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Decreto bollette, bonus da 115 euro e incentivi al gas: un provvedimento senza riforme strutturali

Alla Camera comincia l’esame del decreto bollette approvato dal Consiglio dei ministri il 17 febbraio. Il governo lo presenta come un intervento da oltre 5 miliardi di euro capace di alleggerire famiglie e imprese. Dentro il testo, però, la misura simbolo resta un contributo una tantum da 115 euro per il 2026, destinato esclusivamente ai nuclei già titolari del bonus sociale energetico. Una cifra che, tradotta sui dodici mesi, vale meno di dieci euro al mese mentre il costo dell’energia continua a comprimere redditi e consumi.

Il provvedimento arriva dopo mesi di annunci sull’emergenza bollette e mentre il mercato energetico italiano resta agganciato alle oscillazioni del gas. Proprio qui si concentra la prima critica che attraversa associazioni dei consumatori, sindacati e opposizioni: il decreto interviene sugli effetti senza toccare le cause.

Secondo la Cgil si tratta di «un intervento parziale e privo di visione strategica» che continua a inseguire l’emergenza rinviando le riforme strutturali del sistema energetico. Federconsumatori parla apertamente di benefici limitati per gli utenti domestici e ricorda che il bonus precedente, nel 2025, arrivava a 200 euro con una platea più ampia. Ora la soglia Isee scende sotto i 9.796 euro, riducendo drasticamente i beneficiari. Le risorse stanziate, circa 315 milioni, coprono solo una parte delle oltre 4,5 milioni di famiglie già inserite nei bonus sociali.

Un decreto emergenziale, tra bollette e scelte strutturali rinviate

Il nodo centrale resta irrisolto: il prezzo dell’elettricità continua a dipendere da quello del gas nel mercato all’ingrosso. Anche quando l’energia proviene da fonti rinnovabili a basso costo, la bolletta finale segue il combustibile più caro. Da anni economisti e associazioni chiedono il disaccoppiamento dei prezzi. Il decreto evita la questione.

L’impianto normativo mantiene una logica emergenziale, limitandosi a trasferimenti temporanei e interventi di liquidità senza modificare i meccanismi di formazione dei prezzi energetici. Il risultato, secondo le valutazioni indipendenti, rischia di perpetuare la volatilità tariffaria e l’esposizione alle oscillazioni internazionali del gas.

Nel frattempo viene introdotto un secondo bonus facoltativo, affidato ai fornitori energetici, liberi di applicare sconti ai clienti con Isee fino a 25 mila euro. Una misura senza obblighi per le aziende e accompagnata dalla possibilità di utilizzare l’adesione come leva commerciale. Le associazioni dei consumatori segnalano il rischio di trasformare un intervento sociale in marketing energetico.

Gas incentivato mentre la transizione rallenta

La parte più contestata del decreto riguarda la direzione industriale scelta dal governo. Il testo introduce meccanismi di compensazione per la produzione termoelettrica a gas e utilizza risorse legate al sistema europeo delle emissioni per sostenere indirettamente il comparto fossile.

Greenpeace, Legambiente e WWF parlano di un provvedimento che continua a «dare ossigeno al sistema del gas», arrivando ad attenuare il peso della carbon tax europea proprio mentre l’Unione spinge verso la decarbonizzazione. Anche la CGIL denuncia l’assenza di vincoli ambientali e occupazionali negli aiuti alle imprese energetiche, osservando che risorse pubbliche vengono distribuite senza condizioni su investimenti e transizione industriale.

In Aula le opposizioni parlamentari convergono su una critica comune. Movimento 5 Stelle e Partito democratico accusano l’esecutivo di evitare le riforme capaci di ridurre davvero le bollette, dal disaccoppiamento dei prezzi alla redistribuzione degli extraprofitti energetici. Alleanza Verdi-Sinistra insiste sulla contraddizione politica: mentre restano bloccati gigawatt di impianti rinnovabili in attesa di autorizzazioni, il decreto rafforza la dipendenza dal metano importato.

La discussione parlamentare comincia così già zoppa. Il provvedimento nasce per affrontare l’emergenza energetica, arriva mesi dopo i picchi dei prezzi e affida il sollievo alle famiglie a uno sconto limitato e differito nel tempo. Intanto la struttura del mercato resta identica. Le bollette cambiano poco. Il sistema energetico ancora meno.

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La mela marcia

Il 21 luglio del 2021 Matteo Salvini era un altro Matteo Salvini. La sua Lega sembrava capace di essere il primo partito italiano. Il partito Enei sondaggi veleggiava sopra al 20%, l’elettorato era diviso tra chi sosteneva la linea governata e la linea identitaria. All’orizzonte Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni erano in crescita sulla scia del sovranismo. Niente di pericoloso: per il leader della Lega si trattava semplicemente di un partito satellite, nipote delle sue stesse intuizioni.

Il giorno prima l’assessore leghista alla Sicurezza di Voghera, Massimo Adriatici, aveva ucciso Younes El Boussettaoui con un colpo di pistola Younes El Boussettaoui in piazza Meardi. 

«Altro che far west a Voghera si fa strada l’ipotesi della legittima difesa», disse il 21 luglio 2021 Matteo Salvini, con l’aggiunta della formula “la difesa è sempre legittima” e l’invito ad “aspettare la ricostruzione”, già incardinato però su una lettura assolutoria.

E poi, aggiunse Salvini: «Un docente di diritto penale, ex funzionario di Polizia, avvocato penalista noto e stimato in città, in questa bella città in provincia di Pavia, vittima di un’aggressione, ha risposto, accidentalmente è partito un colpo che purtroppo ha ucciso un cittadino straniero». 

Quella brava persona di Adriatici ieri è stato condannato 12 anni di reclusione, oltre a provvisionali per 380 mila euro ai familiari della vittima.

Siamo nel 2026 e Salvini non ha ancora imparato la lezione. L’impressionante serie di figure di palta intorno al ritornello della “legittima difesa” non ne rallenta la stupidità con cui approccia il tema. E alla fine sorge un dubbio: ma se fosse lui, la mela marcia

Buon mercoledì.  

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Legge elettorale, il governo accelera: chiudere prima del referendum sulla giustizia. Con l’incognita Vannacci

La maggioranza vuole chiudere entro i primi giorni di marzo. Prima del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. L’obiettivo politico è dichiarato nei retroscena parlamentari: “sganciare” la nuova legge elettorale dall’esito del voto sulla giustizia, così da evitare che una sconfitta referendaria venga letta come premessa di elezioni anticipate o, al contrario, che una vittoria del Sì apra la strada a un cambio delle regole in corsa.

L’accelerazione è stata decisa nell’ultimo vertice tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani. Il cantiere resta formalmente aperto, ma l’impianto prende forma.

Legge elettorale, un proporzionale corretto dal premio

Si punta a superare l’attuale sistema misto, il cosiddetto Rosatellum, con un modello proporzionale corretto da un premio di maggioranza che scatterebbe al 40 per cento dei voti. Il premio non garantirebbe automaticamente il 55 per cento dei seggi, ma assegnerà 70 deputati alla Camera e 35 senatori in più alla coalizione vincente.

La soglia di sbarramento dovrebbe restare al 3 per cento per le liste singole e al 10 per cento per le coalizioni, anche se nelle ultime settimane si è discusso di un possibile innalzamento al 4 per cento per le liste. Un dettaglio tecnico che ha un peso politico preciso: la comparsa del movimento “Futuro Nazionale” del generale Roberto Vannacci, accreditato sopra il 4 per cento in alcune rilevazioni, ha riaperto il tema della frammentazione interna al centrodestra.

Il nodo dei collegi e la leadership

Il nodo dei collegi uninominali è centrale. Il Rosatellum assegna una quota significativa di seggi con sistema maggioritario a turno unico. Nel Mezzogiorno, dove il centrosinistra unito o il Movimento 5 Stelle hanno dimostrato di poter competere efficacemente, quei collegi rappresentano un fattore di rischio per la maggioranza. Superarli con un proporzionale di lista significa neutralizzare quella variabile territoriale.

Sul tavolo c’è anche l’indicazione del leader di coalizione nel programma depositato. Il nome non comparirebbe sulla scheda, ma verrebbe formalizzato nel documento politico presentato agli elettori. Una soluzione già utilizzata nel 2006 con il Porcellum. Un passaggio che incide sugli equilibri del centrosinistra, oggi privo di una leadership condivisa, e che obbligherebbe a una scelta preventiva.

Resta controversa l’ipotesi di un ballottaggio nazionale tra le prime due coalizioni qualora nessuna raggiungesse il 40 per cento ma entrambe superassero il 35. La Lega si è mostrata fredda verso il secondo turno, coerentemente con la propria posizione storica contraria ai ballottaggi anche a livello locale.

I rischi costituzionali e l’effetto referendum

Ma bisogna fare attenzione perché sul piano costituzionale, i precedenti pesano. La sentenza n. 35 del 2017 della Corte costituzionale ha già delimitato il perimetro dei premi di maggioranza e dei meccanismi di secondo turno. Un premio sganciato da soglie ragionevoli o privo di correttivi rischia di trasformare una minoranza relativa in maggioranza parlamentare con un artificio aritmetico esposto al vaglio della Consulta.

La riduzione dei parlamentari a 400 deputati e 200 senatori complica ulteriormente la geometria. Il Senato resta eletto su base regionale. Un premio nazionale alla Camera e premi regionali a Palazzo Madama potrebbero produrre maggioranze divergenti tra i due rami del Parlamento.

La tempistica rivela la posta in gioco. Il referendum sulla giustizia, indetto per il 22 e 23 marzo, non prevede quorum. L’esito dipenderà dalla maggioranza dei voti validi. In questo contesto, blindare prima la legge elettorale significa sottrarre alla dinamica referendaria un pezzo decisivo dell’architettura istituzionale.

Se il Sì dovesse prevalere, la maggioranza arriverebbe alle urne con un doppio intervento sulle regole: giustizia e sistema di voto. Se il No dovesse imporsi, la nuova legge elettorale resterebbe comunque in piedi, già incardinata e pronta a ridisegnare i rapporti di forza. In entrambi i casi, la cornice viene definita adesso.

Non è un dettaglio tecnico. È la scelta di fissare oggi le condizioni del prossimo Parlamento, prima che il clima politico e l’esito referendario possano modificarne i contorni.

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Ramadan in Cisgiordania, tra i raid dei coloni

Il Ramadan in Cisgiordania si apre con un ragazzo di diciassette anni ucciso a Beit Furik, a est di Nablus. Mohammad Wahbi Hanani viene colpito alla testa durante un’incursione dell’esercito israeliano e muore all’ospedale di Rafidia. Nelle stesse ore, nel villaggio di Tell, vicino Nablus, viene incendiata la moschea Abu Bakr al Siddiq: secondo il ministero degli Esteri palestinese l’azione è opera di coloni che hanno lasciato scritte razziste sui muri. L’Autorità nazionale palestinese parla di responsabilità politica del governo israeliano. Intanto la Palestinian Prisoner Society riferisce di oltre cento arresti dall’inizio del mese sacro, tra cui donne e minori.

La cornice diplomatica prova a inseguire i fatti. Diciannove Paesi, insieme alla Lega araba e all’Organizzazione della cooperazione islamica, firmano una dichiarazione che condanna l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, cita il progetto E1 e richiama il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 2024. Parlano di annessione di fatto. Sul terreno, però, ruspe e raid proseguono.

A Gaza una nuova indagine indipendente di Forensic Architecture ed Earshot ricostruisce l’attacco del 23 marzo 2025 contro soccorritori palestinesi alla periferia sud. Oltre novecento colpi esplosi in pochi minuti, veicoli identificabili con luci d’emergenza accese, quindici operatori uccisi. I corpi recuperati giorni dopo, alcuni sepolti in una fossa comune insieme ai mezzi distrutti. L’esercito israeliano aveva parlato di “minaccia”. L’inchiesta incrocia audio, video e immagini satellitari.

Poi Londra. Ai Bafta 2026 la Bbc trasmette l’evento in differita e taglia dal discorso del regista Akinola Davies Jr la frase “Free Palestine”. Nella stessa serata va in onda un insulto razziale urlato in platea. L’emittente si scusa il giorno dopo. I corpi restano, le parole spariscono. Anche questo entra nel diario.

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Scontro sulle emissioni zero, gli Usa minacciano di uscire dall’Agenzia internazionale dell’Energia

Washington alza il tiro contro l’Agenzia internazionale dell’energia e mette sul tavolo l’uscita formale se entro un anno non verrà accantonato il focus sull’azzeramento delle emissioni nette. La minaccia è stata pronunciata ieri a Parigi, durante la riunione ministeriale dell’Aie, dal segretario all’Energia Chris Wright, che ha chiesto un ritorno alla missione originaria dell’agenzia, centrata su sicurezza degli approvvigionamenti e accesso alle fonti, definendo la neutralità climatica una «illusione distruttiva».

Lo scontro a Parigi

Il passaggio segna uno scontro aperto con l’impostazione che l’Aie ha assunto negli ultimi anni, soprattutto dopo la pubblicazione degli scenari compatibili con l’obiettivo di emissioni nette zero entro metà secolo. Wright, ex dirigente del settore petrolifero, ha sostenuto che le probabilità di centrare quel traguardo sarebbero nulle, pur apprezzando il ripristino, nell’ultimo rapporto annuale, di uno scenario basato sulle politiche correnti che prevede un aumento della domanda di petrolio e gas nei prossimi decenni.

Il direttore esecutivo Fatih Birol ha replicato che l’agenzia «continuerà a elaborare scenari energetici multipli», inclusi quelli coerenti con gli obiettivi climatici globali, rinviando ai prossimi mesi la definizione del nuovo rapporto. La distanza tra le due posizioni è netta e investe il ruolo stesso dell’agenzia nella governance energetica internazionale.

La strategia americana

Il confronto però va letto dentro una traiettoria più ampia. Il “Rapporto di Ricerca: L’Evoluzione dell’Ostruzionismo Ambientale Statunitense” ricostruisce come l’attuale amministrazione abbia trasformato lo scetticismo climatico in una dottrina di Stato, attraverso atti esecutivi, abrogazioni normative e ritiri da sedi multilaterali.

Tra i passaggi chiave figurano il secondo ritiro dall’Accordo di Parigi nel 2025 e l’uscita dalla Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici nel gennaio 2026, inserita in un ordine esecutivo che ha coinvolto decine di organismi internazionali. Sul piano interno, l’approvazione del One Big Beautiful Bill Act nel luglio 2025 ha accelerato la scadenza dei crediti fiscali per eolico e solare, ridimensionato gli incentivi per idrogeno e veicoli elettrici e rafforzato i meccanismi di sostegno alle filiere fossili.

A febbraio 2026 è arrivata anche l’abrogazione del Greenhouse Gas Endangerment Finding del 2009, la base giuridica che consentiva all’Epa di regolare le emissioni di gas serra ai sensi del Clean Air Act. Un passaggio che ha inciso direttamente sull’architettura normativa federale in materia climatica.

Un anno di ultimatum

In questo quadro, la pressione sull’Aie appare coerente con una strategia che mira a ricondurre le istituzioni energetiche internazionali entro una cornice centrata su sicurezza e offerta, riducendo il peso degli scenari di decarbonizzazione. L’obiettivo delle emissioni nette zero è considerato essenziale per rispettare l’Accordo di Parigi e contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali.

La scadenza indicata da Washington è di dodici mesi. Se l’Aie manterrà l’impostazione attuale, l’ipotesi di un’uscita statunitense diventerebbe concreta. Per un’agenzia nata nel 1974 per coordinare le politiche energetiche dei Paesi industrializzati dopo la crisi petrolifera, la prospettiva di perdere il principale attore del mercato mondiale dell’energia aprirebbe una fase di instabilità istituzionale e politica destinata a riflettersi sui mercati e sugli equilibri geopolitici.

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Pnrr in ritardo, l’analisi di OpenPolis basata sulla relazione della Corte dei Conti: il 90% dei fondi analizzati è ancora nei cantieri

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, qualcosa come oltre 190 miliardi tra fondi europei e cofinanziamenti, entra nell’ultimo tratto prima della scadenza formale del 2026 con un dato che pesa più delle conferenze stampa. Le opere pubbliche finanziate con il Pnrr, quelle che dovrebbero tradurre le missioni in scuole, infrastrutture, reti idriche, trasporti e rigenerazione urbana, risultano in larga parte ancora nei cantieri. Per mesi l’esecutivo ha insistito sul numero complessivo dei progetti chiusi, parlando di centinaia di migliaia di interventi completati. L’analisi di Openpolis, basata sull’ultima relazione della Corte dei conti (dicembre 2025), mostra che il nodo riguarda il valore economico degli interventi rimasti indietro e la loro complessità tecnica.

La magistratura contabile ha esaminato circa 19.200 opere pubbliche, un campione che copre oltre l’80% dei progetti e il 90% delle risorse destinate alle opere. A ottobre 2025 risultano conclusi 5.546 interventi. In termini numerici sono il 28,9% del panel. In termini finanziari valgono appena il 4,2% degli oltre 86 miliardi considerati, circa 3,6 miliardi. I lavori ancora in esecuzione assorbono quasi 78 miliardi, pari all’89,8% delle risorse analizzate. È qui che si concentra la parte decisiva del piano.

Il divario tra quantità e valore spiega la distanza tra la narrazione politica e lo stato effettivo di avanzamento. Le opere chiuse finora hanno un importo medio di 700mila euro, in crescita rispetto ai 450mila di gennaio. Quelle già aggiudicate hanno un valore medio di 4,5 milioni di euro. Significa che la stagione dei cantieri più onerosi sta entrando adesso nella fase esecutiva, con un impatto inevitabile sui tempi medi di realizzazione.

Pnrr, tempi che si allungano

Tra gennaio e ottobre 2025 la quota di opere collaudate è cresciuta dal 18,1% al 28,9%. L’incremento esiste, ma la Corte segnala l’assenza di una effettiva accelerazione. I tempi medi si dilatano: la durata complessiva di un’opera conclusa è passata da 458 a 533 giorni, circa 18 mesi.

La fase più onerosa resta l’esecuzione dei lavori, che assorbe oltre la metà del tempo totale: 294 giorni in media contro i 226 di inizio anno. Anche il collaudo sale a 79 giorni, mentre aggiudicazione e stipula si attestano rispettivamente a 61 e 49 giorni. Le semplificazioni normative introdotte negli ultimi anni hanno inciso soprattutto sulle fasi preliminari, meno sull’avanzamento materiale dei cantieri.

La dimensione finanziaria conferma la correlazione: i lavori sotto il milione si chiudono in 494 giorni; tra uno e due milioni servono 722 giorni; oltre i 5 milioni si arriva a quasi 1.200 giorni, circa 40 mesi. Gli interventi di ampliamento e ristrutturazione superano mediamente i 600 giorni, mentre le nuove realizzazioni si attestano intorno ai 561 giorni. Con la scadenza del piano fissata al 2026, la variabile tempo diventa centrale per le amministrazioni responsabili.

Nord e sud, un dato inatteso

L’analisi territoriale offre un elemento che contraddice letture consolidate. Le opere nel mezzogiorno risultano concluse in media in 460 giorni, contro i 526 del centro e i 579 del nord. La Corte collega il dato alla minore dimensione finanziaria media degli interventi meridionali e alle procedure adottate nell’ambito del Pnrr, che hanno inciso sulle fasi di aggiudicazione e stipula.

Resta aperta la questione delle grandi opere nazionali e multi-regionali, che superano spesso i mille giorni di realizzazione e concentrano la quota più consistente di risorse. È su quel segmento che si misurerà la coerenza tra cronoprogrammi e termine ultimo del piano. Con la parte più impegnativa degli investimenti ancora in esecuzione, la corsa finale del Pnrr si gioca ora sui cantieri più costosi e complessi. I numeri indicano che la distanza dal traguardo resta significativa e richiede un monitoraggio costante per evitare slittamenti incompatibili con la scadenza europea.

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Settemila firme, un arresto e una figuraccia

Il 26 gennaio, a poche ore dall’uccisione di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo, Matteo Salvini aveva già emesso la sua sentenza. «Sto dalla parte del poliziotto», scriveva. Le indagini dovevano ancora cominciare. La procura oggi contesta l’omicidio volontario, parla di un colpo sparato mentre il ragazzo fuggiva e dispone l’arresto dell’agente. Nel frattempo emergono versioni discordanti, omissioni, colleghi indagati per favoreggiamento.La fretta, però, è tutta  politica.

Pochi minuti dopo la notizia diversi esponenti della destra parlavano già di legittima difesa «molto evidente», con il ministro dell’Interno Piantedosi allineato al vicepremier . La Lega Nord raccoglie 7.000 firme di solidarietà per l’agente. Si propone perfino un sostegno economico. L’accusa viene definita «gratuita ed eccessiva». 

Salvini aveva scelto la divisa prima dei fatti. Aveva blindato la narrazione prima dei rilievi balistici, prima delle perizie, prima delle testimonianze che ora incrinano la prima versione. Quando la procura cambia quadro, quando la scena ricostruita dagli inquirenti parla di un uomo colpito alla testa mentre scappava, la politica che aveva gridato alla legittima difesa resta nuda.

La figuraccia è tutta qui: un vicepresidente del Consiglio che usa un’indagine in corso per fare campagna sullo scudo penale alle forze dell’ordine e che si scopre smentito dagli atti. La destra aveva bisogno di un caso esemplare: Rogoredo doveva servire a dimostrare che la polizia va liberata dai controlli, che le procure intralciano l’ordine naturale delle cose. Poi sono arrivate le carte.

Adesso parlano di “mela marcia”. I post vengono cancellati. Ma le firme restano, le dichiarazioni restano. Resta soprattutto la scelta di stare con una versione prima ancora che con la verità. Per chi invoca legge e sicurezza a ogni comizio, è una lezione elementare: la presunzione di innocenza vale per tutti. Anche quando indossa una divisa, anche quando conviene il contrario.

Buon martedì. 

Foto Gov

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Lega, Davide Vecchi alla comunicazione: scoppia la guerra dell’ufficio stampa, iniziata la resa dei conti su Salvini

Nella Lega l’ultima frattura non attraversa più soltanto le correnti politiche: passa dagli uffici stampa, dalle convocazioni alle agenzie e dalla distribuzione delle interviste. È lì che si consuma la guerra interna che accompagna la fase definita “post-Vannacci” e che ora si concentra attorno alla figura di Davide Vecchi, ex direttore de Il Tempo chiamato da Matteo Salvini a coordinare in modo trasversale la comunicazione del partito, dal Mit ai gruppi parlamentari.

La transizione da partito territoriale a forza nazional-populista ha lasciato cicatrici profonde. I salviniani del Sud spingono su infrastrutture e centralità dello Stato; i nordisti storici chiedono autonomia e fisco leggero. I governatori pretendono una comunicazione istituzionale e amministrativa; la segreteria federale rivendica polarizzazione e mobilitazione permanente. La balcanizzazione politica si riflette in un’anarchia operativa.

Dal trauma del 2017 alla nuova super-consulenza

La memoria interna è ancora segnata dal 2017, quando la Lega mise in mobilità 24 dipendenti storici dichiarando difficoltà finanziarie mentre, grazie al 2 per mille, incassava circa 1,8 milioni di euro e investiva nella consulenza esterna di Luca Morisi, l’architetto della “Bestia”. L’esternalizzazione della propaganda a scapito della struttura interna generò un trauma che oggi riaffiora.

Dopo la stagione di Morisi, l’era di Matteo Pandini aveva tentato una normalizzazione ministeriale. Il recente rimpasto, con l’uscita di Pandini dalla guida tecnica del Mit e l’ingresso di Vecchi come super-consulente globale, ha riaperto la ferita. Per la vecchia guardia si tratta di un commissariamento politico; per Salvini, di un rafforzamento strategico.

Il paradosso Vecchi e l’ombra del cerchio magico

Vecchi arriva con un curriculum che inquieta i parlamentari. Da firma d’inchiesta de Il Fatto Quotidiano ha raccontato i conti della famiglia Bossi e l’inchiesta sui fondi gestiti da Francesco Belsito; nel 2014 fu querelato da Salvini e nel 2016 il Gip di Bergamo archiviò il caso. Oggi quello stesso giornalista coordina la comunicazione del leader che lo portò in tribunale.

La sua vicinanza percepita al cosiddetto cerchio magico, e in particolare a Francesca Verdini, continua ad alimentare sospetti. Ogni scelta viene letta come operazione di blindatura del segretario più che come riorganizzazione tecnica. Le accuse parlano di divide et impera: visibilità concessa ai fedelissimi, marginalizzazione dei corpi intermedi.

Capigruppo in ombra, pasdaran in prima linea

I nomi ricorrenti nelle lamentele sono quelli dei capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, figure di mediazione parlamentare e punto di riferimento per l’asse nordista. Sostengono la governabilità, gestiscono votazioni delicate, tengono insieme la maggioranza. E l’’ufficio stampa, denunciano i loro, ne riduce l’esposizione.

In parallelo cresce la centralità mediatica di Claudio Borghi, ideologo del sovranismo economico, e di Domenico Furgiuele, volto dell’espansione meridionale. Le loro uscite incendiarie garantiscono tensione e identità. I capigruppo spengono incendi; i pasdaran li alimentano. E la linea comunicativa privilegia i secondi.

Milano-Cortina come spartiacque

La resa dei conti è attesa al rientro romano di Salvini dagli impegni legati ai Giochi di Milano-Cortina 2026. L’evento è vetrina istituzionale e asset politico, ma anche causa dell’assenza del leader dalle micro-dinamiche parlamentari. Nella finestra romana prima delle Paralimpiadi si misurerà la tenuta del partito.

Ora fare retromarcia su Vecchi significherebbe riconoscere l’errore della strategia di controllo egemonico. Confermarlo equivarrebbe a certificare una scissione silenziosa con governatori e gruppi parlamentari. Il conflitto nell’ufficio stampa racconta più di qualsiasi sondaggio lo stato della Lega: un partito che discute la propria identità mentre combatte per la gestione del megafono.

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Quasi sessanta giornalisti palestinesi in prigione

Le guerre producono morti. Poi producono archivi. E nelle ultime ore l’archivio si è riempito di celle.

Il Committee to Protect Journalists, nel nuovo rapporto ripreso dal Guardian, raccoglie testimonianze su quasi sessanta giornalisti palestinesi detenuti in Israele dal 7 ottobre 2023: percosse, fame, abusi, violenze sessuali. Le parole sono secche, documentate, difficili da archiviare come propaganda. Nello stesso flusso di notizie circola la denuncia rilanciata da Mustafa Barghouti su presunte “visite” organizzate in sezioni carcerarie per mostrare prigionieri immobilizzati. Anche quando resta nella forma della contestazione politica, l’immagine è chiara: la detenzione come messaggio.

Mentre i corpi vengono amministrati, a Bruxelles si discute di ricostruzione. Nikolay Mladenov incontra Kaja Kallas e i ministri degli Esteri dell’Unione. Si evocano Eubam Rafah ed Eupol-Copps, si parla di sicurezza, di disarmo di Hamas affidato alla polizia palestinese, di via libera israeliano. Il lessico è tecnico, la cornice è quella del tragico Board of Peace. 

Sul fronte regionale l’Egitto si dice “sconcertato” dalle parole dell’ambasciatore Usa Huckabee sull’espansione israeliana “fino al Nilo” e richiama la Carta Onu. Crepe pubbliche fra alleati, mentre a Washington si misurano gli effetti politici. Axios racconta che funzionari democratici, in un’analisi riservata sulla sconfitta elettorale, avrebbero individuato nel dossier Gaza un costo elettorale per la sconfitta Kamala Harris.

Le guerre producono urne. E le urne, a volte, restituiscono il conto. Intanto restano le celle, i giornalisti detenuti, le parole che chiedono di essere verificate e ascoltate. Occhi su Gaza significa questo: seguire la linea che unisce la prigione alla diplomazia, il tunnel alla conferenza stampa, il campo alla scheda elettorale. Finché la realtà non torna a pesare più delle formule.

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Canale di Sicilia, almeno mille migranti scomparsi per il ciclone Harry: “Identificare i corpi e garantire il diritto alla verità”

Tra il 14 e il 21 gennaio, mentre il ciclone “Harry” sollevava onde fino a 16 metri nel Canale di Sicilia, decine di imbarcazioni partite da Sfax hanno perso la rotta. Le ricostruzioni di Refugees in Libya-Tunisia, Mediterranea Saving Humans e Alarm Phone parlano di oltre dieci natanti dispersi e di almeno mille persone scomparse. Una sola barca avrebbe raggiunto Lampedusa. Delle altre restano frammenti, segnalazioni, telefoni muti.

Nelle settimane successive il mare ha iniziato a restituire ciò che aveva inghiottito. Un corpo recuperato dalla Ocean Viking e sbarcato a Siracusa. Altri tra Trapani, Marsala e Pantelleria. Altri ancora lungo la costa tirrenica calabrese, tra Tropea, Amantea, Scalea e Paola. Salme spesso irriconoscibili, segnate da giorni in acqua, dalla salsedine, dagli urti sugli scogli. Ogni ritrovamento però apre un fascicolo in una Procura diversa e quindi ogni fascicolo rischia di restare isolato.

Canale di Sicilia, le richieste alle autorità

Per questo Mem.Med – Memoria Mediterranea, ASGI, Mediterranea Saving Humans e Alarm Phone hanno inviato formali comunicazioni alle autorità italiane per sollecitare interventi urgenti sulle procedure di identificazione. Le organizzazioni chiedono il rispetto rigoroso dei protocolli per il prelievo e la comparazione del DNA, la tracciabilità certa delle sepolture, la centralizzazione delle informazioni.

«Al fine di restituire un’identità ed una storia alle persone scomparse e dare risposte certe alle famiglie abbiamo sollecitato l’adozione di procedure rigorose e coordinate», scrivono. E aggiungono: «Ribadiamo che il riconoscimento ufficiale è un atto di civiltà giuridica dovuto a chiunque perda la vita attraversando le frontiere».

Le norme esistono

Il nodo è giuridico oltre che simbolico. Il D.P.R. 87/2016 disciplina la banca dati nazionale del Dna e prevede il prelievo sui resti non identificati. La circolare del 22 novembre 2017 del Commissario straordinario per le persone scomparse indica procedure uniformi per la compilazione delle schede post mortem e l’inserimento dei dati nel Registro nazionale dei cadaveri non identificati. Le norme esistono, ora quindi servono decisioni operative e coordinamento tra Procure, Prefetture, Comuni e Ministero degli Esteri per attivare la comparazione con i campioni ante mortem raccolti dai familiari nei Paesi d’origine.

Senza un indirizzo nazionale il rischio è che ogni territorio proceda in ordine sparso, con risorse limitate e tempi diversi. Intanto le sepolture avvengono nei cimiteri locali, spesso con la sigla N.N., mentre le famiglie continuano a scrivere, telefonare, inviare fotografie. E ogni giorno che passa riduce le possibilità di ricostruire un’identità con strumenti ordinari.

Il diritto alla verità

In gioco c’è il diritto alla verità delle famiglie. Senza identificazione resta la sospensione: nessuna certezza sulla morte, nessun rito, nessuna chiusura giuridica. Le associazioni riferiscono di numerose segnalazioni ricevute da parenti che cercano figli, fratelli, mariti partiti dalla Tunisia nei giorni della tempesta. Ogni sepoltura anonima, ogni fascicolo chiuso senza accertamenti completi allunga dolorosamente quell’attesa.

Identificare significa collegare un codice genetico a una storia, consentire un rimpatrio o almeno una tomba tracciabile. È un obbligo che discende dalle convenzioni internazionali e dalla legislazione italiana. Nel Canale di Sicilia il bilancio umano del ciclone “Harry” resta provvisorio. Le onde hanno disperso le barche e ora la frammentazione amministrativa rischia di disperdere anche le identità. Tra un numero e un nome passa la misura della civiltà giuridica di uno Stato, e la sua capacità di assumersi responsabilità anche dopo la morte.

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