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Meno reati e più paura: le tre domande di Pepino sono la prima primaria del centrosinistra

I numeri non interpretabili: 1.916 omicidi nel 1991, 319 nel 2024, reati giù del 10 per cento nel primo semestre di quest’anno. Sono cifre ufficiali del ministero dell’Interno, e il 15 agosto il ministro Matteo Piantedosi ha sbavato spiegandoci che «l’Italia si conferma come uno dei luoghi più sicuri al mondo». Ma c’è altro, le famiglie che dichiarano di vivere in una zona a rischio erano il 23,3…

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La legge che fa di Einstein e Arendt due antisemiti

Sta scritto sul New York Times del 4 dicembre 1948, con ventotto firme in calce fra cui quelle di Albert Einstein e Hannah Arendt: il partito Herut di Menachem Begin somiglia per organizzazione e metodi ai partiti nazisti e fascisti. Nel 1973 Herut confluisce nel Likud, che è il partito di Benjamin Netanyahu. Riscrivetela adesso, con Netanyahu al posto di Begin, e finisce dritta nell’elenco: fra…

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Detenuti al 41 bis in Sardegna, l’isola protesta ma lo Stato tira dritto

L’insularità è entrata in Costituzione il 7 novembre 2022, con la legge costituzionale numero 2, per rimuovere gli svantaggi di chi vive circondato dal mare. Meno di quattro anni dopo la stessa condizione geografica è l’argomento con cui il ministero della Giustizia ha portato in Sardegna cento detenuti al 41-bis fra il 5 e il 6 settembre, con 207 agenti, dieci voli militari e due droni, e le statali di Cagliari chiuse. La norma che lo consente è la legge 94 del 2009, quarto governo Berlusconi, che prescrive istituti dedicati «preferibilmente in aree insulari».

La nuova sezione di Uta ha 92 posti. L’ha inaugurata a luglio il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il piano del ministero della Giustizia concentra i circa 750 detenuti al 41-bis in sette istituti, tre dei quali sardi, e spinge verso 240 la quota che tocca all’isola. La presidente del Tribunale di sorveglianza di Cagliari lo aveva detto ai consiglieri regionali il 31 luglio 2025: la Sardegna sarebbe diventata la regione italiana con più detenuti al 41-bis, centottanta, nessuno dei quali sardo. La stessa relazione fa il conto: la spesa sanitaria di un detenuto è sostenuta da 680 residenti in Sardegna e da 3.325 in Friuli.

Il conto lo paga l’isola

Gli 88 del primo giro venivano da sei istituti, 41 da Viterbo, dove la sezione di Mammagialla ha chiuso. Il comunicato della Polizia penitenziaria dice a cosa serve: chiudere il 41-bis di Viterbo e di Terni recupera spazi detentivi, e servono, perché Antigone al 30 agosto misura un affollamento nazionale del 142,1 per cento, e lo spazio liberato resta sul continente mentre il carico attraversa il mare. La presidente della Regione Alessandra Todde ha annunciato ricorso al Tar e alla Corte costituzionale, dopo una lettera del 4 agosto rimasta senza risposta, e ha chiesto se il Lazio amministrato da Fratelli d’Italia sia una «regione amica». Terni però sta in Umbria, che il centrosinistra amministra: il colore della giunta spiega meno della distanza dalla terraferma.

La cronologia è più netta. Il 23 luglio 2026 la Corte costituzionale, con la sentenza 144, ha accolto il ricorso del governo e cancellato la sospensione che la Regione aveva imposto alle autorizzazioni per gli impianti rinnovabili nelle aree non idonee. Il 4 giugno il Consiglio dei ministri aveva scavalcato il no della Regione e del ministero della Cultura sul resort Tavolara Bay, autorizzato per la corsia della Zes, la Zona economica speciale, dentro i trecento metri dalla battigia dove il Piano paesaggistico vieta di costruire, revocandola il 2 luglio, dopo il ricorso al Tar della Regione. Dal 15 giugno al 5 luglio, in piena stagione turistica, la Marina militare ha esercitato all’Isola della Maddalena senza informare il Comitato misto paritetico per le servitù militari. Sempre la stessa isola.

Lo stesso metodo, fuori dall’isola

Il 28 maggio 2025 il governo ha impugnato la legge toscana sul fine vita, che era la prima in Italia, e la Consulta con la sentenza 204 del 2025 ne ha salvato l’impianto mentre bocciava le norme sui tempi. Stessa mossa contro la legge sarda 26 del 2025, stesso esito con la sentenza 148 del 24 luglio 2026, e il 16 febbraio 2026 l’esecutivo ha impugnato la legge dell’Emilia-Romagna sulle locazioni brevi. Le leggi sarde che Roma ha impugnato, come ha ricordato a Sardiniapost il presidente del Consiglio regionale Piero Comandini, sono tredici.

Il 2 settembre 2026 il Consiglio regionale del Veneto ha approvato la stessa legge sul fine vita con 32 voti favorevoli e con il voto del presidente della Regione, che è della Lega. È la prima regione di centrodestra a dotarsene e il governo ha sessanta giorni per decidere se impugnare anche quella, e quel calendario dirà se il criterio è giuridico oppure geografico, perché la geografia, in Costituzione, doveva servire a proteggere le isole.

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Puniti senza processo, dal caso Autistici al ddl antisemitismo: la sanzione non passa più dai tribunali

Ricapitolando: autistici.org il 28 agosto 2026 ha smesso di portare da qualche parte. I server erano accesi, e il collettivo ha ricondotto il blocco al sistema dei nomi a dominio e alla Public Interest Registry, il registro che governa i .org, mentre migliaia di caselle di posta sparivano. Due giorni prima il Tesoro degli Stati Uniti, tramite l’ufficio sanzioni OFAC, aveva designato Autistici/Inventati come Specially Designated Global Terrorist, e subito dopo sono arrivati il blocco di PayPal e l’annuncio di Banca Etica che chiudeva il rapporto. Nessun giudice italiano ha mai qualificato quell’associazione come organizzazione terroristica. Il 6 settembre, dopo venticinque anni, il collettivo ha chiuso.

A Londra la stessa grammatica ha un vestito giudiziario. Palestine Action è fuorilegge dal luglio 2025, proscritta in base al Terrorism Act 2000 dopo che due aerei militari erano stati verniciati di rosso a Brize Norton, e dichiarare sostegno costa fino a quattordici anni di carcere. Il 13 febbraio 2026 l’Alta Corte ha stabilito che il bando era sproporzionato, visto che solo tre delle centinaia di azioni del gruppo rientravano nella definizione di terrorismo, poi la Corte d’appello ha ribaltato tutto il 15 giugno. Il 30 luglio la polizia ne ha arrestate altre 77 davanti alla Westminster Magistrates’ Court. Lì dentro oltre 2.000 procedimenti aspettano che arrivi il 26 ottobre.

Il conto lo chiude la banca

Poi c’è chi un giudice non lo vede nemmeno. L’ex deputato George Galloway, leader del Workers Party of Britain, racconta che la Bank of Scotland gli ha chiuso senza preavviso, dopo trentanove anni, i conti dove incassa la pensione e paga il mutuo: come ha scritto lo Scotsman, il suo avvocato Kevin Winters ha mandato al gruppo Lloyds una lettera di diffida. Prima era toccato a The Canary, testata di sinistra che ha sospeso le pubblicazioni col conto congelato. Le banche ripetono che i conti non si chiudono per le idee politiche.

Tre casi, tre Paesi, una sola grammatica: fra l’etichetta e la punizione il giudice è saltato. La sanzione la esegue l’infrastruttura, il registro dei domini e la banca, in poche ore e senza un giudice che dica una parola. Chi la subisce scopre di essere colpevole quando il bancomat smette di funzionare.

La versione italiana

Qui da noi si chiama C. 2830. Palazzo Madama lo ha approvato il 4 marzo 2026 con 105 sì, 24 no e 21 astenuti, dopo che in commissione erano cadute le sanzioni penali e il divieto delle manifestazioni, e mercoledì 9 settembre si vota in commissione Affari costituzionali alla Camera. Un’ora prima, in piazza Montecitorio, oltre cento organizzazioni presidiano contro quella che chiamano norma bavaglio: l’articolo 1 adotta la definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, l’IHRA, e per i promotori sette degli undici esempi allegati confondono la critica a Israele con l’odio antiebraico.

Il pericolo sta nel parametro. Come ha segnalato Amnesty International, quella definizione diventa il riferimento per il monitoraggio online, per la scuola e per la formazione di polizia e magistratura, e misura le condotte anche dove un reato non c’è. Funziona già così: la Fondazione CDEC ha contato 963 episodi di antisemitismo nel 2025 contro i 241 del 2022 applicando proprio l’IHRA, e in quell’elenco, come ha ricostruito L’Indipendente, è finito un murale con la scritta “Palestina libera”.

Il genocidio a Gaza lo ha accertato il 16 settembre 2025 la commissione d’inchiesta dell’ONU guidata da Navi Pillay, e Autistici/Inventati ha chiuso senza una condanna: una definizione serve a stabilire chi va guardato, poi a guardare ci pensano banche e uffici. In Italia il bavaglio arriverà per circolare di formazione, con la firma di un funzionario invece che di un giudice. E sarà pure legittimo.

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Caldo in classe, 20 milioni di euro per 365.973 aule: 57 euro per aula con il click day

Sta tutto nell’avviso 63557, pubblicato venerdì pomeriggio dal Ministero dell’Istruzione e del Merito: sportello aperto lunedì mattina e chiuso venerdì alle quattordici, 20 milioni di euro assegnati in ordine di arrivo. Chi clicca prima raffresca. La divisione che il ministero ha evitato di fare l’ha fatta la Flc Cgil: 437,93 euro per ciascuna delle 45.669 sedi scolastiche, 57 euro per aula sulle 350mila classi, il prezzo di un ventilatore da supermercato.

Il conto vero lo ha fatto Tuttoscuola sulle stime del Tortuga Policy Report di giugno: una pompa di calore reversibile, installazione compresa, costa fra cinquemila e ottomila euro per aula, e a una media di 6.500 euro i venti milioni comprano circa tremila impianti su 365.973 aule statali. Ne resterebbero scoperte oltre trecentomila, e Tuttoscuola calcola in più di due miliardi la spesa per coprirle, senza contare i quadri elettrici, che quel carico non lo reggono. Daniele Parrucci, delegato all’edilizia scolastica della Città metropolitana di Roma, ha stimato in 25 milioni il fabbisogno delle sole superiori di Roma e provincia, cinque milioni più di quanto lo Stato dà all’Italia intera.

Un patrimonio progettato per un altro clima

L’anticipazione di Ecosistema Scuola di Legambiente conta 598 edifici con aule raffrescate su 3.809 censiti in 52 capoluoghi, il 15,7 per cento, e la curatrice del rapporto ha detto al Sole 24 Ore che sono edifici progettati «per un clima che non esiste più». Il XXIII Rapporto di Cittadinanzattiva aggiunge il contorno: 23.218 edifici scolastici, il 59 per cento, restano privi del certificato di agibilità. Su questo si interviene con un click.

Mentre secondo Legambiente l’efficientamento energetico degli ultimi cinque anni ha toccato il 19,4 per cento degli edifici. Un terzo del patrimonio rimesso a nuovo e nove aule su dieci ancora invivibili a settembre sono due affermazioni che convivono male, e una delle due porta l’intestazione del ministero.

Il criterio è la velocità

Lo sportello premia chi arriva prima, e a settembre arriva prima la segreteria che ha personale, non quella che ha caldo. L’avviso è uscito venerdì 4 e lo sportello ha aperto lunedì 7, con un fine settimana in mezzo e gli uffici occupati a montare l’anno scolastico. Poi c’è il particolare grottesco: gli edifici sono di comuni, province e città metropolitane, e sono le scuole a mettersi in fila per un bene che non è loro, mentre nella stessa nota il ministro chiede agli enti locali che “facciano la loro parte”. Prima però tocca ai presidi cliccare.

Resta la parte che nessun comunicato menziona. Per le aule italiane manca una temperatura massima di legge, perché l’allegato IV del decreto legislativo 81 del 2008 chiede che la temperatura dei locali sia adeguata all’organismo umano e si ferma lì. Un preside che manda la classe in un’aula rovente rispetta la norma, perché la norma tace. Il costo però è misurato: nello studio “Heat and Learning” pubblicato nel 2020 sull’American Economic Journal: Economic Policy, Jisung Park e i suoi coautori hanno trovato, su dieci milioni di studenti, che senza aria condizionata un anno scolastico più caldo di un grado Fahrenheit riduce l’apprendimento dell’1 per cento.

Le lezioni ripartono da giovedì e nell’arco di una settimana rientrano in classe 7,5 milioni di studenti. Il ministero ha messo a disposizione un modulo, cinque giorni e un cronometro, e ha chiamato la cosa una promessa mantenuta. Sei pagine e un ordine di arrivo: la scuola italiana entra nel riscaldamento globale in fila allo sportello.

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Tra critiche al governo israeliano e antisemitismo, così il confine diventa sempre più labile

Sette degli undici esempi allegati alla definizione di antisemitismo dell’IHRA, l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, coincidono con le critiche allo Stato di Israele. Lo scrive l’appello di oltre cento organizzazioni che presidia piazza Montecitorio. Dentro, la Commissione Affari costituzionali riprende l’esame del disegno di legge 2830, che fa entrare quella definizione nella legge italiana, approvato dal Senato il 4 marzo con 105 sì e 24 no. Cinque articoli.

Adottano quella definizione di antisemitismo “ivi inclusi i relativi indicatori”. Istituiscono una strategia nazionale e un coordinatore a Palazzo Chigi. Nuovi reati non ne creano. Amnesty International Italia ha scritto a marzo che, in base a quegli indicatori, le attività di monitoraggio già registrano come antisemitismo il suo rapporto sulle violazioni della Convenzione sul genocidio da parte di Israele e quello sulle pratiche di apartheid.

Lunedì la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha avvertito che la rimozione su larga scala delle macerie nelle aree di Gaza sotto controllo israeliano rischia di cancellare le prove di crimini internazionali, “incluso il genocidio”, e che sotto quelle macerie le autorità palestinesi stimano oltre 10.000 persone. Nel gennaio 2024 la Corte internazionale di giustizia aveva ordinato a Israele di conservarle, quelle prove.

Sempre lunedì una barca della Global Sumud Flotilla è attraccata al Lido di Venezia, e la portavoce italiana Maria Elena Delia ha parlato all’Adnkronos di «velo di oscurità» calato sulla Palestina. Al Senato la garanzia che criticare Israele resti lecito è finita in un ordine del giorno, il G1.107 di Ivan Scalfarotto (Italia Viva), un atto di indirizzo che non vincola nessuno, a fare argine alla definizione che entra in legge con i suoi indicatori.

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Il riarmo europeo era devastante e pericoloso, adesso i revisori lo dichiarano anche irrealizzabile

Ottocento miliardi, e adesso c’è pure il certificato che non arriveranno da nessuna parte. Insomma, non esistono. Il 3 settembre la Corte dei conti europea ha messo agli atti, nell’analisi 01/2026, che la prontezza alla difesa entro il 2030 promessa da ReArm Europe, ribattezzato Readiness 2030 quando il nome ha cominciato a pesare, resta difficile da conseguire. Basta leggere l’elenco…

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Germania, in Sassonia-Anhalt l’AfD al 43,8% e la Cdu dimezzata. Cosa c’è dietro il successo dell’estrema destra tedesca

In Sassonia-Anhalt il partito più votato è quello che l’intelligence interna del Land, l’ufficio per la tutela della Costituzione, classifica dal 2023 come “accertatamente di estrema destra”. Alternative für Deutschland ha preso il 43,8 per cento nel risultato provvisorio ufficiale diffuso dalla Landeswahlleiterin e l’affluenza è salita al 76,9 per cento dal 60,3 del 2021. Quella classificazione ha funzionato da credenziale.

La Cdu del cancelliere Friedrich Merz scivola al 17,2 per cento, quasi venti punti sotto il 37,1 di cinque anni fa. Il copresidente dell’AfD Tino Chrupalla ha presentato il conto con una frase che il Tagesspiegel ha raccolto nella notte elettorale: «Merz voleva dimezzarci, abbiamo dimezzato la Cdu». Nel 2018, quando si candidò alla guida del partito, Merz aveva promesso esattamente quello. Sull’aritmetica ha ragione l’altro.

Chi ha votato l’estrema destra

Il ritratto della Forschungsgruppe Wahlen, che domenica ha intervistato 18.384 elettori all’uscita dai seggi, smonta la consolazione preferita di chi governa, quella secondo cui a votare così sarebbe il vecchio rancoroso di provincia. Fra gli uomini l’AfD arriva al 49 per cento, fra le donne al 39. Fra chi ha meno di sessant’anni sta al 49 e fra gli over 60 al 36. Il voto nero è quello della popolazione attiva. Sale al 56 per cento fra gli uomini tra i quarantaquattro e i cinquantanove anni, e arriva al 62 fra gli under 35 che hanno titoli di studio bassi. Nella stessa fascia la Cdu prende il 5 per cento. Dietro tutti.

E c’è il numero che dovrebbe togliere il sonno a Berlino, perché sui due argomenti che gli elettori hanno messo in cima, economia e scuola, l’AfD scavalca per la prima volta la Cdu nella competenza attribuita, quindi ha smesso di essere il partito di un tema solo. Il 55 per cento ha detto che a pesare è stata la politica del Land e l’83 per cento che quelli lassù ignorano i problemi della gente comune. Merz sulla scala da meno cinque a più cinque sta a meno 2,7, e il presidente uscente Sven Schulze, in carica da gennaio, ha passato la campagna a prendere le distanze da Berlino.

Cosa c’è scritto nel programma

Il documento approvato in aprile si chiama “programma di governo”, e Correctiv ne ha ricostruito il contenuto: abolizione del diritto d’asilo come diritto fondamentale, una “offensiva di rimigrazione” estesa ai profughi ucraini, scioglimento della centrale regionale per l’educazione civica, limitazione del voto per corrispondenza, fine dell’inclusione scolastica. Il candidato governatore Ulrich Siegmund, trentacinque anni, frequenta l’ambiente di Martin Sellner, l’ideologo della “rimigrazione” il cui schema il Tribunale amministrativo federale ha giudicato lesivo della dignità umana nella parte che riguarda i cittadini tedeschi. Sul resto la geografia mentale è già altrove: nell’elettorato dell’AfD solo il 27 per cento considera la Russia un pericolo per l’Occidente, mentre fra tutti gli altri la quota sta al 69.

Poi restano i seggi, e all’AfD ne toccano 39 su 83 mentre la maggioranza sta a 42. La coalizione uscente è evaporata, con la Fdp al 2,6 per cento fuori dal Landtag, e l’unico governo aritmeticamente possibile contro l’AfD mette insieme Cdu, Spd, Verdi, Linke e Bsw per 44 seggi appena. Domenica sera la segretaria generale della Cdu Franziska Hoppermannha sbarrato la strada all’AfD e, secondo il Tagesspiegel, pure ai colloqui seri con la Linke: il muro, insomma, andrebbe retto proprio da chi si rifiuta di parlare con il mattone che serve a tenerlo su.

Il Bsw di Sahra Wagenknecht entra con 5 deputati e si ritrova l’ago della bilancia, mentre il 48 per cento dei cittadini dice che un governo dell’AfD gli farebbe paura, e la quota sale al 78 fra chi domenica ha votato altro. Fra due settimane si torna alle urne a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove quella stessa credenziale circola già.

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La disfatta di Merz: voleva dimezzare l’AfD, ma l’AfD ha dimezzato lui. E dalle destre italiane arrivano quattro letture diverse

La maggioranza di governo (Meloni) ha prodotto in una notte quattro letture incompatibili dello stesso voto tedesco, e nessuna delle quattro sembra sapere delle altre tre. In Sassonia-Anhalt l’Alternative für Deutschland ha ottenuto il 43,8 per cento e la Cdu del cancelliere Friedrich Merz si è dimezzata al 17,2, dice il dato preliminare ufficiale diffuso stanotte dall’ufficio elettorale del Land. L’affluenza è arrivata al 77,8 per cento, la più alta dalla riunificazione.

Ieri sera ha parlato per primo Matteo Salvini, che su X si è congratulato con “l’amica Alice Weidel” e ha chiuso così: “Paura Terrore? Pericolo? No, si chiama democrazia”. Poche ore dopo il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha diffuso una nota in cui l’AfD è “antitetica” ai valori di Forza Italia e il risultato “una pessima notizia”. Due vicepremier, due comunicati, la stessa serata.

Il capogruppo che sorride del sottopancia

La terza lettura arriva dal partito della premier. A Realpolitik, su Rete 4, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami ha chiamato il voto «una cosa tutto sommato positiva, visto che ha perso la sinistra» e ha aggiunto che gli fa sorridere leggere «neonazisti» nel sottopancia. La parola gli sembra eccessiva per un partito che l’ufficio per la tutela della Costituzione del Land classifica come estremista di destra accertato.

Il quarto è il deputato di FdI Emanuele Loperfido: “La maggioranza dei residenti della Sassonia-Anhalt chiede un cambio di passo”. Giorgia Meloni tace, e con lei tacciono tutti i vertici del suo partito.

Quello che dicono i numeri di Magdeburgo

Intanto circola la lettura più comoda, quella che liquida quel voto come una faccenda di ignoranza. L’exit poll di Infratest dimap per la Ard, ripreso dal Tagesspiegel, dà l’AfD primo partito in ogni gruppo professionale del Land, col 61 per cento fra gli operai dove cinque anni fa si fermava a un terzo, quasi la metà fra gli impiegati e la maggioranza assoluta fra i lavoratori autonomi. Lo stesso exit poll, sempre sul Tagesspiegel, la dà prima in ogni fascia d’età col 42 per cento sotto i venticinque, con 170mila ex astenuti mobilitati e i salari medi più bassi della Germania alle spalle.

Un consenso così largo si costruisce lì dove il lavoro rende meno, dopo tre anni in cui la classe dirigente europea ha spiegato che sacrifici, riarmo e disciplina di bilancio erano l’unica politica disponibile, e ha lasciato la domanda sociale a qualcun altro. Chi archivia quel 43,8 per cento come un problema di scolarizzazione si sta scrivendo un alibi, e lo fa con i numeri contro. Vale per la spiegazione colta che circola in queste ore, Freiheitsschock, il saggio del 2024 dello storico Ilko-Sascha Kowalczuk secondo cui l’Est dopo il 1989 ha subito uno shock da libertà: un libro serio ma col limite che la rivista Sehepunkte gli ha contestato subito, spiega gli elettori e tiene fuori dall’inquadratura chi ha governato la transizione. E vale a Roma, dove la Lega e Fratelli d’Italia amministrano lo stesso malcontento.

La Cdu, che ha perso metà dei voti in cinque anni, è la casa europea di Forza Italia e l’esperimento già fatto della rincorsa: Merz prometteva di arginare l’AfD stringendo sull’immigrazione, e l’AfD è raddoppiata. Salvini si complimenta col vincitore, Tajani manda le condoglianze allo sconfitto, Bignami festeggia la sinistra battuta, Loperfido intravede un cambio di passo, Meloni aspetta. Con 39 seggi su 83 tre voti separano l’ultradestra dal primo governo di un Land, e alla maggioranza italiana una notte intera è servita per scoprire di avere sulla Germania quattro posizioni e nessuna linea. Il governo più stabile d’Europa, dicono loro.

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Genocidio a Gaza, il ricorso che può travolgere la Germania

Quattro giorni di udienze al Palazzo della Pace servono a stabilire se i giudici possano ascoltare la domanda. Ieri ha parlato la Germania, oggi tocca al Nicaragua: alla Corte internazionale di giustizia si discute l’eccezione con cui Berlino ha contestato la giurisdizione il 21 ottobre 2025, e che tiene sospeso il merito.

Nel ricorso del 1 marzo 2024 il Nicaragua sostiene che, con il sostegno politico e militare a Israele e il taglio dei fondi all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, “la Germania sta facilitando la commissione di genocidio e in ogni caso è venuta meno all’obbligo di fare tutto il possibile per prevenirlo”. La Germania è il secondo fornitore di armi a Israele dopo gli Stati Uniti, ricorda l’Associated Press, e nell’aprile 2024 la Corte respinse le misure d’urgenza senza archiviare il caso.

L’altro processo ha già le date: l’ordinanza del 21 maggio 2026 fissa al 22 novembre 2027 la replica del Sudafrica e al 22 maggio 2029 la controreplica di Israele, che a marzo ha eccepito anche lui il difetto di giurisdizione. Il ministero della Sanità di Gaza conta 73.651 morti, 1.344 dalla tregua dell’ottobre 2025, e nello stesso periodo 826 corpi estratti dalle macerie. Domenica a Zeitoun ne hanno sepolti un centinaio. Il conto cresce all’indietro. A Tunisi la Global Sumud Flotilla chiede il rilascio di quattro attivisti, e Wael Naouar sabato era al ventunesimo giorno di digiuno.

La Convenzione del 1948 obbliga gli Stati a prevenire il genocidio prima ancora che a punirlo, e il 16 settembre 2025 la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha scritto che Israele è responsabile “per non aver impedito il genocidio, per aver commesso genocidio e per non aver punito il genocidio”. A L’Aja servono quattro giorni per decidere se quell’obbligo possa essere discusso.

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