Vai al contenuto

Primarie del centrosinistra, la mossa di Conte dopo la vittoria del referendum: Schlein prende tempo, i riformisti del Pd incombono

Il primo a parlare non è stato il Partito democratico. Giuseppe Conte ha convocato la conferenza stampa in via di Campo Marzio mentre Elly Schlein stava ancora guardando i dati al Nazareno. Il 53,74% dei votanti aveva bocciato la riforma Nordio, affluenza al 58,91%, e il campo largo si preparava a festeggiare in piazza Barberini. Conte ha parlato prima. Ha elogiato la segretaria, l’ha dichiarata candidata naturale alle primarie, l’ha ringraziata per aver compattato il Pd dopo «la stagione fissata sull’agenda Draghi». Poi ha messo i paletti: primarie aperte ai cittadini, perimetro dell’alleanza da costruire su «politica estera, giustizia, lavoro, sanità». Una dichiarazione d’amore con clausola rescissoria.

La logica della mossa è elementare. Il M5S ha meno struttura organizzativa del Partito democratico. Primarie chiuse agli iscritti blindano Schlein. Quelle aperte ai cittadini fanno saltare quella rendita di posizione. Chiedendo gazebo «non di apparato», Conte ha spostato il tavolo prima ancora che gli altri si sedessero.

Il perimetro come esame

Il passaggio più tagliente non riguarda le regole del voto. «Il perimetro», ha detto Conte, «verrà definito rispetto ai programmi, alla politica estera, alla giustizia, alle politiche sul lavoro, alla sanità». Solo criteri, nessun nome. Un modo per mettere sotto esame Matteo Renzi senza nominarlo, i riformisti del Pd senza indicarli. Chi aveva votato Sì al referendum, o dato libertà di voto come ha fatto Italia Viva, dovrà dimostrare di «avere tutte le carte per partecipare».

Renzi aveva già premuto sull’acceleratore, primo a nominare i gazebo: «Il centrosinistra vada rapidamente alle primarie». Il parallelo con il proprio referendum del 2016 era inevitabile: «Quando ho perso, ho lasciato tutto». Si è candidato alla coalizione rivendicando una sconfitta propria come titolo di merito. È un numero da illusionista, e funziona solo finché nessuno ricorda che Italia Viva non era nella campagna per il No nelle settimane decisive.

Schlein ha risposto con la sua tattica consueta: disponibile, nessuna fretta. «Ho sempre detto che in caso di primarie sarei stata assolutamente disponibile. Discuteremo di tutto, modalità e tempi». Solo che la fretta, nel campo largo, non la stabilisce lei. Ieri la sindaca di Genova, Silvia Salis si è sfilata, Ha invece risposto “presente” Ernesto Maria Ruffini.

La mossa che i riformisti aspettavano da mesi

Ma la guerra è dentro il Partito democratico, dove la vittoria del referendum ha sospeso una crisi senza risolverla. Durante la campagna referendaria l’ala riformista si era distinta dalla linea del partito in modo disomogeneo: Pina Picierno, Marco Minniti e Nicola Latorre si erano apertamente schierati per il Sì alla separazione delle carriere, mentre altri esponenti della stessa area avevano tenuto posizioni più sfumate o votato No seguendo la linea del partito. Schlein, in conferenza stampa, ha rivendicato che «il nostro elettorato è stato il più compatto per il No». Il sassolino è mirato, ma fotografa una realtà più complicata di quanto la segretaria lasci intendere.

La strategia dell’area riformista, però, precede il referendum e non ne dipende. Il modello di riferimento sono le primarie di coalizione del 2012, quando due esponenti dello stesso partito — Pier Luigi Bersani e lo stesso Renzi — si sfidarono ai gazebo. L’obiettivo è lo stesso: in assenza di un congresso interno che potrebbero difficilmente vincere, usare le primarie di coalizione come arena alternativa. Candidare un proprio nome, contarsi, condizionare il programma e — nel caso Schlein perda contro Meloni — essere nella posizione giusta per il dopo. A dicembre 2025 avevano già vinto una battaglia cruciale su questo terreno. Il Nazareno aveva provato a modificare lo statuto del partito per blindare Schlein come unica candidata alle primarie di coalizione. Lorenzo Guerini aveva detto: «Lo trovo inverosimile». La modifica non è passata. Quello spazio aperto è esattamente il terreno su cui intendono muoversi.

Occasione per i riformisti

Il problema, documentato e irrisolto, è che non hanno ancora un nome. Nelle chat, nelle cene, nei capannelli a Montecitorio il tema circola da mesi tra Giorgio Gori, Graziano Delrio, Marianna Madia, Lia Quartapelle, Simona Malpezzi e gli altri, ma senza un volto su cui convergere una mozione è una conta, non una candidatura. Paolo Gentiloni, indicato da più parti come possibile federatore, non vuole saperne. Stefano Bonaccini — che aveva guidato la minoranza dopo la sconfitta alle primarie del 2023 con la corrente Energia Popolare — ha progressivamente avvicinato la sua posizione a quella di Schlein, perdendo la fiducia del gruppo più agguerrito. L’apertura di Conte alle primarie «senza apparati» è, oggettivamente, un’opportunità per loro: un processo aperto ai cittadini riduce il vantaggio organizzativo di Schlein e potrebbe favorire un nome di area riformista capace di intercettare l’elettorato moderato che il Pd fatica a raggiungere.

Quasi tre milioni di voti separano il totale dei No dal risultato sommato di Pd, M5S e AVS alle politiche del 2022, con un’affluenza cinque punti più bassa. Sono elettori mobilitati contro qualcosa che non si riconoscono necessariamente in nessuno dei leader sul rimorchio in piazza Barberini. Schlein stessa lo ha ammesso: erano «persone che non avevano proprio votato». Il referendum aggrega il dissenso, le elezioni politiche chiedono la proposta. Il campo largo arriva a quella transizione senza programma comune, senza candidato condiviso, e con una legge elettorale del governo che produrrà una corsa interna a chi porta più voti.

Nicola Fratoianni ha lanciato l’avvertimento prima che la festa finisse: «Sbagliare ora sarebbe imperdonabile». È la frase di chi conosce i vizi atavici della sinistra italiana: la tendenza a trasformare ogni vittoria in resa dei conti. Il risultato del 23 marzo ha rafforzato Schlein senza incoronarla, ha spinto Conte a muoversi prima del previsto, ha reso Renzi rilevante senza averlo fatto lavorare per esserlo, e ha consegnato ai riformisti del Pd uno spazio aperto ma ancora senza il nome per occuparlo. La parola «primavera» è uscita dalla bocca di tutti ieri sera. Di solito, dopo le primavere, arriva l’inverno.

L’articolo Primarie del centrosinistra, la mossa di Conte dopo la vittoria del referendum: Schlein prende tempo, i riformisti del Pd incombono sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il modello Gaza esportato in Libano

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dato un nome a quello che sta accadendo nel Libano del sud. Il 22 marzo ha ordinato alle Forze di difesa israeliane di accelerare la demolizione delle abitazioni civili nei villaggi di confine «in accordo con il modello di Beit Hanoun e Rafah a Gaza». Due le città del riferimento operativo: Beit Hanoun, cinquantamila abitanti, quasi interamente spianata secondo Haaretz; Rafah, dove si erano concentrati oltre un milione di sfollati, con il settanta per cento delle strutture distrutto secondo il Centre for Information Resilience.

Quello che Israele ha costruito a Gaza è diventato un manuale. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha dichiarato il 23 marzo all’emittente Srugim che il Litani «deve diventare il nostro nuovo confine con il Libano, come la Linea gialla a Gaza». Tutti e cinque i ponti sul fiume sono stati fatti saltare. Il tredici per cento del territorio libanese è sotto ordini di evacuazione israeliani, secondo Haaretz. I civili non potranno rientrare, ha precisato Katz, finché «la sicurezza non sarà garantita per i residenti del nord di Israele».

Human Rights Watch ha definito l’annuncio di Katz «un’ammissione aperta dell’intenzione di commettere pulizia etnica» in Libano.

A Ginevra il 24 marzo la relatrice speciale Onu Francesca Albanese ha presentato al Consiglio per i diritti umani il rapporto “Torture and Genocide”. In conferenza stampa ha dichiarato: «Gaza rappresenta solo l’inizio di questa nuova fase di escalation volta a cancellare i palestinesi». «Sei mesi dopo, Israele stava già applicando in Libano ciò che aveva messo in atto a Gaza», ha aggiunto. «E ora continua in Libano, in Iran, e non si fermerà lì».

Il 22 marzo Katz aveva scritto: «In accordo con il modello di Beit Hanoun e Rafah a Gaza».

L’articolo Il modello Gaza esportato in Libano sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Facevano politicamente schifo ma almeno vincevano. Da sconfitti fanno schifo uguale

L’unica cosa che riuscivano a fare bene era vincere. Il 23 marzo 2026 si porta via anche quella.

Il No chiude al 53,7%. L’affluenza al 58,9%, record per un referendum costituzionale. Gli under 34 votano No al 61,1%. Napoli li boccia al 71,8%, Palermo al 66,6%, Roma al 60,3%. Il Sì sopravvive in tre regioni: Friuli-Venezia Giulia, Lombardia e Veneto. Nel resto d’Italia, non regge.

Adesso arriva la parte che conoscono meglio. Il ministro Carlo Nordio dichiara che “non è nostra intenzione attribuire a questo voto un significato politico.” Il popolo è sovrano quando vince il Sì. Quando vince il No, ha solo votato senza capire. Giorgia Meloni chiama questo “un’occasione persa di modernizzare l’Italia.” Gli italiani hanno sbagliato. Si sono presi la responsabilità di fare i capricci con la storia.

Francesco Petrelli, presidente del Comitato Camere Penali per il Sì, già annuncia che la magistratura “ha esondato”, che “si è fatta soggetto politico”. Il vittimismo è immediato, non richiede un minuto. È il linguaggio di chi non ha mai accettato che esistano limiti al proprio potere.

Il 57,7% di chi non aveva votato alle europee del 2024 è andato alle urne e ha scelto No. Quella cifra dice una sola cosa: la riforma ha mobilitato, non l’opposizione.

Ora prenderanno atto, rispetteranno, andranno avanti. Butteranno il silenzio sulle dimissioni e spiegheranno che il mandato parlamentare è altro. La democrazia diretta vale, ma solo in certi giorni.

Grazie agli italiani che hanno votato. Grazie ai giovani. Grazie al Sud, che non ha mai smesso di sapere cos’è un potere che non risponde a nessuno.

Buon martedì.

Foto di Gaétan Marceau Caron su Unsplash

L’articolo proviene da Left.it qui

Decreto carburanti, perché lo sconto di 25 centesimi varato dal governo Meloni non sta funzionando

Cinquecentoventisette milioni di euro per venti giorni. Tanto costa il decreto legge per ridurre il prezzo dei carburanti, approvato dal Consiglio dei ministri il 18 marzo 2026 alle sette di sera e pubblicato in Gazzetta Ufficiale nella stessa giornata. La misura principale: taglio delle accise su benzina e gasolio di 24,91 centesimi al litro, annunciato dalla premier Giorgia Meloni al Tg1 come “25 centesimi per tutti”, per un risparmio teorico di circa 15 euro su un pieno da 50 litri. Cinque giorni dopo l’entrata in vigore il gasolio risaliva in tutte le Regioni d’Italia, con il picco in Campania a 1,995 euro al litro e sulle autostrade a 2,045. Lo sconto si stava esaurendo prima della scadenza del 7 aprile.

Il meccanismo che non regge

Le accise sono la quota fissa di imposta sul carburante, indipendente dall’andamento del petrolio: poco più di 67 centesimi al litro su benzina e gasolio. Su entrambe si applica poi l’Iva al 22%, generando la cosiddetta tassa sulla tassa: più alta è l’accisa, più alta è la base imponibile. Il taglio temporaneo ridetermina le aliquote a 472,90 euro per mille litri, con un effetto totale che, calcolata l’Iva, supera i 24 centesimi, anche se il numero comunicato pubblicamente si è fermato ai venticinque.

Il problema è che il prezzo finale alla pompa dipende da tre variabili distinte: le accise, il costo industriale del carburante raffinato indicizzato all’indice Platts, il benchmark internazionale per i prodotti petroliferi raffinati, e i margini commerciali di compagnie e distributori. Il decreto agisce solo sulla prima. Il giorno stesso del Consiglio dei ministri il Brent aveva già superato i 112 dollari al barile, spinto dalle tensioni nel Golfo Persico. Il mercato si muoveva nella direzione opposta allo sconto, erodendo progressivamente il beneficio fiscale. Secondo i dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, circa l’87% degli impianti ha adeguato i listini al ribasso nei primi giorni. Il 13% no. L’Unione nazionale consumatori ha certificato che il calo, «avvenuto col contagocce, è terminato» nel giro di cinque giorni.

Chi paga lo sconto

Le coperture stanno all’articolo 5, quello sulle “Disposizioni finanziarie”: «corrispondente riduzione degli stanziamenti di competenza e di cassa di ciascuno stato di previsione della spesa» dei ministeri. In allegato al decreto, una tabella con la ripartizione precisa. Il taglio più consistente riguarda il Ministero dell’Economia con 127,5 milioni di euro. Seguono le Infrastrutture e i Trasporti con 96,5 milioni, il dicastero di Matteo Salvini, che aveva rivendicato la paternità della misura. Al terzo posto il Ministero della Salute, con 86,053 milioni di euro: una cifra superiore a quanto imposto all’Interno (30,1 milioni), all’Istruzione (25,7 milioni), all’Università (25,4 milioni), all’Ambiente (16,7 milioni).

Il governo non ha spiegato, né nel comunicato stampa né in nessuna dichiarazione pubblica dei ministri, quali voci di spesa sanitaria verranno compresse per liberare quegli 86 milioni. I tagli lineari non indicano capitoli specifici: si traducono in aggiustamenti interni che l’amministrazione gestisce senza pubblicità. Il dato politico e contabile rimane nella tabella allegata al decreto: venti giorni di sconto alla pompa vengono finanziati sottraendo, anche, 86 milioni al sistema sanitario nazionale. Risorse ordinarie permanenti usate per coprire una misura dichiarata temporanea.

Il precedente Draghi

La misura non era nuova. Il 22 marzo 2022, quattro anni esatti prima, il governo Mario Draghi aveva varato un taglio identico, 25 centesimi al litro, in risposta all’invasione russa dell’Ucraina. Inizialmente previsto per trenta giorni, fu prorogato sette volte consecutive attraverso altrettanti decreti. Il costo totale calcolato da Pagella Politica: circa 7,3 miliardi di euro, quasi 730 milioni al mese, con la cifra finale che si avvicinò ai 9 miliardi. E i due terzi del beneficio andarono alla metà più ricca della popolazione italiana.

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso (Fratelli d’Italia) aveva riepilogato quel precedente nelle settimane precedenti al decreto: la misura di Draghi si era rivelata «per lo più inefficace» e «troppo costosa»; «l’inflazione continuò a crescere» e i benefici si concentrarono «sui ceti benestanti, poiché le famiglie con redditi più elevati sono anche quelle con maggiori consumi di carburante.» Urso aveva ragione. Il 18 marzo 2026 ha votato il decreto.

Sconto azzerato per Pasquetta

Il Consiglio dei ministri è durato mezz’ora. Salvini, da canto suo, ha annunciato il risultato prima che la riunione fosse formalmente chiusa: era già in studio a Rete 4 per la campagna referendaria. Nelle bozze del pomeriggio era comparso un bonus carburanti destinato ai soli redditi bassi. Meloni ha voluto un intervento generalizzato. Il referendum sulla separazione delle carriere era fissato tre giorni dopo. Mentre il governo incassava circa 9 milioni di extra-gettito fiscale al giorno dai prezzi in rialzo, la convocazione del Cdm è rimasta al condizionale fino a un’ora prima.

Sostanzialmente: lo stesso governo che aveva definito il taglio delle accise inefficace, regressivo e troppo costoso lo ha riproposto identico, con gli stessi centesimi e la stessa struttura temporanea. Lo sconto scade il 7 aprile. Il 6 è Pasquetta: oltre 11 milioni di italiani erano in viaggio nel 2025. Se il petrolio continua a salire, lo sconto si azzererà prima, lasciando quegli italiani al distributore con il gasolio stabilmente sopra i 2 euro. Esattamente come prima del Cdm del 18 marzo. 527 milioni più poveri.

L’articolo Decreto carburanti, perché lo sconto di 25 centesimi varato dal governo Meloni non sta funzionando sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Torture e genocidio, l’ultimo Report di Albanese

Karim ha un anno. Il 22 marzo, secondo il referto medico depositato dall’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor, l’esercito israeliano lo ha prelevato nel campo profughi di Al-Maghazi, Gaza centrale, e lo ha sottoposto a ustioni da sigaretta, punture e una ferita da chiodo. Ramy Abdu, presidente del Monitor, ha dichiarato che il bambino è stato torturato «nel tentativo di fare pressione sul padre ed estorcergli una confessione». Dopo dieci ore, è stato restituito alla famiglia tramite la Croce Rossa in stato di shock. Il padre, Osama Abu Nassar, resta detenuto.

Il caso ha un contesto preciso. Francesca Albanese, relatrice speciale Onu sui Territori palestinesi occupati, ha presentato al Consiglio per i diritti umani il rapporto “Torture and Genocide”. Il documento classifica la tortura nei territori occupati come “a structural feature of the ongoing Israeli genocide and broader settler-colonial apartheid”. Copre Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est a partire dal 7 ottobre 2023. Registra l’uso sistematico del corpo dei detenuti come strumento di coercizione, punizione collettiva e sfollamento forzato.

La parola confessione lavora a due livelli. Un corpo viene usato per costringere un altro a firmare. La stessa documentazione viene usata per negare ciò che descrive. Israele ha respinto il rapporto. Nel 2025, l’amministrazione Trump aveva già inserito Albanese nella lista OFAC del Tesoro, il registro riservato a trafficanti e terroristi.

“Torture and Genocide” richiama l’articolo 1 della Convenzione contro la tortura. La sanzione ad Albanese era arrivata sei giorni dopo la pubblicazione del rapporto sull’economia di quello che la Corte internazionale di giustizia definisce genocidio. La sequenza ha una logica: chi registra i fatti viene colpito prima che vengano smentiti.

L’articolo Torture e genocidio, l’ultimo Report di Albanese sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Bancarotta idrica, l’Italia perde quasi 4 litri su 10 immessi nella rete. E le promesse restano al palo

Trentasette virgola nove per cento. La quota di acqua immessa nelle reti italiane che non arriva mai a destinazione, dispersa lungo condotte del dopoguerra mai sostituite sistematicamente. Il Blue Book 2026, rapporto annuale sul servizio idrico integrato realizzato da Utilitalia e Fondazione Utilitatis, usa una parola precisa per descrivere la situazione: “bancarotta idrica”. La definizione viene dall’Unu-Inweh, l’istituto dell’Università delle Nazioni Unite per acqua, ambiente e salute: il pianeta ha superato il punto in cui la domanda d’acqua può essere soddisfatta dalle disponibilità rinnovabili. Il campione analizzato dal Blue Book copre oltre 324mila chilometri di condotte: il 30% ha più di trent’anni, oltre 40mila superano i cinquanta. Si perdono 24 metri cubi per chilometro di rete ogni giorno. Nel 2024 più del 16% dell’energia elettrica del settore è servita a pompare acqua non bevuta da nessuno.

Commissari che si rinnovano, condutture che restano rotte

Il governo Meloni ha individuato il problema nel 2023, con il decreto Siccità (D.L. 39/2023). Cabina di regia presieduta dal vicepremier Matteo Salvini, commissario straordinario, piano da 7,8 miliardi. Il Pnrr aveva un obiettivo preciso: ridurre le perdite del 15% entro il 2024, digitalizzando 45mila 500 chilometri di condotte con 900 milioni stanziati. Il commissario Nicola Dell’Acqua avrebbe dovuto restare in carica fino al 31 dicembre 2023. Proroga al 2024. Seconda proroga al 2025. La legge di bilancio 2025 (L. 199/2025) lo ha esteso al 31 dicembre 2027: quattro anni su una misura d’urgenza. Le perdite restano al 37,9%, invariate.

Solo il 38% delle reti è organizzato in aree distrettualizzate, condizione minima per localizzare le perdite in tempo reale. Secondo un’indagine UIL del 2025, venti misure del Pnrr legate all’acqua risultano “in affanno, con ritardi, gare deserte e opere ferme”, e sulle reti idriche al Sud i progetti restano in stallo. Nel marzo 2024 il commissario Dell’Acqua ha dichiarato che la capacità degli invasi si è ridotta del 30% per mancata manutenzione nell’ultimo mezzo secolo: tre miliardi di metri cubi in meno su tredici complessivi.

Il Mezzogiorno che paga due volte

Le dispersioni lineari variano dai 17 metri cubi per chilometro al giorno nel Nord-Ovest agli 41 nel Sud. Sono ancora 1.310 i comuni in cui almeno un segmento del servizio idrico è gestito direttamente dalle amministrazioni locali, per 6,9 milioni di abitanti: il 97% di questi comuni sta nel Mezzogiorno. Le gestioni in economia investono in media 22 euro per abitante l’anno; i gestori industriali arrivano a 90. Il risultato è una rete che perde di più e garantisce meno ore di erogazione. L’accesso all’acqua potabile, riconosciuto dall’ONU come diritto umano nel 2010, non è ancora uguale per tutti i cittadini italiani.

Il tasso di riutilizzo delle acque reflue depurate è al 3,4% su un potenziale del 13,4%. La qualità dell’acqua distribuita resta alta: 4,4 milioni di parametri analizzati nel 2024, conformità sanitaria al 99%. Dal 2026 scatta il nuovo limite italiano sui Pfas: 0,02 microgrammi per litro per i quattro Pfas con il più alto potenziale di bioaccumulo, più severo dei minimi europei. Applicarlo richiede investimenti che le gestioni frammentate del Sud faticano a sostenere.

Senza acqua non potrebbe essere generato il 20% del Pil italiano: 384 miliardi di euro. La tariffa media 2025 è di 411 euro l’anno per una famiglia di tre persone, il 7% in più rispetto all’anno precedente. Chi vive al Sud con reti colabrodo e ore di erogazione incerte paga questa tariffa crescente per un servizio che spesso non arriva. La bancarotta idrica descrive un bilancio preciso: un paese che ha prelevato più di quanto ha restituito. Il commissario straordinario è stato rinnovato fino al 2027. Le condutture del dopoguerra anche.

L’articolo Bancarotta idrica, l’Italia perde quasi 4 litri su 10 immessi nella rete. E le promesse restano al palo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La destra populista si può battere: i casi in Francia, Canada e le lezioni delle municipali 2026 che lo dimostrano

La destra vince ovunque. Lo dicono i sondaggi, i titoli, le analisi del sabato pomeriggio. Lo dice chiunque abbia un interesse a farlo sembrare inevitabile. Compresa la destra stessa, che ha trasformato l’inarrestabilità in argomento elettorale. Solo che domenica scorsa il Rassemblement National ha vinto soltanto a Nizza. A Tolone, a Marsiglia, a Nîmes ha perso. A Parigi ha preso il 38%. Alla sera Le Pen ha annunciato una «vittoria immensa». Era la mappa di due vittorie diverse, di cui una sola finisce sui giornali.

La destra populista non è invincibile. È vincente dove le condizioni glielo permettono. Quelle condizioni, quasi sempre, le costruiscono gli altri.

Come si batte

A Tolone la candidata Rn Laure Lavalette aveva il 42% al primo turno. Ha preso il 47,65% e ha perso. Josée Massi, candidata civica al 29%, aveva tenuto duro. I voti anti-RN si erano concentrati su di lei. Il front républicain aveva funzionato.

A Nizza, stesso schema, esito opposto. Éric Ciotti, alleato strutturale del RN dopo l’espulsione dai Républicains nel 2024, aveva il 43%. Bruno Retailleau, presidente dei Républicains, aveva lasciato «libertà di scelta» agli elettori — formula che in politica significa: il barrage non si costruisce. La candidata di sinistra Juliette Chesnel-Le Roux è rimasta in campo. Ciotti ha vinto con il 46,2%. La somma dei voti degli altri era il 53,8%. Il fronte non si è formato perché nessuno ha voluto formarlo.

La variabile non è la forza del RN. È la volontà degli altri. Dove qualcuno costruisce il barrage, la destra radicale perde. Dove qualcuno sceglie di non costruirlo, vince. L’inarrestabilità è, in larga parte, una scelta altrui.

A Marsiglia Benoît Payan ha respinto Franck Allisio (RN) dopo che al primo turno lo aveva tallonato di meno di due punti. Sébastien Delogu di La France Insoumise si era ritirato per fare barrage senza accordi e senza chiedere nulla in cambio. I voti degli insoumis si sono spostati su Payan. A Roubaix David Guiraud di LFI ha vinto con il 53,2% nel suo territorio: dove c’è radicamento reale, non servono fusioni.

Il 29 aprile 2025 in Canada Pierre Poilievre — dai toni trumpiani, in testa ai sondaggi di venti punti — ha perso contro il liberale Mark Carney. Quando Trump ha trattato il Canada come un territorio da annettere, Poilievre si è ritrovato a dover prendere le distanze dal suo specchio. «Non dimenticheremo mai il tradimento americano», ha detto Carney la notte della vittoria.

La destra populista crolla sulla concretezza. Regge sulla divisione del campo avversario.

Il nodo delle alleanze

Le elezioni francesi hanno documentato qualcosa che vale la pena leggere senza trasformarlo in sentenza. Dove il Partito Socialista ha accettato la fusione formale con LFI nelle città medie, il voto moderato si è spesso spostato: Clermont–Ferrand – ottant’anni di sinistra, persa in una sera – Limoges, Besançon. Un sondaggio Elabe del febbraio 2026 indicava che il 63% dei francesi si dichiarava pronto a fare barrage a LFI al ballottaggio presidenziale, contro il 45% disposto a farlo contro Le Pen o Bardella. Quel dato non descrive chi ha ragione. Descrive il terreno su cui si gioca, e il lavoro che la destra sta facendo per spostarlo.

La domanda non è se LFI debba stare nel campo della sinistra — esiste, vince, ha un radicamento che i voti di Roubaix documentano. È quale forma prendano le alleanze, in quale contesto, con quale effetto sul risultato. Delogu a Marsiglia si è ritirato senza accordi: quella scelta ha tenuto la città fuori dall’estrema destra.

Retailleau a Nizza non ha costruito il barrage. Poilievre ha perso perché Trump era diventato uno specchio scomodo. La destra non è inarrestabile. È vincente dove gli altri decidono di non fermarla.

Il 22 marzo a Tolone la destra lepenista ha perso. A Nizza ha vinto. La differenza non era la forza del RN. Era chi aveva deciso di costruire la diga.

L’articolo La destra populista si può battere: i casi in Francia, Canada e le lezioni delle municipali 2026 che lo dimostrano sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il voto dei forti e il divieto per i deboli

In Italia esiste una norma precisa: dentro i seggi è vietata qualsiasi propaganda. Domenica 22 marzo i rappresentanti di Fratelli d’Italia hanno girato indisturbati in più di dieci comuni della Brianza con badge riportanti “Sì”, mentre i delegati del comitato del No venivano respinti all’ingresso dei plessi.

Tra la norma e la realtà, qualcuno ha scelto da che parte stare.

Le segnalazioni coprono mezza Italia. In Umbria la deputata M5s Emma Pavanelli denuncia distintivi con indicazione di voto per il Sì, propaganda vietata entro duecento metri dalle sedi di voto. Alleanza Verdi e Sinistra registra delegati del No bloccati all’accredito “con varie scuse pretestuose”. Altrove, identificati e respinti fisicamente all’ingresso.

C’è poi la questione fuori sede, che il governo si è rifiutato di risolvere. Decine di migliaia di giovani si erano registrati come rappresentanti di lista per aggirare il vuoto normativo. Alcuni presidenti di seggio hanno risposto pretendendo una presenza minima obbligatoria: condizione inesistente in qualsiasi norma. Avs la chiama con il suo nome: un abuso.

Due asimmetrie, parallele per l’intera giornata. I rappresentanti di FdI con i badge del Sì circolano senza che nessuno intervenga. I delegati del No vengono bloccati, non ammessi, talvolta respinti. Il ministero dell’Interno non risulta aver risposto con l’urgenza richiesta.

Questo è un referendum senza quorum. Ogni voto pesa esattamente quanto vale. Sottrarre rappresentanti al No è sottrarre voti al No. Chi doveva vigilare ha guardato altrove.

La riforma promette equilibrio nella magistratura. Sarebbe bastato applicarlo alla giornata di voto.

Buon lunedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Bossi padre nobile, ma solo da morto: il fondatore della Lega trattato da nemico (e diffidato) dai suoi stessi eredi

Era il 28 ottobre 2022. Umberto Bossi aveva 81 anni e camminava con fatica. Pochi giorni prima Matteo Salvini lo aveva abbracciato alla Camera. Quello stesso giorno, da via Bellerio, partì una lettera di diffida “a cessare la promozione nei confronti degli iscritti alla Lega per Salvini premier, e l’utilizzazione dei simboli e della denominazione del partito”.

Giovedì sera il Senatùr è morto all’ospedale di Circolo di Varese. Aveva 84 anni. Oltre un’ora dopo è arrivato il post di Salvini: coraggio, genio, passione, libertà. Ciao, Capo. A Dio. Giorgia Meloni era stata più rapida: Bossi ha dato un fondamentale apporto al primo centrodestra. Solo che il dolore va misurato su una storia precisa. E la storia ha date, lettere e voti dati ad altri partiti.

I padri nobili si cacciano da vivi

Nel dicembre 2013 le primarie interne sanciscono la vittoria di Salvini con l’82% dei voti. Da quel momento avvia la trasformazione: abbandona il federalismo nordista, crea la Lega per Salvini Premier come soggetto distinto dalla vecchia Lega Nord, stringe alleanze con Le Pen e Orbán. Il 17 settembre 2017, per la prima volta in trent’anni, Bossi non sale sul palco di Pontida.

Il 1° ottobre 2022 Bossi fonda il Comitato Nord: migliaia di adesioni, congressi vinti a Brescia, Bergamo, Rovigo, Lodi, Cremona. Quattro consiglieri vengono espulsi. Il Foglio ricostruisce che settimane prima Salvini aveva promesso che nessuno sarebbe stato punito. Poi arrivò la lettera. All’epoca Bossi aveva 81 anni: alla Camera pochi giorni prima Salvini lo aveva abbracciato stretto. Prima di metterlo, di fatto, fuori dal partito.

Alle europee del giugno 2024 Bossi fa sapere di aver votato Forza Italia per Marco Reguzzoni, ex leghista candidato come indipendente. Qualche mese prima, il 16 marzo, il primo parlamentare della Lega, Giuseppe Leoni, intervistato da Repubblica, è netto: «Io sono federalista, lui (Salvini, ndr) è fascista. Io voglio l’autonomia, lui vuole i fascisti. Non occorre aggiungere altro». Non è un avversario a parlare: è uno che era alla fondazione.

“Mai con i nipoti dei fascisti”

Bossi aveva un antifascismo viscerale. La Lega Lombarda fin dai manifesti del 1983 si rivendicava coscienza partigiana. Al convegno di Bologna del febbraio 1994 fu categorico: «Non faremo mai un accordo con il Msi. Mai con i fascisti o con i nipoti dei fascisti». Al congresso della Lega dello stesso anno ripeté tra gli applausi: «Mai coi fascisti. Mai. Mai». In un’intervista del 2014 ribadiva: «La Lega non farà mai un accordo con i fascisti, o come cavolo si chiamano adesso».

Oggi ci sono i Fratelli d’Italia, discendono dal Movimento Sociale Italiano fondato nel 1946 da reduci della Repubblica Sociale di Salò, e governano l’Italia. La premier che giovedì sera ha scritto del suo dolore per la scomparsa di Bossi è la stessa che a diciannove anni dichiarava continuità ideale con Almirante, il cui partito porta ancora la fiamma tricolore nata sull’eredità del Msi.

Padre nobile, ma da morto

La politica italiana sa fare una cosa con maestria: trasformare gli avversari scomodi in padri nobili, a patto che siano morti. Bossi vivo era un problema: indicava quanto il centrodestra avesse tradito il Nord, svuotato l’autonomia, consegnato il partito ai fascisti che aveva sempre escluso. Bossi morto diventa patrimonio condiviso.

Il solo che ha detto una cosa onesta è stato Pier Luigi Bersani: «Umberto Bossi. L’avversario più dignitoso che ho avuto in vita mia, e alla fine quello a cui ho voluto più bene». Lo ha scritto uno di sinistra; era l’unico che aveva davvero ascoltato Bossi per trent’anni.

Salvini scrive “Ciao, Capo” e cancella gli appuntamenti di domani. Del resto il capo lo aveva già diffidato tre anni fa con una lettera formale. Basta aspettare che muoiano, i fondatori. Diventano tutti molto più gestibili.

L’articolo Bossi padre nobile, ma solo da morto: il fondatore della Lega trattato da nemico (e diffidato) dai suoi stessi eredi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Referendum tra bugie, contraddizioni e autogol: tutti gli spot al No dei sostenitori del Sì

Novantasei per cento. È la quota di segnalazioni disciplinari contro i magistrati che viene archiviata prima ancora di arrivare all’esame del Consiglio Superiore della Magistratura. A farlo è la Procura Generale della Cassazione, organo titolare dell’azione disciplinare, cui si affianca come filtro secondario il Ministero della Giustizia. Quest’ultimo è guidato da Carlo Nordio, il medesimo ministro che per mesi ha costruito la campagna referendaria sull’argomento che il Csm non sanziona nessuno.

Un governo che accusa un organo di inerzia omettendo che quella stessa inerzia viene prodotta, per la quasi totalità, da filtri che non dipendono dal Csm. Perché la campagna per il Sì al referendum di domani e lunedì ha accumulato un bestiario di falsità verificabili, di grafiche discutibili e di auto-contraddizioni documentate che difficilmente trova equivalenti nella storia recente delle campagne elettorali italiane. Non per la normale torsione della propaganda, presente in qualunque democrazia; per qualcosa di strutturalmente diverso: le smentite più feroci arrivavano, quasi sempre, dalle stesse voci del Sì.

«Chi dice che velocizza i processi, mente»

In un convegno alla Camera, nel marzo 2025, Carlo Nordio aveva dichiarato: «Non abbiamo mai detto che la separazione delle carriere rende i processi più veloci. Non influisce sull’efficienza». Alla kermesse di Fratelli d’Italia ad Atreju, nel dicembre 2025, come ricostruito da Pagella Politica, aveva accusato di «benaltrismo» chi sostiene che la riforma «non accelererà i processi». «Nessuno ha mai detto che questa riforma serva ad accelerare i processi, noi ne stiamo facendo altre», aveva dichiarato. Nel libro In attesa di giustizia del 2010 lo aveva già scritto: la separazione è un «problema secondario» che «non ha nulla, ma proprio nulla a che vedere con il funzionamento celere della macchina giudiziaria».

Il 4 marzo 2026, a Potenza, Nordio ha detto all’Ansa: «Con la riforma i processi saranno velocizzati». Lo stesso Nordio che tre mesi prima aveva definito insostenibile quella tesi. La contraddizione è documentabile giorno per giorno: la stessa persona che dice «nessuno ha mai detto che questa riforma serva ad accelerare i processi» a dicembre 2025 e «i processi saranno velocizzati» a marzo 2026. Nel frattempo le card social di Fratelli d’Italia scandivano: «Vota Sì per una giustizia più efficace, veloce, giusta». E, il 30 ottobre 2025, Giorgia Meloni aveva dichiarato che la riforma è un passo verso un sistema «più efficiente, equilibrato e vicino ai cittadini».

Il motivo per cui questa promessa non ha base è scritto nel testo della legge: la riforma modifica l’architettura degli organi di autogoverno, non un articolo del codice di procedura penale, non le piante organiche, non le risorse. I ritardi della giustizia italiana dipendono da carenza cronica di personale e da arretrati decennali. Nessuna di queste cause viene sfiorata dallo sdoppiamento del Csm. Al contrario, la creazione di tre nuovi organi in luogo dell’attuale Csm unico comporterà strutture e costi aggiuntivi: l’efficienza decantata si chiama, nei fatti, moltiplicazione delle poltrone.

Il fascismo che non c’era e la Russia che è stata espunta

Sei giorni prima del voto, il 16 marzo 2026, Antonio Tajani ha pubblicato un video costruito su due proposizioni presentate come ovvie: «L’Italia finora è stata un’eccezione fra le democrazie. Un sistema come il nostro esiste solo in Russia, in Cina, in altre dittature»; e «del resto, in Italia questo sistema venne introdotto da Mussolini e dal fascismo». Ma le cose stanno davvero così? Entrambe le affermazioni sono verificabili consultando testi normativi pubblici.

L’unità dell’ordine della magistratura italiana risale al Regio Decreto n. 2626 del 6 dicembre 1865, prodotto nell’Italia post unitaria da un governo liberale, oltre mezzo secolo prima dell’ascesa del regime. Il confronto testuale è definitivo: gli articoli 4 e 69 del Regio decreto n. 12 del 30 gennaio 1941, la riforma Grandi, rispecchiano gli articoli 6 e 129 del decreto liberale del 1865. Il fascismo non introdusse nulla; confermò ciò che era già nell’ordinamento, inserendolo in un sistema di subordinazione totale della magistratura all’esecutivo. L’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd), nei giorni precedenti il voto, sentenzia: «È una bugia, andatelo a verificare».

Sulla tesi delle dittature, Il Giornale, favorevole al Sì, il 9marzo 2026 ha dovuto ammettere che dalla tabella virale pro-Sì «solo per scrupolo dall’elenco dei paesi a “carriera unica” è stata espunta la Russia, dove giudici e pubblici ministeri fanno carriere distinte ma sono tutti di nomina governativa». La Russia, caso principale citato da Tajani, non ha il sistema italiano. E poi c’è la Francia, classificata tra i paesi virtuosi nonostante giudici e Pm entrino con lo stesso concorso e possano cambiare funzione. I dati Cepej 2022 del Consiglio d’Europa mostrano che su 49 paesi europei, 19 mantengono il Pm nel potere giudiziario come l’Italia. Il paradosso storiografico, messo a fuoco da Fanpage.it l’11 marzo 2026: usare la retorica antifascista contro l’assetto della Costituzione nata dalla Resistenza significa accusare di nostalgia fascista chi difende la Costituzione antifascista.

Il 1994 e la firma dimenticata

L’accusa di magistratura impunita si scontra con i dati ufficiali della sezione disciplinare del Csm: nel triennio febbraio 2023-dicembre 2025 sono state pronunciate 199 sentenze con 82 condanne, incluse 8 rimozioni definitive dall’ordine giudiziario. E torniamo al dato da cui siamo partiti: il 96 per cento delle segnalazioni viene archiviato dalla Procura Generale della Cassazione prima di arrivare al Csm, mentre il Ministero è il filtro secondario. Sul tema della presunta osmosi tra giudici e Pm, negli ultimi cinque anni meno dell’1 per cento dei magistrati ha cambiato funzione: la sproporzione non trova giustificazione nel merito, ma nella biografia del promotore.

Il 3 maggio 1994, da pubblico ministero alla Procura di Venezia, Carlo Nordio firmò una lettera inviata via fax all’Associazione Nazionale Magistrati dichiarando di aderire al comunicato dell’Anm «in quanto contrari alla divisione delle carriere». Il documento è pubblicato dalla rivista La Magistratura nel luglio 2025. L’appello firmato anche da Nordio sosteneva che nella storia dell’Italia repubblicana «l’indipendenza del Pm rispetto all’esecutivo e l’unicità della magistratura abbiano rappresentato in concreto una garanzia per l’affermazione della legalità e la tutela del principio di eguaglianza dinanzi alla legge». Sono le stesse argomentazioni che oggi l’Anm porta contro la sua riforma. Il ministro ha risposto di aver cambiato idea nel 1995.

Bartolozzi e la tabella con l’Egitto due volte

La tabella a due colonne, «Paesi con separazione» vs «Paesi senza», rilanciata anche da autorevoli esponenti di centrodestra, conteneva il nome «Egitto» scritto due volte, voci incomplete, nessuna fonte, e classificava la Francia tra i paesi virtuosi nonostante il corpo giudiziario unitario. La Russia era stata espunta dopo verifica. La comunicazione aveva trovato il proprio punto di arrivo nel ridicolo.

L’uscita più istruttiva è arrivata il 7 marzo 2026. Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, magistrata in aspettativa, indagata dalla Procura di Roma nell’ambito del caso Almasri per false comunicazioni ai pubblici ministeri, in un dibattito sull’emittente siciliana Telecolor ha detto: «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione». Mentre Nordio rassicurava che la riforma «non indebolisce in alcun modo la magistratura né intende attaccare i magistrati, bensì punta a restituire loro prestigio e autorevolezza». Le due affermazioni sono incompatibili tra loro. Dal canto sua, la deputata leghista Simonetta Matone, ex magistrata, aveva già definito le uscite di Nordio «dichiarazioni folli», aggiungendo però la precisazione che vale come confessione: «Tutti noi pensiamo le cose che lui ha detto, ma sono cose che non si possono dire pubblicamente».

96 per cento, il numero da cui siamo partiti. Le segnalazioni disciplinari archiviate dalla Procura Generale della Cassazione prima di arrivare al Csm di cui il ministro lamenta il lassismo. Una campagna costruita sull’invenzione di un problema che il governo stesso produce in larga parte; comunicata con tabelle che contengono l’Egitto due volte, con la Russia silenziata dopo verifica e con una frase sui plotoni di esecuzione che ha detto, in tredici secondi, tutto ciò che tredici minuti di video presidenziale si sforzavano di nascondere. Da un certo punto in poi, il miglior testimone contro la riforma era il governo stesso, senza che nessuno glielo chiedesse.

L’articolo Referendum tra bugie, contraddizioni e autogol: tutti gli spot al No dei sostenitori del Sì sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui