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Sciopero sanità privata: profitti record per le aziende e contratti fermi per i lavoratori

Il tentativo di conciliazione al Ministero del Lavoro si è chiuso senza accordo. Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl hanno avviato le procedure verso lo sciopero nazionale nella sanità privata Aiop–Aris. Il contratto è fermo da anni. Le associazioni datoriali, nella ricostruzione sindacale, legano gli aumenti alla copertura integrale da parte delle Regioni. La vertenza ruota attorno a una domanda semplice: chi paga il lavoro dentro strutture che operano con fondi pubblici?

La cornice è nota. L’accreditamento istituzionale previsto dal decreto legislativo 502 del 1992 consente ai privati di entrare nella rete del Servizio sanitario regionale. Gli accordi contrattuali con Regioni e Asl definiscono volumi e remunerazioni. Le tariffe fissano il perimetro dei rimborsi. Quando le Regioni riconoscono importi superiori alle tariffe massime, la differenza grava sui bilanci regionali. È il meccanismo degli articoli 8-quater, 8-quinquies e 8-sexies. La domanda di mercato si trasforma in programmazione pubblica.

Dentro questa architettura si muovono gruppi industriali di grandi dimensioni. Il Gruppo San Donato ha presentato per il 2024 ricavi per 2,57 miliardi di euro e un Ebitda di 323 milioni, definendo l’esercizio «anno record». Garofalo Health Care, società quotata, ha comunicato per il 2024 ricavi consolidati per 470,7 milioni, Ebitda rettificato a 78,5 milioni e utile netto a 21,8 milioni. KOS, attiva in riabilitazione e residenze, ha pubblicato ricavi per 798,8 milioni, Ebitda a 164,6 milioni e risultato netto a 20,5 milioni. Sono dati ufficiali, contenuti nei bilanci e nei comunicati societari.

Il nodo del lavoro

La vertenza sindacale fotografa un’altra realtà. Il Ccnl Aiop–Aris attende il rinnovo. L’inflazione ha eroso retribuzioni e indennità. I sindacati contestano la scelta datoriale di subordinare gli aumenti a coperture regionali aggiuntive. È un passaggio che sposta il baricentro: l’impresa chiede che il costo del lavoro venga sostenuto dal finanziamento pubblico che già alimenta le strutture accreditate.

Le organizzazioni chiedono un principio diverso: legare accreditamento e finanziamento all’applicazione del contratto nazionale rinnovato. La proposta è semplice nella formulazione. Se una struttura eroga prestazioni con onere a carico del SSR, il rispetto del Ccnl deve essere requisito per restare nella rete. La contrattazione, finora, si è arenata.

Programmazione e rendita

Il sistema dell’accreditamento ha una ratio dichiarata: integrare pubblico e privato dentro una pianificazione regionale. I contratti fissano tetti, volumi, regressioni tariffarie. Il rischio d’impresa si intreccia con la certezza di flussi programmati. Le tariffe, aggiornate periodicamente, definiscono il valore delle prestazioni. Le Regioni possono riconoscere importi superiori alle soglie nazionali, con costi a carico dei propri bilanci.

In questo quadro, la distanza tra margini industriali e salari bloccati diventa il cuore politico dello sciopero. I bilanci 2024 mostrano gruppi con centinaia di milioni di ricavi e margini operativi consistenti. La trattativa salariale resta sospesa. Le imprese chiedono coperture pubbliche per finanziare gli aumenti. I lavoratori chiedono il rinnovo.

Ora la palla passa alle Regioni. Gli accordi con Asl e SSR fissano volumi e tetti di spesa, quindi possono inserire clausole vincolanti su applicazione del Ccnl e trasparenza dei costi del personale. Se chiedono prestazioni, possono chiedere anche salari. È qui che si misura la responsabilità politica.

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Migliaia di corpi sotto le macerie di Gaza

Ottomila corpi restano sotto le macerie. Il numero lo ripete la Protezione civile della Striscia: edifici crollati, quartieri polverizzati, squadre senza mezzi sufficienti per scavare in profondità. Si vive sopra ciò che non è stato ancora sepolto. L’UNDP stima che, al ritmo attuale, serviranno anni per rimuovere le macerie. Anni per riportare alla luce case, scuole, persone. Il tempo tecnico della ricostruzione coincide con il tempo morale della sospensione.

Intanto la vita quotidiana si misura in permessi sanitari. Dalla riapertura del valico di Rafah sono usciti poco più di duecento pazienti, a fronte di oltre diciottomila che avrebbero bisogno di cure fuori dalla Striscia. Ogni partenza è un’eccezione amministrativa. Gli altri restano in corsia, negli ospedali che funzionano a intermittenza, tra carenze di farmaci, generatori e personale. La selezione diventa criterio di sopravvivenza.

Mentre Gaza resta una distesa di detriti, a Gerusalemme si parla di futuro territoriale. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato l’intenzione di promuovere la “migrazione” dei palestinesi da Gaza e dalla Cisgiordania e di estendere la sovranità israeliana su parti dei territori occupati. Nelle stesse ore, ottantacinque Stati membri delle Nazioni Unite hanno firmato una dichiarazione contro l’espansione degli insediamenti e contro ogni passo verso l’annessione. Due linguaggi si sovrappongono: quello della pianificazione politica e quello della condanna diplomatica.

Sul terreno restano i corpi irraggiungibili e i pazienti in attesa. Le macerie non sono solo ciò che è crollato. Sono ciò che impedisce di contare fino in fondo le vittime e di restituire un nome a chi manca. Ogni giorno che passa consolida una normalità fatta di emergenza permanente. Gaza è un luogo in cui il tempo della rimozione è lento e quello delle decisioni è rapido. Nel mezzo, una popolazione che continua a vivere sopra ciò che non riesce ancora a seppellire.

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Albanese nel mirino, dagli affondi di Tajani alla risoluzione della Lega. Ma l’Onu smonta l’attacco italiano

Le parole pronunciate il 7 febbraio al Forum di Doha sono diventate, nel giro di poche ore, un caso diplomatico. Una clip circolata sui social attribuisce a Francesca Albanese l’idea di Israele come “nemico dell’umanità”. Da lì parte la richiesta di dimissioni avanzata da diversi governi europei, Italia compresa. Il 17 febbraio, però, il Coordination Committee delle Special Procedures delle Nazioni Unite interviene con una nota ufficiale: parla di “fatti fabbricati” e di un attacco costruito su una ricostruzione distorta. La trascrizione integrale del discorso, ripresa da Reuters, restituisce un senso diverso da quello propagato.

In Italia l’offensiva è politica e parlamentare. Antonio Tajani, a margine della Conferenza sulla sicurezza di Monaco il 13 febbraio, definisce Albanese “capo fazione” e sostiene la richiesta di dimissioni. Alla Camera, il 12 febbraio, una risoluzione della Lega impegna il governo a sostenere formalmente l’estromissione della relatrice Onu nella sessione del Consiglio per i diritti umani del 23 febbraio. Primo firmatario Paolo Formentini, con i colleghi del gruppo.

La polemica si era già accesa qualche giorno prima per la presenza di Albanese a Montecitorio. Federico Mollicone parla di “oltraggio al Parlamento”. Maurizio Gasparri definisce l’iniziativa “vergognosa”. Sara Kelany e Elisabetta Gardini contestano autorevolezza e imparzialità della relatrice. Davide Bellomo arriva a chiedere la restituzione simbolica delle chiavi della città di Bari. Le dichiarazioni sono pubbliche, registrate da agenzie e atti parlamentari. Il bersaglio è sempre lo stesso: la legittimità della funzione Onu.

Albanese: la nota dell’Onu e il cortocircuito italiano

La presa di posizione del Coordination Committee introduce un elemento dirimente. L’organo che coordina gli esperti indipendenti del Consiglio per i diritti umani denuncia una campagna di delegittimazione fondata su materiale manipolato. Invita gli Stati a proteggere l’indipendenza dei mandati e a evitare pressioni politiche. Reuters ricostruisce il passaggio contestato del 7 febbraio: il riferimento al “nemico comune” riguarda un sistema di potere e di narrazione, non uno Stato o un popolo. La differenza è sostanziale.

Il cortocircuito italiano emerge qui. Ministri e parlamentari si sono associati alla richiesta di rimozione mentre l’Onu, attraverso il suo organo di coordinamento, parla di attacchi costruiti su basi inesatte. Il terreno diventa scivoloso: si chiede la testa di una relatrice sulla scorta di una clip circolata sui social, poi smentita nella sua interpretazione dalla documentazione ufficiale. La vicenda si inserisce in un clima già segnato dalle sanzioni statunitensi del luglio 2025 contro Albanese, criticate a loro volta da esperti Onu come un attacco al sistema dei diritti umani.

Albanese: un precedente che pesa

Il mandato di Albanese, conferito dal Consiglio per i diritti umani, è un incarico indipendente. Gli special rapporteurs operano a titolo personale e rispondono al Consiglio, non ai governi. Reuters ricorda che la rimozione di un relatore durante il mandato rappresenterebbe un precedente senza storia recente e richiederebbe un passaggio formale tra i 47 membri del Consiglio. La richiesta politica italiana si inserisce dunque in una dinamica che travalica la singola frase contestata.

Resta il dato politico. Il governo italiano si è collocato nel fronte che chiede l’allontanamento della relatrice speciale proprio mentre l’organo che tutela l’autonomia degli esperti denuncia pressioni e disinformazione. La distanza tra le parole dei ministri e la nota delle Nazioni Unite è netta. In mezzo, una frase decontestualizzata e trasformata in prova d’accusa. La discussione sul merito delle posizioni di Albanese resta aperta; quella sulla correttezza delle procedure e sull’uso delle fonti è già scritta nei documenti ufficiali.

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Un appello contro la gogna: il giornalismo scelga da che parte stare

Ci sono appelli che raccontano più del silenzio che li rende necessari. Quello promosso da Fada Collective, pubblicato da Kritica il 17 febbraio 2026, nasce dentro un clima preciso: giornalisti palestinesi arrestati o interdetti, comunità palestinesi in Italia esposte alla gogna, redazioni che trasformano nomi e volti in bersagli.

A Gerusalemme Est viene arrestata Nisreen Salem Alabayed mentre lavora. Almeno nove cronisti palestinesi ricevono il divieto di accesso alla Moschea di Al Aqsa durante il Ramadan. Nelle carceri israeliane risultano detenuti almeno 45 giornalisti, in larga parte senza capi d’accusa formalizzati. Ai reporter stranieri il visto viene revocato quando la copertura risulta sgradita.

L’appello denuncia anche ciò che accade qui. L’arresto di Mohamed Shahin, poi liberato, dopo un articolo e un’interrogazione parlamentare. La pubblicazione di nomi e fotografie di indagati accostati alla parola “terrorismo”. La richiesta del Ministero dell’Istruzione alle scuole di indicare il numero di studenti palestinesi presenti, senza chiarire finalità e tutele.

I firmatari parlano di deontologia violata, di presunzione di innocenza calpestata, di un’informazione che diventa strumento di pressione politica. Chiedono all’Ordine dei Giornalisti di intervenire. Rivendicano una distinzione netta tra antisemitismo e critica politica a Israele. Mettono in guardia dall’uso estensivo della definizione IHRA approvata in Commissione al Senato.

Il punto è semplice e riguarda il mestiere. Il giornalismo esiste per controllare il potere, non per amplificarne le liste. Protegge i vulnerabili, non li espone. Quando abdica a questa funzione diventa parte del problema.

Per questo mi unisco a quell’appello. 

Buon mercoledì.

Foto WMC

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Board of Peace, Europa in ordine sparso al tavolo di Trump. Mentre la Commissione Ue non aderisce ma presenzia

Il primo vertice del Board of Peace convocato a Washington segna l’ennesima frattura politica dentro l’Unione europea. L’iniziativa, lanciata da Donald Trump come evoluzione del suo piano in 20 punti per Gaza, nasce come piattaforma intergovernativa sulla governance post-bellica della Striscia e viene poi allargata a “risoluzione dei conflitti” su scala più ampia. Il quadro giuridico ovviamente è incerto. Il riferimento alla Carta delle Nazioni Unite è oggetto di rilievi formali da parte delle istituzioni europee. In molti sono convinti che si tratti dell’ennesimo attacco al diritto internazionale. E l’Europa In ordine sparso. 

Soltanto Ungheria e Bulgaria hanno annunciato l’adesione piena. Italia, Romania e Cipro scelgono lo status di osservatori. Spagna, Slovenia, Slovacchia, Polonia, Francia e Svezia declinano. Germania, Austria, Finlandia e altri governi esprimono riserve, richiamando il ruolo già attribuito all’Onu nella gestione delle crisi internazionali. Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania e Lussemburgo non risultano tra gli invitati o escludono comunque la partecipazione. Il risultato è una mappa politica frammentata, con governi che rivendicano prudenza istituzionale mentre accettano che l’iniziativa americana definisca tempi e priorità.

Il richiamo all’Onu che resta lettera morta

Le motivazioni ufficiali convergono su un punto: la sovrapposizione con il sistema multilaterale esistente. Il cancelliere austriaco Christian Stocker ha ricordato che «esiste già un’organizzazione creata per questi casi, l’Onu». Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha richiamato l’impegno verso «l’ordine multilaterale e il diritto internazionale». Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha parlato di «seri dubbi» sulla compatibilità dello statuto del Board con la Carta delle Nazioni Unite. Anche il Servizio europeo per l’azione esterna ha sollevato perplessità sulla coerenza con i principi costituzionali dell’Unione.

Le obiezioni sono pubbliche ma le scelte politiche molto meno. Mentre si invoca il multilateralismo, si accetta la nascita di una struttura parallela che si colloca fuori dai meccanismi decisionali dell’Onu e senza un mandato del Consiglio di Sicurezza.

La Commissione dentro la sala, senza chiamarsi membro

La Commissione europea ha annunciato che la commissaria per il Mediterraneo Dubravka Šuica parteciperà alla riunione di Washington. La portavoce capo Paula Pinho ha precisato: «Non stiamo diventando membri». Alla domanda se l’Unione parteciperà come osservatore, la Commissione ha evitato di adottare la definizione. La distinzione formale resta. La presenza politica pure.

Il risultato finale è un pericoloso doppio livello: gli Stati membri si muovono in ordine sparso, Bruxelles contesta alcuni profili giuridici dell’organismo e al tempo stesso prende posto al tavolo. La cornice del diritto internazionale viene evocata per segnare distanza, mentre l’architettura alternativa prende forma con la partecipazione europea.

Il Board nasce fuori dal perimetro delle Nazioni Unite, con uno statuto discusso e una governance più che opaca. L’Unione europea, che nei trattati si definisce attore fondato sul multilateralismo e sulla centralità dell’Onu, oscilla per l’ennesima volta tra richiamo ai principi e adattamento alla nuova piattaforma americana. Il precedente pesa: quando un organismo parallelo entra in funzione con l’avallo, anche indiretto, delle capitali europee, il sistema multilaterale si indebolisce per prassi e crea una consuetudine politica che rischia di diventare norma.

Washington detta l’agenda, le capitali scelgono formule diverse e la Commissione partecipa, pur sollevando riserve formali.  Così il diritto internazionale resta citato nei comunicati ufficiali ma il tavolo operativo, però, è un altro. Ed è lì che si costruiscono precedenti destinati a restare.

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Scuola, l’Europa avverte l’Italia sulla piaga dei precari: nuova messa in mora per la procedura di infrazione

La Commissione europea ha inviato all’Italia una nuova lettera di messa in mora nell’ambito della procedura di infrazione Infr(2024)2277. Al centro c’è la scuola. Bruxelles contesta il mancato pieno recepimento della direttiva 1999/70/Ce sul lavoro a tempo determinato, che vieta differenze di trattamento fra personale precario e personale di ruolo e impone misure efficaci contro l’uso seriale dei contratti a termine. Nel mirino finisce anche il principio di parità retributiva: stessa funzione, stesso lavoro, stessi diritti economici lungo tutta la durata del rapporto.

È l’ennesimo richiamo che attraverso il tempo e governi di diverso colore. Lo scorso autunno l’Europa aveva già acceso un faro sull’eccesso di supplenze. Ora la contestazione riguarda anche la progressione economica: a docenti e Ata con contratto a termine viene negata la maturazione delle fasce stipendiali durante il servizio, mentre chi è di ruolo accumula scatti legati all’anzianità. La conseguenza è una busta paga che resta ferma per anni proprio mentre la scuola regge su un turn over permanente.

Duecentomila supplenze e scatti negati

I numeri fotografano la dimensione strutturale del problema. Anche quest’anno le supplenze superano quota 200 mila, con oltre 120 mila incarichi sul sostegno. Dopo due concorsi legati al Pnrr restano scoperte 23.200 cattedre, più del 40 per cento dei posti disponibili. La continuità didattica, indicata come priorità politica, si ferma a un dato: soltanto il 24 per cento dei posti di sostegno ha visto la conferma del supplente da parte delle famiglie. Sul versante Ata circa il 30 per cento del personale è precario, con un meccanismo che cresce perché il ministero immette in ruolo sui soli posti liberati dai pensionamenti, lasciando ai contratti brevi il compito di coprire il resto del fabbisogno.

Il governo ha rivendicato il decreto legge 131 del 2024, il cosiddetto “Salva Infrazioni”, che ha innalzato l’indennità risarcitoria per abuso di contratti a termine fino a 24 mensilità. Bruxelles osserva che un risarcimento ex post non esaurisce l’obbligo di parità di trattamento durante il rapporto di lavoro: la direttiva chiede tutele in corso d’opera, regole certe contro il precariato cronico, percorsi di stabilizzazione credibili. In questo quadro entra anche la ricostruzione di carriera: l’anzianità maturata prima dell’immissione in ruolo pesa su stipendi e progressioni, e la richiesta europea punta a un riconoscimento pieno del servizio pre-ruolo.

La Flc Cgil ha chiesto al ministero dell’Istruzione di intervenire «stabilizzando tutti i precari vittime della reiterazione dei contratti» e riconoscendo la maturazione delle fasce stipendiali in base all’anzianità, così da garantire parità salariale durante il precariato. Il sindacato annuncia azioni legali per recupero delle differenze stipendiali e risarcimenti, in vista del passaggio davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea.

Un precariato diventato sistema

La vicenda assume un rilievo politico che supera la contabilità delle cattedre. Da anni l’Italia presenta un’alta incidenza di contratti a termine nell’istruzione. La Corte di giustizia, già nel 2014, aveva richiamato Roma sull’abuso di contratti reiterati privi di misure adeguate di stabilizzazione. Oggi la Commissione torna a contestare che la discriminazione salariale resti in piedi: il precario viene usato come organico strutturale, poi trattato come forza lavoro provvisoria anche quando lo Stato lo richiama ogni settembre nello stesso istituto, spesso sulla stessa classe.

Il governo ha scelto di intervenire sulle conseguenze economiche dell’abuso, lasciando sullo sfondo le cause. Le immissioni in ruolo procedono a distanza dal fabbisogno reale, mentre le supplenze restano il perno dell’organizzazione scolastica. La fotografia consegnata a Bruxelles mostra un sistema che funziona grazie a lavoratrici e lavoratori con tutele ridotte, e che scarica sulla scuola il costo di una programmazione insufficiente.

La scuola è uno dei capitoli più citati nei discorsi ufficiali sulla centralità dell’istruzione e sul rilancio del merito ma la procedura di infrazione racconta un’altra dimensione: un personale indispensabile che vede l’anzianità trasformata in esperienza utile solo a tenere in piedi l’emergenza. L’Europa chiede di allineare le norme. Il tempo concesso al governo per rispondere è già consumato.

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Ravenna, sei medici indagati: scontro sulla detenzione nei Centri rimpatri, tra autonomia clinica e circolari ministeriali

L’alba del 12 febbraio 2026 entra nel reparto di Malattie Infettive dell’ospedale “Santa Maria delle Croci” di Ravenna insieme alla Squadra Mobile. Computer portati via, cartelle cliniche acquisite, telefoni sequestrati. Sei dirigenti medici finiscono indagati per falso ideologico in atto pubblico. L’accusa: certificazioni costruite su patologie inesistenti o gonfiate per bloccare il trasferimento di cittadini stranieri nei Cpr. Il riferimento è l’articolo 479 del codice penale. Il reparto resta sotto pressione per un’intera giornata e la corsia diventa terreno di contesa istituzionale, con pazienti in cura e attività clinica interrotta dalla logica del sequestro.

Un reparto sotto perquisizione, sei medici sotto accusa

L’indagine prende avvio da un controllo su strada: un cittadino irregolare, già valutato a Ravenna, era stato dichiarato inidoneo alla vita in comunità ristretta, fermando di fatto la procedura di trattenimento. Da quel singolo episodio la Procura ipotizza una prassi estesa, fino a delineare un presunto modus operandi: certificazioni “di comodo” per sottrarre persone al circuito dei rimpatri.

Il punto giuridico è scivoloso. Per il falso ideologico serve il dolo, quindi una volontà cosciente di attestare il falso, oltre l’errore clinico. La difesa, sostenuta da ordini professionali e società scientifiche, ribatte con una distinzione netta: la certificazione di idoneità o inidoneità al Cpr è un giudizio prognostico complesso, legato al rischio di peggioramento in un contesto detentivo, quindi una valutazione tecnica che vive dentro il perimetro di scienza e coscienza. Sullo sfondo stanno l’articolo 32 della Costituzione e gli obblighi del Codice di deontologia medica sulle certificazioni e sulla tutela dei soggetti fragili.

I sindacati parlano di effetto intimidatorio e di rischio di medicina difensiva: certificare idoneità per evitare guai giudiziari, trasferendo il costo del timore sul corpo del paziente. Una torsione che pesa in modo particolare in un reparto di infettivologia, dove i protocolli e la serenità operativa sono parte della cura.

La circolare Piantedosi e la guerra sulla discrezionalità clinica

Il contesto temporale spiega la miccia. Il 20 gennaio 2026 il Ministero dell’Interno firma una circolare su “interventi strategici” per il contrasto all’immigrazione irregolare: la visita di idoneità può completarsi entro 24 ore dall’ingresso nel centro; la tossicodipendenza perde il carattere di esclusione automatica, con gestione demandata ai SerD tramite convenzioni; il trattenimento “senza indugio” diventa priorità. Fino a quel momento la direttiva Lamorgese (19 maggio 2022) teneva la visita come filtro preventivo stringente. Il cambio di paradigma stringe i medici tra celerità amministrativa e prudenza clinica.

A gennaio 2026 arriva anche un elemento sovranazionale destinato a pesare nelle aule: l’evidence brief dell’OMS/WHO, “Health in immigration detention”, che definisce la detenzione amministrativa intrinsecamente patogena, segnala aumento di autolesionismo e ideazione suicidaria, PTSD, ansia e depressione e descrive i luoghi di trattenimento come incubatori per rischi infettivi. Su quella base la SIMM lancia l’appello “La cura non è un reato”, coordinato dall’infettivologo Nicola Cocco, con adesioni di organizzazioni umanitarie e associazioni scientifiche e giuridiche.

La politica sceglie il megafono. Il 13 febbraio 2026 il vicepremier Matteo Salvini scrive e dichiara: «Gravissimo. Se fosse confermato, sarebbe una vergogna da licenziamento, da radiazione e da arresto». Sul fronte ordinistico, il presidente FNOMCeO Filippo Anelli mette un paletto: «Il controllo della sicurezza lasciamolo alle Forze dell’Ordine: ai medici affidiamo la cura delle persone». In Regione, Michele de Pascale denuncia una filiera che scarica contraddizioni e fallimenti operativi su chi lavora in prima linea. Il 17 febbraio un flash mob davanti al “Santa Maria delle Croci” porta in strada camici bianchi e cittadini: la frattura diventa pubblica.

Ravenna, adesso, vale più dei sei avvisi di garanzia. Dentro quell’inchiesta si misura la tenuta dell’autonomia clinica quando la certificazione sanitaria diventa ostacolo per l’apparato dei rimpatri. Se passa l’idea che il giudizio medico, fondato su evidenze e deontologia, possa trasformarsi in reato per incompatibilità con un obiettivo di sicurezza, la corsia smette di essere un luogo di cura e diventa un ufficio di frontiera.

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Appesi ad un permesso tra la vita e la morte

Mohammad Dhabban aveva una malattia rara. Servivano cure fuori dalla Striscia. Serviva un permesso. Non è arrivato. È morto così, dentro un territorio che trattiene anche chi dovrebbe soltanto attraversarlo per farsi curare. La restrizione alla mobilità diventa diagnosi. Il confine diventa cartella clinica. La sua storia scorre nelle stesse ore in cui Gaza continua a contare i vivi per sottrazione.

A nord della Striscia, dopo più di quattrocentonovanta giorni, la protezione civile ha recuperato venti corpi dalle macerie della casa della famiglia Nasr. Altri restano sotto il cemento. Il tempo non alleggerisce nulla, cristallizza. Le bare allineate davanti ai parenti raccontano che la guerra sopravvive anche quando si parla di tregua. Il silenzio delle armi non coincide con la fine delle conseguenze.

Le agenzie riferiscono dell’uccisione di un palestinese oltre la cosiddetta “linea gialla” e della scoperta di depositi d’armi tra Rafah e i tunnel. L’Idf rivendica operazioni mirate. Fonti locali parlano di un minore colpito a Jabalia e di un ferito. Le versioni divergono, i corpi restano. Ogni comunicato militare genera un contro-bollettino civile.

Intanto la Cisgiordania entra nel lessico dell’annessione. Si parla di percentuali, di registrazioni di terre come “statali”. Otto Paesi arabi e islamici richiamano la risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza e il parere della Corte internazionale di giustizia. La geografia diventa pratica amministrativa.

Mentre si scava per restituire un nome ai morti e per tentare di salvare chi chiede cure altrove, altrove si prepara un tavolo che si definisce pace. Qui l’uscita resta chiusa. Per i malati. Per chi attende sotto le macerie. Per una popolazione che aspetta un varco che sia reale.

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Decreto urgente, approvazione rimandata: la propaganda contro la realtà

Lo avevano raccontato come un’urgenza nazionale. Un argine immediato al caos, una risposta muscolare, un segnale da dare “subito”. Poi il decreto Sicurezza si è fermato. Bloccato su una scrivania della Ragioneria dello Stato, in attesa della bollinatura.

Due settimane. Per un provvedimento definito improcrastinabile.

La scena è semplice: conferenza stampa solenne, parole di ferro, tono da stato d’assedio. Subito dopo, la contabilità. Del resto i decreti costano. Anche i fondi per la sicurezza urbana costano. E se ci pensate bene le nuove assunzioni costano. Le misure simboliche hanno un prezzo che va scritto riga per riga. E lì la retorica lascia spazio ai numeri.

La Ragioneria chiede coperture solide, formule corrette soprattutto saldi coerenti. Senza quel sigillo il testo resta carta politica. Senza firma del Colle resta annuncio. Se non sta sulla Gazzetta Ufficiale è solo uno slogan.

La miseria politica sta tutta qui: l’esecutivo invoca l’emergenza e poi inciampa sui conti. Rivendica rapidità ma resta in attesa di una verifica tecnica e così la sicurezza agitata come vessillo identitario finisce nel cassetto delle compatibilità finanziarie.

Ogni giorno che passa accorcia il tempo per la conversione parlamentare. Ogni giorno espone l’improvvisazione di chi ha costruito la narrazione prima della struttura normativa.

Un decreto urgente che aspetta la calcolatrice racconta molto più di qualsiasi comizio. Racconta un governo che corre davanti alle telecamere e frena davanti ai capitoli di bilancio. Racconta una priorità proclamata a voce alta e sospesa tra commi da riscrivere e cifre da sistemare.

La sicurezza promessa al Paese, per ora, resta in fila alla Ragioneria. E quella fila pesa più di qualunque slogan.

Buon martedì.

Foto WMC

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Piano Ue sui rimpatri: tra raid e sorveglianza, il rischio di un clone del modello Ice

Il piano europeo sui rimpatri prende forma mentre a Bruxelles si prepara il voto in commissione Libertà civili previsto per l’inizio di marzo. La proposta di regolamento presentata dalla Commissione europea lo scorso marzo punta ad aumentare le espulsioni delle persone prive di titolo di soggiorno, con la possibilità di trasferirle in centri offshore situati in Paesi extra Ue. Oggi, secondo i dati richiamati dalla Commissione, una persona su cinque destinataria di un ordine di rimpatrio viene effettivamente riportata nel Paese di origine. L’obiettivo dichiarato è rendere le procedure “efficaci e moderne”.

Il punto è un altro. Se approvato nella forma attuale, questo regolamento rischia di importare in Europa un modello di enforcement che ricorda da vicino quello dell’Ice statunitense: perquisizioni domiciliari, controlli diffusi, pressione costante sulle comunità migranti, trasformazione degli spazi quotidiani in estensioni dell’apparato di polizia.

Ordine pubblico come infrastruttura di deportazione

Settantacinque organizzazioni per i diritti umani, in una dichiarazione congiunta, parlano di normalizzazione di raid nelle abitazioni, controlli nei luoghi di lavoro e negli spazi pubblici, raccolta massiva di dati personali, cooperazione rafforzata tra forze di polizia dei diversi Stati membri. Nel testo si descrive un sistema punitivo alimentato dalla retorica dell’estrema destra, fondato su sospetto, denuncia, detenzione ed espulsione.

Tra le misure citate figura la possibilità per la polizia di effettuare perquisizioni in abitazioni private e in “altri locali rilevanti” alla ricerca di persone irregolari, anche senza un ordine giudiziario. Michele LeVoy, della Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants, usa un’espressione precisa: “Ice-like raids”. Il parallelo con l’agenzia americana Immigration and Customs Enforcement riguarda il metodo: presenza capillare, interventi mirati su base amministrativa, pressione sistemica sulle comunità.

Servizi pubblici come terminali di controllo

Il regolamento potrebbe imporre ai servizi pubblici l’obbligo di segnalare le persone senza documenti. Medici del Mondo richiama l’esperienza del Minnesota, dove la stretta sull’immigrazione ha prodotto una crisi sanitaria: donne incinte, minori e persone con patologie croniche evitano ospedali e ambulatori anche in situazioni di emergenza. Quando l’accesso alle cure viene percepito come rischio di espulsione, la sanità pubblica arretra e il danno diventa collettivo.

A fine gennaio sedici esperti Onu hanno inviato una lettera di diciannove pagine alle istituzioni europee elencando oltre una dozzina di criticità rispetto agli obblighi internazionali in materia di diritti umani. Gli esperti mettono in guardia anche contro la tendenza a collegare ai migranti problemi strutturali interni, dalla crisi abitativa alla tensione sociale, come se la deportazione potesse funzionare da soluzione amministrativa.

Il piano prevede inoltre raccolta di dati su larga scala e scambio facilitato tra forze di polizia europee. Alamara Khwaja Bettum, di Statewatch, segnala che più sorveglianza e più profilazione producono discriminazione e rafforzano l’agenda delle destre radicali. Emmanuel Achiri, European Network Against Racism, indica le comunità razzializzate come prime destinatarie di questo impianto regolatorio.

Dopo l’avanzata delle destre alle europee del 2024, la pressione politica per irrigidire le politiche migratorie si è intensificata. La scorsa settimana il Parlamento Ue si è avvicinato ai centri offshore con un voto che amplia le opzioni di deportazione, compreso l’invio di richiedenti asilo verso Paesi mai frequentati.

Il rischio, oggi, è che l’Unione trasformi la gestione amministrativa dell’immigrazione in una macchina permanente di controllo, capace di entrare nelle case, nei luoghi di lavoro, negli ospedali. L’Ice europeo non avrebbe lo stesso nome. Avrebbe la forma di un regolamento tecnico. E opererebbe dentro le nostre città.

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