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La moschea Al-Aqsa chiusa ai fedeli: prima volta dal 1967

La moschea di Al-Aqsa, a Gerusalemme Est, ha trascorso l’Eid al-Fitr chiusa ai fedeli. È la prima volta dal 1967, quando Israele conquistò la Città Vecchia. Le autorità israeliane hanno comunicato al Waqf islamico, l’ente che amministra il sito, l’intenzione di prolungare la chiusura oltre la festività. La motivazione ufficiale è la “security situation” legata alla guerra con l’Iran. Venticinque dipendenti del Waqf per turno: tanto è ammesso dentro il complesso. Il Middle East Eye riferisce che le forze israeliane hanno installato telecamere nelle sale di preghiera, inclusa la Cupola della Roccia.

I ministri degli Esteri di otto paesi — Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Turchia, Indonesia, Giordania, Pakistan e Qatar — hanno emesso una dichiarazione congiunta: «Israele non ha giurisdizione su Gerusalemme Est occupata né sui suoi siti sacri islamici e cristiani». La chiusura viola il diritto internazionale e lo status quo storico del sito. Aouni Bazbaz, del Waqf, ha detto al Middle East Eye di temere che la misura diventi strutturale.

Nella stessa mattina, Loris De Filippi, health specialist dell’Unicef, ha dichiarato a Radio Cusano che «parlare di tregua è fuorviante». Dal cessate il fuoco, ottobre 2025, sono stati uccisi 700 palestinesi. Il 77% della popolazione è in crisi alimentare. Dei 272 camion di aiuti necessari, ne sono arrivati 36. De Filippi ha definito il Board of Peace «un precedente internazionale gravissimo che potrebbe appiattire la funzione dell’Onu» e Gaza «un laboratorio di distruzione del diritto internazionale».

La guerra con l’Iran è la cornice dentro cui le misure trovano giustificazione pubblica. Al-Aqsa chiusa per ragioni di sicurezza. I valichi chiusi per ragioni di sicurezza. La parola tregua aperta sul vocabolario, chiusa sui fatti.

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A sua insaputa

Il 16 dicembre 2024 il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove (Fratelli d’Italia) firma a Biella la costituzione di una srl. Il 50% va a Miriam Caroccia, diciottenne romana, amministratrice unica. Suo padre, Mauro Caroccia, è il prestanome del clan di Michele Senese: condannato in via definitiva con aggravante mafiosa.

Non lo sapeva, dice Delmastro. Solo che Caroccia promuoveva il ristorante sui social. Solo che Delmastro ha cenato in quel locale, e Miriam non lo ha riconosciuto: è stato Mauro infatti a presentargli il suo socio, gestendo lui stesso la sala.

La parte più istruttiva però è la cronologia. Quando la Corte d’Appello, nel secondo processo, reintroduce l’aggravante mafiosa e condanna Caroccia,  Delmastro trasferisce il suo 25% alla G&G Srl, società immobiliare di cui detiene il 100%. Il 19 febbraio 2026 la Cassazione rende definitiva la condanna. Otto giorni dopo la G&G cede tutto. È casuale?

Delmastro da parte sua invoca il «rigore etico e morale» che lo contraddistingue e aggiunge la scorta come certificato d’integrità. Sostanzialmente si difende con il curriculum della vittima mentre siede al ministero che sorveglia la cella del padre della sua ex socia.

La domanda è una: perché un sottosegretario alla Giustizia, penalista, apre una srl con una diciottenne figlia di un uomo nell’orbita della Dda La risposta potrebbe essere nell’omissione patrimoniale all’Antitrust e nelle quote girate prima a sé stesso.

A quattro giorni dal referendum, il principale sostenitore del Sì è condannato in primo grado per rivelazione di segreto nello stesso ministero in cui lavora. La scorta non c’entra un fico secco, quella al massimo attesta una minaccia ricevuta; il rigore etico è tutt’altra cosa.

Buon venerdì.

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Black Cube in Slovenia, l’agenzia privata israeliana che spunta dietro le quinti delle elezioni in un Paese Ue

La guerra ibrida ha una nazionalità sola, almeno nel dibattito europeo. Si chiama Russia. I bot di Mosca, le fabbriche di troll nelle settimane calde del voto. Non è sbagliato, ma è selettivo. E la selettività, quando riguarda le democrazie, non è mai innocente.

Il 22 dicembre 2025 un jet privato atterra a Ljubljana, Slovenia. A bordo ci sono Dan Zorella, ceo di Black Cube, e Giora Eiland, già capo del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano. I dati di tracciamento voli ricostruiscono un incontro di circa due ore alla sede del Partito Democratico Sloveno di Janez Janša. Tre dei quattro visitatori ripartono per Roma quella sera. Lo stesso aereo era già stato a Ljubljana a novembre e tornerà a febbraio. Poi, a inizio marzo, figure slovene di primo piano compaiono in registrazioni clandestine mentre discutono di traffico d’influenze e finanziamenti occulti, diffuse attraverso un profilo anonimo a meno di tre settimane dal voto.

L’agenzia di intelligence Sova ha confermato quattro visite di Black Cube nel paese negli ultimi sei mesi e, secondo il segretario di Stato Vojko Volk, ha rilevato un’interferenza straniera diretta commissionata con ogni probabilità dall’interno della Slovenia. Janša ha ammesso di aver incontrato Eiland, senza ricordare la data. Il suo partito ha prima dichiarato di non aver mai sentito parlare di Black Cube, poi ha aggiunto che meriterebbe un monumento nel centro di Lubiana, se avesse davvero portato alla luce una corruzione di proporzioni inimmaginabili. Una risposta che dice tutto sul livello del confronto, e nulla sulla sostanza delle accuse.

Intelligence privata

Black Cube è fondata nel 2010 da Zorella e da Avi Yanus, entrambi ex ufficiali dei servizi israeliani. Nel suo organigramma consultivo sono passati l’ex direttore del Mossad Meir Dagan e l’ex capo dello Shin Bet Efraim Halevy. Il metodo è invariabile: identità false, incontri costruiti sotto copertura, registrazioni clandestine, diffusione al momento opportuno attraverso canali anonimi.

Tra Romania, Ungheria e Slovenia

Il curriculum europeo è già lungo. In Romania, nel 2016, agenti di Black Cube tentarono di compromettere Laura Kovesi, procuratrice capo dell’anticorruzione. Zorella dichiarò di aver istruito i propri agenti a violare la posta elettronica di Kovesi; due agenti vennero arrestati; nel 2022 i fondatori patteggiarono, ricevendo condanne sospese. Nel 2018 operativi di Black Cube si infiltrarono con false identità tra i dirigenti delle Ong legate a Soros in Ungheria, registrandone le conversazioni: il materiale finì su testate vicine a Orbán tre settimane prima del voto. Nel 2022 lo stesso schema con falsi profili LinkedIn, rimossi dalla piattaforma stessa.

La copertura internazionale rimane inferiore a quella che avrebbe ricevuto qualsiasi operazione analoga attribuita a Mosca. Quando si tratta di interferenza russa il dibattito europeo si mobilita. Quando si tratta di intelligence privata israeliana dentro le elezioni di paesi Ue, la risposta è più lenta, più bassa, più cauta. Questa cautela non è neutrale: è una forma di protezione.

La vicenda slovena non è passata inosservata in Ue. Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto ieri all’Unione Europea uno “scudo democratico” contro le interferenze elettorali, suggerendo l’adozione da parte della Commissione Ue di “linee guida affinché gli Stati membri possano imporre obblighi alle piattaforme digitali” ai sensi della normativa europea in materia di protezione dei dati personali. “Oggi in ogni elezione in Europa si verificano interferenze che turbano i processi elettorali”, ha sottolineato Macron, citando l’esempio della Slovenia, dove, a suo dire, il primo ministro liberale uscente Robert Golob “è stato vittima di palesi interferenze” da parte di “paesi terzi” e di “fake news” nella sua campagna contro il nazionalista Jansa.

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Sea Watch 5, la disobbedienza civile che il diritto già riconosce: i tribunali italiani contro i porti lontani

«Basta così. Non sottoporremo le 57 persone a bordo di Sea Watch 5 a un viaggio di altri 1.100 km per raggiungere Marina di Carrara. È tortura di Stato. Disobbediamo a questo ordine assurdo e facciamo rotta verso Trapani».

Sera del 17 marzo 2026. Il Canale di Sicilia è in tempesta, le onde superano i due metri. A bordo ci sono naufraghi con gravi ustioni da carburante, donne incinte, persone esauste. Il porto più vicino è a poche miglia. Il governo italiano ne ha assegnato uno a 1.100 chilometri.

La parola disobbedienza fa paura. Solo che in questo caso non è la violazione di una legge: è l’applicazione del diritto contro un ordine illegittimo. Una distinzione che i tribunali italiani hanno già messo nero su bianco, più volte. E che il governo italiano finge sistematicamente di non leggere.

Il precedente che il governo ignora

Ottobre 2025, porto di Trapani. La nave Mediterranea disobbedisce all’ordine di porto lontano e sbarca dieci naufraghi in Sicilia. Scatta il fermo. Il Tribunale di Trapani lo annulla in otto pagine di motivazioni: la disobbedienza era assunta «esclusivamente per motivi solidaristici» e «non si profila idonea a pregiudicare, ma al contrario a salvaguardare, gli obiettivi di tutela della vita e della salute in mare di cui gli Stati sono portatori alla luce delle convenzioni internazionali».

Lo sbarco in porto diverso da quello prestabilito «non appare idoneo ad incidere in maniera rilevante sugli interessi di rango pubblicistico» che motivavano l’ordine del Viminale. Insomma: il porto lontano non tutela nessun interesse pubblico reale. Serve a punire. Lo ha scritto un giudice.

La catena giurisprudenziale è ormai lunga: il Tribunale civile di Palermo ha condannato lo Stato a risarcire Sea Watch 3 con 76.000 euro, quella della comandante Carola Rackete, per il fermo illegittimo del 2019; il fermo alla Sea Watch 5 è stato sospeso dal Tribunale di Catania a febbraio 2026; la Corte Costituzionale, l’8 luglio 2025, ha ribadito che il diritto marittimo internazionale non può essere aggirato da norme punitive. Ieri mattina Mediterranea Saving Humans lo ricordava esplicitamente: «Proprio a Trapani esiste già un importante precedente in cui sono state riconosciute le ragioni della scelta di disobbedire all’ingiusta imposizione di un porto lontano.»

Di fronte a questa sequenza, il governo ha una sola legittima risposta: impugneremo le sentenze. Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, dichiarando di voler «valorizzare il sistema giudiziario», mentre i suoi colleghi attaccavano i giudici in diretta social accusandoli di «finalità politiche». La contraddizione non disturba nessuno.

Mentre la nave aspettava, il mare uccideva

Alarm Phone ha confermato che di un’imbarcazione con 62 persone a bordo si erano perse le tracce durante la tempesta del 16 marzo: 17 morti, i superstiti riportati in Libia e adesso in un centro di detenzione. «Queste morti avrebbero potuto essere evitate.» Contemporaneamente 111 persone erano bloccate sulla piattaforma petrolifera Miskar, al largo delle coste tunisine di Gabés, in acque internazionali, senza che nessuna autorità intervenisse.

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni registra nei primi due mesi del 2026, 606 morti o dispersi, il peggior inizio d’anno dal 2014. Frontex certifica che a gennaio 2026 gli arrivi irregolari alle frontiere europee calano del 60% rispetto a gennaio 2025; i morti nel Mediterraneo quello stesso mese: triplicati. Meno arrivi, più morti, perché la deterrenza non ferma le partenze: spinge le persone a imbarcarsi in condizioni peggiori, con meno navi nelle vicinanze. Il porto lontano è quindi anche una politica di invisibilità: navi lontane non producono immagini, non producono testimonianze, non producono notizie. La crudeltà verso i sopravvissuti scoraggia i soccorritori, riduce i testimoni, fa sparire le morti.

Di fronte a questo, la parola disobbedienza smette di fare paura. O meglio: spaventa chi ha interesse a confonderla con l’illegalità. La Convenzione Solas, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, la Convenzione Sar impongono che lo sbarco avvenga senza indugio nel luogo sicuro più vicino. Non a Carrara, non dopo quattro giorni in tempesta. Chi disobbedisce all’ordine che contrasta con queste disposizioni non viola la legge: la ripristina. Lo sa Sea Watch. Lo sa Mediterranea. Perché lo dicono i tribunali italiani.

Del resto non è una coincidenza che le sentenze favorevoli alle Ong siano diventate l’argomento principale della campagna per il Sì al referendum. «Ed è per questo che abbiamo fatto la riforma della giustizia», ha detto esplicitamente un autorevole esponente della maggioranza di governo, commentando proprio le sentenze Sea Watch.

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Meloni, la premier del 77%

Settantasette per cento. Tanto ha parlato Giorgia Meloni nella puntata di Pulp Podcast. La parola più usata è “diciamo”, 43 volte. La seconda è “chiaramente”, 42. Tranquilli, non è stata un’intervista, ma un monologo con due spettatori accanto che sorridono.

«Ho tentato di stare nel merito in questa campagna elettorale». Lo dice a Fedez e Mr. Marra a tre giorni dal voto. Il format non ha contraddittorio tecnico; è il posto giusto per dirlo senza che nessuno chieda quale merito e dove.

Sette giorni prima, dal palco del Teatro Franco Parenti di Milano, la stessa premier aveva detto che senza la riforma arrivano «stupratori, pedofili e spacciatori rimessi in libertà», figli strappati alle madri, la famiglia del bosco. Casi non chiusi, usati come munizioni da comizio. Da Fedez quelle cose non esistono: Meloni spiega i tre quinti per i laici del Csm, torna alla versione presentabile di sé stessa.

Poi arriva la contraddizione che il podcast non ha saputo raccogliere. Meloni dice: «Questa non è una riforma contro i magistrati, è per tutti i magistrati». Ma la capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, aveva detto dallo stesso schieramento: «Votate sì, così ci togliamo di mezzo la magistratura, plotone di esecuzione». Stesso governo, due messaggi opposti. Fedez e Marra non li mettono insieme.

Sulla non-dimissione, Fedez ride: «È stata più furba di Renzi». Meloni usa l’ospitata per annunciare la propria impunità referendaria come argomento a favore del Sì: votare No per mandarla a casa sarebbe «una trappola», perché lei non si dimette comunque.

Alla domanda su cosa abbia scelto la presidente del Consiglio risponde Selvaggia Lucarelli: «Immaginate una presidente del consiglio che rifiuta le interviste di giornalisti che non siano Porro e Vespa, evita le conferenze stampa, ma dice che non scappa perché si fa intervistare da un rapper amico di Luca Lucci». Porro, Vespa, Fedez: il comune denominatore non è il mezzo, è sempre l’assenza di contraddittorio.

Alla critica delle opposizioni Meloni ha risposto: «Quando non parlo, dicono che scappo. Quando parlo, contestano il luogo, il mezzo e pure chi mi intervista». Nessuna risposta alla par condicio. Nessuna al contraddittorio assente. Solo il vittimismo come scudo; del resto la campagna era andata così dall’inizio. Meloni senza vittimismo non sarebbe interessante nemmeno per un podcast.

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Le chiavi dei valichi restano in mano a Israele

Il valico di Rafah è stato riaperto il 19 marzo 2026. Pochi palestinesi sul lato egiziano, ambulanze ferme per pazienti dalla Striscia. Era chiuso dal 28 febbraio — il giorno in cui Israele e gli Stati Uniti avevano avviato l’offensiva sull’Iran.

Il Coordinatore israeliano delle attività governative nei territori, Cogat, ha spiegato la riapertura con «una nuova valutazione», «pur mantenendo le necessarie restrizioni di sicurezza». Nessun cargo. Nessuna evacuazione medica. La chiave è in mano israeliana.

Nelle stesse ore, Rami Mhanna, direttore medico dell’ospedale Shifa di Gaza City, ha dichiarato all’AP che due attacchi aerei avevano ucciso quattro palestinesi nei quartieri di Zeitoun e Tuffah. L’esercito non ha risposto. Il giorno prima le IDF avevano comunicato l’uccisione di Muhammad Abu Shaleh, ufficiale dell’intelligence della brigata Khan Younis di Hamas: «attacco di precisione per eliminare una minaccia immediata».

A Bruxelles il 19 marzo i leader europei si riunivano con il segretario Onu Guterres. Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha dichiarato «urgente mobilitare la comunità internazionale a sostegno della popolazione di Gaza». Il premier Pedro Sanchez ha detto che la guerra in Iran «è collegata agli altri conflitti: Gaza, la Cisgiordania, il Libano». Nei comunicati, Gaza era premessa al dossier del Golfo.

Il rapporto Unrwa aggiornato al 17 marzo registrava 72.135 palestinesi uccisi, 391 operatori dell’agenzia morti, il 46 per cento dei farmaci essenziali esaurito, il 66 per cento dei materiali chirurgici non disponibile. L’OMS stimava 200 camion al giorno in ingresso contro i 600 necessari.

Cogat, 19 marzo 2026: il valico riapre «pur mantenendo le necessarie restrizioni di sicurezza alla luce della situazione e delle minacce nella zona».

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Infantino, Trump e i Mondiali di calcio: perché l’Unione europea ha ragione ad alzare la voce contro la FIFA

Tre settimane fa, a Bruxelles, il commissario europeo allo Sport Glenn Micallef incontrava Gianni Infantino ai margini di un congresso della Uefa. Gli chiedeva garanzie per i tifosi europei verso i Mondiali. Infantino ascoltava. Poi non ha più risposto. 

E quel silenzio vale più di qualsiasi dichiarazione. Micallef lo ha detto in una recente intervista a Politico: dalla Fifa non è arrivato nessun seguito. Nel frattempo gli Stati Uniti hanno aperto una guerra contro l’Iran, paese qualificato al torneo, le forze dell’Immigrations and Customs Enforcement (Ice) faranno parte del dispositivo di sicurezza e a Minneapolis agenti federali hanno già ucciso due cittadini americani. Quel silenzio di Infantino ha quindi un nome preciso: è una scelta. 

La medaglia appesa al collo

Il 5 dicembre 2025, al Kennedy Center di Washington, Infantino consegnava a Donald Trump il «Fifa Peace Prize». «Questo è il tuo premio per la pace», diceva Infantino; Trump se lo appendeva al collo dichiarando che era «uno degli onori più grandi della mia vita». Il premio non esiste nella tradizione sportiva. L’organizzazione FairSquare ha depositato un esposto all’ufficio etico della Fifa per violazione della neutralità politica. Le specifiche del trofeo le aveva dettate la Casa Bianca, secondo il Times di Londra: almeno grande quanto la Coppa del Mondo originale.

La deriva è documentata. Infantino era presente alla seconda inaugurazione di Trump ed è frequentatore di Mar-a-Lago. A febbraio 2026, alla riunione del Board of Peace, indossava un cappellino rosso «Usa» con i numeri 45 e 47. A luglio la Fifa ha aperto un ufficio nella Trump Tower. Quando il Chelsea ha vinto la Coppa del Mondo per Club, ha dovuto issare una replica perché l’originale stava nell’Ufficio Ovale, regalo di Infantino.

Il Board of Peace è un organismo creato dall’amministrazione Trump come alternativa alle Nazioni Unite. Infantino ha annunciato una partnership della Fifa con un investimento di 75 milioni per le “infrastrutture” calcistiche a Gaza. Micallef ha criticato la scelta a Politico dicendo di preferire «partnership con organizzazioni multilaterali che rispettano l’ordine internazionale basato sulle regole, come l’Unesco e l’Unicef». Sostanzialmente Infantino ha consegnato il trofeo della pace a chi quella guerra la finanzia.

Un torneo ostaggio

Sedici paesi europei qualificati manderanno negli Stati Uniti centinaia di migliaia di tifosi. I Mondiali iniziano l’11 giugno a Città del Messico. Quegli stessi Stati Uniti dove a gennaio due cittadini americani sono stati uccisi da agenti federali durante l’Operation Metro Surge a Minneapolis. L’Ice farà parte della sicurezza del torneo ma Washington non consente ai paesi partecipanti di inviare delegati di polizia al seguito dei tifosi, prassi consolidata nei Mondiali precedenti.

E poi c’è l’Iran, qualificato al torneo: avrebbe dovuto giocare a Los Angeles e Seattle. Con l’attacco militare americano e israeliano contro Teheran, la partecipazione iraniana è sostanzialmente sfumata. «Dopo questo attacco non possiamo aspettarci di guardare ai Mondiali con speranza», ha detto Mehdi Taj, il massimo dirigente del calcio iraniano. Sarebbe il primo ritiro forzato da un Mondiale degli ultimi 75 anni.

A chi chiedeva se Infantino stesse facendo un buon lavoro, Micallef ha risposto: «Direi che c’è spazio per migliorare». Nel linguaggio diplomatico europeo equivale a un stroncatura. Infantino ha la possibilità contrattuale di imporre agli Stati Uniti le condizioni di accesso ai Mondiali, incluse le garanzie di sicurezza. Ma non sembra intenzionato a farlo, anzi. Del resto la dinamica è collaudata: Vladimir Putin aveva già conferito a Infantino l’Ordine dell’Amicizia russo nel 2019, stessa grammatica.

L’Unione Europea alza la voce tardi. Solo che nel frattempo Infantino ha già portato il calcio dentro la guerra.

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Basi Usa in Italia: da Vicenza a Pisa alle Madonie, la contestazione si allarga

La Marina militare degli Stati Uniti ha pensato bene di pubblicarlo su Instagram. Due elicotteri MH-60S Sea Hawk dell’Helicopter Sea Combat Squadron 28, decollati dalla base di Sigonella, sono atterrati il 13 marzo a Piano Catarineci, nel cuore del Parco delle Madonie: zona A, livello massimo di tutela ambientale, Zona Speciale di Conservazione della rete europea Natura 2000, geopark Unesco. Didascalia del post: «Sea Hawks sulla Sicilia». Come a dire: siamo qui, facciamo quello che vogliamo, e ve lo mostriamo.

I 22 sindaci madoniti e il presidente dell’Ente Parco, Giuseppe Ferrarello, hanno scritto al governatore Renato Schifani e al prefetto Massimo Mariani: erano stati avvisati? Il piano di volo era autorizzato? Era stata effettuata la Valutazione di Incidenza Ambientale, obbligatoria per legge? «Nessuna istituzione locale era stata informata preventivamente», ha risposto Ferrarello. La deputata all’Assemblea Regionale Siciliana Valentina Chinnici (Partito democratico) ha presentato interrogazione urgente a Schifani: «Non possiamo permettere che la Sicilia venga percepita come una ‘portaerei’ in balia di decisioni prese altrove». Ma quello delle Madonie non è un episodio isolato. È l’ultimo fotogramma di una settimana densa.

Il treno di Pisa

Il 12 marzo, circa 200 persone siedono sui binari della stazione centrale di Pisa davanti a un convoglio di 32 vagoni carichi di munizioni, esplosivi e veicoli militari diretti a Palmanova, in provincia di Udine. Un filo diretto tra ferrovieri antimilitaristi, lavoratori JSW di Piombino, una vedetta a Sant’Ermete e gli attivisti del Movimento No Base: qualcuno di dentro ha avvisato. L’Unione Sindacale di Base proclama uno sciopero per il trasporto di armamenti rivolto ai macchinisti di Mercitalia Rail. I binari vengono occupati alle 18.30; il treno fa dietrofront verso mezzanotte, dopo sei ore di presidio con le forze dell’ordine in tenuta antisommossa.

Di fatto, il convoglio è poi arrivato a destinazione passando da un’altra linea, con circa 8 ore di ritardo. Il blocco ha retto per una notte; il sistema logistico della guerra ha trovato un’altra strada. E la lista civica Diritti in Comune ha posto la domanda che nessuno vuole sentirsi rivolgere: il sindaco era a conoscenza del passaggio del convoglio militare attraverso la città? Se sì, ha taciuto. Se no, è peggio, perché vorrebbe dire che i mezzi bellici attraversano Pisa senza che nessuno ne venga avvisato.

Vicenza: quattro basi, due ore, nessuna risposta

Il 14 marzo, più di 500 persone bloccano per due ore l’accesso a Camp Del Din, a Vicenza, sede della 173ª brigata aviotrasportata statunitense, inaugurata nel 2013. Le altre tre installazioni americane in città: la Caserma Ederle (comando Setaf), la Caserma Miotto (intelligence Usa) e la Caserma Tormeno. Quattro basi presenti da decenni, accettate da governi di ogni colore. Il Centro Sociale Bocciodromo e No Military Bases Vicenza hanno scritto che queste strutture «rendono la città parte integrante di un sistema di guerra globale costruito sopra le vite dei territori». Sulla rotatoria di viale Ferrarin restano le scritte «Yankee go home» e «Vicenza ripudia la guerra». Nessuna risposta istituzionale.

La mobilitazione vicentina si innesta nel percorso No Kings Italy, che il 27 e 28 marzo porta a Roma concerto e corteo in contemporanea con Londra e gli Stati Uniti, con l’adesione di oltre 700 movimenti. «In Europa stanziano 6.900 miliardi in dieci anni per le armi», ha ricordato Raffaella Bolini dell’Arci: «Non per il clima. Non per le emergenze sociali». In una settimana, il movimento ha bloccato un treno di armamenti, per due ore una base americana, aperto un caso diplomatico su una riserva naturale trasformata in area d’addestramento. La Marina statunitense ha pubblicato le foto su Instagram. Sanno già dove sono. Il punto è che lo sappiamo anche noi.

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Il pieno prima del voto

Tre settimane di crisi, quattro giorni prima del referendum: il consiglio dei ministri si riunisce alle sette di sera. Fino a mercoledì mattina l’ipotesi più probabile era il rinvio a dopo il voto. Poi, nel pomeriggio, la decisione improvvisa: annuncio al Tg1, Mattarella che firma il decreto da Salamanca. Urgenza selettiva, con tempistica chirurgica.

Solo che l’urgenza aveva già tre settimane di età. La guerra in Iran aveva fatto salire i prezzi alla pompa da subito. Il governo aveva chiesto tempo, valutato, rimandato. La scorsa settimana in Parlamento Meloni aveva invocato cautela, dicendo di voler valutare bene come calibrare l’intervento. Poi arriva il 18 marzo e la calibrazione è pronta in trenta minuti di consiglio dei ministri.

Il decreto prevede 25 centesimi al litro su benzina e diesel per venti giorni, crediti d’imposta per autotrasportatori e pescherecci, più poteri al Garante dei prezzi, multe ai petrolieri. Circa 500 milioni di euro. Tutto temporaneo, tutto urgentissimo.

Francesco Boccia, presidente dei senatori del Partito Democratico, ha centrato il meccanismo: «Il governo ha inventato un nuovo modello economico: uno sconto di 20 giorni pagato con i soldi che gli italiani hanno già versato con i rincari delle settimane scorse».

Matteo Salvini, da canto suo, ha aggiunto che se i petrolieri «diranno di no a tutto», l’extrema ratio sarà tassare gli extraprofitti. Tradotto: il governo sapeva, poteva agire prima, ha aspettato. E ora brandisce la tassa come carta futura, non come errore da ammettere.

Sostanzialmente, questo decreto è la firma del governo sulla propria incapacità di gestire una crisi senza un tornaconto immediato. Non perché tagliare le accise sia sbagliato in sé, ma perché farlo adesso, così, con questo tempismo, rivela la funzione reale del provvedimento.

Vorrebbe sembrare una risposta alla crisi ma è una banale risposta al sondaggio.

Buon giovedì.

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Palestinesi sfollati per fare largo ai coloni

La notte del 17 marzo, mentre i missili attraversavano i cieli di Tel Aviv, l’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani — l’Ohchr — pubblicava un rapporto che nessun canale ha messo in prima pagina. Dodici mesi fino al 31 ottobre 2025: 36.234 palestinesi sfollati con la forza dalla Cisgiordania. Per insediamenti, violenza dei coloni, demolizioni di Stato.

L’Ohchr registra 1.732 episodi di violenza, il 24 per cento in più rispetto al periodo precedente. Nell’ottobre 2025, 42 attacchi in un mese hanno ferito 131 persone. La violenza sessuale ha funzionato da detonatore finale in più comunità, documenta il rapporto. Nella notte tra il 16 e il 17 marzo coloni mascherati hanno aggredito sessualmente un uomo a Khirbet Humsa, nella Valle del Giordano: lo riportano testimoni sentiti da Haaretz e Drop Site News.

Il documento non usa violenza spontanea. Usa politica concertata. «Lo sfollamento appare indicare una politica israeliana concertata di trasferimento forzato di massa, finalizzata allo sfollamento permanente, sollevando preoccupazioni di pulizia etnica.» Il Commissario Volker Türk attribuisce alle autorità israeliane «il ruolo centrale nel dirigere, partecipare o consentire questa condotta».

L’Autorità Palestinese ha usato una formula precisa: Israele sfrutta l’atmosfera della guerra per intensificare lo sfollamento nell’ombra mediatica. Lo schermo funziona. Il valico di Rafah è chiuso dal 28 febbraio, le evacuazioni sospese. In Cisgiordania: 27.200 nuovi alloggi negli insediamenti, 84 avamposti stabiliti nel solo anno del rapporto.

«Il trasferimento illegale di persone protette costituisce una grave violazione della Quarta convenzione di Ginevra, configurando un crimine di guerra. In determinate circostanze, può anche configurarsi come crimine contro l’umanità».

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