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Il riarmo europeo era devastante e pericoloso, adesso i revisori lo dichiarano anche irrealizzabile

Ottocento miliardi, e adesso c’è pure il certificato che non arriveranno da nessuna parte. Insomma, non esistono. Il 3 settembre la Corte dei conti europea ha messo agli atti, nell’analisi 01/2026, che la prontezza alla difesa entro il 2030 promessa da ReArm Europe, ribattezzato Readiness 2030 quando il nome ha cominciato a pesare, resta difficile da conseguire. Basta leggere l’elenco…

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Germania, in Sassonia-Anhalt l’AfD al 43,8% e la Cdu dimezzata. Cosa c’è dietro il successo dell’estrema destra tedesca

In Sassonia-Anhalt il partito più votato è quello che l’intelligence interna del Land, l’ufficio per la tutela della Costituzione, classifica dal 2023 come “accertatamente di estrema destra”. Alternative für Deutschland ha preso il 43,8 per cento nel risultato provvisorio ufficiale diffuso dalla Landeswahlleiterin e l’affluenza è salita al 76,9 per cento dal 60,3 del 2021. Quella classificazione ha funzionato da credenziale.

La Cdu del cancelliere Friedrich Merz scivola al 17,2 per cento, quasi venti punti sotto il 37,1 di cinque anni fa. Il copresidente dell’AfD Tino Chrupalla ha presentato il conto con una frase che il Tagesspiegel ha raccolto nella notte elettorale: «Merz voleva dimezzarci, abbiamo dimezzato la Cdu». Nel 2018, quando si candidò alla guida del partito, Merz aveva promesso esattamente quello. Sull’aritmetica ha ragione l’altro.

Chi ha votato l’estrema destra

Il ritratto della Forschungsgruppe Wahlen, che domenica ha intervistato 18.384 elettori all’uscita dai seggi, smonta la consolazione preferita di chi governa, quella secondo cui a votare così sarebbe il vecchio rancoroso di provincia. Fra gli uomini l’AfD arriva al 49 per cento, fra le donne al 39. Fra chi ha meno di sessant’anni sta al 49 e fra gli over 60 al 36. Il voto nero è quello della popolazione attiva. Sale al 56 per cento fra gli uomini tra i quarantaquattro e i cinquantanove anni, e arriva al 62 fra gli under 35 che hanno titoli di studio bassi. Nella stessa fascia la Cdu prende il 5 per cento. Dietro tutti.

E c’è il numero che dovrebbe togliere il sonno a Berlino, perché sui due argomenti che gli elettori hanno messo in cima, economia e scuola, l’AfD scavalca per la prima volta la Cdu nella competenza attribuita, quindi ha smesso di essere il partito di un tema solo. Il 55 per cento ha detto che a pesare è stata la politica del Land e l’83 per cento che quelli lassù ignorano i problemi della gente comune. Merz sulla scala da meno cinque a più cinque sta a meno 2,7, e il presidente uscente Sven Schulze, in carica da gennaio, ha passato la campagna a prendere le distanze da Berlino.

Cosa c’è scritto nel programma

Il documento approvato in aprile si chiama “programma di governo”, e Correctiv ne ha ricostruito il contenuto: abolizione del diritto d’asilo come diritto fondamentale, una “offensiva di rimigrazione” estesa ai profughi ucraini, scioglimento della centrale regionale per l’educazione civica, limitazione del voto per corrispondenza, fine dell’inclusione scolastica. Il candidato governatore Ulrich Siegmund, trentacinque anni, frequenta l’ambiente di Martin Sellner, l’ideologo della “rimigrazione” il cui schema il Tribunale amministrativo federale ha giudicato lesivo della dignità umana nella parte che riguarda i cittadini tedeschi. Sul resto la geografia mentale è già altrove: nell’elettorato dell’AfD solo il 27 per cento considera la Russia un pericolo per l’Occidente, mentre fra tutti gli altri la quota sta al 69.

Poi restano i seggi, e all’AfD ne toccano 39 su 83 mentre la maggioranza sta a 42. La coalizione uscente è evaporata, con la Fdp al 2,6 per cento fuori dal Landtag, e l’unico governo aritmeticamente possibile contro l’AfD mette insieme Cdu, Spd, Verdi, Linke e Bsw per 44 seggi appena. Domenica sera la segretaria generale della Cdu Franziska Hoppermannha sbarrato la strada all’AfD e, secondo il Tagesspiegel, pure ai colloqui seri con la Linke: il muro, insomma, andrebbe retto proprio da chi si rifiuta di parlare con il mattone che serve a tenerlo su.

Il Bsw di Sahra Wagenknecht entra con 5 deputati e si ritrova l’ago della bilancia, mentre il 48 per cento dei cittadini dice che un governo dell’AfD gli farebbe paura, e la quota sale al 78 fra chi domenica ha votato altro. Fra due settimane si torna alle urne a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove quella stessa credenziale circola già.

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La disfatta di Merz: voleva dimezzare l’AfD, ma l’AfD ha dimezzato lui. E dalle destre italiane arrivano quattro letture diverse

La maggioranza di governo (Meloni) ha prodotto in una notte quattro letture incompatibili dello stesso voto tedesco, e nessuna delle quattro sembra sapere delle altre tre. In Sassonia-Anhalt l’Alternative für Deutschland ha ottenuto il 43,8 per cento e la Cdu del cancelliere Friedrich Merz si è dimezzata al 17,2, dice il dato preliminare ufficiale diffuso stanotte dall’ufficio elettorale del Land. L’affluenza è arrivata al 77,8 per cento, la più alta dalla riunificazione.

Ieri sera ha parlato per primo Matteo Salvini, che su X si è congratulato con “l’amica Alice Weidel” e ha chiuso così: “Paura Terrore? Pericolo? No, si chiama democrazia”. Poche ore dopo il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha diffuso una nota in cui l’AfD è “antitetica” ai valori di Forza Italia e il risultato “una pessima notizia”. Due vicepremier, due comunicati, la stessa serata.

Il capogruppo che sorride del sottopancia

La terza lettura arriva dal partito della premier. A Realpolitik, su Rete 4, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami ha chiamato il voto «una cosa tutto sommato positiva, visto che ha perso la sinistra» e ha aggiunto che gli fa sorridere leggere «neonazisti» nel sottopancia. La parola gli sembra eccessiva per un partito che l’ufficio per la tutela della Costituzione del Land classifica come estremista di destra accertato.

Il quarto è il deputato di FdI Emanuele Loperfido: “La maggioranza dei residenti della Sassonia-Anhalt chiede un cambio di passo”. Giorgia Meloni tace, e con lei tacciono tutti i vertici del suo partito.

Quello che dicono i numeri di Magdeburgo

Intanto circola la lettura più comoda, quella che liquida quel voto come una faccenda di ignoranza. L’exit poll di Infratest dimap per la Ard, ripreso dal Tagesspiegel, dà l’AfD primo partito in ogni gruppo professionale del Land, col 61 per cento fra gli operai dove cinque anni fa si fermava a un terzo, quasi la metà fra gli impiegati e la maggioranza assoluta fra i lavoratori autonomi. Lo stesso exit poll, sempre sul Tagesspiegel, la dà prima in ogni fascia d’età col 42 per cento sotto i venticinque, con 170mila ex astenuti mobilitati e i salari medi più bassi della Germania alle spalle.

Un consenso così largo si costruisce lì dove il lavoro rende meno, dopo tre anni in cui la classe dirigente europea ha spiegato che sacrifici, riarmo e disciplina di bilancio erano l’unica politica disponibile, e ha lasciato la domanda sociale a qualcun altro. Chi archivia quel 43,8 per cento come un problema di scolarizzazione si sta scrivendo un alibi, e lo fa con i numeri contro. Vale per la spiegazione colta che circola in queste ore, Freiheitsschock, il saggio del 2024 dello storico Ilko-Sascha Kowalczuk secondo cui l’Est dopo il 1989 ha subito uno shock da libertà: un libro serio ma col limite che la rivista Sehepunkte gli ha contestato subito, spiega gli elettori e tiene fuori dall’inquadratura chi ha governato la transizione. E vale a Roma, dove la Lega e Fratelli d’Italia amministrano lo stesso malcontento.

La Cdu, che ha perso metà dei voti in cinque anni, è la casa europea di Forza Italia e l’esperimento già fatto della rincorsa: Merz prometteva di arginare l’AfD stringendo sull’immigrazione, e l’AfD è raddoppiata. Salvini si complimenta col vincitore, Tajani manda le condoglianze allo sconfitto, Bignami festeggia la sinistra battuta, Loperfido intravede un cambio di passo, Meloni aspetta. Con 39 seggi su 83 tre voti separano l’ultradestra dal primo governo di un Land, e alla maggioranza italiana una notte intera è servita per scoprire di avere sulla Germania quattro posizioni e nessuna linea. Il governo più stabile d’Europa, dicono loro.

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Genocidio a Gaza, il ricorso che può travolgere la Germania

Quattro giorni di udienze al Palazzo della Pace servono a stabilire se i giudici possano ascoltare la domanda. Ieri ha parlato la Germania, oggi tocca al Nicaragua: alla Corte internazionale di giustizia si discute l’eccezione con cui Berlino ha contestato la giurisdizione il 21 ottobre 2025, e che tiene sospeso il merito.

Nel ricorso del 1 marzo 2024 il Nicaragua sostiene che, con il sostegno politico e militare a Israele e il taglio dei fondi all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, “la Germania sta facilitando la commissione di genocidio e in ogni caso è venuta meno all’obbligo di fare tutto il possibile per prevenirlo”. La Germania è il secondo fornitore di armi a Israele dopo gli Stati Uniti, ricorda l’Associated Press, e nell’aprile 2024 la Corte respinse le misure d’urgenza senza archiviare il caso.

L’altro processo ha già le date: l’ordinanza del 21 maggio 2026 fissa al 22 novembre 2027 la replica del Sudafrica e al 22 maggio 2029 la controreplica di Israele, che a marzo ha eccepito anche lui il difetto di giurisdizione. Il ministero della Sanità di Gaza conta 73.651 morti, 1.344 dalla tregua dell’ottobre 2025, e nello stesso periodo 826 corpi estratti dalle macerie. Domenica a Zeitoun ne hanno sepolti un centinaio. Il conto cresce all’indietro. A Tunisi la Global Sumud Flotilla chiede il rilascio di quattro attivisti, e Wael Naouar sabato era al ventunesimo giorno di digiuno.

La Convenzione del 1948 obbliga gli Stati a prevenire il genocidio prima ancora che a punirlo, e il 16 settembre 2025 la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha scritto che Israele è responsabile “per non aver impedito il genocidio, per aver commesso genocidio e per non aver punito il genocidio”. A L’Aja servono quattro giorni per decidere se quell’obbligo possa essere discusso.

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Magdeburgo è l’anticipo, non chiamatela eccezione

Niente, proprio non ci riescono, è più forte di loro. Anche la speranza che il giorno dopo potesse sedimentare e affinare le analisi sulla vittoria dei nazisti di Afd in Sassonia-Anhalt non ha ha dato frutti.

La classe politica italiana, che dalle nostre parti combacia e si sovrappone con buona parte di quella giornalistica, ha passato le ultime ventiquattro ore a schiaffeggiare gli elettori tedeschi, a sputare paura senza soluzioni e a intimare agli italiani di votare “giusto”. Nessuna messa in discussione delle politiche tedesche, europee e nostrane. Niente di tutto questo.

Abbiamo tutti gli elementi per scrivere che la Germania è semplicemente l’avanguardia elettorale di ciò che si respira dalle nostre parti eppure per i nostri sepolcri imbiancati è solo l’ennesima eccezione.

Nessuno che collega i 530 volontari tedeschi racimolati su 300mila lettere per andare alla guerra. Nessuno che spende qualche minuto per mettere in discussione un sistema economico che gonfia le tasche dei ricchi e rende sempre più ricattabili i poveri. Nessuno che imbocca la strada dell’analisi di un’israelizzazione del mondo (oddio, tra poco arriva il ddl antisemitismo, arrestatemi!) che calpesta quotidianamente il diritto internazionale. Nessuno che mette il dito nelle pieghe di un’Unione europea che assomiglia sempre di più alle politiche meloniane.

Nella giornata di ieri abbiamo letto, visto e ascoltato di tutto. Ci siamo sorbiti le solite manfrine sulle persone migranti e la sicurezza, là dove il centrosinistra per anni ha applicato le stesse misure della destra semplicemente con postura più morale. Abbiamo ascoltato Tajani mentre si diceva spaventato dall’Afd che ha le stesse idee di Salvini, suo collega vicepresidente del Consiglio. Abbiamo sentito Salvini esultare per un fenomeno politico che qui gli ha già scippato l’ex generale baby pensionato Roberto Vannacci.

Dall’altra parte qualcuno ha pensato bene di dare colpa agli elettori troppo rozzi che si impauriscono per niente, mentre gli oligarchi stanno scippando allo Stato il potere di sorveglianza e l’uso della forza in tutte le sue declinazioni. Nessuno con il coraggio di dire che di questo sistema iniquo ci sia ben poco da salvare.

E così, come è già accaduto nella storia, saranno gli inetti ad aprire le porte ai fascisti. Senza accorgersene, ancora tutti presi a farci la morale o a pensare alle primarie.

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Carovita, il governo festeggia e le famiglie pagano il conto: tutti i numeri da cui partirà la prossima Manovra

Cento euro di spesa a luglio 2021, trentuno prodotti, la settimana di una coppia con un figlio: nella simulazione del Sole 24 Ore a luglio 2026 ne servono 129,50. Il paniere è stato rivalutato sui coefficienti Nic, e il risultato è più 29,5 per cento in cinque anni, contro un’inflazione generale del 21. Il caffè segna più 51 e l’olio extravergine più 47, mentre nel 2024 il 31 per cento delle famiglie ha detto di aver ridotto quantità o qualità della spesa, contro il 24,3 del 2021.

Il 4 settembre, banchina 10 del porto di Bari, luminarie e food truck, Fratelli d’Italia ha festeggiato il 1.413esimo giorno del governo guidato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, uno in più del secondo governo Berlusconi. Sul palco davanti al mare lo slogan diceva: “Il governo + stabile, l’Italia + forte”.

L’Osservatorio Federconsumatori ha messo in fila le spese fra settembre e novembre e ha ottenuto 2.959,42 euro a famiglia, più 7,2 per cento sul 2025. Dentro ci sono bollette per 1.280,50 euro e una benzina che passa da 508,50 a 624,45. Sopra quel conto è arrivata la fiammata di agosto: l’Istat, nella stima preliminare del 1° settembre, dà l’indice generale al più 3,3 per cento annuo, il valore più alto da settembre 2023, e a correre sono gli energetici, che in un mese passano da più 11,6 a più 17,0, mentre il carrello resta fermo al più 1,0. Lo sente chi apre la bolletta.

Il decreto che dura cinque giorni

Contro tutto questo il governo ha messo una proroga: il 26 agosto il Consiglio dei ministri ha esteso fino al 5 settembre lo sconto di 17 centesimi al litro sul gasolio, 130 milioni di euro per dieci giorni, e alla scadenza un decreto interministeriale l’ha spostata al 10 settembre. La benzina è rimasta fuori da entrambi i giri, mentre il meccanismo resta quello delle accise mobili della legge 244 del 2007, che restituisce agli automobilisti parte dell’Iva incassata in più proprio perché i prezzi salivano: il conto se l’erano anticipato da soli. Alla pompa il Mimit rileva oggi 2,054 euro al litro per la benzina self e 2,165 per il gasolio, che pur con lo sconto costa più della verde.

La tassa che nessuno ha votato

Poi c’è il prelievo che nessun Parlamento ha votato. Gli scaglioni Irpef non sono indicizzati all’inflazione: quando i prezzi salgono il reddito nominale scivola verso l’aliquota più alta mentre il potere d’acquisto resta dov’era. Tassa occulta, la chiama l’Ocse. Il Sole 24 Ore ha calcolato che l’inflazione ha gonfiato l’Irpef di 21 miliardi in quattro anni, dimezzando l’effetto dei tagli annunciati. E c’è di più: nella relazione tecnica all’assestamento del bilancio 2026, all’esame della Camera, la mancata indicizzazione è trattata come misura discrezionale di aumento delle entrate, utile a creare spazi fiscali. Il drenaggio, insomma, è una voce di copertura.

E i salari hanno smesso di rincorrere, perché il 29 luglio l’Istat ha scritto che dopo dieci trimestri si registra un’inversione di tendenza: fra aprile e giugno le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute del 2,5 per cento e l’inflazione stava al 3. Il Rapporto annuale dell’istituto misura quel potere d’acquisto ancora 8,6 punti sotto gennaio 2019, e l’Employment Outlook dell’Ocse dà i salari reali del primo trimestre 2026 sotto del 6,1 per cento sul 2021. Sette anni di rinnovi, e il buco è ancora aperto.

Da qui parte la manovra, la quinta e ultima piena prima del voto. Nel conto ricostruito dall’Ansa a metà agosto ci sono almeno 5 miliardi chiesti dalla Sanità e 1,2 miliardi per portare dal 43 al 33 per cento l’aliquota sui redditi fra 50 e 60mila euro, un intervento che comincia parecchio sopra il tetto di quei salari. Il 22 settembre l’Istat aggiorna i conti nazionali e il governo aspetta quel numero per sapere quanto può spendere. Il palco era montato sul mare, con le luminarie accese: la scenografia era perfetta, il conto arriva per posta.

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L’AfD prende il 44% e a sinistra si apre un tavolo di riflessione sul disagio degli elettori, mica dei suoi dirigenti

In Sassonia-Anhalt la partecipazione al voto è salita, eccome, e non bisogna essere analisti troppo ferrati per vedere che a incassarla è stata l’AfD, il partito nazista che l’ufficio per la protezione della Costituzione del Land classifica come estremista di destra accertato: 170mila voti sono arrivati da chi cinque anni fa era rimasto sul divano. Le proiezioni della Forschungsgruppe Wahlen…

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Sospendiamo Schengen e intanto perdiamo i ricercatori: su 421 progetti finanziati 50 vincitori sono italiani, ma ospiteremo solo 22 grant

L’Italia produce ricercatori che vincono in Europa e poi li guarda lavorare da un’altra parte. Ieri il Consiglio europeo della ricerca, l’Erc, ha assegnato gli Starting Grant per chi è a inizio carriera, 421 progetti finanziati con 705 milioni di euro e fino a 1,5 milioni a testa, e fra i vincitori si contano 50 italiani, secondi soltanto agli 84 tedeschi. Poi si guarda dove quei progetti andranno a stare, cioè in quale laboratorio quei soldi verranno spesi, e l’Italia scivola sesta, con 22 grant ospitati.

Sopra ci sono Germania, Regno Unito, Francia, Svizzera e Paesi Bassi, e la sola Germania si prende circa un quinto dei progetti. Il bando è stato il più affollato di sempre, 4.807 domande, e ne è passato l’8,8 per cento. Ventuno vincitori che oggi lavorano fra Stati Uniti e Canada hanno scelto di spostare la ricerca in Europa, primo effetto visibile di Choose Europe, il programma che l’Unione ha aperto nel 2025 perché chi scappa dalla stretta americana sui fondi trovasse dove atterrare. Il continente attrae. Qui da noi si forma e si saluta.

Sospendiamo Schengen ma perdiamo ricercatori

Le ragioni stanno nei conti. L’Istat misura l’intensità italiana di ricerca e sviluppo all’1,37 per cento del Pil, in calo rispetto all’1,41 del 2021, mentre Eurostat dà l’Unione al 2,2 per cento e la Germania al 3,1. L’Anvur, Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, nel rapporto del 2026 conta intorno al 6 per cento di studenti stranieri sugli iscritti, quando Francia, Germania e Regno Unito viaggiano fra il 10 e il 20 per cento. Il sesto posto è un risultato contabile, e i conti li ha scritti chi governa.

A Roma si abbassava l’offerta. Con il decreto legislativo 209 del 2023 si è riscritto il regime degli impatriati, e per chi trasferisce la residenza dal 1° gennaio 2024 il reddito esentato scende dal 70 per cento al 50, mentre il 90 riservato a chi sceglieva il Mezzogiorno è sparito. Si è ridotto l’incentivo al rientro esattamente mentre l’Europa alzava il suo, e insomma la promessa di riportare a casa i cervelli nasceva già scaduta.

Il confine sbagliato

Il governo, da parte sua, l’estate l’ha passata a un altro tavolo. Dal 1° agosto l’Italia ha sospeso Schengen con la Spagna dopo la crisi migratoria di Ceuta, controlli in aeroporti e porti, e il 31 agosto ha prorogato di quindici giorni, fino al 6 settembre. Davanti al Comitato Schengen, il 13 agosto, l’Italia ha messo a verbale il bilancio dei primi tredici giorni, tre arresti e ventuno respingimenti, e ha ricordato che nel 2026 gli sbarchi sono calati del 55 per cento, circa 17mila persone. Si sospende la libera circolazione europea proprio nell’anno in cui il fenomeno che dovrebbe giustificarla si è più che dimezzato.

I numeri veri stanno altrove e in prima pagina non arrivano. Fra il 2019 e il 2024, elaborando dati Istat, l’ufficio studi della Cgia di Mestre conta poco più di 78mila laureati italiani fra i 25 e i 34 anni trasferiti all’estero e quasi 88mila coetanei stranieri, laureati anche loro, che nello stesso periodo hanno preso la residenza qui, con un saldo positivo di 9.593 unità. A tenerlo in piedi sono proprio quelli che il dibattito pubblico archivia come questione di ordine pubblico.

E lo stesso governo che sospende la libera circolazione ha firmato un decreto flussi da 497.550 ingressi fra il 2026 e il 2028, con quote costruite sui fabbisogni espressi dalle parti sociali. Sa che il paese ha bisogno di gente che arrivi. Solo che di quei posti 267mila riguardano il lavoro stagionale in agricoltura e nel turismo: la manodopera si convoca, il talento lo si lascia partire. Chi sceglie, sceglie Berlino. Il tema dell’immigrazione, quello che conta, è che l’Italia funziona da corridoio e si racconta come una meta, e ventidue ricercatori su quattrocentoventuno l’hanno già messo in cifre.

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L’Italia produce ricercatori che vincono in Europa e poi li guarda lavorare da un’altra parte. Ieri il Consiglio europeo della ricerca, l’Erc, ha assegnato gli Starting Grant per chi è a inizio carriera, 421 progetti finanziati con 705 milioni di euro e fino a 1,5 milioni a testa, e fra i vincitori si contano 50 italiani, secondi soltanto agli 84 tedeschi. Poi si guarda dove quei progetti andranno a stare, cioè in quale laboratorio quei soldi verranno spesi, e l’Italia scivola sesta, con 22 grant ospitati.

Sopra ci sono Germania, Regno Unito, Francia, Svizzera e Paesi Bassi, e la sola Germania si prende circa un quinto dei progetti. Il bando è stato il più affollato di sempre, 4.807 domande, e ne è passato l’8,8 per cento. Ventuno vincitori che oggi lavorano fra Stati Uniti e Canada hanno scelto di spostare la ricerca in Europa, primo effetto visibile di Choose Europe, il programma che l’Unione ha aperto nel 2025 perché chi scappa dalla stretta americana sui fondi trovasse dove atterrare. Il continente attrae. Qui da noi si forma e si saluta.

Sospendiamo Schengen ma perdiamo ricercatori

Le ragioni stanno nei conti. L’Istat misura l’intensità italiana di ricerca e sviluppo all’1,37 per cento del Pil, in calo rispetto all’1,41 del 2021, mentre Eurostat dà l’Unione al 2,2 per cento e la Germania al 3,1. L’Anvur, Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, nel rapporto del 2026 conta intorno al 6 per cento di studenti stranieri sugli iscritti, quando Francia, Germania e Regno Unito viaggiano fra il 10 e il 20 per cento. Il sesto posto è un risultato contabile, e i conti li ha scritti chi governa.

A Roma si abbassava l’offerta. Con il decreto legislativo 209 del 2023 si è riscritto il regime degli impatriati, e per chi trasferisce la residenza dal 1° gennaio 2024 il reddito esentato scende dal 70 per cento al 50, mentre il 90 riservato a chi sceglieva il Mezzogiorno è sparito. Si è ridotto l’incentivo al rientro esattamente mentre l’Europa alzava il suo, e insomma la promessa di riportare a casa i cervelli nasceva già scaduta.

Il confine sbagliato

Il governo, da parte sua, l’estate l’ha passata a un altro tavolo. Dal 1° agosto l’Italia ha sospeso Schengen con la Spagna dopo la crisi migratoria di Ceuta, controlli in aeroporti e porti, e il 31 agosto ha prorogato di quindici giorni, fino al 6 settembre. Davanti al Comitato Schengen, il 13 agosto, l’Italia ha messo a verbale il bilancio dei primi tredici giorni, tre arresti e ventuno respingimenti, e ha ricordato che nel 2026 gli sbarchi sono calati del 55 per cento, circa 17mila persone. Si sospende la libera circolazione europea proprio nell’anno in cui il fenomeno che dovrebbe giustificarla si è più che dimezzato.

I numeri veri stanno altrove e in prima pagina non arrivano. Fra il 2019 e il 2024, elaborando dati Istat, l’ufficio studi della Cgia di Mestre conta poco più di 78mila laureati italiani fra i 25 e i 34 anni trasferiti all’estero e quasi 88mila coetanei stranieri, laureati anche loro, che nello stesso periodo hanno preso la residenza qui, con un saldo positivo di 9.593 unità. A tenerlo in piedi sono proprio quelli che il dibattito pubblico archivia come questione di ordine pubblico.

E lo stesso governo che sospende la libera circolazione ha firmato un decreto flussi da 497.550 ingressi fra il 2026 e il 2028, con quote costruite sui fabbisogni espressi dalle parti sociali. Sa che il paese ha bisogno di gente che arrivi. Solo che di quei posti 267mila riguardano il lavoro stagionale in agricoltura e nel turismo: la manodopera si convoca, il talento lo si lascia partire. Chi sceglie, sceglie Berlino. Il tema dell’immigrazione, quello che conta, è che l’Italia funziona da corridoio e si racconta come una meta, e ventidue ricercatori su quattrocentoventuno l’hanno già messo in cifre.

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Abbandono scolastico, il record che si ferma a Catania: il 26,5 per cento dei giovani tra i 18 e i 24 anni non va oltre la licenza media

Sono il 68,6 per cento i giovani con cittadinanza non italiana che a Catania si sono fermati alla licenza media fra i 18 e i 24 anni, e contando tutti si sale al 26,5 per cento, il più alto dei quattordici capoluoghi metropolitani nei dati Istat per la Commissione periferie ripresi da Openpolis. Cifre del 2021, e servono a leggere quelle nuove, perché nel 2025l’abbandono scolastico italiano è sceso all’8,2 per cento, sotto il 9 che l’Unione europea aveva fissato per il 2030, e il governo ha intestato il risultato alle sue politiche scolastiche. Il record c’è. Poi si guarda dentro la media e si vede benissimo chi è rimasto fuori.

La media intanto capovolge la geografia europea, perché nell’elaborazione di Openpolis su dati Eurostat l’uscita precoce nelle città dell’Unione scende all’8 per cento e sale al 9,6 nelle aree rurali, mentre qui da noi vale il 9,5 in città contro il 7,3 delle aree intermedie. Il monitoraggio della Commissione europea, con i dati 2024, dava il Mezzogiorno all’11,3 per cento e le isole al 15.

Abbandono scolastico, quello che la media non dice

Sul dato nazionale pesa poi la cittadinanza, visto che fra gli studenti stranieri l’abbandono nel 2025 vale il 26,2 per centoe che nelle città metropolitane arriva al 60 per cento a Bari nei numeri di Openpolis. La risposta politica sta scritta nel codice penale, perché il decreto Caivano ha introdotto con la legge 159 del 2023 l’articolo 570-ter, che punisce con la reclusione fino a due anni chi non iscrive il figlio a scuola e fino a un anno chi ne tollera le assenze oltre i quindici giorni. E si sospende l’Assegno di inclusione. Lo Stato ha studiato il problema e ha deciso di togliere il sussidio a chi lo subisce.

Nel frattempo la rete si accorcia, perché il dimensionamento fissa un coefficiente di 938 alunni per istituzione autonoma e a gennaio 2026 la Sardegna commissariata ha perso altre nove autonomie dopo le 38 dei tre anni precedenti. Succede proprio lì dove l’abbandono, nelle isole, resta al 15 per cento. Anche i soldi che quel record lo hanno prodotto sono finiti, perché l’investimento 1.4 del Pnrr, un miliardo e mezzo e il tutoraggio di 820mila ragazzi, si è chiuso il 31 agosto, una settimana prima della campanella.

Tre cose che l’Europa ha già provato

I Paesi Bassi nel 2024 stavano al 7 per cento e ci sono arrivati contando. Dal 1994 il paese è diviso in 39 regioni Rmc, i punti regionali di segnalazione e coordinamento che tengono il registro di ogni ragazzo fino a 23 anni uscito dal sistema e hanno il compito di riportarlo dentro, mentre ogni studente ha un numero identificativo che permette a scuola, comune e servizi sociali di leggere lo stesso elenco di nomi. In Italia l’obbligo di istruzione si ferma a 16 anni e l’anagrafe serve a certificare, non a inseguire.

La Finlandia ha alzato l’asticella e ha pagato il conto, perché dal 1° agosto 2021 l’obbligo arriva a 18 anni e la secondaria superiore è gratuita, con libri, materiali e trasporto oltre i sette chilometri compresi. Il Portogallo ha scelto le persone e nei Teip, i territori educativi di intervento prioritario, tiene psicologi, assistenti sociali e mediatori nelle scuole dei quartieri più fragili, e fra il 2015 e il 2025 ha abbattuto l’abbandono di 7,4 punti, secondo Eurostat.

Un’anagrafe che chiama per nome, un obbligo più lungo pagato dallo Stato e adulti stabili nelle scuole difficili costano personale e bilancio ordinario. L’Italia intanto destina all’istruzione l’8 per cento della spesa pubblica, ultima in Europa contro il 14,3 della Svezia, come ha riportato Eunews dalla relazione della Commissione europea. Qui si è preferito il codice penale per i genitori e la calcolatrice per le autonomie. Il resto lo ha pagato Bruxelles. Lunedì riapre Bolzano e il 15 settembre tocca a Catania, dove la campanella suonerà uguale anche nei quartieri in cui più di un ragazzo su quattro ha smesso di sentirla.

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