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Pensioni 2027, l’Inps conferma un mese in più: scatta l’automatismo senza nemmeno un voto

67 anni e un mese. Non è un dettaglio burocratico. È la distanza tra una promessa e il suo contrario. L’INPS ha confermato con la circolare n. 28 del 16 marzo 2026 quello che la Cgil denunciava da mesi: dal 2027 per andare in pensione di vecchiaia servirà avere compiuto 67 anni e un mese di età. Dal 2028 i mesi in più saranno tre. Tutto scritto nella legge di bilancio per il 2026, tutto agganciato al meccanismo automatico di adeguamento dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita: un meccanismo silenzioso, già dentro la legge, già dentro il futuro di chi lavora.

Il meccanismo di adeguamento alla speranza di vita non nasce oggi. Lo ha introdotto il governo Berlusconi nel 2010, lo ha perfezionato la riforma Monti-Fornero nel 2011, e da allora funziona da solo, con scatti biennali che non richiedono un voto parlamentare riconoscibile. Il decreto direttoriale del 19 dicembre 2025 aveva fissato un aumento di tre mesi già dal 1° gennaio 2027. La legge di bilancio 2026 del governo Meloni lo ha diluito: un mese nel 2027, i restanti due nel 2028. Una mediazione che il governo ha presentato come tutela sociale. Solo che il meccanismo non è stato bloccato, non è stato riformato, e il prossimo governo erediterà una traiettoria già scritta.

Il paradosso dell’Ape sociale

L’Ape sociale, la misura che consente ai lavoratori più fragili di uscire anticipatamente accompagnandoli fino alla pensione, ha una durata massima di quattro anni. Chi è uscito nel 2023 a 63 anni, contando di arrivare alla pensione nel 2027 a 67 anni, si ritrova davanti a un calcolo che non torna. Il requisito è salito a 67 anni e un mese. L’Ape sociale è finita. La pensione non è ancora iniziata. In mezzo c’è un mese senza reddito da lavoro, senza assegno, senza pensione: di fatto un vuoto, prodotto dall’incrocio automatico tra due norme che nessuno si è fermato a verificare. La platea colpita non è quella dei privilegiati: sono i disoccupati, le persone con invalidità almeno pari al 74%, i caregiver, i lavoratori in attività gravose. Quelli che l’Ape sociale era nata per tutelare.

Ezio Cigna, responsabile previdenziale della Cgil nazionale, ha definito gli incrementi «l’ennesima dimostrazione di una tendenza ormai strutturale»: le categorie escluse dagli incrementi sono «una quota estremamente ridotta, che non raggiunge nemmeno l’1% di chi oggi lavora». Uno su cento. Questo è lo scudo reale dietro cui il governo si ripara quando parla di eccezioni e lavoratori tutelati. Il restante 99% va avanti, un mese alla volta, verso un traguardo che si sposta con cadenza biennale.

Pensioni, chi paga il meccanismo

Il problema non è solo il 2027 o il 2028. È l’architettura. La Ragioneria generale dello Stato ha già pubblicato le proiezioni sui requisiti pensionistici dal 2029 in avanti: incrementi progressivi e biennali, agganciati all’aspettativa di vita. Un automatismo che non richiede voti parlamentari, non richiede dibattito, non richiede un atto riconoscibile. E qui va detto quello che le comunicazioni istituzionali comprimono: l’aspettativa di vita non è un parametro neutro. Chi ha lavorato trent’anni in un cantiere non ha la stessa aspettativa di vita di chi ha lavorato trent’anni in uno studio. Aggiungere mesi di requisito su carriere già fragili non è una correzione tecnica: è una penalizzazione che pesa di più dove il sistema è già più debole.

C’è poi la questione degli esodati, lezione già imparata in questo paese e già dimenticata. Chi è uscito tramite isopensione o fondi di solidarietà, con un piano concordato, rischia di non maturare la pensione nei tempi stabiliti perché il meccanismo ha spostato il traguardo. Un tavolo al ministero del Lavoro era previsto per oggi, 18 marzo 2026. Nessun impegno concreto era stato comunicato al momento della diffusione della circolare INPS. Il governo convocava una riunione per discutere delle conseguenze di una norma che non ha intenzione di toccare.

67 anni e un mese. Il numero con cui si è aperta questa storia è anche il numero con cui si chiude. Solo che adesso è più chiaro cosa contiene: un mese di vuoto per chi è già fuori dal lavoro, un automatismo che nessuno ha votato ma che continua a girare, e un governo che convoca tavoli per gestire i danni di scelte che non ha il coraggio di riconoscere come proprie.

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Ponte sullo Stretto, di rinvio in rinvio siamo arrivati al 2034: adesso Salvini non dà più scadenze

«Spero che questo sia l’anno». Matteo Salvini (Lega), vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture, lo ha detto il 10 marzo a LetExpo 2026. Stavolta ha usato il congiuntivo per il Ponte sullo Stretto. Prima ricorreva l’indicativo futuro, quasi sempre con una data. Adesso dice «spero». Intanto il governo ha approvato il decreto-legge n. 32/2026, che sposta 2,8 miliardi dall’opera verso Rete Ferroviaria Italiana, allunga il cronoprogramma al 2034 e nomina due commissari. Dopo tre anni di annunci.

La cronologia è brutale. A maggio 2023 Salvini disse che aprire i cantieri nell’estate del 2024 era un impegno che il governo era «assolutamente in grado di garantire». Da allora la data è slittata ogni pochi mesi: estate 2024, poi inizio 2025, poi primavera 2025, poi tra settembre e ottobre. Il 9 aprile 2025 giurò che i cantieri erano distanti «poche settimane». La figlia, a Natale, gli ha regalato il modellino del ponte «in attesa di quello vero». La data del via è settembre 2026, ancora futura.

La Corte dei Conti e il nodo irrisolto

A ottobre 2025 la Corte dei Conti ha ricusato il visto sulla delibera Cipess che approvava il progetto definitivo. A novembre è arrivata la seconda bocciatura, sull’atto aggiuntivo di concessione: due no in meno di un mese.

Il primo rilievo riguarda l’ambiente: il governo aveva superato la valutazione negativa della Commissione Via-Vas sui tre siti Natura 2000 ricorrendo alla procedura «Iropi». Per la Corte, la relazione era priva di firma e di valutazione autonoma da parte delle amministrazioni competenti. Il secondo riguarda gli appalti: il progetto riattivava i contratti del 2006 con il consorzio Eurolink, guidato da Webuild, senza nuova gara. La direttiva europea lo consente solo entro il 50% del valore iniziale. Dai 4,6 miliardi del 2005 si è arrivati a 13,5 miliardi: oltre la soglia.

Il decreto-legge n. 32/2026 non scioglie questo nodo. L’associazione Invece del Ponte denuncia che il testo «elude l’obbligo di una nuova gara e non stanzia alcuna risorsa aggiuntiva». Rifare la gara significherebbe ammettere che l’intera impalcatura procedurale degli ultimi tre anni era viziata. Il governo non la rifà.

I soldi del Ponte

Il decreto sposta 2,8 miliardi verso Rfi, 1,8 miliardi nel 2026 e 1 miliardo nel 2027. Riduce la spesa per il Ponte tra il 2026 e il 2028 di circa 2,3 miliardi, con promessa di restituzione dal 2030. L’entrata in funzione slitta dal 2033 al 2034.

Il paradosso è cristallino: i fondi spostati verso RFI vengono presi dal Ponte stesso. Di fatto il Ponte finanzia le ferrovie esistenti, quelle che Salvini nel 2016 citava come alternativa. «Non vorrei spendere qualche miliardo per un ponte in mezzo al mare quando in Sicilia e Calabria i treni non ci sono», disse. Adesso i miliardi del Ponte vanno alle ferrovie e lui è il ministro che costruisce il Ponte. Si ritrova a fare quello che aveva detto di non voler fare.

Fratelli d’Italia (FdI) e Forza Italia (FI) hanno votato il decreto senza dissenso ma il Ponte è rimasto nell’orbita di Salvini: se parte è il suo successo, se affonda è il suo fallimento.

Il cambio di linguaggio del ministro è la notizia dentro la notizia. L’ostacolo è stato la burocrazia dei governi precedenti, poi i comitati del no, poi la «magistratura permettendo». Sempre nel giusto, sempre frenato da altri. Solo che i ritardi ci sono, in toto: dal 2024 al 2034 sono dieci anni di scarto tra la prima promessa e la prima giornata di esercizio. Una promessa per ogni anno perduto.

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Il capo dell’antiterrorismo americano dice quello che in Italia non si può dire

Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, scrive a Donald Trump: «L’Iran non rappresentava alcuna minaccia imminente, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana». E si dimette.

Queste parole, in Italia, si chiamerebbero antisemitismo.

Il meccanismo è collaudato: Moni Ovadia e Gad Lerner, entrambi ebrei, vengono accusati di antisemitismo ogni volta che nominano il genocidio di Gaza. Il 5 marzo il Senato ha approvato il ddl che adotta la definizione Ihra, International Holocaust Remembrance Alliance, per cui criticare le politiche di Israele è antisemitismo. Ora passa alla Camera.

Solo che Kent non è un intellettuale di sinistra. È un veterano dei Berretti Verdi, undici missioni, ex agente Cia, vedovo di guerra. Leggeva i briefing ogni mattina ma ha scritto che l’America è stata trascinata in guerra attraverso «una campagna di disinformazione» israeliana. Trump lo ha liquidato: «Era debole sulla sicurezza».

Gaza è stata il laboratorio. L’impunità concessa durante il massacro sistematico della popolazione civile, che la Corte Internazionale di Giustizia, su ricorso del Sudafrica, ha già giudicato plausibile come genocidio, ha spostato il confine del tollerabile. Poi il Libano, poi una guerra contro l’Iran su intelligence contestata dai funzionari stessi. È uno schema che Israele applica su larga scala.

Trump è il servo utile, non l’architetto. Tredici soldati americani sono morti, duecento feriti.

In Italia discutiamo di chi ha usato la parola sbagliata.

Buon mercoledì.

Foto WMC

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La vita impossibile tra le macerie di Gaza

Il 16 marzo 2026, nell’area al-Mawasi di Khan Younis, un muro dell’edificio distrutto dell’Al-Ribat è crollato sui tendoni di famiglie sfollate. L’ospedale Nasser ha identificato i morti: Intisar Abu Dan, 65 anni; Tasneem Barbakh, 19 anni, incinta; Husni Abu Taha, 5 anni. Nessun soldato aveva sparato. Il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 era formalmente in vigore.

Le Nazioni Unite stimano che l’occupazione militare israeliana abbia prodotto 61 milioni di tonnellate di macerie nella Striscia. Dall’ottobre 2023 le forze israeliane hanno distrutto o danneggiato oltre l’ottanta per cento delle infrastrutture civili. I materiali da costruzione restano bloccati agli ingressi: Israele subordina ogni autorizzazione all’approvazione militare. L’Unrwa segnala che 117 proprie strutture restano nella zona militarizzata, con accesso subordinato a coordinamento militare israeliano.

Il rapporto dell’Alto Commissariato Onu per i diritti umani del 19 febbraio 2026 contiene una formula precisa: le condizioni imposte ai palestinesi a Gaza sono «sempre più incompatibili con la loro esistenza continuata nella Striscia come gruppo». Non è una metafora. È la soglia giuridica che distingue la distruzione materiale dalla sua intenzionalità. Nessun piano di rimozione delle macerie è autorizzato da ottobre 2025.

Le macerie non sparano. Crollano quando il vento soffia, quando una donna incinta di diciannove anni dorme in un tendone a tre metri da un muro che nessuno ha potuto rimuovere. Da ottobre 2025 AP documenta dodici casi analoghi con morti. Il cessate il fuoco non ha interrotto questa sequenza: l’ha ereditata.

L’Alto Commissario Volker Türk ha dichiarato: «L’impunità non è astratta: uccide». L’ospedale Nasser di Khan Younis ha registrato i tre nomi. I materiali da costruzione restano fuori.

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Utili alla destra fino al 23 marzo

Palazzo Madama, sede della seconda carica dello Stato, aprirà le porte a Nathan Trevallion e Catherine Birmingham il 25 marzo: tre giorni dopo il referendum sulla giustizia. Ignazio La Russa lo ha confermato in un video, specificando di essersi «divertito molto» a leggere le polemiche. Divertito, appunto.

Il caso è noto. La famiglia anglo-australiana che dal 2021 viveva nei boschi di Palmoli, in provincia di Chieti, senza allacci alle reti né scuola obbligatoria per i tre figli. A novembre 2025 il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha disposto l’allontanamento urgente dei bambini. Da lì, il centrodestra ha costruito la sua narrativa: magistratura fuori controllo, genitori vittime dello Stato. Giorgia Meloni ha detto che «i figli non sono dello Stato». Matteo Salvini ha promesso di andare a Palmoli, poi non ci è andato. Il ministro Carlo Nordio ha inviato gli ispettori al Tribunale tre mesi e mezzo dopo aver chiesto le carte.

L’incontro in Senato chiude il cerchio. La riforma della giustizia in votazione domenica e lunedì non avrebbe cambiato nulla per i bambini di Palmoli, come hanno ricordato i pentastellati in commissione Giustizia. Del resto, il governo che si erge a difesa della famiglia ha approvato il decreto Caivano, che prevede fino a due anni di carcere per i genitori che non mandano i figli a scuola: esattamente la scelta che Nathan e Catherine avevano fatto.

La Russa ha detto di non voler chiedere «scusa o il permesso» a nessuno. Ha ragione su questo: il permesso non lo chiede mai. Lo prende, insieme alla vicenda altrui, e la usa. Quando il referendum sarà passato, la famiglia nel bosco tornerà nel bosco. Come succede sempre ai derelitti trasformati in clava.

Buon martedì.

Foto WP 
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Dall’Italia all’Ungheria: Orbán, Meloni e la politica del terrore senza idee

A metà febbraio la pagina Facebook di Fidesz Budapest ha pubblicato un video generato con l’intelligenza artificiale: una bambina chiede alla madre quando tornerà il padre, lei risponde piangendo «presto», poi soldati al fronte e un prigioniero giustiziato. Dalle mani cade la foto della bambina. Lo slogan: «Non correre rischi! Fidesz è la scelta sicura».

Viktor Orbán non ha ritirato il video. Il voto del 12 aprile lo guarda con i brividi: per la prima volta in sedici anni i sondaggi non danno a Fidesz la maggioranza. Péter Magyar, ex insider del governo e fondatore di Tisza (Tisztelet és Szabadság, Rispetto e Libertà), è stabile al 51-55 per cento tra chi ha già deciso. Magyar ha riportato al centro della campagna quello che Orbán preferisce non sentirsi dire: sedici anni di governo hanno prodotto inflazione record, emigrazione giovanile, servizi allo sbando.

Il nemico che non c’è

Fidesz ha scelto la sola strada rimasta: terrorizzare. Un quarto degli ungheresi è convinto che una vittoria di Magyar porterebbe i figli a morire in Ucraina. Il governo ha accusato senza prove il servizio di sicurezza ucraino di collaborare con Tisza, ha citato fonti dell’intelligence russa per sostenere che Bruxelles finanzia l’opposizione, ha schierato carri armati davanti alle raffinerie per un piano di sabotaggio mai comunicato alla Nato. All’inizio di marzo le forze antiterrorismo hanno fermato un convoglio bancario regolare tra Raiffeisen Bank Austria e la banca statale ucraina Oschadbank, trasformato nella narrativa di Fidesz in uno «scandaloso convoglio ucraino»: milioni confiscati, sei dipendenti espulsi senza accuse.

Il manuale della paura

Tutto questo non è un’anomalia ungherese: è un manuale. La sociolinguista Ruth Wodak della Lancaster University ha dimostrato nel suo The Politics of Fear (2015) come la costruzione del capro espiatorio esterno sia la strategia retorica centrale di tutti i populismi di destra europei, da Orbán a Le Pen, e come la sua efficacia dipenda proprio dall’essere pre-razionale. Da Trump a Le Pen, da Abascal di Vox a Orbán: tutti hanno vinto costruendo scenari catastrofici sull’alternativa, mai proponendo un futuro. Il nome tecnico è «catastrophism» elettorale: richiede solo la paura, perché la paura è pre-razionale. Il Financial Times ha documentato un piano del Cremlino per inondare i social ungheresi di contenuti pro-Fidesz, mentre reti di profili fasulli gonfiavano i commenti sotto i post di Orbán. Chi ha dalla sua l’entusiasmo non ha bisogno di simularlo: con il 40 per cento di contenuti in meno Magyar ottiene risultati migliori del 30 per cento.

Anche in Italia

In Italia il meccanismo è identico. Giorgia Meloni si avvicina al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo con i sondaggi ribaltati: il No è al 52 per cento secondo Swg. Al Teatro Franco Parenti di Milano, il 12 marzo, la premier ha scelto la strada del terrore: votare No significa ritrovarsi con «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà» e «figli strappati alle madri». Il capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, aveva già detto l’indicibile: bisogna votare Sì «così ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione». In molti, tra i giornalisti e nell’opposizione, hanno ricordato che l’unico stupratore effettivamente liberato (dal governo) si chiama Osama Almasri, indagato dalla Corte Penale Internazionale e rimpatriato con un volo di Stato.

Si parla soltanto di ciò che accadrà se si perde, da Budapest a Roma, mai di ciò che si vuole costruire. Quando la paura smette di bastare arriva Magyar con i dati sull’inflazione, arriva il No che rimonta. Arriva la domanda a cui né Orbán né Meloni sanno rispondere: dov’era il programma Sepolto, evidentemente, sotto un video di un’esecuzione e una lista di stupratori.

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La tregua a Gaza non cambia il copione

Tammun, Cisgiordania occupata, notte tra il 14 e il 15 marzo. Le forze israeliane aprono il fuoco su un’auto. Ali Khaled Bani Odeh, trentasette anni, la moglie Waad, trentacinque, e due dei quattro figli — Mohammad di cinque anni, Othman di sette — muoiono colpiti alla testa. Rientravano da Nablus coi vestiti per l’Eid al-Fitr.

Il comunicato congiunto dell’esercito e della polizia israeliani parla di un’auto che avrebbe accelerato verso le truppe: «minaccia immediata». Haaretz ricostruisce, citando testimoni di Tammun, che l’unità era entrata nel villaggio su un veicolo con targa palestinese. La Mezzaluna Rossa dichiara che i soccorritori sono stati bloccati; i corpi vengono recuperati solo in seguito. Le immagini mostrano il veicolo crivellato trainato.

Nella stessa giornata a Gaza, l’ospedale Al-Aqsa Martyrs di Nuseirat segnala dodici morti in due raid: quattro civili tra cui una donna incinta di gemelli, il marito e il figlio di dieci anni; e otto agenti incluso il colonnello Iyad Abu Yousef, capo della polizia del governatorato centrale. AP conferma. Israele tace.

«Minaccia» è la parola che classifica ogni vittima e regge l’assenza di conseguenze. Yesh Din documenta che su 2.427 denunce per condotte illecite tra il 2016 e il 2024, i procedimenti penali sono stati avviati in meno dell’uno per cento dei casi. B’Tselem scrive, il 15 marzo, che «non esiste meccanismo efficace per chiamare a rispondere i responsabili». L’OCHA registra diciotto palestinesi uccisi in Cisgiordania dall’inizio del 2026, otto dei quali da coloni israeliani.

Dall’ospedale di Tubas, Khaled Bani Odeh, dodici anni, racconta a Reuters e ad Al Jazeera come si è chiusa quella notte: i soldati lo hanno tirato fuori dall’auto e picchiato. Le parole che gli hanno rivolto: «Abbiamo ucciso dei cani.»

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Votate Sì perché ve lo chiede vostro cugino

Che bella la politica quando smette di fingere. A Genzano di Lucania, in provincia di Potenza, il deputato di Fratelli d’Italia (FdI) Aldo Mattia ha tenuto ai dirigenti meloniani locali una lezione che vale più di mille comizi. Gli argomenti ci sono, ha detto. Ma se non bastassero, «utilizzate anche il solito sistema clientelare: non ci credi, beh fammi questo favore. Perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore».

Il “solito”. Non “un sistema clientelare” come deviazione: il solito. Quello che c’è sempre, quello che funziona quando gli argomenti finiscono. Mattia non ha inventato niente: ha detto ad alta voce quello che in genere si sussurra.

Il fronte del Sì si presenta da mesi come paladino della separazione delle carriere, del cittadino da proteggere dall’arbitrio delle toghe. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio li ripete con la precisione di un manuale. Una riforma di principio, ci dicono da anni.

Poi arriva Mattia da Genzano e spiega come si vince davvero: con i cugini e con i debiti da riscuotere. «Perché dobbiamo vincere questa battaglia», ha aggiunto. La battaglia. Non il dibattito sulle norme: la battaglia. E nelle battaglie tutti i mezzi sono leciti.

C’è una coerenza involontaria, in tutto questo. Un referendum nato per sottrarre la magistratura all’influenza della politica viene promosso con gli strumenti più antichi del clientelismo. Il paradosso sarebbe comico se non riguardasse la Costituzione.

Mattia ha anche chiarito la posta in gioco: una sconfitta «sarebbe una ferita grave» per il governo. Non per i cittadini in attesa di giustizia: per il governo. Ecco la verità, finalmente senza il filtro della retorica riformista.

Quindi: votate Sì perché ve lo chiede vostro cugino. Che è, in fondo, l’argomento più solito di tutti.

Buon lunedì.

 

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Sovranità digitale europea, Trump mette al bando Anthropic e regala un’opportunità all’Ue. Ma…

Il 27 febbraio Donald Trump ha bandito un’intelligenza artificiale. Su Truth Social, con il tono di chi emette una condanna, ha ordinato a «Tutte le agenzie federali del governo americano di cessare immediatamente qualsiasi uso della tecnologia di Anthropic», classificando la società come «estremista di sinistra e woke» e poi, con una mossa senza precedenti per un’azienda americana, come «rischio per la catena di approvvigionamento», la stessa categoria concepita per Huawei.

Quasi 180 dirigenti e investitori della Silicon Valley hanno fatto appello al Congresso per la revoca. Il Pentagono, nel frattempo, ha continuato a usare Claude nei bombardamenti contro l’Iran. La coerenza non era tra le priorità. Da questa vicenda il Mattinale Europeo ha tratto ieri una domanda legittima, firmata da Camille Lamotte: l’Unione europea sarebbe in grado di offrire «asilo politico» a Claude? La risposta, a guardarla con i dati, è più scomoda di quanto il dibattito europeo sull’intelligenza artificiale voglia ammettere.

Il nodo non è normativo

Ricostruiamo i fatti utili. Anthropic aveva ottenuto un contratto da 200 milioni di dollari con il Pentagono per assistere nell’identificazione di obiettivi strategici. Quando il segretario alla Difesa ha chiesto di rendere Claude disponibile senza restrizioni per la sorveglianza di massa e per armi autonome letali, la società ha rifiutato, citando le proprie linee etiche: niente sorveglianza dei cittadini americani, nessun uso letale senza controllo umano. Il bando è arrivato come risposta. Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, che aveva definito Trump un «dittatore», secondo il Financial Times aveva già avviato contatti per ricucire con Washington. Claude, nel frattempo, dominava le classifiche delle app gratuite negli Stati Uniti con un aumento dei download del 297 per cento in un anno. La sanzione aveva avuto un effetto stimolante.

Lamotte cita Mario Mariniello, ricercatore del think tank Bruegel, che definisce uno scenario europeo per Anthropic «lo scenario migliore». E cita Brando Benifei (Pd), co-relatore dell’AI Act al Parlamento europeo, secondo cui «dal punto di vista regolatorio, Anthropic sembra compatibile con l’AI Act». Tutto vero. La compatibilità normativa è però una condizione necessaria, non sufficiente. Il problema è che l’Europa non ha ancora costruito le condizioni sufficienti per nessuno.

Il divario strutturale è documentato: l’Europa possiede il 4 per cento delle infrastrutture informatiche mondiali, contro il 70 per cento degli Stati Uniti. Anthropic dipende da Amazon, Microsoft e Nvidia per cloud e chip. Trasferire data center in un continente che non dispone di hardware comparabile significherebbe restare agganciati alle stesse catene di fornitura americane che Trump potrebbe, in uno scenario di escalation, bloccare con un tratto di penna. La «terza via» europea tra laissez-faire americano e controllo statale cinese non è ancora un’infrastruttura: è una dichiarazione di intenti.

Il cantiere aperto

L’AI Continent Action Plan, pubblicato dalla Commissione europea nell’aprile 2025, promette di fare dell’Unione un «leader mondiale nell’intelligenza artificiale». Lo stesso documento ammette però che solo il 13,5 per cento delle aziende europee aveva adottato l’intelligenza artificiale nel 2024. Non è un ritardo recuperabile con un piano strategico perché l’abisso è strutturale. A febbraio 2026 sono state selezionate 19 AI Factory distribuite nell’Unione, con 9 nuovi supercomputer in fase di approvvigionamento: investimenti che raggiungeranno i 10 miliardi di euro nel periodo 2021-2027. Cifre che suonano grandi finché non si confrontano con i 100 miliardi di dollari che gli Stati Uniti hanno investito nel solo 2025, secondo Goldman Sachs Research.

L’unico attore europeo capace di competere direttamente con i modelli di frontiera americani è Mistral, startup francese fondata nel 2023. Il suo modello Mistral Large 3, con 675 miliardi di parametri, è collocato dai benchmark indipendenti in competizione con GPT-4 e Claude su numerosi compiti. Nel settembre 2025 Asml ha investito 1,3 miliardi di euro nella Serie C della società, portando la valutazione a 11,7 miliardi. Il Ceo Arthur Mensch ha dichiarato a Davos di puntare a superare il miliardo di euro di ricavi entro fine anno. È un segnale, non un sistema. Mistral non ha la scala di Claude, né il riconoscimento di marca, né l’ecosistema di integrazioni che Anthropic ha costruito in anni di contratti enterprise. La differenza tra un campione europeo promettente e un’alternativa davvero competitiva si misura in lustri, non in trimestri.

Italia in ritardo

L’Italia aggrava il quadro. Secondo l’Eib Group Investment Survey 2025 della Banca europea per gli investimenti, l’intelligenza artificiale è usata dal 20 per cento delle imprese italiane, contro il 37 per cento della media europea. Il mercato italiano dell’intelligenza artificiale ha superato 1,2 miliardi di euro nel 2025, con una crescita del 58 per cento sull’anno precedente, secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano; in Germania, lo stesso mercato vale già oltre 5 miliardi. La pubblica amministrazione italiana pesa per il 6 per cento della spesa AI nazionale, contro percentuali ben più alte nei paesi dove il settore pubblico funge da principale catalizzatore. Il risultato è un ecosistema che funziona a tratti, per eccezioni, con punte d’eccellenza ma senza struttura solida. Università eccellenti, laboratori avanzati, startup competitive: il talento c’è, ma la filiera è incompleta, e una catena incompleta non genera valore, disperde energie.

Di fronte a questo scenario, la domanda del Mattinale Europeo rimane aperta nella sua forma più interessante: non se l’Europa possa adottare Claude, ma se stia costruendo le condizioni per non dover mendicare l’intelligenza di qualcun altro. Troppa rigidità regolatoria e Claude finirà tra i servizi che minimizzano il mercato europeo; troppa flessibilità e quella terza via rischia di dissolversi in uno slogan. Il nodo non è l’asilo politico a un’intelligenza artificiale. È che l’Europa non ha ancora deciso se vuole essere un continente che ospita tecnologie altrui o uno che ne produce di proprie. Per ora, come fa spesso, semplicemente discute.

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Telenovela di guerra

Pete Hegseth entra in conferenza stampa e spiega che la nuova Guida Suprema parla per iscritto “perché è spaventato, ferito e senza legittimità”. Intanto missili raggiungono Israele, Dubai, l’Arabia Saudita abbatte cinquanta droni e un aereo cisterna americano cade in Iraq con sei militari a bordo.

Telenovela di guerra

Trump sa quando finirà: “Quando lo sentirò nelle ossa”. Il colpo di scena arriva nella notte: il Tesoro americano autorizza l’acquisto di petrolio russo: 130 milioni di barili, validi fino all’11 aprile. “Misura circoscritta”, dice Bessent. La Russia incassa 150 milioni di dollari al giorno. Zelensky, a Parigi con Macron, calcola: vale 10 miliardi per la guerra in Ucraina. Merz la chiama “sbagliata”, Macron contrario, Londra idem. Trump: “Putin aiuta l’Iran come noi l’Ucraina”. Quindi è un pareggio. Il garante della libertà occidentale finanzia Putin in nome di una guerra aperta senza avvertire nessuno.

E Meloni? “Né concordo né condanno”. Mercoledì ha proposto un tavolo con l’opposizione, poi lo ha trasformato in un attacco. La Repubblica ha riportato che ha saputo dell’attacco mentre era già in corso: Trump non si è degnato di avvisare l’“ottima amica”. Von der Leyen la chiama alleata ma l’Ue è spaccata. Sul caro carburanti nessuna misura, l’Istat segnala oggi tendenza al ribasso dell’economia mondiale. Non è suddita però: non avvisa Trump, non segue l’Europa. Nel mezzo, con una clava e nessuno a cui darla.

L’unico con le idee chiare è Guido Crosetto. Il 7 marzo ha riunito 130 rappresentanti dell’industria della difesa chiedendo di agire “oltre i normali canoni commerciali” e tagliare la burocrazia. I 34 miliardi stanziati per la difesa nel 2026, il 45% in più di dieci anni fa, trovano il loro sbocco naturale. In un Paese con il petrolio a 100 dollari e le elezioni tra dieci giorni, i produttori d’armi almeno i signori della guerra non festeggiano nei bunker. Alla fine della fiera, il favore più grande a Putin lo fa sempre chi giura di combatterlo.

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