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Disabile ma pur sempre terrorista

Nel maggio 2025 un drone israeliano ha colpito Mohammed Yasin Suhaib Al-Farra mentre camminava lentamente, da solo, verso casa sua a Khan Younis. Aveva la paralisi cerebrale e un’andatura compromessa da un incidente infantile. L’esercito israeliano lo ha definito «sospettato di fungere da palo di avvistamento per attività militanti». Haaretz ha pubblicato la documentazione medica. Sette suoi familiari erano stati uccisi in un raid precedente, tra cui il padre e quattro sorelle.

Nel luglio 2024, Mohammed Bhar, 24 anni, con sindrome di Down e autismo, incapace di muoversi senza assistenza, era rimasto nell’abitazione di Shuja’iyya, quartiere di Gaza City, dove l’unità israeliana ha fatto irruzione il 3 luglio. Il cane da combattimento lo ha aggredito al petto e alla mano. I soldati lo hanno separato dalla famiglia promettendo cure mediche. Quando la famiglia ha potuto rientrare, una settimana dopo, ha trovato il corpo in decomposizione sul pavimento con un laccio emostatico al braccio.

Questi non sono incidenti. Sono casi documentati in un contesto in cui le persone con disabilità non possono obbedire agli ordini di evacuazione, non possono spostarsi in tempo, non possono dimostrare la propria innocenza prima di essere colpite. L’UNRWA, nel Rapporto 215 aggiornato al 31 marzo 2026, documenta 34.251 persone con disabilità assistite psicologicamente nella Striscia dall’ottobre 2023. È la dimensione misurabile di una popolazione che il sistema militare israeliano continua a classificare, caso per caso, come minaccia.

L’esercito israeliano, sulla morte di Mohammed Yasin Suhaib Al-Farra, aveva dichiarato che il bersaglio era stato «identificato come terrorista in osservazione delle truppe israeliane». Haaretz ha pubblicato la documentazione medica della sua paralisi cerebrale.

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Il governo degli impostori, oltre al letto di Piantedosi

Il 19 gennaio 2025 l’Italia arrestava a Torino Njeem Osama Almasri Habish, generale libico accusato di crimini di guerra e contro l’umanità. Due giorni dopo lo rimpatriava su un aereo di Stato, senza informare la Corte penale internazionale. Oggi la Cpi ha ufficializzato il deferimento dell’Italia all’Assemblea degli Stati Parte: è la procedura per gli Stati che non cooperano con la giustizia internazionale.

Intanto i giornali parlano d’altro. La relazione tra Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, e una giornalista trentaquattrenne, i possibili incarichi di favore, la versione del Viminale che preferisce il “no comment”. Cose che meritano attenzione, del resto. Solo che c’è una proporzione da tenere.

Il caso Almasri non è uno scandalo di costume. Il governo ha rimpatriato un torturatore su un aereo di Stato. I procedimenti a carico di Carlo Nordio, Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano sono stati poi archiviati dal Parlamento. La prossima settimana la Camera voterà se sollevare un conflitto di attribuzione alla Consulta per blindare Giusi Bartolozzi, già capo di gabinetto di Nordio, a cui la Procura di Roma ha appena chiesto il rinvio a giudizio per false informazioni ai pm. Fu lei, emerge dagli atti, a gestire il dossier in prima persona, chiedendo “massimo riserbo” e “niente mail o protocollo”. Insomma, il Parlamento vuole erigerle uno scudo.

A dicembre, a New York, l’Assemblea degli Stati Parte della Cpi giudicherà l’Italia. Saremo al punto 21 dell’ordine del giorno. Questo è il Paese che la presidente Meloni ha deciso di essere.

Buon venerdì.

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I cristiani protetti in Israele, tranne quando cadono le bombe

Il 20 marzo Benjamin Netanyahu ha scritto su X: «Ancora fake news sul mio atteggiamento verso i cristiani, che sono protetti e prosperano in Israele». Erano passate ventiquattr’ore dalla conferenza stampa in cui aveva dichiarato, citando lo storico Will Durant, che «la storia dimostra che, purtroppo, Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan. Perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male avrà la meglio sul bene». Era il 19 marzo. Oggi è Giovedì Santo.

Padre Gabriel Romanelli, parroco della chiesa della Sacra Famiglia di Gaza — unica parrocchia cattolica della Striscia di Gaza — ha stimato che dall’ottobre 2023 sono stati uccisi cinquantaquattro cristiani della comunità. La chiesa è stata colpita dal fuoco israeliano in due occasioni distinte: la prima nel dicembre 2023, quando un cecchino ha aperto il fuoco nel cortile uccidendo due donne; la seconda nel luglio 2025, quando un proiettile di un carro armato israeliano ha colpito il compound, causando morti e feriti tra i rifugiati all’interno. Padre Romanelli non si è mai mosso da Gaza. Nel compound vivono oggi circa cinquecento sfollati, in larga maggioranza musulmani.

La comunità cristiana di Gaza contava settemila persone nel 2007. Nell’ottobre del 2023, alla vigilia dell’escalation, ne erano rimaste 1.017. Oggi la cifra non è verificabile: parte è morta, parte è fuggita, parte vive nel compound della Sacra Famiglia in attesa della Pasqua. Cinque scuole cristiane esistevano a Gaza prima del 7 ottobre 2023. Ne funziona una sola, quella del compound parrocchiale, con centosessanta bambini. Il Patriarcato latino di Gerusalemme la descrive come l’unica scuola cristiana ancora aperta nella Striscia.

Netanyahu, su X, il 20 marzo: «i cristiani sono protetti e prosperano in Israele».

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Fitto contestato (ed esfiltrato) a Charleroi: quando l’autorevolezza non si costruisce con i comunicati stampa

C’è una scena, a Charleroi, che vale più di mille comunicati stampa. Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea, membro di Fratelli d’Italia, uomo che Giorgia Meloni ha indicato come prova del “ritrovato ruolo centrale dell’Italia in Europa”, viene esfiltrato da un campus universitario belga sotto i cori di studenti e professori. Non se ne va a piedi. Lo portano via. La delegazione valuta persino di passare dalla finestra. Poi arriva un rinforzo di polizia e il commissario lascia Charleroi tra le urla, con il bilaterale traslocato in un altro luogo. Non esattamente quello che la destra italiana ha in mente quando parla di “peso” dell’Italia nel continente.

Fitto era venuto a vedere i frutti dei fondi europei: ventitré milioni investiti nel campus, progetti di sviluppo regionale, la coesione europea raccontata attraverso le pietre e le aule. Una visita di routine, aveva fatto sapere il suo staff. Non è andata così.

Dipende da chi chiedi

La dinamica esatta dipende da chi si interroga. Un funzionario Ue ha minimizzato: una ventina di manifestanti, Fitto sapeva cosa aspettarsi. I media belgi raccontano di quasi cento persone, un’ora di blocco, manifesti con i volti di Fitto e del ministro-presidente vallone Dolimont appesi a testa in giù. Qualcuno ha usato la parola fascismo. Fitto ha risposto: “Voi vi chiamate antifascisti, ma io sono il primo antifascista!”. Difesa classica, quella che in Italia funziona ancora abbastanza bene. In Belgio, evidentemente, un po’ meno.

Il punto è che fuori dall’Italia, dove la storia del Novecento non è stata metabolizzata attraverso i filtri di una destra che ha riscritto la propria genealogia, la militanza in Fratelli d’Italia solleva domande che qui da noi si è deciso di non fare più. I gruppi socialisti e liberali, nel novembre 2024, allegarono al voto di approvazione della sua vicepresidenza una dichiarazione esplicita di riserve. Non era un dettaglio procedurale. Era un segnale politico rimasto tale. Fuori dai palazzi, però, i segnali politici si esprimono con meno eleganza.

L’autorevolezza che si decreta per comunicato

Meloni esultò: “L’Italia torna finalmente protagonista in Europa”. La destra celebrò la nomina come prova di una nuova autorevolezza italiana nei consessi europei. Eppure l’autorevolezza si misura non solo con i portafogli ottenuti, ma con il modo in cui ti ricevono quando arrivi. E a Charleroi il ricevimento non è stato quello previsto.

Il problema è che Fitto non ha brillato nemmeno dentro le istituzioni. Nel luglio 2025, alla commissione Sviluppo regionale del Parlamento europeo, la sua proposta di bilancio pluriennale fu demolita da tutti i gruppi: popolari, socialisti, liberali, verdi, persino i conservatori. Un eurodeputato Ppe lo accolse così: presentarsi in quella commissione dopo quella proposta era come andare negli Stati Uniti dopo Pearl Harbor. Non è il tipo di battuta che si riserva a chi guida bene il proprio portafoglio.

Il nodo è la centralizzazione della politica di coesione: il piano proposto da Fitto sposta poteri verso i governi nazionali a scapito delle regioni e delle autonomie locali. Quello che in Italia si chiama “rafforzamento del ruolo dello Stato” in Europa si chiama erosione del principio di sussidiarietà. Non piace a nessuno. Nemmeno agli alleati.

Prima ancora, la gestione del Pnrr come ministro era stata giudicata deficitaria: opere pubbliche penalizzate, problemi di trasparenza, decreti attuativi in ritardo cronico. Portare quel curriculum a Bruxelles come titolo di merito ha richiesto una certa disinvoltura narrativa.

La domanda che rimane

Charleroi non è solo una brutta giornata. È la fotografia di un equivoco strutturale che il governo italiano coltiva con cura: l’idea che l’Europa sia una platea da impressionare con le nomine, che basti sedersi al tavolo per contare, che il titolo costruisca da solo il profilo.

Ma in un’università belga, davanti a una dottoressa che spiega che la mattina si insegnano democrazia e stato di diritto, la domanda non riguarda il commissario ‘esfiltrato’. Riguarda chi lo ha mandato lì convinto che l’autorevolezza si decreti per comunicato stampa. Non bastava allora. Non basta adesso.

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Abusi sessuali online sui minori, da oggi l’Europa non potrà più rilevarli: ecco perché e cosa succede adesso

Dal oggi, 3 aprile, le piattaforme digitali attive nell’Unione europea perdono la copertura giuridica per rilevare immagini e video di abusi sessuali su minori. Il Parlamento europeo ha respinto la proroga della deroga alla direttiva ePrivacy con 311 voti contrari, 228 favorevoli e 92 astensioni. Un sistema che nel 2025, solo in Italia, ha gestito 2.574 procedimenti per pedopornografia e adescamento, con 222 arresti, perde il suo strumento principale.

247 organizzazioni, tra cui Save the Children Italia e Telefono Azzurro, hanno firmato un appello urgente ai decisori europei promosso dallo European Child Sexual Abuse Legislation Advocacy Group (Eclag), condannando la mancata proroga di un meccanismo che, dal 2021, consentiva alle aziende tecnologiche di scansionare volontariamente le proprie piattaforme alla ricerca di materiale illegale, segnalarlo alle forze di polizia e rimuoverlo.

Il dato che chiarisce la posta in gioco è quello del 2021. Quando la base giuridica per la detection era venuta meno, le segnalazioni di materiale di abuso sessuale su minori online crollarono del 58%. Gli abusi non erano calati. Semplicemente nessuno guardava più. Il 99% dei milioni di immagini e video segnalati proveniva da piattaforme che utilizzavano questi strumenti.

I numeri della rete italiana

La Polizia Postale ha monitorato, nel 2025, oltre 16.500 siti, con 2.876 inserimenti in lista nera. L’adescamento online si conferma, scrive il report, “un fenomeno di preoccupante vitalità”: 428 casi trattati, con la fascia 14-16 anni come maggioranza assoluta delle vittime. I bambini tra 10 e 13 anni seguono con 174 casi. Diciassette minori avevano meno di 9 anni.

Giorgia D’Errico, Direttrice Relazioni istituzionali di Save the Children, ha dichiarato: «Ogni immagine, ogni video di abuso rappresenta un bambino, una bambina, un adolescente, esposto a una violazione devastante della propria dignità, della propria sicurezza, della propria privacy. Dietro quei file ci sono ferite che continuano a riaprirsi».

Telefono Azzurro, Trusted flagger riconosciuto a livello europeo, ha avvertito che la mancata proroga riduce direttamente la propria capacità operativa di segnalazione. L’appello Eclag chiede ai decisori dell’Unione di adottare con urgenza un quadro giuridico stabile: i negoziati sul regolamento definitivo, il cosiddetto Child Sexual Abuse Regulation (Csar), sono ancora aperti e lontani da un accordo.

Il governo tra astensioni e cause perse

Il disegno europeo ha la sua quota di responsabilità. L’Italia, però, non è spettatrice neutrale. Al Comitato dei Rappresentanti Permanenti, il 26 novembre scorso, il governo si era astenuto sul testo danese che stabiliva la posizione del Consiglio Ue sul regolamento permanente. In termini di esito, l’astensione era irrilevante: i paesi con riserva non raggiungevano la soglia della minoranza di blocco. Come scelta di campo, collocava l’Italia nella zona grigia di un negoziato poi naufragato.

A ottobre 2025 Palazzo Chigi ha congelato il disegno di legge che avrebbe vietato l’accesso ai social network ai minori di 15 anni, con Lavinia Mennuni (Fratelli d’Italia) prima firmataria. Il governo ha citato problemi di privacy, delegando implicitamente la responsabilità al Garante. Il Garante ha precisato di non sapere per quale ragione i lavori siano rimasti bloccati.

Il 30 gennaio 2026 il Tar del Lazio ha sospeso l’obbligo di verifica dell’età per accedere ai siti pornografici, introdotto dal decreto Caivano, accogliendo il ricorso di Aylo, la società madre di Pornhub. Il governo, che aveva rivendicato quella norma come tutela dei minori, non ha prodotto risposta rapida.

La detection sulle piattaforme e la verifica dell’età sono strumenti distinti, costruiti su basi giuridiche diverse. Quando entrambi vengono meno, quello che resta è un sistema di protezione che funziona per annunci e si inceppa sui risultati. Nel 2021, quando la detection si fermò, le segnalazioni crollarono del 58%. Quella percentuale vale anche adesso.

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Decreto bollette, bonus dimezzati e centrali a carbone prorogate fino al 2038: il governo aveva promesso di chiuderle entro il 2025

Il governo ha varato un decreto contro il caro bollette e nel farlo ha allungato di tredici anni la vita delle centrali a carbone. Tanto per capirci.

Il decreto bollette, approvato dalla Camera il 31 marzo con 157 voti favorevoli e 93 contrari, arriva al Senato dove dovrà essere convertito entro il 21 aprile. Cinque miliardi di euro totali, dice Palazzo Chigi. Un’emergenza energetica reale, aggravata dalla guerra in Iran che ha fatto salire il costo del gas di oltre il 50% rispetto a febbraio secondo il Codacons. Il testo era stato scritto prima che quella guerra scoppiasse, e si vede.

Centoquindici euro e poi basta

La misura simbolo è un bonus una tantum di 115 euro per le famiglie con Isee fino a 9.796 euro, una platea di circa 2,6 milioni di nuclei. Per chi ha un Isee fino a 25mila euro ci sono contributi volontari delle aziende venditrici, che possono usarli anche a fini pubblicitari.

Federconsumatori ha chiesto per anni di riformare il sistema dei bonus, e ha ottenuto che le aziende ne facessero uno strumento di marketing. Solo che l’anno scorso il bonus equivalente era quasi il doppio, con la soglia Isee a 25mila euro per tutti. Christian Ferrari, segretario confederale della Cgil, l’ha definito «un provvedimento del tutto insufficiente, estemporaneo e destinato a non produrre effetti reali».

L’Arera ha già certificato un aumento dell’8,1% della bolletta elettrica per gli utenti vulnerabili a partire da aprile. L’Unione nazionale consumatori stima che una famiglia media pagherà 622 euro in più all’anno. Il bonus da 115 euro copre circa un quinto di quella cifra, e vale solo per quest’anno.

Il carbone che non doveva esserci più

La parte più clamorosa riguarda le centrali a carbone. Con un emendamento a prima firma Lega, sottoscritto da Fratelli d’Italia, Forza Italia e Azione, il phase-out previsto per dicembre 2025 dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima è stato spostato al 2038: tredici anni di proroga. Le quattro centrali coinvolte sono quella di Brindisi e Torrevaldaliga Nord a Civitavecchia, e le due sarde di Sulcis-Portovesme e di Fiume Santo per circa 4,7 gigawatt complessivi.

Solo che Brindisi è ferma dal 2024. Civitavecchia ha prodotto 0,3 terawattora nel dicembre 2024 e poi niente nel 2025. Entrambe hanno perso l’autorizzazione ambientale il primo gennaio 2026: riattivarle richiederebbe una nuova autorizzazione integrata ambientale, un iter che dura anni. Il ministero calcola che avrebbe senso riattivarle solo se il prezzo del gas salisse oltre i 70 euro al megawattora, quando oggi si aggira intorno a 55.

Il costo per mantenerle semplicemente disponibili è stimato in circa 100 milioni di euro l’anno, senza che sia ancora chiaro dove si trovino le risorse. Greenpeace, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment e Wwf hanno parlato di scelta “grave, incoerente e a rischio di illegittimità costituzionale”.

Il M5S l’ha definita «un atto irresponsabile e miope». Nel giugno 2023 il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin aveva dichiarato che l’intenzione era «arrivare ad abbandonare il carbone entro il ’25 o anche prima». Adesso quell’obiettivo è slittato di un decennio: basta un emendamento in un decreto bollette, approvato in commissione con i voti di quattro gruppi parlamentari.

Il governo ha posto la fiducia alla Camera blindando il testo, poi ha incassato 203 voti favorevoli e 117 contrari. Il decreto arriva al Senato intoccabile, da convertire entro il 21 aprile. Poi diventerà legge, carbone compreso.

Una crisi energetica reale, misure estemporanee, un bonus che non copre un quinto degli aumenti già certificati, e le centrali a carbone prorogate di tredici anni da un governo che tre anni fa prometteva di chiuderle «anche prima» del 2025. Tanto per capirci.

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Trentotto morti e una multa

Martedì nel Mediterraneo sono morti in trentotto. Diciannove a Lampedusa, partiti dalla Libia su un barchino trasformato dalla tempesta in una trappola: corpi accatastati uno sull’altro, bambini in condizioni disperate. Cinque i sopravvissuti, ancora incapaci di raccontare. Altri diciannove nell’Egeo, un gommone rovesciato davanti a Bodrum: fra le vittime un neonato, rifugiati afghani in fuga dall’Iran. Alla Sava, al confine tra Bosnia e Croazia, i dispersi non si contano ancora. Giornata nera, come si dice. Poi si gira pagina.

Intanto Sea-Watch deve giustificarsi. Il 31 marzo Fratelli d’Italia ha pubblicato un post per celebrare la multa di diecimila euro e il fermo venti giorni comminati alla Sea-Watch 3 per aver attraccato in un porto diverso da quello assegnato. “Furore ideologico”, lo definiscono. Giorgia Linardi, portavoce dell’Ong, ha replicato che quel porto era il più vicino, raggiunto in stato di necessità dichiarato per sottrarre le persone soccorse a quello che chiama “un atto di tortura di Stato”: giorni inutili di navigazione a persone appena sopravvissute al rischio di morire in mare. Il diritto internazionale, per Sea-Watch, viene prima della legge italiana. Per Fratelli d’Italia è propaganda.

Il partito che ha perso il referendum sulla separazione delle carriere, respinto dal 53,56% degli italiani il 23 marzo, si consola attaccando chi salva le persone. Scottato dall’esito del voto, usa il soccorso in mare per attaccare la magistratura che continua a dar torto alle sue politiche migratorie. I morti restano silenzio. E il silenzio, in questo Paese, si chiama normalità.

Buon giovedì.

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Un altro passo verso l’apartheid

Il 30 marzo la Knesset ha approvato con 62 voti contro 48 la legge che introduce la pena di morte per impiccagione dei palestinesi condannati per omicidio in Cisgiordania occupata. Il provvedimento entra in vigore tra trenta giorni. Netanyahu ha votato a favore. Ben Gvir, che ha guidato la campagna, ha stappato champagne in aula. «Abbiamo fatto la storia», ha scritto sui social.

Il testo garantisce l’anonimato alle guardie carcerarie designate come esecutori e assicura loro l’immunità legale. I colloqui tra condannati e avvocati sono ridotti a videochiamate. L’esecuzione avviene entro novanta giorni dalla condanna. I tribunali militari della Cisgiordania occupata giudicano esclusivamente palestinesi: i coloni israeliani restano sotto i tribunali civili. La pena capitale è la sentenza predefinita, salvo circostanze eccezionali.

L’ufficio ONU per i diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati ha dichiarato il 31 marzo che la legge «rafforza la violazione del divieto di segregazione razziale e apartheid». Human Rights Watch ha definito il doppio binario «tratto caratteristico dell’apartheid». Amnesty International ha collegato la norma alle assoluzioni dei soldati per gli abusi nel centro di detenzione di Sde Teiman. «Per anni abbiamo assistito a esecuzioni extragiudiziali con i responsabili che godevano di quasi totale impunità», ha dichiarato Erika Guevara-Rosas di Amnesty International. «Questa legge è il culmine di tali politiche.»

Al 31 marzo 9.500 palestinesi si trovavano detenuti nelle carceri israeliane, tra cui 350 minori e 73 donne. Circa la metà è in detenzione amministrativa o classificata come «combattente illegale»: nessun processo, nessuna difesa possibile. La legge non è retroattiva. Chi ucciderà domani potrà essere impiccato da un esecutore senza nome.

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Zaia, l’innominabile che spaventa Salvini: niente rimpasto vuol dire niente ministeri per il Doge

Il 30 marzo, nella sede della Lega a via Bellerio a Milano, Matteo Salvini ha parlato per quarantacinque minuti. Erano presenti Luca Zaia, Attilio Fontana, Alberto Stefani, Massimiliano Fedriga, i capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo. Zaia era in sala, seduto come gli altri. Al termine, Salvini ha comunicato la linea: «Niente rimpasto, nessun nuovo ministero per la Lega». L’ex governatore del Veneto era presente, è rimasto in silenzio, non è stato interpellato.

Da questa scena si può leggere tutto il resto

Da una settimana il governo navigava nel dopo-referendum sulla giustizia. Daniela Santanchè aveva lasciato il Turismo, Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi avevano lasciato la Giustizia. Le agenzie rimbalzavano il nome di Zaia come possibile ministro delle Imprese, con Adolfo Urso in trasloco al Turismo: Zaia porta voti nel Nord produttivo e una credibilità certificata da tre mandati in Veneto.

Salvini ha detto no a tutto. Il Turismo, fonti leghiste lo hanno ribadito, resta in quota Fratelli d’Italia. Per le Imprese, la chiosa è arrivata ugualmente compatta: con le Politiche a poco più di un anno, intestarsi un dicastero economico carico di crisi industriali significa prendersi i guai degli altri. Quel ministero, ai vertici, sarebbe stato descritto come quello dei fallimenti: vedi l’ex Ilva. Tradotto: Urso può restare.

I numeri che scomodano

A novembre 2025, YouTrend ha pubblicato per Sky Tg24 un sondaggio che Salvini ha letto, presumibilmente, con fastidio. Il 31% degli italiani dichiara molta o abbastanza fiducia in Luca Zaia. Salvini si ferma al 22%, nove punti sotto. Tra gli elettori del centrodestra, Zaia raggiunge il 49%; nel campo largo, il 33%. Per Salvini, nel campo largo, la quota si ferma al 5%.

Zaia alle regionali venete di novembre 2025 ha portato 203mila preferenze personali. Inserire quell’uomo in un esecutivo, con un ministero di prima fascia, significa accendere un faro quotidiano sulle sue capacità esecutive in comparazione diretta con quelle di Salvini. Che al governo c’è già. E la comparazione partirebbe già storta per lui.

Il veto che non si chiama veto

Per bloccare un avversario interno senza nominarlo, si blocca il terreno su cui potrebbe muoversi. «Niente nuovi ministeri per la Lega» suona come senso di responsabilità istituzionale e funziona al tempo stesso come cordone sanitario. Zaia non viene citato. È in sala, in silenzio. La porta si chiude senza sbatterla.

Il Fatto Quotidiano, il 31 marzo, titolava su un altro dettaglio della stessa riunione: in caso di rimpasto allargato, Salvini punta al Viminale, il ministero dell’Interno lasciato per il processo Open Arms. Quindi: niente nuovi ministeri per la Lega in linea generale, ma se il rimpasto si allarga il segretario federale vuole il Viminale per sé. La contraddizione regge, finché nessuno la legge ad alta voce.

Va detto che anche Zaia ha le sue ragioni per stare lontano da Roma. Secondo Lettera43, considera rischioso il fatto che la Lega si faccia carico dei ministeri economici in un momento congiunturale difficile, con la fine dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Come ministro non parlamentare guadagnerebbe circa la metà di quanto percepisce in Veneto. La riluttanza ha radici anche personali.

Solo che la paura di Salvini ne ha di più profonde. La Lega che Zaia rappresenta da anni mal digerisce la linea di via Bellerio. Ogni volta che il doge ottiene visibilità nazionale, la divergenza tra l’anima produttiva e quella populista del Carroccio torna a farsi leggibile. Un ministro Zaia a Roma sarebbe il punto di riferimento naturale per quella Lega che Salvini non riesce a essere.

Quarantacinque minuti di discorso. Zaia in silenzio, non interpellato. La porta chiusa senza sbatterla. L’unica cosa che Salvini teme davvero è che qualcuno, un giorno, la apra.

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Sánchez, il socialista che pratica in Spagna il sovranismo che Meloni sbandiera soltanto in Italia

Venerdì 27 marzo, notte. Dei bombardieri americani sono già in volo verso la Sicilia quando qualcuno, a Roma, si accorge del problema. Il piano era stato comunicato con gli aerei già decollati: nessuna autorizzazione, nessuna consultazione. Il capo di Stato maggiore Luciano Portolano chiama il ministro della Difesa Guido Crosetto. Crosetto dice no: non atterrano a Sigonella.

La notizia, riportata dal Corriere della Sera, ha scosso gli ultimi giorni come un sasso in un catino. Per qualche ora Giorgia Meloni è sembrata Pedro Sánchez. Poi ha aperto bocca. “Non si registrano criticità né frizioni con i partner internazionali. I rapporti con gli Stati Uniti sono solidi.” Così Palazzo Chigi, nella stessa nota in cui spiegava di aver detto no ai bombardieri di Trump. Crosetto ha aggiunto che “le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato“. Abbiamo detto no, ma è come se avessimo detto sì. A Madrid, nel frattempo, Sánchez parlava al Congresso in tutt’altro modo.

Chi difende davvero la sovranità

La Spagna non ha solo negato agli americani le basi di Rota e Morón: ha chiuso il proprio spazio aereo a tutti i voli coinvolti nell’operazione Epic Fury, l’offensiva su Iran avviata il 28 febbraio da Usa e Israele. Il divieto vale per velivoli da combattimento e aerei cisterna, inclusi quelli dislocati in Paesi terzi. La ministra della Difesa Margarita Robles: “Né le basi né lo spazio aereo spagnolo sono autorizzati per qualsiasi azione legata alla guerra in Iran”. Sánchez al Congresso aveva usato quattro parole: «No a questa guerra illegale». Roma ha scelto il frammento: un no circoscritto, tecnico, motivato dall’assenza di una richiesta formale. Meloni riferirà al Parlamento il 9 aprile.

Sánchez è il nemico politico di Meloni: socialista, sostenitore della causa palestinese, rivale di Vox, il gemello spagnolo di Fratelli d’Italia. Eppure è lui che pratica la sovranità che la destra italiana predica e non esercita. La Spagna ha riconosciuto lo Stato di Palestina nel maggio 2024. Ha sostenuto la causa per genocidio contro Israele alla Corte internazionale di giustizia. A settembre 2025 Sánchez ha annunciato un embargo formale sulle armi, approvato dal Parlamento in ottobre, e il divieto di ingresso ai funzionari militari israeliani: «Una cosa è proteggere il proprio Paese, un’altra è bombardare ospedali e condannare alla fame bambini innocenti».

La fotocopia sbiadita

Il governo italiano ha bloccato nuove autorizzazioni all’export militare verso Israele dopo il 7 ottobre 2023, ma le licenze esistenti hanno continuato a produrre spedizioni: circa 5,8 milioni di euro di armi nel 2024, secondo i dati Istat elaborati da Archivio Disarmo. Il sottosegretario Giorgio Silli ha ammesso in Commissione Esteri, nel maggio 2025, che armi erano andate a Israele anche dopo quella data. Nel 2024 l’Italia ha quintuplicato le importazioni di armamenti da Israele a quasi 155 milioni di euro. Madrid ha approvato un embargo totale. Roma ha prodotto comunicati.

Da Sigonella decolla con regolarità il drone Triton che precede i bombardamenti americani. Da Camp Darby, a Pisa, partono missili verso l’Iran. Sigonella è un gesto reale. Non è una posizione. Meloni non ha detto che quella guerra è illegale. Sánchez sì. Meloni non ha chiuso i cieli italiani. Sánchez sì. Meloni non ha riconosciuto lo Stato di Palestina. La Spagna sì, da quasi due anni. Il governo italiano, che trae la sua identità dalla sovranità nazionale, imita in ritardo e a metà un premier socialista che quella sovranità la esercita davvero, pagando il prezzo delle minacce commerciali di Trump.

“I rapporti con gli Stati Uniti sono solidi.” È la frase più rivelatrice di questa settimana. Solidità con chi ti manda i caccia senza chiedere permesso, mentre nel Mediterraneo orientale continua una guerra che Washington combatte insieme a un governo il cui primo ministro è ricercato dalla Corte penale internazionale.

Quella solidità ha un nome. Si chiama sudditanza.

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