusivamente sui palestinesi: i coloni vengono processati dai tribunali civili. Lo stesso esercito israeliano ha dichiarato che la legge viola il diritto internazionale e potrebbe esporre i comandanti a giudizi stranieri. Dodici esperti ONU hanno scritto che l’impiccagione «equivale a tortura». Amnesty ha definito le pene senza appello «crimini di guerra». Al Purim, Har-Melech si era vestita da boia.

«La legge fissa un messaggio chiaro e inequivocabile», ha detto Har-Melech il 24 marzo. «Chi sceglie di uccidere ebrei perché sono ebrei perde il diritto di vivere.»

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Caro carburanti, il taglio delle accise del governo Meloni ha finito per avvantaggiare i distributori: ecco perché

Il decreto anti-speculazione ha arricchito i distributori: lo certifica l’analisi di Lorenzo Borga su Pagella Politica, sui dati del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e di Staffetta Quotidiana.

Nel febbraio 2026 la benzina alla pompa si scomponeva così: 43 centesimi di prodotto raffinato (il Platts Cif Med), 97 centesimi tra accise e IVA, 24 centesimi di margine lordo della filiera. Con l’escalation militare americana e israeliana in Iran, tra il 28 febbraio e il 16 marzo il Platts è salito da 43 a 52 centesimi, il gettito statale da 97 a 99. Il margine della filiera è rimasto fermo a 24. Lo stesso per il gasolio. La speculazione evocata dal governo, dunque, non era nei dati.

Il Decreto-Legge n. 33 del 18 marzo 2026 ha introdotto uno sconto di 24,91 centesimi al litro tra accisa e IVA, dal 19 marzo al 7 aprile, per un costo di 417,4 milioni di euro, secondo il Servizio Studi del Parlamento. Tra il 16 e il 18 marzo il margine lordo della benzina era a 17 centesimi. Tra il 20 e il 22 marzo era a 22: più 29,4 percento in quarantotto ore. Il gasolio da 15 a 20 centesimi, più 33,3 percento. La riduzione di una tassa si distribuisce lungo la filiera in base alle condizioni di concorrenza: dove esiste un’unica stazione di servizio il taglio fiscale finisce nei margini.

Caro carburanti, il decreto che ha premiato i presunti colpevoli

L’Articolo 1 imponeva alle compagnie di comunicare giornalmente i prezzi al Ministero delle Imprese e del Made in Italy e di pubblicarli online. Trasparenza come deterrente. Peccato che l’Agcm avesse già ragionato su questo: nel caso I681 del 2007 aveva sanzionato nove compagnie perché la diffusione dei “prezzi consigliati” allineava i listini in modo coordinato. Il decreto del 2026 ripristina per legge l’esatto contrario: un tabellone pubblico aggiornato ogni giorno che permette a ogni concorrente di adeguarsi verso l’alto senza accordi espliciti.

Il Garante per la sorveglianza dei prezzi, il cosiddetto “Mister Prezzi” Benedetto Mineo, ha un mandato circoscritto alla regolarità amministrativa: cartelli esposti, prezzi comunicati, niente rincari infragiornalieri. Il 20 marzo mattina il 40 per cento degli impianti non aveva recepito lo sconto e l’11,4 per cento aveva alzato i prezzi.

Le promesse che avevano già una scadenza

Nel 2022 Salvini costruiva la campagna elettorale sulla promessa di eliminare le accise anacronistiche, quelle legate alla guerra d’Etiopia, alla crisi di Suez, al Vajont. Arrivato al governo, la risposta è diventata l’accisa mobile: avrebbe dovuto ridurre automaticamente la quota fissa dell’accisa usando il maggior gettito IVA dei rincari. Nella crisi del marzo 2026 non si è attivata: richiede deliberazioni tecniche e soglie prolungate. Il governo ha dovuto varare il decreto d’urgenza, certificando il fallimento della soluzione strutturale che avrebbe dovuto renderlo superfluo.

In Senato Meloni ha definito «ingenerose» le accuse di aver alzato il carico fiscale, descrivendo gli aggiustamenti come «allineamenti delle accise» imposti dagli impegni del Pnrr. Renzi ha risposto con i dati della Ragioneria dello Stato: le rimodulazioni avrebbero tolto oltre 500 milioni ai cittadini nel breve periodo e garantito al bilancio 2,4 miliardi entro il 2032.

C’è un precedente che il governo ha ignorato. Il D.L. 5/2023 imponeva di esporre i prezzi medi regionali e nazionali calcolati dal Mimit. Il Consiglio di Stato nel 2024 ha annullato i decreti attuativi per sproporzione: i benzinai sono stati autorizzati a esporre cartelli in bianco. Tre anni dopo, lo stesso schema. Lo sconto scade il 7 aprile. Era scritto così, fin dall’inizio.

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