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Torture e genocidio, l’ultimo Report di Albanese

Karim ha un anno. Il 22 marzo, secondo il referto medico depositato dall’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor, l’esercito israeliano lo ha prelevato nel campo profughi di Al-Maghazi, Gaza centrale, e lo ha sottoposto a ustioni da sigaretta, punture e una ferita da chiodo. Ramy Abdu, presidente del Monitor, ha dichiarato che il bambino è stato torturato «nel tentativo di fare pressione sul padre ed estorcergli una confessione». Dopo dieci ore, è stato restituito alla famiglia tramite la Croce Rossa in stato di shock. Il padre, Osama Abu Nassar, resta detenuto.

Il caso ha un contesto preciso. Francesca Albanese, relatrice speciale Onu sui Territori palestinesi occupati, ha presentato al Consiglio per i diritti umani il rapporto “Torture and Genocide”. Il documento classifica la tortura nei territori occupati come “a structural feature of the ongoing Israeli genocide and broader settler-colonial apartheid”. Copre Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est a partire dal 7 ottobre 2023. Registra l’uso sistematico del corpo dei detenuti come strumento di coercizione, punizione collettiva e sfollamento forzato.

La parola confessione lavora a due livelli. Un corpo viene usato per costringere un altro a firmare. La stessa documentazione viene usata per negare ciò che descrive. Israele ha respinto il rapporto. Nel 2025, l’amministrazione Trump aveva già inserito Albanese nella lista OFAC del Tesoro, il registro riservato a trafficanti e terroristi.

“Torture and Genocide” richiama l’articolo 1 della Convenzione contro la tortura. La sanzione ad Albanese era arrivata sei giorni dopo la pubblicazione del rapporto sull’economia di quello che la Corte internazionale di giustizia definisce genocidio. La sequenza ha una logica: chi registra i fatti viene colpito prima che vengano smentiti.

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Bancarotta idrica, l’Italia perde quasi 4 litri su 10 immessi nella rete. E le promesse restano al palo

Trentasette virgola nove per cento. La quota di acqua immessa nelle reti italiane che non arriva mai a destinazione, dispersa lungo condotte del dopoguerra mai sostituite sistematicamente. Il Blue Book 2026, rapporto annuale sul servizio idrico integrato realizzato da Utilitalia e Fondazione Utilitatis, usa una parola precisa per descrivere la situazione: “bancarotta idrica”. La definizione viene dall’Unu-Inweh, l’istituto dell’Università delle Nazioni Unite per acqua, ambiente e salute: il pianeta ha superato il punto in cui la domanda d’acqua può essere soddisfatta dalle disponibilità rinnovabili. Il campione analizzato dal Blue Book copre oltre 324mila chilometri di condotte: il 30% ha più di trent’anni, oltre 40mila superano i cinquanta. Si perdono 24 metri cubi per chilometro di rete ogni giorno. Nel 2024 più del 16% dell’energia elettrica del settore è servita a pompare acqua non bevuta da nessuno.

Commissari che si rinnovano, condutture che restano rotte

Il governo Meloni ha individuato il problema nel 2023, con il decreto Siccità (D.L. 39/2023). Cabina di regia presieduta dal vicepremier Matteo Salvini, commissario straordinario, piano da 7,8 miliardi. Il Pnrr aveva un obiettivo preciso: ridurre le perdite del 15% entro il 2024, digitalizzando 45mila 500 chilometri di condotte con 900 milioni stanziati. Il commissario Nicola Dell’Acqua avrebbe dovuto restare in carica fino al 31 dicembre 2023. Proroga al 2024. Seconda proroga al 2025. La legge di bilancio 2025 (L. 199/2025) lo ha esteso al 31 dicembre 2027: quattro anni su una misura d’urgenza. Le perdite restano al 37,9%, invariate.

Solo il 38% delle reti è organizzato in aree distrettualizzate, condizione minima per localizzare le perdite in tempo reale. Secondo un’indagine UIL del 2025, venti misure del Pnrr legate all’acqua risultano “in affanno, con ritardi, gare deserte e opere ferme”, e sulle reti idriche al Sud i progetti restano in stallo. Nel marzo 2024 il commissario Dell’Acqua ha dichiarato che la capacità degli invasi si è ridotta del 30% per mancata manutenzione nell’ultimo mezzo secolo: tre miliardi di metri cubi in meno su tredici complessivi.

Il Mezzogiorno che paga due volte

Le dispersioni lineari variano dai 17 metri cubi per chilometro al giorno nel Nord-Ovest agli 41 nel Sud. Sono ancora 1.310 i comuni in cui almeno un segmento del servizio idrico è gestito direttamente dalle amministrazioni locali, per 6,9 milioni di abitanti: il 97% di questi comuni sta nel Mezzogiorno. Le gestioni in economia investono in media 22 euro per abitante l’anno; i gestori industriali arrivano a 90. Il risultato è una rete che perde di più e garantisce meno ore di erogazione. L’accesso all’acqua potabile, riconosciuto dall’ONU come diritto umano nel 2010, non è ancora uguale per tutti i cittadini italiani.

Il tasso di riutilizzo delle acque reflue depurate è al 3,4% su un potenziale del 13,4%. La qualità dell’acqua distribuita resta alta: 4,4 milioni di parametri analizzati nel 2024, conformità sanitaria al 99%. Dal 2026 scatta il nuovo limite italiano sui Pfas: 0,02 microgrammi per litro per i quattro Pfas con il più alto potenziale di bioaccumulo, più severo dei minimi europei. Applicarlo richiede investimenti che le gestioni frammentate del Sud faticano a sostenere.

Senza acqua non potrebbe essere generato il 20% del Pil italiano: 384 miliardi di euro. La tariffa media 2025 è di 411 euro l’anno per una famiglia di tre persone, il 7% in più rispetto all’anno precedente. Chi vive al Sud con reti colabrodo e ore di erogazione incerte paga questa tariffa crescente per un servizio che spesso non arriva. La bancarotta idrica descrive un bilancio preciso: un paese che ha prelevato più di quanto ha restituito. Il commissario straordinario è stato rinnovato fino al 2027. Le condutture del dopoguerra anche.

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La destra populista si può battere: i casi in Francia, Canada e le lezioni delle municipali 2026 che lo dimostrano

La destra vince ovunque. Lo dicono i sondaggi, i titoli, le analisi del sabato pomeriggio. Lo dice chiunque abbia un interesse a farlo sembrare inevitabile. Compresa la destra stessa, che ha trasformato l’inarrestabilità in argomento elettorale. Solo che domenica scorsa il Rassemblement National ha vinto soltanto a Nizza. A Tolone, a Marsiglia, a Nîmes ha perso. A Parigi ha preso il 38%. Alla sera Le Pen ha annunciato una «vittoria immensa». Era la mappa di due vittorie diverse, di cui una sola finisce sui giornali.

La destra populista non è invincibile. È vincente dove le condizioni glielo permettono. Quelle condizioni, quasi sempre, le costruiscono gli altri.

Come si batte

A Tolone la candidata Rn Laure Lavalette aveva il 42% al primo turno. Ha preso il 47,65% e ha perso. Josée Massi, candidata civica al 29%, aveva tenuto duro. I voti anti-RN si erano concentrati su di lei. Il front républicain aveva funzionato.

A Nizza, stesso schema, esito opposto. Éric Ciotti, alleato strutturale del RN dopo l’espulsione dai Républicains nel 2024, aveva il 43%. Bruno Retailleau, presidente dei Républicains, aveva lasciato «libertà di scelta» agli elettori — formula che in politica significa: il barrage non si costruisce. La candidata di sinistra Juliette Chesnel-Le Roux è rimasta in campo. Ciotti ha vinto con il 46,2%. La somma dei voti degli altri era il 53,8%. Il fronte non si è formato perché nessuno ha voluto formarlo.

La variabile non è la forza del RN. È la volontà degli altri. Dove qualcuno costruisce il barrage, la destra radicale perde. Dove qualcuno sceglie di non costruirlo, vince. L’inarrestabilità è, in larga parte, una scelta altrui.

A Marsiglia Benoît Payan ha respinto Franck Allisio (RN) dopo che al primo turno lo aveva tallonato di meno di due punti. Sébastien Delogu di La France Insoumise si era ritirato per fare barrage senza accordi e senza chiedere nulla in cambio. I voti degli insoumis si sono spostati su Payan. A Roubaix David Guiraud di LFI ha vinto con il 53,2% nel suo territorio: dove c’è radicamento reale, non servono fusioni.

Il 29 aprile 2025 in Canada Pierre Poilievre — dai toni trumpiani, in testa ai sondaggi di venti punti — ha perso contro il liberale Mark Carney. Quando Trump ha trattato il Canada come un territorio da annettere, Poilievre si è ritrovato a dover prendere le distanze dal suo specchio. «Non dimenticheremo mai il tradimento americano», ha detto Carney la notte della vittoria.

La destra populista crolla sulla concretezza. Regge sulla divisione del campo avversario.

Il nodo delle alleanze

Le elezioni francesi hanno documentato qualcosa che vale la pena leggere senza trasformarlo in sentenza. Dove il Partito Socialista ha accettato la fusione formale con LFI nelle città medie, il voto moderato si è spesso spostato: Clermont–Ferrand – ottant’anni di sinistra, persa in una sera – Limoges, Besançon. Un sondaggio Elabe del febbraio 2026 indicava che il 63% dei francesi si dichiarava pronto a fare barrage a LFI al ballottaggio presidenziale, contro il 45% disposto a farlo contro Le Pen o Bardella. Quel dato non descrive chi ha ragione. Descrive il terreno su cui si gioca, e il lavoro che la destra sta facendo per spostarlo.

La domanda non è se LFI debba stare nel campo della sinistra — esiste, vince, ha un radicamento che i voti di Roubaix documentano. È quale forma prendano le alleanze, in quale contesto, con quale effetto sul risultato. Delogu a Marsiglia si è ritirato senza accordi: quella scelta ha tenuto la città fuori dall’estrema destra.

Retailleau a Nizza non ha costruito il barrage. Poilievre ha perso perché Trump era diventato uno specchio scomodo. La destra non è inarrestabile. È vincente dove gli altri decidono di non fermarla.

Il 22 marzo a Tolone la destra lepenista ha perso. A Nizza ha vinto. La differenza non era la forza del RN. Era chi aveva deciso di costruire la diga.

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Il voto dei forti e il divieto per i deboli

In Italia esiste una norma precisa: dentro i seggi è vietata qualsiasi propaganda. Domenica 22 marzo i rappresentanti di Fratelli d’Italia hanno girato indisturbati in più di dieci comuni della Brianza con badge riportanti “Sì”, mentre i delegati del comitato del No venivano respinti all’ingresso dei plessi.

Tra la norma e la realtà, qualcuno ha scelto da che parte stare.

Le segnalazioni coprono mezza Italia. In Umbria la deputata M5s Emma Pavanelli denuncia distintivi con indicazione di voto per il Sì, propaganda vietata entro duecento metri dalle sedi di voto. Alleanza Verdi e Sinistra registra delegati del No bloccati all’accredito “con varie scuse pretestuose”. Altrove, identificati e respinti fisicamente all’ingresso.

C’è poi la questione fuori sede, che il governo si è rifiutato di risolvere. Decine di migliaia di giovani si erano registrati come rappresentanti di lista per aggirare il vuoto normativo. Alcuni presidenti di seggio hanno risposto pretendendo una presenza minima obbligatoria: condizione inesistente in qualsiasi norma. Avs la chiama con il suo nome: un abuso.

Due asimmetrie, parallele per l’intera giornata. I rappresentanti di FdI con i badge del Sì circolano senza che nessuno intervenga. I delegati del No vengono bloccati, non ammessi, talvolta respinti. Il ministero dell’Interno non risulta aver risposto con l’urgenza richiesta.

Questo è un referendum senza quorum. Ogni voto pesa esattamente quanto vale. Sottrarre rappresentanti al No è sottrarre voti al No. Chi doveva vigilare ha guardato altrove.

La riforma promette equilibrio nella magistratura. Sarebbe bastato applicarlo alla giornata di voto.

Buon lunedì.

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Bossi padre nobile, ma solo da morto: il fondatore della Lega trattato da nemico (e diffidato) dai suoi stessi eredi

Era il 28 ottobre 2022. Umberto Bossi aveva 81 anni e camminava con fatica. Pochi giorni prima Matteo Salvini lo aveva abbracciato alla Camera. Quello stesso giorno, da via Bellerio, partì una lettera di diffida “a cessare la promozione nei confronti degli iscritti alla Lega per Salvini premier, e l’utilizzazione dei simboli e della denominazione del partito”.

Giovedì sera il Senatùr è morto all’ospedale di Circolo di Varese. Aveva 84 anni. Oltre un’ora dopo è arrivato il post di Salvini: coraggio, genio, passione, libertà. Ciao, Capo. A Dio. Giorgia Meloni era stata più rapida: Bossi ha dato un fondamentale apporto al primo centrodestra. Solo che il dolore va misurato su una storia precisa. E la storia ha date, lettere e voti dati ad altri partiti.

I padri nobili si cacciano da vivi

Nel dicembre 2013 le primarie interne sanciscono la vittoria di Salvini con l’82% dei voti. Da quel momento avvia la trasformazione: abbandona il federalismo nordista, crea la Lega per Salvini Premier come soggetto distinto dalla vecchia Lega Nord, stringe alleanze con Le Pen e Orbán. Il 17 settembre 2017, per la prima volta in trent’anni, Bossi non sale sul palco di Pontida.

Il 1° ottobre 2022 Bossi fonda il Comitato Nord: migliaia di adesioni, congressi vinti a Brescia, Bergamo, Rovigo, Lodi, Cremona. Quattro consiglieri vengono espulsi. Il Foglio ricostruisce che settimane prima Salvini aveva promesso che nessuno sarebbe stato punito. Poi arrivò la lettera. All’epoca Bossi aveva 81 anni: alla Camera pochi giorni prima Salvini lo aveva abbracciato stretto. Prima di metterlo, di fatto, fuori dal partito.

Alle europee del giugno 2024 Bossi fa sapere di aver votato Forza Italia per Marco Reguzzoni, ex leghista candidato come indipendente. Qualche mese prima, il 16 marzo, il primo parlamentare della Lega, Giuseppe Leoni, intervistato da Repubblica, è netto: «Io sono federalista, lui (Salvini, ndr) è fascista. Io voglio l’autonomia, lui vuole i fascisti. Non occorre aggiungere altro». Non è un avversario a parlare: è uno che era alla fondazione.

“Mai con i nipoti dei fascisti”

Bossi aveva un antifascismo viscerale. La Lega Lombarda fin dai manifesti del 1983 si rivendicava coscienza partigiana. Al convegno di Bologna del febbraio 1994 fu categorico: «Non faremo mai un accordo con il Msi. Mai con i fascisti o con i nipoti dei fascisti». Al congresso della Lega dello stesso anno ripeté tra gli applausi: «Mai coi fascisti. Mai. Mai». In un’intervista del 2014 ribadiva: «La Lega non farà mai un accordo con i fascisti, o come cavolo si chiamano adesso».

Oggi ci sono i Fratelli d’Italia, discendono dal Movimento Sociale Italiano fondato nel 1946 da reduci della Repubblica Sociale di Salò, e governano l’Italia. La premier che giovedì sera ha scritto del suo dolore per la scomparsa di Bossi è la stessa che a diciannove anni dichiarava continuità ideale con Almirante, il cui partito porta ancora la fiamma tricolore nata sull’eredità del Msi.

Padre nobile, ma da morto

La politica italiana sa fare una cosa con maestria: trasformare gli avversari scomodi in padri nobili, a patto che siano morti. Bossi vivo era un problema: indicava quanto il centrodestra avesse tradito il Nord, svuotato l’autonomia, consegnato il partito ai fascisti che aveva sempre escluso. Bossi morto diventa patrimonio condiviso.

Il solo che ha detto una cosa onesta è stato Pier Luigi Bersani: «Umberto Bossi. L’avversario più dignitoso che ho avuto in vita mia, e alla fine quello a cui ho voluto più bene». Lo ha scritto uno di sinistra; era l’unico che aveva davvero ascoltato Bossi per trent’anni.

Salvini scrive “Ciao, Capo” e cancella gli appuntamenti di domani. Del resto il capo lo aveva già diffidato tre anni fa con una lettera formale. Basta aspettare che muoiano, i fondatori. Diventano tutti molto più gestibili.

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Referendum tra bugie, contraddizioni e autogol: tutti gli spot al No dei sostenitori del Sì

Novantasei per cento. È la quota di segnalazioni disciplinari contro i magistrati che viene archiviata prima ancora di arrivare all’esame del Consiglio Superiore della Magistratura. A farlo è la Procura Generale della Cassazione, organo titolare dell’azione disciplinare, cui si affianca come filtro secondario il Ministero della Giustizia. Quest’ultimo è guidato da Carlo Nordio, il medesimo ministro che per mesi ha costruito la campagna referendaria sull’argomento che il Csm non sanziona nessuno.

Un governo che accusa un organo di inerzia omettendo che quella stessa inerzia viene prodotta, per la quasi totalità, da filtri che non dipendono dal Csm. Perché la campagna per il Sì al referendum di domani e lunedì ha accumulato un bestiario di falsità verificabili, di grafiche discutibili e di auto-contraddizioni documentate che difficilmente trova equivalenti nella storia recente delle campagne elettorali italiane. Non per la normale torsione della propaganda, presente in qualunque democrazia; per qualcosa di strutturalmente diverso: le smentite più feroci arrivavano, quasi sempre, dalle stesse voci del Sì.

«Chi dice che velocizza i processi, mente»

In un convegno alla Camera, nel marzo 2025, Carlo Nordio aveva dichiarato: «Non abbiamo mai detto che la separazione delle carriere rende i processi più veloci. Non influisce sull’efficienza». Alla kermesse di Fratelli d’Italia ad Atreju, nel dicembre 2025, come ricostruito da Pagella Politica, aveva accusato di «benaltrismo» chi sostiene che la riforma «non accelererà i processi». «Nessuno ha mai detto che questa riforma serva ad accelerare i processi, noi ne stiamo facendo altre», aveva dichiarato. Nel libro In attesa di giustizia del 2010 lo aveva già scritto: la separazione è un «problema secondario» che «non ha nulla, ma proprio nulla a che vedere con il funzionamento celere della macchina giudiziaria».

Il 4 marzo 2026, a Potenza, Nordio ha detto all’Ansa: «Con la riforma i processi saranno velocizzati». Lo stesso Nordio che tre mesi prima aveva definito insostenibile quella tesi. La contraddizione è documentabile giorno per giorno: la stessa persona che dice «nessuno ha mai detto che questa riforma serva ad accelerare i processi» a dicembre 2025 e «i processi saranno velocizzati» a marzo 2026. Nel frattempo le card social di Fratelli d’Italia scandivano: «Vota Sì per una giustizia più efficace, veloce, giusta». E, il 30 ottobre 2025, Giorgia Meloni aveva dichiarato che la riforma è un passo verso un sistema «più efficiente, equilibrato e vicino ai cittadini».

Il motivo per cui questa promessa non ha base è scritto nel testo della legge: la riforma modifica l’architettura degli organi di autogoverno, non un articolo del codice di procedura penale, non le piante organiche, non le risorse. I ritardi della giustizia italiana dipendono da carenza cronica di personale e da arretrati decennali. Nessuna di queste cause viene sfiorata dallo sdoppiamento del Csm. Al contrario, la creazione di tre nuovi organi in luogo dell’attuale Csm unico comporterà strutture e costi aggiuntivi: l’efficienza decantata si chiama, nei fatti, moltiplicazione delle poltrone.

Il fascismo che non c’era e la Russia che è stata espunta

Sei giorni prima del voto, il 16 marzo 2026, Antonio Tajani ha pubblicato un video costruito su due proposizioni presentate come ovvie: «L’Italia finora è stata un’eccezione fra le democrazie. Un sistema come il nostro esiste solo in Russia, in Cina, in altre dittature»; e «del resto, in Italia questo sistema venne introdotto da Mussolini e dal fascismo». Ma le cose stanno davvero così? Entrambe le affermazioni sono verificabili consultando testi normativi pubblici.

L’unità dell’ordine della magistratura italiana risale al Regio Decreto n. 2626 del 6 dicembre 1865, prodotto nell’Italia post unitaria da un governo liberale, oltre mezzo secolo prima dell’ascesa del regime. Il confronto testuale è definitivo: gli articoli 4 e 69 del Regio decreto n. 12 del 30 gennaio 1941, la riforma Grandi, rispecchiano gli articoli 6 e 129 del decreto liberale del 1865. Il fascismo non introdusse nulla; confermò ciò che era già nell’ordinamento, inserendolo in un sistema di subordinazione totale della magistratura all’esecutivo. L’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd), nei giorni precedenti il voto, sentenzia: «È una bugia, andatelo a verificare».

Sulla tesi delle dittature, Il Giornale, favorevole al Sì, il 9marzo 2026 ha dovuto ammettere che dalla tabella virale pro-Sì «solo per scrupolo dall’elenco dei paesi a “carriera unica” è stata espunta la Russia, dove giudici e pubblici ministeri fanno carriere distinte ma sono tutti di nomina governativa». La Russia, caso principale citato da Tajani, non ha il sistema italiano. E poi c’è la Francia, classificata tra i paesi virtuosi nonostante giudici e Pm entrino con lo stesso concorso e possano cambiare funzione. I dati Cepej 2022 del Consiglio d’Europa mostrano che su 49 paesi europei, 19 mantengono il Pm nel potere giudiziario come l’Italia. Il paradosso storiografico, messo a fuoco da Fanpage.it l’11 marzo 2026: usare la retorica antifascista contro l’assetto della Costituzione nata dalla Resistenza significa accusare di nostalgia fascista chi difende la Costituzione antifascista.

Il 1994 e la firma dimenticata

L’accusa di magistratura impunita si scontra con i dati ufficiali della sezione disciplinare del Csm: nel triennio febbraio 2023-dicembre 2025 sono state pronunciate 199 sentenze con 82 condanne, incluse 8 rimozioni definitive dall’ordine giudiziario. E torniamo al dato da cui siamo partiti: il 96 per cento delle segnalazioni viene archiviato dalla Procura Generale della Cassazione prima di arrivare al Csm, mentre il Ministero è il filtro secondario. Sul tema della presunta osmosi tra giudici e Pm, negli ultimi cinque anni meno dell’1 per cento dei magistrati ha cambiato funzione: la sproporzione non trova giustificazione nel merito, ma nella biografia del promotore.

Il 3 maggio 1994, da pubblico ministero alla Procura di Venezia, Carlo Nordio firmò una lettera inviata via fax all’Associazione Nazionale Magistrati dichiarando di aderire al comunicato dell’Anm «in quanto contrari alla divisione delle carriere». Il documento è pubblicato dalla rivista La Magistratura nel luglio 2025. L’appello firmato anche da Nordio sosteneva che nella storia dell’Italia repubblicana «l’indipendenza del Pm rispetto all’esecutivo e l’unicità della magistratura abbiano rappresentato in concreto una garanzia per l’affermazione della legalità e la tutela del principio di eguaglianza dinanzi alla legge». Sono le stesse argomentazioni che oggi l’Anm porta contro la sua riforma. Il ministro ha risposto di aver cambiato idea nel 1995.

Bartolozzi e la tabella con l’Egitto due volte

La tabella a due colonne, «Paesi con separazione» vs «Paesi senza», rilanciata anche da autorevoli esponenti di centrodestra, conteneva il nome «Egitto» scritto due volte, voci incomplete, nessuna fonte, e classificava la Francia tra i paesi virtuosi nonostante il corpo giudiziario unitario. La Russia era stata espunta dopo verifica. La comunicazione aveva trovato il proprio punto di arrivo nel ridicolo.

L’uscita più istruttiva è arrivata il 7 marzo 2026. Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, magistrata in aspettativa, indagata dalla Procura di Roma nell’ambito del caso Almasri per false comunicazioni ai pubblici ministeri, in un dibattito sull’emittente siciliana Telecolor ha detto: «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione». Mentre Nordio rassicurava che la riforma «non indebolisce in alcun modo la magistratura né intende attaccare i magistrati, bensì punta a restituire loro prestigio e autorevolezza». Le due affermazioni sono incompatibili tra loro. Dal canto sua, la deputata leghista Simonetta Matone, ex magistrata, aveva già definito le uscite di Nordio «dichiarazioni folli», aggiungendo però la precisazione che vale come confessione: «Tutti noi pensiamo le cose che lui ha detto, ma sono cose che non si possono dire pubblicamente».

96 per cento, il numero da cui siamo partiti. Le segnalazioni disciplinari archiviate dalla Procura Generale della Cassazione prima di arrivare al Csm di cui il ministro lamenta il lassismo. Una campagna costruita sull’invenzione di un problema che il governo stesso produce in larga parte; comunicata con tabelle che contengono l’Egitto due volte, con la Russia silenziata dopo verifica e con una frase sui plotoni di esecuzione che ha detto, in tredici secondi, tutto ciò che tredici minuti di video presidenziale si sforzavano di nascondere. Da un certo punto in poi, il miglior testimone contro la riforma era il governo stesso, senza che nessuno glielo chiedesse.

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La moschea Al-Aqsa chiusa ai fedeli: prima volta dal 1967

La moschea di Al-Aqsa, a Gerusalemme Est, ha trascorso l’Eid al-Fitr chiusa ai fedeli. È la prima volta dal 1967, quando Israele conquistò la Città Vecchia. Le autorità israeliane hanno comunicato al Waqf islamico, l’ente che amministra il sito, l’intenzione di prolungare la chiusura oltre la festività. La motivazione ufficiale è la “security situation” legata alla guerra con l’Iran. Venticinque dipendenti del Waqf per turno: tanto è ammesso dentro il complesso. Il Middle East Eye riferisce che le forze israeliane hanno installato telecamere nelle sale di preghiera, inclusa la Cupola della Roccia.

I ministri degli Esteri di otto paesi — Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Turchia, Indonesia, Giordania, Pakistan e Qatar — hanno emesso una dichiarazione congiunta: «Israele non ha giurisdizione su Gerusalemme Est occupata né sui suoi siti sacri islamici e cristiani». La chiusura viola il diritto internazionale e lo status quo storico del sito. Aouni Bazbaz, del Waqf, ha detto al Middle East Eye di temere che la misura diventi strutturale.

Nella stessa mattina, Loris De Filippi, health specialist dell’Unicef, ha dichiarato a Radio Cusano che «parlare di tregua è fuorviante». Dal cessate il fuoco, ottobre 2025, sono stati uccisi 700 palestinesi. Il 77% della popolazione è in crisi alimentare. Dei 272 camion di aiuti necessari, ne sono arrivati 36. De Filippi ha definito il Board of Peace «un precedente internazionale gravissimo che potrebbe appiattire la funzione dell’Onu» e Gaza «un laboratorio di distruzione del diritto internazionale».

La guerra con l’Iran è la cornice dentro cui le misure trovano giustificazione pubblica. Al-Aqsa chiusa per ragioni di sicurezza. I valichi chiusi per ragioni di sicurezza. La parola tregua aperta sul vocabolario, chiusa sui fatti.

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A sua insaputa

Il 16 dicembre 2024 il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove (Fratelli d’Italia) firma a Biella la costituzione di una srl. Il 50% va a Miriam Caroccia, diciottenne romana, amministratrice unica. Suo padre, Mauro Caroccia, è il prestanome del clan di Michele Senese: condannato in via definitiva con aggravante mafiosa.

Non lo sapeva, dice Delmastro. Solo che Caroccia promuoveva il ristorante sui social. Solo che Delmastro ha cenato in quel locale, e Miriam non lo ha riconosciuto: è stato Mauro infatti a presentargli il suo socio, gestendo lui stesso la sala.

La parte più istruttiva però è la cronologia. Quando la Corte d’Appello, nel secondo processo, reintroduce l’aggravante mafiosa e condanna Caroccia,  Delmastro trasferisce il suo 25% alla G&G Srl, società immobiliare di cui detiene il 100%. Il 19 febbraio 2026 la Cassazione rende definitiva la condanna. Otto giorni dopo la G&G cede tutto. È casuale?

Delmastro da parte sua invoca il «rigore etico e morale» che lo contraddistingue e aggiunge la scorta come certificato d’integrità. Sostanzialmente si difende con il curriculum della vittima mentre siede al ministero che sorveglia la cella del padre della sua ex socia.

La domanda è una: perché un sottosegretario alla Giustizia, penalista, apre una srl con una diciottenne figlia di un uomo nell’orbita della Dda La risposta potrebbe essere nell’omissione patrimoniale all’Antitrust e nelle quote girate prima a sé stesso.

A quattro giorni dal referendum, il principale sostenitore del Sì è condannato in primo grado per rivelazione di segreto nello stesso ministero in cui lavora. La scorta non c’entra un fico secco, quella al massimo attesta una minaccia ricevuta; il rigore etico è tutt’altra cosa.

Buon venerdì.

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Black Cube in Slovenia, l’agenzia privata israeliana che spunta dietro le quinti delle elezioni in un Paese Ue

La guerra ibrida ha una nazionalità sola, almeno nel dibattito europeo. Si chiama Russia. I bot di Mosca, le fabbriche di troll nelle settimane calde del voto. Non è sbagliato, ma è selettivo. E la selettività, quando riguarda le democrazie, non è mai innocente.

Il 22 dicembre 2025 un jet privato atterra a Ljubljana, Slovenia. A bordo ci sono Dan Zorella, ceo di Black Cube, e Giora Eiland, già capo del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano. I dati di tracciamento voli ricostruiscono un incontro di circa due ore alla sede del Partito Democratico Sloveno di Janez Janša. Tre dei quattro visitatori ripartono per Roma quella sera. Lo stesso aereo era già stato a Ljubljana a novembre e tornerà a febbraio. Poi, a inizio marzo, figure slovene di primo piano compaiono in registrazioni clandestine mentre discutono di traffico d’influenze e finanziamenti occulti, diffuse attraverso un profilo anonimo a meno di tre settimane dal voto.

L’agenzia di intelligence Sova ha confermato quattro visite di Black Cube nel paese negli ultimi sei mesi e, secondo il segretario di Stato Vojko Volk, ha rilevato un’interferenza straniera diretta commissionata con ogni probabilità dall’interno della Slovenia. Janša ha ammesso di aver incontrato Eiland, senza ricordare la data. Il suo partito ha prima dichiarato di non aver mai sentito parlare di Black Cube, poi ha aggiunto che meriterebbe un monumento nel centro di Lubiana, se avesse davvero portato alla luce una corruzione di proporzioni inimmaginabili. Una risposta che dice tutto sul livello del confronto, e nulla sulla sostanza delle accuse.

Intelligence privata

Black Cube è fondata nel 2010 da Zorella e da Avi Yanus, entrambi ex ufficiali dei servizi israeliani. Nel suo organigramma consultivo sono passati l’ex direttore del Mossad Meir Dagan e l’ex capo dello Shin Bet Efraim Halevy. Il metodo è invariabile: identità false, incontri costruiti sotto copertura, registrazioni clandestine, diffusione al momento opportuno attraverso canali anonimi.

Tra Romania, Ungheria e Slovenia

Il curriculum europeo è già lungo. In Romania, nel 2016, agenti di Black Cube tentarono di compromettere Laura Kovesi, procuratrice capo dell’anticorruzione. Zorella dichiarò di aver istruito i propri agenti a violare la posta elettronica di Kovesi; due agenti vennero arrestati; nel 2022 i fondatori patteggiarono, ricevendo condanne sospese. Nel 2018 operativi di Black Cube si infiltrarono con false identità tra i dirigenti delle Ong legate a Soros in Ungheria, registrandone le conversazioni: il materiale finì su testate vicine a Orbán tre settimane prima del voto. Nel 2022 lo stesso schema con falsi profili LinkedIn, rimossi dalla piattaforma stessa.

La copertura internazionale rimane inferiore a quella che avrebbe ricevuto qualsiasi operazione analoga attribuita a Mosca. Quando si tratta di interferenza russa il dibattito europeo si mobilita. Quando si tratta di intelligence privata israeliana dentro le elezioni di paesi Ue, la risposta è più lenta, più bassa, più cauta. Questa cautela non è neutrale: è una forma di protezione.

La vicenda slovena non è passata inosservata in Ue. Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto ieri all’Unione Europea uno “scudo democratico” contro le interferenze elettorali, suggerendo l’adozione da parte della Commissione Ue di “linee guida affinché gli Stati membri possano imporre obblighi alle piattaforme digitali” ai sensi della normativa europea in materia di protezione dei dati personali. “Oggi in ogni elezione in Europa si verificano interferenze che turbano i processi elettorali”, ha sottolineato Macron, citando l’esempio della Slovenia, dove, a suo dire, il primo ministro liberale uscente Robert Golob “è stato vittima di palesi interferenze” da parte di “paesi terzi” e di “fake news” nella sua campagna contro il nazionalista Jansa.

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Sea Watch 5, la disobbedienza civile che il diritto già riconosce: i tribunali italiani contro i porti lontani

«Basta così. Non sottoporremo le 57 persone a bordo di Sea Watch 5 a un viaggio di altri 1.100 km per raggiungere Marina di Carrara. È tortura di Stato. Disobbediamo a questo ordine assurdo e facciamo rotta verso Trapani».

Sera del 17 marzo 2026. Il Canale di Sicilia è in tempesta, le onde superano i due metri. A bordo ci sono naufraghi con gravi ustioni da carburante, donne incinte, persone esauste. Il porto più vicino è a poche miglia. Il governo italiano ne ha assegnato uno a 1.100 chilometri.

La parola disobbedienza fa paura. Solo che in questo caso non è la violazione di una legge: è l’applicazione del diritto contro un ordine illegittimo. Una distinzione che i tribunali italiani hanno già messo nero su bianco, più volte. E che il governo italiano finge sistematicamente di non leggere.

Il precedente che il governo ignora

Ottobre 2025, porto di Trapani. La nave Mediterranea disobbedisce all’ordine di porto lontano e sbarca dieci naufraghi in Sicilia. Scatta il fermo. Il Tribunale di Trapani lo annulla in otto pagine di motivazioni: la disobbedienza era assunta «esclusivamente per motivi solidaristici» e «non si profila idonea a pregiudicare, ma al contrario a salvaguardare, gli obiettivi di tutela della vita e della salute in mare di cui gli Stati sono portatori alla luce delle convenzioni internazionali».

Lo sbarco in porto diverso da quello prestabilito «non appare idoneo ad incidere in maniera rilevante sugli interessi di rango pubblicistico» che motivavano l’ordine del Viminale. Insomma: il porto lontano non tutela nessun interesse pubblico reale. Serve a punire. Lo ha scritto un giudice.

La catena giurisprudenziale è ormai lunga: il Tribunale civile di Palermo ha condannato lo Stato a risarcire Sea Watch 3 con 76.000 euro, quella della comandante Carola Rackete, per il fermo illegittimo del 2019; il fermo alla Sea Watch 5 è stato sospeso dal Tribunale di Catania a febbraio 2026; la Corte Costituzionale, l’8 luglio 2025, ha ribadito che il diritto marittimo internazionale non può essere aggirato da norme punitive. Ieri mattina Mediterranea Saving Humans lo ricordava esplicitamente: «Proprio a Trapani esiste già un importante precedente in cui sono state riconosciute le ragioni della scelta di disobbedire all’ingiusta imposizione di un porto lontano.»

Di fronte a questa sequenza, il governo ha una sola legittima risposta: impugneremo le sentenze. Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, dichiarando di voler «valorizzare il sistema giudiziario», mentre i suoi colleghi attaccavano i giudici in diretta social accusandoli di «finalità politiche». La contraddizione non disturba nessuno.

Mentre la nave aspettava, il mare uccideva

Alarm Phone ha confermato che di un’imbarcazione con 62 persone a bordo si erano perse le tracce durante la tempesta del 16 marzo: 17 morti, i superstiti riportati in Libia e adesso in un centro di detenzione. «Queste morti avrebbero potuto essere evitate.» Contemporaneamente 111 persone erano bloccate sulla piattaforma petrolifera Miskar, al largo delle coste tunisine di Gabés, in acque internazionali, senza che nessuna autorità intervenisse.

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni registra nei primi due mesi del 2026, 606 morti o dispersi, il peggior inizio d’anno dal 2014. Frontex certifica che a gennaio 2026 gli arrivi irregolari alle frontiere europee calano del 60% rispetto a gennaio 2025; i morti nel Mediterraneo quello stesso mese: triplicati. Meno arrivi, più morti, perché la deterrenza non ferma le partenze: spinge le persone a imbarcarsi in condizioni peggiori, con meno navi nelle vicinanze. Il porto lontano è quindi anche una politica di invisibilità: navi lontane non producono immagini, non producono testimonianze, non producono notizie. La crudeltà verso i sopravvissuti scoraggia i soccorritori, riduce i testimoni, fa sparire le morti.

Di fronte a questo, la parola disobbedienza smette di fare paura. O meglio: spaventa chi ha interesse a confonderla con l’illegalità. La Convenzione Solas, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, la Convenzione Sar impongono che lo sbarco avvenga senza indugio nel luogo sicuro più vicino. Non a Carrara, non dopo quattro giorni in tempesta. Chi disobbedisce all’ordine che contrasta con queste disposizioni non viola la legge: la ripristina. Lo sa Sea Watch. Lo sa Mediterranea. Perché lo dicono i tribunali italiani.

Del resto non è una coincidenza che le sentenze favorevoli alle Ong siano diventate l’argomento principale della campagna per il Sì al referendum. «Ed è per questo che abbiamo fatto la riforma della giustizia», ha detto esplicitamente un autorevole esponente della maggioranza di governo, commentando proprio le sentenze Sea Watch.

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