Vai al contenuto

La guerra si allarga, il perimetro di Gaza si stringe

Mentre i titoli scorrono verso Teheran e le mappe si allargano, Gaza viene richiusa dentro il suo perimetro. I valichi serrati, il carburante contato in ore, l’acqua razionata. Israele annuncia una riapertura “graduale” di Kerem Shalom, coordinata con il centro americano per gli aiuti. Graduale significa camion contingentati, liste approvate, attese. Significa trasformare un diritto umanitario in concessione amministrativa.

Le agenzie parlano di generatori quasi fermi negli ospedali, di impianti idrici che funzionano a intermittenza, di panifici che sospendono perché la farina resta bloccata oltre la frontiera. Due litri d’acqua al giorno in alcune aree. Il mercato reagisce prima ancora dei comunicati: i prezzi salgono appena circola la voce di una chiusura. La fame anticipa la politica.

Gerusalemme offre un’altra scena. Al-Aqsa chiusa per giorni consecutivi in pieno Ramadan, accessi limitati per ragioni di sicurezza. Il luogo sacro svuotato diventa messaggio di sovranità. La gestione dell’ordine pubblico coincide con la gestione del conflitto. Le autorità parlano di emergenza, i fedeli trovano cancelli.

In Cisgiordania, intanto, la cronaca resta minuta e costante. Qaryut, due fratelli uccisi, coloni armati, soldati presenti. La violenza si consuma sotto protezione, mentre l’attenzione internazionale guarda altrove.

La guerra regionale assorbe lo sguardo e consente un’amministrazione per sottrazione dentro Gaza. Si chiude, si riapre a metà, si pesa ogni sacco di farina come se fosse favore. La popolazione conta i giorni di scorte e le ore di corrente. La diplomazia discute equilibri strategici, a Rafah si discute di acqua potabile. È una differenza di scala che racconta tutto.

Anche le parole aiutano: “sicurezza”, “gradualità”, “coordinamento”. Rendono accettabile l’idea che una frontiera decida chi mangia oggi e chi domani. Dentro questa normalità forzata ogni giorno diventa procedura, ogni ferito pratica, ogni bambino cifra da aggiornare.

L’articolo La guerra si allarga, il perimetro di Gaza si stringe sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La guerra in Iran apre una crepa a Bruxelles: scontro Kallas-von der Leyen sulla politica estera Ue

Mentre i raid statunitensi e israeliani aprono un nuovo fronte sull’Iran e la risposta iraniana investe basi Usa nel Golfo, a Bruxelles la crepa passa dalle dichiarazioni. Chi parla per l’Europa quando la crisi corre più veloce dei comunicati?La sequenza delle prime ore è diventata un fatto politico e rivela una Unione che reagisce a scatti, con centri diversi che cercano la stessa inquadratura.

La ricostruzione di Politico descrive una partenza in ordine sparso. L’Alto rappresentante Kaja Kallas diffonde per prima una dichiarazione centrata sulla diplomazia e annuncia l’esplorazione di soluzioni negoziali. Poco dopo, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa escono con un testo congiunto che invoca «massima moderazione». Sempre secondo la stessa ricostruzione, nel fine settimana manca un contatto diretto tra Kallas e von der Leyen, mentre proseguono telefonate e scambi con capitali e attori regionali. Lo scarto tra tempi e voci produce una risposta in parallelo, percepibile anche fuori dalla “bolla” di Bruxelles, proprio mentre l’escalation rischia ricadute su rotte, energia, sicurezza interna e protezione dei cittadini europei nell’area.

La guerra in Iran apre la contesa sulle competenze

Il nodo riguarda i confini di potere più che lo stile. La diplomazia “classica” ricade nell’orbita dell’Alto rappresentante e del Servizio europeo per l’azione esterna. La Commissione rivendica però la gestione di ciò che una crisi trascina con sé: «emergenze, aiuti, sostegno ai nostri cittadini, conseguenze per le catene di approvvigionamento, chiusure dello spazio aereo, migrazioni, cyber», elenca un funzionario citato da Politico. La riunione straordinaria dei ministri degli Esteri, riferisce l’articolo, fatica a produrre una linea pienamente condivisa e lascia la regia in una zona ambigua. Da qui la mossa della Commissione: convocare il “Security College”, un meccanismo creato a inizio mandato con funzione soprattutto politica e ora usato come coordinamento pratico.

C’è poi la struttura che sposta il baricentro. Nel secondo mandato von der Leyen ha rafforzato la presa della Commissione sulla regione attraverso la creazione di una Direzione generale per Medio Oriente, Nord Africa e Golfo (Dg Mena), legata al portafoglio della commissaria Dubravka Šuica. Una fonte della Commissione sempre citata da Politico indica Dg Mena come snodo «centrale» sul dossier Iran. Sul piano politico, l’attrito diventa pubblico: Marie-Agnes Strack-Zimmermann parla di «rivalità» e di competenze «sempre bilanciate con difficoltà». Nel Parlamento, Dan Barna chiede che l’Alto rappresentante venga messo in condizione di esercitare il proprio ruolo. E Nacho Sánchez Amor riassume l’effetto esterno: partner e governi spesso faticano a capire a chi rivolgersi davvero a Bruxelles.

Una credibilità che si assottiglia

La frizione istituzionale pesa perché l’Ue arriva a questa crisi già sotto stress, tra guerra in Ucraina e sovrapposizione di emergenze. In questo quadro l’Unione cerca di restare allineata a Washington e al tempo stesso di apparire capace di iniziativa. Qui c’è il cambio di passo comunicativo: von der Leyen si proietta come regista, moltiplica messaggi e contatti, prova a occupare lo spazio della “linea” mentre Kallas lavora sul terreno diplomatico con il Consiglio Affari esteri. La stessa discussione interna viene descritta come ossessionata da protocollo e base giuridica: chi parla, con quale titolo, per conto di quale istituzione.

Ecco l’erosione: la credibilità geopolitica si misura sulla chiarezza della catena decisionale tanto quanto sul contenuto. Un funzionario europeo citato da Politico lo dice in modo secco: la rilevanza europea passa dall’unità. Quando invece le istituzioni procedono affiancate, i partner vedono un soggetto che dispone di strumenti economici e regolatori, ma fatica a trasformarli in una voce riconoscibile nelle crisi ad alta intensità. Il Medio Oriente torna a bruciare, Bruxelles invoca moderazione e diritto internazionale, però la simultaneità delle voci restituisce un’Unione che appare più somma di apparati che centro di decisione. Finché la regia resterà contesa, ogni emergenza esterna continuerà a diventare anche una prova interna di coesione.

L’articolo La guerra in Iran apre una crepa a Bruxelles: scontro Kallas-von der Leyen sulla politica estera Ue sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Gli assassini applauditi come liberatori

La guerra agghinda le parole, da sempre. Ogni volta qualche aggettivo si svuota un po’ di più del suo significato originale per ammansire la realtà finché non bastano più gli occhi per osservarla. 

L’attacco israeliano in combutta con gli Stati Uniti che ha incendiato il Medio Oriente viene definito su alcuni giornali come “legittimo”. Legittimo lo dice anche il dizionario, dovrebbe voler dire che è fatto seguendo la legge eppure qui non c’è nessuna norma che sancisce il diritto di ammazzare anche il peggiore dei tiranni. 

Ogni volta nella storia una guerra non è mai chiamata guerra: è sempre una risposta a un pericolo o a una provocazione. Se la minaccia non è dimostrabile allora la si chiama attacco preventivo, una sorta di legittima difesa senza bisogno nemmeno dell’offesa. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ieri si è addirittura superato: ha spiegato che l’attacco Usa era preventivo perché Israele aveva intenzione di bombardare l’Iran e l’Iran “avrebbe immediatamente reagito contro di noi, e non avremmo potuto restare fermi ad assorbire il colpo prima di rispondere”. Che agli Usa spettasse scongiurare l’attacco israeliano è un’ipotesi che non ha nemmeno sfiorato la Casa bianca. 

A proposito, certi spudorati giornaletti stanno versando litri di inchiostro per invitare all’esultanza. Dicono che un’eventuale liberazione dall’oppressione di donne e bambini. La liberazione degli oppressi è il claim anche dei liberali e di qualche infiltrata nel Partito democratico. Tutto bello, tutto vero, se non fosse che i presunti liberatori dovrebbero essere quel governo di Israele che verrà condannato dalla storia e dal loro dio per la sistematica strage proprio di donne e di bambini che ha perpetrato (e perpetra ancora) nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. 

Senza vergogna, i signori della guerra. 

Buon martedì. 

Fonte WMC

L’articolo proviene da Left.it qui

Dal Venezuela all’Iran, il precedente che smentisce la retorica della liberazione Usa

Ci risiamo. Washington torna a parlare di “liberare” uno Stato dalla tirannia e questa volta tocca all’Iran. È un lessico che abbiamo già sentito. Prima Baghdad, poi Tripoli, poi Caracas. Ogni volta la promessa è la stessa: democrazia, diritti, futuro ma ogni volta la sequenza reale racconta ben altro.

Dal regime change al patto energetico

In Venezuela, ad esempio, la rimozione di Nicolás Maduro all’inizio del 2026, attraverso un’operazione militare statunitense dai contorni giuridici simili a quelli di queste ore, è stata presentata come l’alba di una nuova stagione. Nei giorni successivi Donald Trump ha rivendicato l’intenzione di “governare il Venezuela”. Poi sono iniziati i tavoli veri: negoziati con figure di continuità dell’apparato chavista, accordi sulle concessioni petrolifere, rassicurazioni alle major energetiche. La transizione democratica è rimasta sullo sfondo.

La dinamica è stata lineare: sostituzione del leader sgradito, permanenza di gran parte delle strutture di potere, priorità alla stabilità estrattiva. La coalizione democratica guidata da María Corina Machado, pur forte di un riconoscimento internazionale, è stata marginalizzata mentre Washington trattava con Delcy Rodríguez e con gli attori ritenuti affidabili per garantire continuità contrattuale. La libertà evocata nei comunicati è diventata una cornice retorica. Sul terreno invece si è consolidato un regime ibrido, curiosamente compatibile con gli interessi energetici occidentali.

Anche l’Italia si è appiattita su quella traiettoria. Antonio Tajani ha parlato di “occasione storica” e la fase post-regime è stata raccontata come stagione di normalizzazione. Poi in Parlamento le informative si sono concentrate sui margini per tutelare i crediti e sugli spazi per rafforzare la presenza italiana nel settore energetico. Le ricostruzioni diplomatiche citano vertici a Washington fra governo italiano, amministrazione Trump e grandi attori del petrolio per “mettere in sicurezza” contratti e infrastrutture. In quel quadro diritti, riforme e giustizia di transizione restano semplicemente delle variabili laterali.

Il limbo dei venezuelani

Il secondo capitolo riguarda i migranti. Per anni la retorica statunitense aveva legato la “liberazione” del Venezuela alla fine dell’esodo. È accaduto l’opposto. Con il “big, beautiful bill” approvato in luglio, quasi 50 miliardi di dollari sono stati destinati al muro e miliardi aggiuntivi a politiche restrittive. La chiusura dell’app della Customs and Border Protection ha eliminato uno degli ultimi canali per fissare appuntamenti d’asilo. Migliaia di venezuelani sono rimasti bloccati in Messico.

Come racconta un’inchiesta del Guardian a Vallejo, a Città del Messico, oltre duecento persone vivono in baracche di pallet e plastica lungo un binario ferroviario, senza acqua corrente né servizi adeguati. Edicson Parra, partito nell’agosto 2024 con moglie e quattro figli, lavora in un cantiere per 20 dollari al giorno. «Il sogno americano è una menzogna», racconta. Angela Ortegana Garboza ha attraversato il Darién subendo violenze. Andrés Castro ha perso una gamba tentando di salire sulla “Bestia”. Hanno creduto alla promessa di una svolta politica a Caracas. Hanno trovato un limbo strutturale, fatto di attese, sgomberi annunciati, frontiere chiuse.

Il precedente per l’Iran

Mentre le famiglie attendono uno sgombero, a Washington e nelle capitali europee si discute di greggio, crediti, quote di mercato. Il diritto internazionale, invocato con fermezza in altri teatri, è stato piegato a un’operazione unilaterale priva di mandato Onu. Nei primi giorni molte testate italiane hanno celebrato la “fine del dittatore” ma poi l’attenzione è scivolata altrove, insieme alle domande sulla legalità dell’intervento e sulla sorte dell’opposizione democratica.

È questo il precedente che pesa quando si evoca l’Iran. L’idea che il cambio di regime possa essere un atto chirurgico, separato dalle conseguenze sociali, dalle fratture istituzionali, dagli interessi economici in gioco. L’esperienza venezuelana mostra una sequenza diversa: intervento, riallineamento energetico, stabilizzazione autoritaria, crisi migratoria permanente.

Se l’obiettivo dichiarato è la democrazia, servono elezioni libere, giustizia di transizione, garanzie costituzionali, tutela dei diritti e un calendario vincolante. Se invece la priorità resta la sicurezza delle forniture e la gestione dei flussi, allora il copione è già scritto. Caracas offre un laboratorio recente e documentato. Prima di parlare di Teheran, conviene studiarlo senza slogan e senza amnesie selettive.

L’articolo Dal Venezuela all’Iran, il precedente che smentisce la retorica della liberazione Usa sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ci mancava la guerra in Iran ad aggravare la crisi a Gaza

La guerra che si allarga verso Teheran stringe di nuovo la Striscia. I valichi restano chiusi, i camion fermi, il carburante razionato. Israele motiva la decisione con esigenze di sicurezza mentre le sirene suonano a Beer Sheva e nel sud. Gaza intanto scivola fuori dall’inquadratura pubblica, come se l’emergenza potesse attendere la fine di un altro fronte.

Nei mercati la tensione si misura a chili di farina. Le famiglie comprano quello che trovano, accumulano, calcolano i giorni. Le organizzazioni umanitarie parlano di scorte che coprono poche settimane; alcune cucine comunitarie riducono le porzioni. Il carburante è la soglia decisiva: senza diesel si fermano i generatori degli ospedali, gli impianti di desalinizzazione, le pompe delle fognature. La crisi umanitaria procede per sottrazione, toglie pezzi ogni giorno.

Dal lato israeliano la postura è quella di un Paese sotto attacco. Scuole chiuse, mobilitazione, dichiarazioni ufficiali che collegano la chiusura dei varchi alla guerra con l’Iran. È una catena lineare: escalation regionale, priorità militari, blocco dei passaggi. In mezzo restano due milioni di persone già stremate da mesi di bombardamenti e assedio.

Pochi giorni fa si parlava di ricostruzione e di fondi promessi. Oggi la misura concreta sono i camion che non entrano e le cisterne che si svuotano. Ogni tregua che dipende da un cancello resta sospesa alla decisione di chi controlla quel cancello. Gaza vive così, appesa a un interruttore esterno. E quando il conflitto cambia scala, la Striscia torna a essere una variabile subordinata, un corridoio logistico dentro una guerra più grande.

L’articolo Ci mancava la guerra in Iran ad aggravare la crisi a Gaza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Congedo parentale, Italia e Europa a confronto: ecco perché il nostro Paese è ancora indietro

La maggioranza ha fermato la proposta di quattro mesi di congedo parentale paritario per i padri e l’aumento dell’indennità al 100 per cento per tre mesi da utilizzare entro i primi sei anni di vita del bambino. La Ragioneria generale dello Stato ha sollevato obiezioni sui costi prima ancora dell’esame parlamentare. Il risultato è che l’Italia resta ancorata a un impianto che, sulla carta, consente la condivisione, nella pratica continua a scaricare la cura sulle madri.

In Italia il congedo di maternità obbligatorio dura cinque mesi, con indennità di norma pari all’80 per cento della retribuzione. Per i padri il congedo obbligatorio resta di dieci giorni lavorativi intorno alla nascita. Dopo questa fase, il congedo parentale arriva fino a sei mesi per ciascun genitore, con un massimo complessivo di dieci mesi, elevabili a undici se il padre si assenta per almeno tre mesi. Dal 2025–2026 l’indennità riconosce tre mesi all’80 per cento e, per il resto, il 30 per cento della retribuzione media; la fruizione si estende fino ai quattordici anni del figlio.

In Italia diritti lunghi sulla carta, salario corto nella realtà

Quando l’indennità scende al 30 per cento, la famiglia fa i conti. I differenziali salariali di genere trasformano la decisione in un automatismo: spesso si assenta chi guadagna meno, nella maggior parte dei casi la madre. Così il congedo diventa un acceleratore di disuguaglianze: interruzioni più frequenti, avanzamenti rallentati, salari che perdono terreno. Nel linguaggio quotidiano significa settimane che si allungano in assenze difficili da sostenere; nel linguaggio del lavoro significa rinunce e part-time dopo la nascita. L’assenza di una quota lunga e ben retribuita riservata ai padri mantiene intatto l’equilibrio tradizionale nella divisione dei compiti familiari.

Il confronto europeo è netto. La direttiva Ue 2019/1158 sul work-life balance fissa standard minimi: dieci giorni di paternità e quattro mesi di congedo parentale individuale per genitore, con due mesi riservati a ciascuno e retribuzione adeguata definita dagli Stati. Molti Paesi hanno usato quel minimo come leva: quote personali per i padri, indennità alte, periodi lunghi. L’Italia resta vicina al minimo, mentre altrove il congedo diventa un diritto individuale dei padri, con un disegno che lega esplicitamente politica familiare e mercato del lavoro.

In Europa quote per i padri e retribuzioni alte 

In Spagna il “permiso por nacimiento y cuidado” arriva a 19 settimane per ciascun genitore, pagate intorno al 100 per cento della base retributiva di sicurezza sociale: il periodo resta personale e, se un genitore lo lascia inutilizzato, quel tempo si perde. In Portogallo il congedo iniziale prevede 120 giorni al 100 per cento o 150 giorni all’80, con estensione fino a 180 giorni in caso di effettiva condivisione, mantenendo un’indennità tra l’83 e il 90 per cento. In Francia la paternità è stata portata a 28 giorni e il governo ha aperto il cantiere di un ulteriore congedo di nascita di due mesi per ciascun genitore dal 2027.

Nei Paesi nordici la logica è più esplicita. In Svezia i genitori hanno 480 giorni per figlio e 90 giorni riservati a ciascun genitore. In Norvegia si sceglie tra 49 settimane a salario pieno o 59 settimane all’80 per cento, con quote individuali. La quota personale spinge l’uso da parte dei padri e consolida nel tempo una distribuzione più equilibrata del lavoro di cura.

Il divario italiano riguarda durata, retribuzione e disegno. Dieci giorni obbligatori per i padri restano una soglia simbolica; tre mesi all’80 per cento rappresentano un passo, però isolato in un impianto che torna presto al 30 per cento. La distanza dall’Europa si misura in buste paga e scelte di vita: chi può permetterselo compra tempo, chi resta senza margini rinuncia. Nei sistemi che hanno investito di più, l’occupazione femminile cresce e la penalizzazione di carriera si attenua; dove l’indennità è bassa, la condivisione resta episodica.

Anche la questione demografica si intreccia con questo quadro: sostenere economicamente i primi anni di vita significa ridurre l’incertezza che accompagna la decisione di avere figli. In Italia il congedo parentale resta una tutela esistente ma fragile, formalmente ampia e sostanzialmente limitata nella sua capacità di riequilibrare davvero tempi, redditi e opportunità.

L’articolo Congedo parentale, Italia e Europa a confronto: ecco perché il nostro Paese è ancora indietro sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Legge elettorale, Meloni e Salvini rinnegano se stessi: dalle preferenze come garanzia della sovranità popolare al Parlamento dei nominati

Ci siamo. Il centrodestra ha depositato alla Camera una proposta di legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza alla lista o coalizione che superi il 40 per cento, con possibile ballottaggio tra il 35 e il 40 per cento. Nel testo base mancano le preferenze: l’elettore vota il simbolo, l’ordine di elezione lo decidono le segreterie. Liste bloccate, candidati scelti dall’alto, Parlamento di “nominati”. È una legge elettorale che Meloni e Salvini avrebbero odiato, fino a qualche settimana fa: è la fotografia ricostruita anche da Pagella Politica. 

La crociata contro le liste bloccate

Per anni Giorgia Meloni ha costruito la propria identità politica sull’attacco frontale a questo impianto. Il 21 marzo 2014, intervenendo alla Camera contro una riforma che riproduceva il Porcellum, affermava: «Le preferenze sono il sistema che meglio consente l’esercizio della sovranità da parte del popolo». Nello stesso periodo denunciava i «parlamentari nominati» che «non rispondono agli italiani che li eleggono ma al capo che li nomina». Il 9 ottobre 2017 ribadiva che «le liste bloccate fanno schifo». Il 24 settembre 2020 Fratelli d’Italia pubblicava una nota dal titolo inequivocabile: «No alle liste bloccate, sì alle preferenze». La cancellazione dei nominati veniva indicata come linea di demarcazione tra rappresentanza autentica e politica di palazzo.

In quelle prese di posizione il tema era presentato come principio, non come dettaglio tecnico. Le preferenze venivano descritte come argine alla cooptazione, le liste bloccate come dispositivo che altera il rapporto tra eletti ed elettori. La retorica insisteva sulla sovranità popolare compressa dai vertici di partito.

Oggi la riforma sostenuta dal suo partito reintroduce proprio quel meccanismo. Nessuna preferenza sulla scheda. Liste territoriali bloccate. Ordine deciso dai vertici. Secondo ricostruzioni di stampa, Lega e Forza Italia hanno opposto una contrarietà netta alle preferenze, mentre Fratelli d’Italia ha evocato possibili emendamenti successivi senza modificare il testo depositato. Il risultato è un compromesso che lascia intatto il cuore del sistema: controllo centrale delle candidature e premio di maggioranza che rafforza la coalizione vincente.

Dalla legge Acerbo alla “legge fatta bene”

Matteo Salvini non ha una traiettoria diversa. Nel 2015, commentando la fiducia posta dal governo Renzi sull’Italicum, parlò di precedenti che «ritornano al ventennio e alla legge Acerbo», evocando l’ombra di una deformazione autoritaria della rappresentanza. Dopo il referendum sul taglio dei parlamentari, nel settembre 2020, dichiarò «basta alle liste bloccate» e si disse pronto a votare «in tre secondi» una legge come quella regionale, con preferenze e indicazione chiara del vincitore la sera stessa del voto.

Quelle parole collocavano la legge elettorale nel perimetro delle garanzie democratiche. Pochi giorni dopo, però, ammise che si poteva andare alle urne anche con il Rosatellum, che le liste bloccate le prevede. Oggi definisce la nuova proposta «fatta bene» e rivendica l’esigenza di stabilità. Il lessico cambia insieme alla posizione istituzionale.

Il cortocircuito politico

Il confronto tra dichiarazioni passate e testo attuale mostra una torsione evidente. Ieri le liste bloccate venivano associate a un Parlamento piegato ai capi partito. Oggi diventano architrave di un sistema che concentra nelle segreterie la selezione dei candidati. Ieri le preferenze erano descritte come strumento essenziale di sovranità popolare. Oggi scompaiono dal progetto di riforma. Ieri il premio di maggioranza imposto dagli avversari evocava paragoni storici pesanti. Oggi un premio analogo viene presentato come garanzia di governabilità.

Il nodo riguarda anche il contesto politico. La soglia del 40 per cento, combinata con il premio e con liste bloccate, consegna alla coalizione vincente un controllo ampio dei seggi. In una fase in cui i sondaggi segnalano una competizione più stretta e in cui incombono appuntamenti referendari, la riforma incide sugli equilibri futuri. La selezione dei candidati torna a dipendere dalla fedeltà ai vertici più che dal radicamento territoriale.

La legge elettorale è il dispositivo che traduce i voti in seggi e determina l’equilibrio tra rappresentanza e stabilità. Cambiare posizione è legittimo ma farlo senza riconoscere la distanza tra le parole pronunciate per un decennio e il testo sostenuto da Palazzo Chigi e dal Viminale apre una frattura politica. La bandiera contro i “nominati” ha accompagnato l’ascesa di Meloni e Salvini. La riforma attuale ripristina quel modello. I fatti restano agli atti.

L’articolo Legge elettorale, Meloni e Salvini rinnegano se stessi: dalle preferenze come garanzia della sovranità popolare al Parlamento dei nominati sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il nuovo ordine globale: chi colpisce decide cosa è giusto

Hanno bombardato l’Iran e insieme hanno bombardato l’idea stessa di limite. Non è la prima volta che accade, però questa volta il silenzio pesa più delle esplosioni. L’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza contro uno Stato sovrano. L’articolo 5 dello Statuto della Corte penale internazionale qualifica la guerra di aggressione come crimine. Sono norme scritte, vigenti, precise. E sono carta straccia mentre i missili sorvolano il Medio Oriente. 

Non è in discussione la natura del regime iraniano, ovvio. Ma il diritto internazionale non funziona a simpatia. Funziona per regole comuni, applicate a tutti oppure svuotate per chiunque. Se l’aggressione diventa strumento legittimo quando conviene alla potenza giusta, allora diventa legittima per tutti. Ieri l’Ucraina, oggi Teheran, domani Taiwan o Cuba. Il precedente è la più pericolosa arma di distruzione di massa.

L’Europa, che per quattro anni ha ripetuto la distinzione tra aggressore e aggredito, ora balbetta. Anzi, è presa dall’irrefrenabile voglia di partecipare. Ma la coerenza selettiva erode credibilità più di qualsiasi sconfitta militare perché senza uniformità nell’uso delle categorie giuridiche, il lessico dei diritti diventa propaganda.

Intanto il mondo resta armato fino ai denti: migliaia di testate nucleari, nove potenze pronte a invocare la sicurezza per giustificare ogni corsa agli armamenti. Si investe in arsenali. Ora ancora di più, mentre si dichiara di volere pace. 

Il diritto internazionale vive se qualcuno lo difende quando costa. Altrimenti resta un monumento visitabile, buono per le cerimonie e inutile quando serve. E quando il limite cade, la forza prende posto sul trono senza chiedere il permesso.

Buon lunedì.

Foto Official White House Photo by Daniel Torok – WMC

L’articolo proviene da Left.it qui

Italia contro l’ETS: Politico accusa Roma di sabotare la politica climatica Ue

Sospendere il cuore della politica climatica europea. È la richiesta avanzata dal governo italiano a Bruxelles e raccontata da Politico come «l’attacco più aggressivo finora» contro il sistema europeo di scambio delle emissioni. L’Emissions Trading System, in vigore dal 2005 e pilastro della strategia Ue per la decarbonizzazione, dovrebbe essere messo in pausa secondo il ministro delle Imprese Adolfo Urso. Una proposta che, scrive la testata, consentirebbe alle imprese di inquinare senza pagare, minando vent’anni di costruzione normativa.

L’articolo, firmato da Ben Munster, Zia Weise ed Elena Giordano e pubblicato il 26 febbraio, descrive l’iniziativa italiana come «un attacco straordinario» allo strumento più potente dell’Unione contro il cambiamento climatico. Urso ha definito l’ETS «nient’altro che una tassa» sulle imprese energivore, chiedendone la sospensione in vista della revisione prevista nel terzo trimestre dell’anno. La presa di posizione arriva dopo l’annuncio di sussidi alle centrali a gas per compensare i costi dei permessi di emissione, misura che secondo Politico svuota l’incentivo alla decarbonizzazione e altera il segnale economico su cui si regge l’intero impianto europeo.

Il mercato e la reazione europea

Il mercato ha reagito immediatamente. Il prezzo della CO2, già sceso da 81 a 72 euro in una settimana per le pressioni politiche, è ulteriormente calato a poco più di 70 euro dopo le dichiarazioni italiane. L’ETS copre circa metà delle emissioni europee. Colpirlo significa intervenire sul meccanismo che rende economicamente svantaggioso l’uso delle fonti fossili e che ha orientato per anni le scelte industriali e finanziarie del continente.

Politico sottolinea che l’Italia ha le bollette elettriche tra le più alte d’Europa anche per una forte dipendenza dal gas, pari a circa il 44 per cento del mix energetico nazionale. Proprio questo elemento viene indicato da analisti e think tank come la radice del problema. Chiara Di Mambro, direttrice europea del centro studi ECCO, afferma che sospendere l’ETS o sovvenzionare il gas «andrebbe nella direzione opposta», indebolendo il segnale di prezzo e ritardando la transizione.

L’iniziativa italiana trova qualche eco a Vienna e a Berlino, dove si chiedono correttivi o revisioni, mentre Francia e Svezia respingono l’ipotesi di un intervento radicale. La ministra svedese Ebba Busch paragona la proposta a un’operazione a cuore aperto che rischia di interrompere il flusso vitale dello strumento. La Commissione europea, ricorda Politico, si prepara a una revisione nel terzo trimestre e subisce pressioni crescenti, ma l’Italia viene descritta come l’attore più aggressivo tra le grandi economie.

L’Italia tra credibilità e isolamento

Nel racconto di Politico l’Italia appare come il Paese che rompe il consenso climatico europeo, quello che mette in discussione il meccanismo simbolo della leadership verde dell’Unione. Una rappresentazione che stride con la narrazione della «ritrovata credibilità internazionale» rivendicata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Se la credibilità si misura anche dalla coerenza con gli impegni comuni, l’immagine restituita da Bruxelles è quella di un governo che chiede di fermare la principale politica climatica continentale mentre l’Europa prepara la sua revisione.

Poi oltre alla questione tecnica c’è quella politica. L’ETS è stato per vent’anni la leva economica della transizione. Metterne in pausa il funzionamento, secondo la ricostruzione di Politico, equivarrebbe a sospendere il principio per cui chi inquina paga e a rimettere in discussione un equilibrio costruito tra Stati membri, imprese e istituzioni. La fotografia che arriva dall’estero consegna un’Italia isolata sul dossier simbolo della strategia climatica europea.

L’articolo Italia contro l’ETS: Politico accusa Roma di sabotare la politica climatica Ue sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La lunga marcia del comando

C’è stata la fase dell’assalto al potere, mica per governare ma per comandare. Quello Giorgia Meloni l’ha fatto (e bene) in occasione delle ultime elezioni politiche. Le è bastato approfittare dello sfilacciamento degli avversari, usurati dalla pandemia e dal governo tecnico che ha funzionato come bromuro.

Lei si è presentata come la dura e pura, l’underdog che avrebbe ribaltato tutto, sgretolando l’inutile Unione Europea, combattendo qualsiasi alfiere dei moderati e curando gli interessi della Patria. Non si è visto nulla di tutto questo ma Palazzo Chigi ormai era espugnato e così Meloni e i suoi hanno potuto comodamente fare ciò che è loro più connaturale: revanscismo in purezza.

Il brivido di comandare invece di governare ha alzato l’asticella. Dalla prima battaglia campale contro i rave party si è passati via via ai giornalisti, ai comici, ai musicisti, agli scrittori, ai sindacati, ai magistrati. Tutto ciò che è lontanamente afferrabile alla sinistra è un nemico da abbattere. Per gli amici invece c’è un posto al banchetto del comando, sia anche una disastrosa striscia nella televisione pubblica ammaccata dall’amichettismo.

Poi c’è la fase dell’assoggettamento dei poteri, funzionale all’inettitudine del governo e all’inclinazione per il comando. La riforma costituzionale della Giustizia è l’ultimo passo ma le stoccate alla Corte dei conti, al diritto internazionale e al multilateralismo sono state i prodromi impossibili da non leggere. In questo caso il finale rischia di non essere quello sperato: troppa caciara, troppo impudico entusiasmo nei sostenitori del referendum. E così il trucco si nota da lontano.

Per questo siamo nella terza fase: l’arroccamento. Un governo di revanscisti sa che per togliersi tutte le soddisfazioni ci vuole più tempo della singola legislatura. Bisogna quindi costruire una legge elettorale che consenta di continuare l’opera di desertificazione istituzionale e culturale. Per questo la legge elettorale accarezzata dalla presidente del Consiglio ha un’unica ossessione, quella di travestire il comando da democrazia. E se per farlo serve una legge chiamata elettorale ma semplicemente confermativa dell’esistente allora eccola servita.

L’articolo La lunga marcia del comando sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui