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Fondo alimentare dimezzato, 200mila senza aiuti in Cisgiordania

Duecentomila persone in Cisgiordania hanno smesso questo mese di ricevere gli aiuti alimentari del Programma alimentare mondiale, che il 1 settembre ha comunicato di dimezzare la platea da 400.000 a 200.000 beneficiari per mancanza di fondi, e la ragione stavolta sta scritta in un bilancio invece che in un ordine militare. Esattamente la metà.

Nel territorio che le Nazioni Unite chiamano occupato i residenti in insicurezza alimentare sono 900.000 e il fabbisogno è più che raddoppiato dal 2023. Shaun Hughes, direttore del WFP per la Palestina, ha detto ai giornalisti a Ginevra che da quel giorno duecentomila perdono l’accesso agli aiuti salvavita, e che il reddito è calato nel 76 per cento delle famiglie della Cisgiordania. A Gaza il contante distribuito era già stato ridotto del 40 per cento a luglio per 375.000 beneficiari. Due terzi della Striscia resta a livelli di fame critici o d’emergenza. Servono 386 milioni di dollari in sei mesi per sfamare 2 milioni di persone, e senza quei soldi, avverte il WFP, entro fine anno fino al 90 per cento affronterà livelli elevati di insicurezza alimentare acuta.

Lo stesso 1 settembre, da Wicklow, la nota della Farnesina annuncia che alla ministeriale europea Antonio Tajani confermerà “l’impegno italiano per la soluzione a due Stati e l’assistenza alla popolazione di Gaza”. Food for Gaza nasce alla Farnesina l’11 marzo 2024. Nelle stesse ore, riferisce Nove Colonne, la Freedom Flotilla riparte di porto in porto verso Gaza, con arrivo previsto a ottobre. Hughes ci ha messo pure la diagnosi: mentre le crisi si moltiplicano e gli interessi di bilancio interni prendono il sopravvento, il rischio concreto è che l’attenzione del mondo si sposti dalla Palestina, e intanto alla metà rimasta fuori dagli elenchi viene detto di arrangiarsi.

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La guerra gode di ottima salute

L’Italia è ultima nel G7 per i soldi che mette nella salute dei suoi cittadini ma è velocissima e in prima fila quando c’è da firmare per le armi. Il conto lo ha rifatto ieri la Fondazione Gimbe: nel 2025 la spesa sanitaria pubblica è scesa al 6,2% del Pil contro il 7,1% della media europea, che in dollari a parità di potere d’acquisto fa 3.952 a testa, 1.013 in meno di un cittadino europeo qualunque. Moltiplicati per i quasi 59 milioni di residenti, i conti di Gimbe arrivano a una voragine da 36,1 miliardi. Nel 2024 hanno rinunciato a visite ed esami in 5,8 milioni di persone. Quasi uno su dieci.

Però se il capitolo è un altro, i soldi si trovano. A luglio, al vertice Nato di Ankara, il governo ha messo in conto 19 miliardi aggiuntivi per la difesa fra il 2027 e il 2028, prima tappa della corsa verso il 5% del Pil promesso entro il 2035. Un generale dei Marines, Smedley Butler, nel 1935 aveva già scritto che “la guerra è un racket”, e la definizione ha retto. Incapacità, visione corta, servilismo verso poteri e interessi, pure per tornaconto personale: è il ritratto della classe dirigente europea che ci sta accompagnando in queste ore dentro l’escalation con la Russia. Un passo alla volta, come se fosse ordinaria amministrazione.

Sullo sfondo c’è anche un nuovo personaggio in commedia. Il 28 agosto Crosetto ha nominato advisor per l’innovazione Mykhailo Fedorov, l’ex ministro della Difesa ucraino che a luglio Zelensky aveva silurato: Mosca ha liquidato la nomina come ridicola e da Kiev è arrivato lo stesso fastidio. Quattro giorni dopo il neo consulente della nostra Difesa era a Washington ad annunciare la sua nuova azienda di tecnologie militari con Alex Karp, capo di Palantir e primo investitore quando si tratta di capitalizzare la guerra.

Ci continuano a ripetere che accostare la spesa sanitaria e quella militare è moralmente scorretto. A me pare invece che combacino nella stessa idea di mondo: la salute è un costo che si comprime, la guerra un mercato che si serve. «Si ragiona pensando solo a Roma», ha risposto Crosetto a Mosca. E infatti a Roma, intanto, come nelle altre città d’Italia, si ragiona su quale esame rimandare a gennaio.

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Abbandono scolastico in calo, all’8,2% nel 2025. Ma le città restano indietro e tra gli stranieri la dispersione cresce

Nel primo municipio di Catania, quello che dal porto risale verso San Cristoforo, quasi quattro giovani su dieci fra i 18 e i 24 anni hanno lasciato la scuola prima del diploma: il 39,5 per cento contro il 14,1 della terza circoscrizione, che sta nella stessa città e si raggiunge in venti minuti di autobus. Il conto è dell’osservatorio di Openpolis e Con i Bambini sui dati Istat raccolti per la commissione periferie, e va letto accanto ai comunicati di questi mesi.

Perché quella fotografia dice una cosa esatta. Nel 2025 l’abbandono scolastico precoce in Italia è sceso all’8,2 per cento, sotto il traguardo europeo del 9 fissato per il 2030 e sotto la media dell’Unione ferma al 9,1, e il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha parlato di mezzo milione di ragazzi tolti alla strada, al lavoro nero e alla criminalità organizzata. La cifra regge. Ma c’è un ma.

Le città che restano sopra la soglia

Nel resto d’Europa l’abbandono è un fatto rurale: nelle campagne arriva al 9,6 per cento e nei centri a urbanizzazione intermedia supera il 10, mentre nelle città scende all’8. Qui da noi funziona esattamente all’opposto ed è nelle città, lì dove le scuole sono più vicine e più numerose, che il paese resta sopra il traguardo di Bruxelles: 9,5 per cento contro il 7,3 delle aree intermedie. I dati comune per comune sono fermi al censimento del 2021 e dicono che a Catania l’abbandono tocca il 26,5 per cento, mentre Palermo si ferma al 19,8 e Napoli al 17,6.

Fra i giovani con cittadinanza non italiana la faccenda cambia di grado, perché a Catania ha lasciato la scuola il 68,6 per cento e a Bari il 60, e perfino a Roma e a Milano, che chiudono la classifica in coda, si supera comunque un terzo. Sul piano nazionale il divario è quello fra il 26,2 per cento degli studenti stranieri e il 6,7 degli italiani. A Catania il 36,5 per cento di chi lascia ha genitori senza diploma: l’ascensore sociale, da queste parti, è fermo al piano di partenza.

Il record che si regge sull’inglese

Il conteggio degli abbandoni misura chi esce dall’aula e ignora chi ci resta senza imparare. Il Rapporto annuale 2026 dell’Istat mette in fila però anche i due numeri più critici: il 36 per cento degli studenti all’ultimo anno di superiore ha competenze inadeguate in italiano e matematica, contro il 33 dell’anno prima, e frequentare un istituto professionale moltiplica per sedici il rischio di dispersione rispetto al liceo. Il governo, da parte sua, ha autorizzato 532 nuovi percorsi quadriennali della filiera tecnologico-professionale, che arriva così a oltre 700 istituti. Rafforza proprio il canale dove il rischio corre più alto, e lo chiama merito.

Il Rapporto Invalsi 2026 ha poi fatto scendere la dispersione implicita, cioè i diplomati senza competenze di base, dall’8,7 al 6,3 per cento, un salto notevole che però è trainato quasi per intero dall’inglese, mentre italiano e matematica stanno dove stavano due anni fa. E alla primaria si arretra: in quinta elementare raggiunge la sufficienza in matematica il 63 per cento dei bambini contro il 72 del 2019.

Restano i soldi, che è la parte in cui le percentuali smettono di essere retorica. Il piano contro la dispersione vale 1,5 miliardi e sono soldi del Pnrr, con la rendicontazione finale fissata al 15 ottobre 2026 e nulla di strutturale annunciato al loro posto, mentre il comma 828 della legge di bilancio ha già tagliato 5.660 posti dell’organico dell’autonomia dal 2025/2026 e altri 2.174 collaboratori scolastici dalle superiori da quest’anno. In quel municipio di Catania la campanella suonerà lo stesso, come ogni settembre. Suonerà per chi è rimasto.

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Dalla solitudine al suicidio, la media cala ma l’allarme resta. Mentre lo Stato conta con tre anni di ritardo

Biglietti scritti dai genitori, una pistola legalmente detenuta, tre corpi in una camera da letto: è quello che i carabinieri hanno trovato il 31 agosto 2026 in un appartamento di Pietralata, a Roma, dove vivevano un uomo di 42 anni, sua moglie di 41 e la bambina di 5 con una disabilità grave. La procura lavora sull’ipotesi dell’omicidio-suicidio. Il giorno prima un ragazzo di 16 anni aveva aggredito la madre di 50 e poi aveva chiamato il 112 per dirlo.

Massimiliano Umberti (Pd), presidente del IV Municipio, ha spiegato che la famiglia era seguita dai servizi sociali, che la bambina frequentava un nido comunale e che la madre aveva lasciato il lavoro per starle dietro, e poi ha aggiunto la frase che conta: “nonostante fossero seguiti anche economicamente, non è bastato”.

Su Avvenire, Roberta d’Angelo l’ha scritto meglio di tutti: “la solitudine dell’estate è una bomba che deflagra in sordina”, perché in quelle chat le famiglie si scambiano i pensieri di morte come gli orari dei centri estivi. Secondo la ricostruzione del Messaggero, il sedicenne era stato portato al Bambino Gesù la sera del 29 agosto, dopo una chiamata al 112 rivelatasi falsa ed era tornato a casa il giorno dopo con le dimissioni firmate dalla madre, e la procura per i minorenni valuta di acquisire quella cartella clinica.

Dalla solitudine al suicidio, una bomba che deflagra in sordina

Chi ascolta di mestiere lo dice con i numeri. Dal 1° settembre 2026 il numero di Telefono Amico Italia, 02 2327 2327, risponde ventiquattro ore su ventiquattro, mentre prima si fermava a mezzanotte e chi cercava una voce alle tre del mattino trovava il vuoto, e a tenerlo aperto sono ottocento volontari e la raccolta fondi “Una luce nella notte”. Nei primi sei mesi del 2026 hanno chiesto sostegno per pensieri suicidari, propri o di un caro, oltre 4.200 persone, il 24 per cento in più dello stesso periodo del 2025, che si era chiuso a oltre 7.500 contatti, quando prima della pandemia erano circa mille l’anno. Il 53 per cento arriva da under 35. La presidente Cristina Rigon ripete da anni la stessa cosa: «servono azioni strutturate e coordinate».

Un Paese che si conta con tre anni di ritardo

Poi c’è il rovescio istituzionale, e si vede meno. Il dato ufficiale più recente sulle cause di morte l’ha pubblicato l’Istat l’11 maggio 2026 e riguarda il 2023, cioè tre anni fa, e registra un calo dei tassi di suicidio rispetto al 2022 con una precisazione che pesa più della media, perché fra gli under 50 i livelli restano quelli del picco del 2021. Il Servizio Studi della Camera nel dossier del 4 giugno 2025 lavorava ancora sui 3.934 suicidi del 2022. Chi programma la prevenzione guida quindi guardando lo specchietto retrovisore.

Una legge per rimediare esiste, sulla carta, perché la proposta C. 1791, prima firmataria Augusta Montaruli (FdI), istituisce presso il Ministero della salute un Osservatorio nazionale sugli atti di suicidio che dovrebbe elaborare ogni anno, con l’Istat, i numeri dei suicidi e dei tentativi. Presentata il 20 marzo 2024 e assegnata alla XII Commissione Affari sociali il 10 settembre 2024, è arrivata all’adozione del testo base il 3 dicembre 2025 dove è ancora ferma. Il Piano di azioni nazionale per la salute mentale 2025-2030, primo dopo dodici anni, ha portato in manovra 80 milioniper il 2026 e 30 milioni l’anno dal 2029, mentre il Piano nazionale della prevenzione 2026-2031 infila la prevenzione del suicidio nel capitolo sulle malattie croniche.

Il cardinale Baldassare Reina, vicario del Papa per Roma, ha chiesto quanta sofferenza attraversi in silenzio le case della città, e la domanda vale per chi le amministra. Il 10 settembre, per la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, le istituzioni illumineranno di blu la Mole Antonelliana e il Palazzo della Loggia, e va bene, perché serve anche quello. Il turno di notte però lo copre il volontariato, e lo paga chi dona.

Se stai attraversando un momento difficile o convivi con pensieri di suicidio, parlarne aiuta. Telefono Amico Italia risponde 24 ore su 24 al numero 02 2327 2327 e su WhatsApp al 324 011 7252. Per bambini e adolescenti, la linea 19696 di Telefono Azzurro è attiva 24 ore su 24, e il 114 Emergenza Infanzia risponde alle situazioni di pericolo. In emergenza, il numero unico europeo è il 112. Chiedere aiuto è una misura di tutela.

Questo articolo segue le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità e dell’International Association for Suicide Prevention contenute in “Preventing suicide: a resource for media professionals”, aggiornamento del 12 settembre 2023: niente descrizione di metodi, niente ricostruzione delle dinamiche, niente dati identificativi delle vittime, indicazione delle risorse di aiuto disponibili.

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Anche quest’anno la scuola appoggia i piedoni sul terreno dei precari

Mi scuserete se stamattina non spendiamo inchiostro, o bit, dietro a una maggioranza occupata a cercare la scorciatoia per vincere le elezioni anche quando le perde e a tenere insieme tutte le sue isterie. Preferisco pensare al domani di chi conta ogni mattina gli euro di benzina, visto che le medie del Mimit di sabato danno 2,016 euro al litro per la verde e 2,130 per il gasolio e ieri l’Istat ha…

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Stragi mafiose del 1992, il 14 settembre a Caltanissetta un’udienza cruciale: Graviano vuole parlare, ma i giornali (con rare eccezioni) hanno già archiviato

Tredici giorni, e in Italia se ne parla come di una pratica di condominio. Il 14 settembre il gip di Caltanissetta, Santi Bologna, torna sulla richiesta di archiviazione firmata dal procuratore Salvatore De Luca nell’indagine sui mandanti esterni delle stragi del 1992, quella che vede indagato per concorso l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, e nella stessa udienza si discute la richiesta del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano di essere sentito. Nello stesso fascicolo era indagato anche Silvio Berlusconi, archiviato dopo la morte nel giugno 2023.

Il procedimento nasce da un’intervista. Nel maggio 1992 Paolo Borsellino parla a una televisione francese dei rapporti fra Vittorio Mangano e Dell’Utri, e l’ipotesi, riaperta nel 2022 su un fascicolo già archiviato, è che quell’intervista abbia accelerato la strage di via D’Amelio, cinquantasette giorni dopo Capaci. A gennaio la procura ha chiesto di archiviare per infondatezza della notizia di reato, perché manca la prova che l’intervista fosse nota a Cosa nostra prima della strage o allo stesso Dell’Utri, e perché i termini delle indagini sono scaduti. All’udienza del 15 giugno l’avvocato Fabio Repici, che assiste Salvatore Borsellino, si è opposto da solo, indicando fra le piste mai battute proprio i rapporti fra Dell’Utri e Graviano. Il gip si è riservato. Da lì è partito tutto.

La lettera che ha spostato la data

Il 12 agosto l’avvocato Antonio Sanvito ha scritto al giudice che il suo assistito aveva saputo dai telegiornali dell’udienza di giugno e delle piste rimaste aperte, e che è pronto a ripetere quanto già messo a verbale davanti alla Corte d’assise di Reggio Calabria nel 2020, aggiungendo “aspetti che in quella sede non sono stati approfonditi”. L’avvocato mette le mani avanti: nessun “messaggio occulto, criptato o subliminale”. Graviano sconta l’ergastolo e non ha mai collaborato con la giustizia: la sua parola pesa quello che pesa.

Repici ha chiesto una nuova udienza ex articolo 409 del codice di procedura penale e un incidente probatorio per esaminare Graviano sulla strage di via D’Amelio, sui rapporti con Berlusconi e Dell’Utri e sulle intercettazioni delle sue conversazioni con Umberto Adinolfi. E sul Fatto Quotidiano, Marco Lillo racconta l’ultima mossa: Sanvito ha scritto al direttore del Foglio, Claudio Cerasa, replicando a un articolo di Ermes Antonucci del 28 agosto sulla “strategia di Graviano”, e chiede se qualcuno abbia paura della verità, sostenendo che il suo assistito pretende soltanto il rispetto di impegni presi con il nonno materno.

Il calendario che agita Forza Italia

Il 29 agosto, sempre sul Fatto, Giacomo Salvini ha scritto che quella lettera ha mandato in fibrillazione Forza Italia, e che il timore dei vertici riguarda il calendario prima ancora del merito: il nome di Berlusconi che torna accanto alle stragi proprio mentre si apre la campagna per le politiche, attese nella primavera 2027. Il partito ci arriva da una stagione di trionfi giudiziari. Nell’ottobre 2025 la Cassazione aveva respinto il ricorso della procura generale di Palermo sulla sorveglianza speciale e sulla confisca dei beni di Dell’Utri, e da lì era partita la celebrazione della fine di trent’anni di “persecuzione”, con il rilancio della separazione delle carriere, bocciata dagli italiani il 22 e 23 marzo con il 53,74 per cento di no.

Se Graviano sia attendibile lo stabiliranno i giudici, e i suoi messaggi sibillini certo consigliano cautela. Solo che la cautela è un’altra cosa dal disinteresse, e fuori dal duello fra il Fatto e il Foglio questa storia è circolata come una notizia d’agenzia fra le altre. Il 14 settembre un giudice deciderà se ascoltare un boss delle stragi sui suoi rapporti con l’uomo che ha fondato un partito di governo. Il resto dei giornali ha già archiviato.

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Tra Israele e Grecia, spunta Achilles Shield

Porta la data di lunedì 31 agosto il comunicato con cui il ministero della Difesa israeliano annuncia la firma di Achilles Shield: tre miliardi di euro, il più grande contratto militare mai concluso con la Grecia e, scrive il ministero, uno dei maggiori di sempre. Ad Atene andranno il David’s Sling e lo Spyder di Rafael, il Barak Mx di Israel Aerospace Industries e i radar di Elta, e nel testo si legge che l’intera architettura poggia su sistemi israeliani e “sull’ampia esperienza operativa maturata dall’apparato di difesa israeliano”, mentre il direttore generale Amir Baram parla di “comprovata efficacia sul campo”.

Quell’esperienza ha un luogo. E ha una data, perché lunedì 31 agosto, nel giorno stesso della firma, due attacchi su Gaza City hanno ucciso cinque persone, due all’ingresso di un palazzo vicino al parco comunale e tre dentro un’auto a Tal al-Hawa, secondo l’ospedale Shifa. L’Idf ha comunicato di aver eliminato Omar Mohammed Roshdy Saraj, mentre il ministero della Salute di Gaza conta 73.456 morti dal 7 ottobre 2023 e l’Associated Press ne contava 1.318 dalla tregua di ottobre già prima di lunedì.

La Grecia è uno Stato dell’Unione europea, che nel 2025 ha assorbito il 36 per cento dell’export militare israeliano, 6,9 miliardi di dollari su 19,2. Il 19 luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha giudicato illegale la presenza israeliana nei Territori palestinesi occupati e ha fissato per ogni Stato l’obbligo di non fornire aiuto o assistenza al mantenimento di quella situazione, e Amnesty International registra che Italia e Germania bloccano perfino la sospensione parziale dell’accordo commerciale fra Unione europea e Israele. Achilles Shield sarà operativo entro trentacinque mesi. L’esperienza che lo garantisce è ancora in corso.

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Invalidità civile, con la semplificazione 89.646 domande in meno: la riforma che fa diminuire i disabili, ma non la disabilità

A Brescia la nuova valutazione dell’invalidità civile è arrivata per prima, il 1° gennaio 2025. E sempre a Brescia si è visto quanto pesa la parola semplificazione, perché i progetti di vita attivati erano una quarantina su una platea di circa 1.500 persone, come ha ricostruito il Fatto Quotidiano, che ha raccolto l’allarme delle associazioni Ledha e Fand. Una riforma dell’accesso si misura contando chi accede. Qui è successo esattamente l’opposto.

Secondo il dossier dello Spi Cgil curato dai segretari nazionali Stefano Cecconi e Lorenzo Mazzoli, nelle nove province della prima fase le istanze di invalidità civile sono calate del 13 per cento, cioè 19.871 domande mai presentate, nelle undici entrate il 30 settembre 2025 la flessione è salita al 17 per cento con 15.335 pratiche perse, e nelle quaranta aggiunte dal 1° marzo 2026 il calo arriva al 30 per cento e a 54.440 domande sparite, per un totale di 89.646 istanze in meno sulle sessanta province che il sindacato ha monitorato. Lo Spi la chiama “una micidiale selezione per le persone più deboli”. Parole grosse, che però reggono.

Quello che il decreto chiama semplificazione

Ma allora cos’è quella che il decreto legislativo 62/2024 chiama semplificazione? La domanda amministrativa sparisce, tutto parte dal certificato medico introduttivo che un medico invia online, e l’Inps diventa titolare unico dell’accertamento. Chi fino a ieri entrava in un patronato e ne usciva con la pratica avviata adesso deve cercarsi un medico che sia iscritto alla piattaforma, farsi compilare un certificato con diagnosi codificata, e poi rientrare da solo sul portale con lo Spid. I patronati sono rimasti fuori dalla partenza, e per anziani e malati cronici significa cavarsela da soli.

Lo stesso dossier indica fra le cause i costi della certificazione medica e la carenza di medici. Il confronto fra territori smonta pure la spiegazione più comoda, quella degli abusi, perché secondo l’Osservatorio previdenza della Cgil le domande previdenziali di invalidità e inabilità sono scese del 13,1 per cento dove la riforma è partita, mentre altrove crescevano dell’1 per cento. Le malattie, evidentemente, hanno imparato a rispettare i confini amministrativi.

Il traguardo europeo è già tagliato

Su quei numeri, come ha riportato l’Osservatorio Malattie Rare, Ilenia Malavasi (Pd) ha depositato alla Camera un’interrogazione ai ministri del Lavoro e per le Disabilità il 4 giugno 2026. Da allora il calendario è andato avanti per conto suo, e qui conta più dei risultati, perché la riforma della disabilità è la Riforma 1.1 della Missione 5 del Pnrr e le sue scadenze europee sono state rispettate tutte, dalla legge delega 227/2021 in poi, con 275 milioni l’anno a regime. Sul tabellone di Bruxelles il traguardo risulta tagliato. Nelle sessanta province lo hanno tagliato quasi novantamila domande che nessuno ha presentato.

La ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli ha riunito l’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità il 4 agosto 2026, ha messo al centro la formazione e ha detto che il welfare attuale ha smesso di cogliere i bisogni in maniera integrata. Un mese prima la Fish, la federazione delle associazioni di persone con disabilità, aveva chiesto allo stesso ministero i decreti correttivi, perché le criticità dei territori rischiano di compromettere l’entrata a regime. Alla richiesta di correttivi, insomma, ha fatto seguito un piano di formazione.

Il 1° gennaio 2027 il sistema arriva ovunque, e da quel giorno chi rinuncia smette di essere un numero della sperimentazione e diventa il funzionamento ordinario. La lettura ufficiale sarà pronta, e perfino elegante: le domande calano perché il sistema è più efficiente. Fra la semplificazione promessa e chi si arrende allo sportello stanno un certificato da pagare e un portale da compilare da soli. La pratica più semplice, ormai, è quella che si lascia perdere.

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Stop a Schengen con la Spagna, i numeri smontano le tesi del governo: solo 31 respingimenti e da Ceuta nessuna emergenza

Trentuno, non uno in più né uno in meno, trentuno. Tanti sono i provvedimenti di respingimento adottati alle frontiere marittime e aeroportuali in un mese di controlli sui viaggiatori che arrivano dalla Spagna, otto dei quali su cittadini marocchini, con sei persone finite in arresto. Nello stesso periodo, dal 1° al 31 agosto, il Viminale ha vagliato quasi 500mila nominativi sulle liste passeggeri e ne ha identificati oltre 180mila all’ingresso in Italia. Un respingimento ogni seimila identificati, e il vicepremier Antonio Tajani, che ha rivendicato quelle cifre in un’intervista al Corriere della Sera, le commenta così: «Non sono pochi».

Sono pochissimi, e soprattutto sono muti. Nessuno di quei trentuno respingimenti risulta collegato a Ceuta, come ha scritto il Giornale di Sicilia ricordando che l’identificazione dei migranti entrati nell’exclave è rimasta parziale, e quelli motivati da terrorismo sono zero. Eppure la proroga di altri 15 giorni della sospensione di Schengen con la Spagna, decisa il 31 agosto, viene difesa con una formula che a leggerla non ci si crede: «Il pericolo jihadista non va sottovalutato».

Il Paese che arresta più jihadisti d’Europa

L’ultimo rapporto Europol sul terrorismo nell’Unione, pubblicato a luglio con i dati del 2025, conta 347 arresti per reati di matrice jihadista in sedici Stati membri. Il primo Paese della classifica è la Spagna, che ne conta 100, seguita dalla Francia con 64, mentre l’Italia si ferma a 26. Gli attentati jihadisti portati a termine sono stati nove, in Germania, Francia, Austria, Irlanda e Spagna, e in Italia nessuno, visto che gli undici attacchi censiti qui da Europol sono tutti di matrice anarchica e di sinistra.

Il ministro degli Esteri sceglie quindi di filtrare chi arriva dal Paese con l’apparato antiterrorismo più attivo d’Europa, dove il pericolo jihadista si misura in arresti invece che in comunicati. E c’è l’altra cifra, quella che a Palazzo Chigi conviene ignorare: dei 398 arrestati per terrorismo di cui si conosce lo status di residenza, 259 erano cittadini dell’Unione, gente che a un controllo documentale passa senza che nessuno alzi un sopracciglio.

Il doppio filtro che esisteva già

Ceuta sta dentro Schengen con un regime speciale, previsto fin dall’adesione della Spagna e ribadito dal Codice frontiere Schengen: i controlli di identità e documenti sono obbligatori in uscita, all’imbarco su navi e aerei diretti nella penisola o in un altro Paese Schengen. Lo ha confermato la Commissione europea rispondendo a un’interrogazione parlamentare del 2022. I controlli italiani sono un terzo passaggio su una filiera che ne prevedeva già due.

Sui numeri della crisi Tajani abbonda: «Sono arrivate quasi 100 mila persone». Il governo spagnolo, secondo la stima riferita dall’Ansa, ha parlato di almeno 50 mila ingressi, e il ministero dell’Interno di Madrid ha contato circa 48.300 rientri volontari in Marocco. Il ministro raddoppia la cifra e trattiene il resto. Come fa con il vanto sul calo dell’immigrazione irregolare, «oltre il 60%», quando il cruscotto del Viminale al 17 agosto conta 17.800 sbarchi contro i 39.116 del 2025, cioè meno 54 per cento, su una rotta che con la Spagna non c’entra niente.

Resta la norma, che è la parte dove il castello crolla. L’articolo 25 del Codice frontiere Schengen ammette il ripristino dei controlli interni soltanto come misura di ultima istanza, in situazioni eccezionali, con una minaccia grave documentata e una proporzionalità dimostrata: il governo ha prodotto trentuno respingimenti e nessun elemento pubblico sulla minaccia specifica, tanto che la Commissione ha aperto una valutazione proprio sulla proporzionalità dei controlli italiani. Tajani giura che la proroga «non è contro qualcuno». Poi definisce «una ritorsione che non trova spiegazione» la scelta di Madrid di fare esattamente la stessa cosa a parti invertite. La sicurezza nazionale, evidentemente, è nazionale davvero.

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La legge elettorale è uno scandalo perfetto: c’è tutto tranne gli scandalizzati

A fine corsa, di fretta, una maggioranza che non è d’accordo su niente tranne che sull’amore per il potere sta cambiando la legge con cui voteremo. La Camera l’ha licenziata il 16 luglio a scrutinio segreto, due giorni dopo essere andata sotto per un voto, e oggi a mezzogiorno al Senato scade il termine per riscriverla: soglia del premio giù al 40 per cento e ballottaggio. Già questo basterebbe.

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