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Partita Iva solo sulla carta: mezzo milione di italiani lavora come un dipendente ma con meno diritti

Sono 494 mila. Hanno una partita Iva, fatturano, emettono parcelle. Poi entrano in ufficio alla stessa ora dei colleghi assunti, usano gli strumenti dell’azienda, rispettano procedure e gerarchie. L’Inapp, nel Policy Brief n. 37 di gennaio 2026, applica ai dati dell’Indagine Inapp-Plus 2024 la categoria ILO dei “dependent contractor”: rappresentano il 18,5% dei 2,6 milioni di autonomi senza dipendenti, il 2,1% degli occupati, il 9,8% degli indipendenti.

Autonomi sulla carta

La definizione è tecnica ma le conseguenze sono concrete. Lavoratori senza personale che dipendono quasi esclusivamente da un committente e hanno margini ridotti su compensi, tempi, strumenti. Tra gli autonomi senza dipendenti il 18,5% cumula vincoli economici e organizzativi. Un ulteriore 49,8% sperimenta almeno una delle due condizioni. La libertà piena riguarda una minoranza.

I settori si concentrano nei servizi: call center, pulizie, consegne, taxi, marketing, centralini. Il 4,4% dichiara un committente pubblico. Gli under 30 sono l’11,2% tra i dependent contractor contro il 4,4% medio degli indipendenti. Il 36,1% possiede una laurea. Otto su dieci operano negli “altri servizi”, soprattutto informazione e comunicazione, servizi alle imprese, trasporti, intermediazione finanziaria, istruzione e formazione.

Redditi bassi, stabilità fragile

Le ore lavorate avvicinano questi lavoratori ai dipendenti. I redditi li separano. Il 44,4% resta sotto i 15 mila euro lordi annui contro il 10,4% dei dipendenti. Solo il 16,5% si colloca tra 28 e 50 mila euro, circa la metà dei dipendenti (31,3%). La fascia oltre i 50 mila euro è marginale. La soddisfazione per la stabilità si ferma al 58,6%, oltre dieci punti sotto gli altri indipendenti.

La genesi del rapporto di lavoro chiarisce il contesto. Il 48,2% ha aperto la posizione autonoma su richiesta del committente; il 12,1% indica l’assenza di alternative. Strada obbligata per il 60,2% dei dependent contractor. Tra i datori di lavoro la quota scende allo 0,8%.

Un sistema che scarica il rischio

Dal 2004 l’Italia ha perso oltre un milione di lavoratori indipendenti mentre l’occupazione dipendente stabile è cresciuta di oltre due milioni. Oggi gli autonomi sono il 21,9% degli occupati contro una media Ue del 14,2%. Dentro questa quota si annida una porzione che sopporta il rischio d’impresa senza governarne le leve.

Nel lavoro quotidiano emergono indicatori che avvicinano questi profili alla subordinazione: orari concordati con il cliente, utilizzo di mezzi e strutture del committente, prestazioni analoghe a quelle dei dipendenti. In molti casi il contratto con lo stesso cliente viene rinnovato più volte, segno di una continuità che stride con la narrativa dell’indipendenza.

Le normative europee e italiane

Parlamento e Consiglio Ue hanno approvato la direttiva 2024/2831 sul lavoro tramite piattaforme digitali, con recepimento entro dicembre 2026. In Italia il collegato lavoro 203/2024 apre al riconoscimento dei rapporti ibridi. Il dibattito si concentra sull’estensione delle tutele: malattia, maternità, coperture contro gli infortuni, accesso agli ammortizzatori.

Mezzo milione di persone resta sospeso. Firma contratti autonomi, risponde a un solo committente, accetta compensi fissati altrove. L’etichetta parla di imprenditori individuali. I numeri raccontano lavoratori con autonomia compressa, esposti a redditi bassi e instabilità. Una linea sottile divide la forma giuridica dalla sostanza del rapporto. Dentro quella linea si muovono 494 mila storie che reggono interi segmenti del terziario italiano.

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L’Italia nel salottino di Trump

Consapevoli dei tempi bui del nostro paese e per evitare che l’Italia tornasse serva di qualcuno i nostro padri costituenti hanno scritto nell’articolo 11 della Costituzione che l’Italia ripudia la guerra e consente limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità e per scopi di pace e giustizia.

Quel “solo” dice sostanzialmente che nei consessi internazionali il nostro Paese non può essere cameriere degli interessi particolari di qualcuno, nemmeno di quegli Usa che utilizzano il nostro territorio come avamposto militare.

Una delle poche promesse chiare di Giorgia Meloni in campagna elettorale fu che l’Italia sarebbe stata patria del sovranismo in Europa. Tradotto: l’Italia avrebbe pensato prima ai suoi interessi e poi avrebbe rivendicato la sua posizione sullo scacchiere internazionale.

Dopo quattro anni di governo il trio Meloni-Tajani-Salvini è riuscito nel tragico miracolo di trasformare la nazione italiana nello scendiletto di Donald Trump, di suo genero Jared Kushner, del ricercato internazionale Benjamin Netanyahu e una sfilza di autocrati (o aspiranti tali) che va dal’Argentina di Milei all’Ungheria di Orbàn passando dalla Turchia di Erdogan.

Si badi bene: la torsione della Costituzione e della dignità internazionale non avviene come ultima possibilità di salvare vite umane o evitare un disastro mondiale. Anzi, il cosiddetto Board of peace (che altro non è che il salottino di Trump) non ha fermato il genocidio in corso a Gaza, non ha rallentato le violenze in Cisgiordania e non ha indebolito la faccia feroce di Netanyahu e del suo governo di squinternati.

Il governo italiano calpesta la dignità internazionale per non “sentirsi tagliato fuori” dal circolino a cui ambisce, come certi ossessionati ricconi che inondavano di miagolanti messaggi il Jeffrey Epstein che fu, prima della sua caduta. Meloni e Tajani non perdono l’occasione di sentirsi parte attiva della colonizzazione di Gaza martoriata, leccandosi i baffi per l’hub turistico e commerciale che potrebbe diventare.

Solo per questo la presidente del Consiglio e la sua cerchia accettano di fare gli osservatori, come certi silenziosi personaggi che guardano gli altri mentre giocano a carte al bar e poi tornano a casa convinti di avere contribuito alla partita. Attenzione: sono gli stessi che vorrebbero modificare la Costituzione.

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A Gaza la guerra entra in classe

La guerra entra in classe. A Gerusalemme Est con le uniformi, a Ramallah con le gomme da cancellare.

Il 4 febbraio Israel Hayom ha anticipato un progetto del Home Front Command: riservisti arabofoni, in divisa, dentro una scuola pilota palestinese per lezioni di “emergency awareness”. Avvio a maggio, coordinamento con municipio e comitati dei genitori. The New Arab ha ripreso la notizia. L’esercito spiega che è educazione civile. L’immagine è un soldato davanti a un banco.

Nelle stesse settimane, documenti diffusi da Quds parlano di una lettera del 19 gennaio 2026 del ministro dell’Istruzione Amjad Barham al ministro delle Finanze e di un incontro del 27 gennaio con funzionari europei: richieste di modifiche ai manuali, dalla prima alla decima classe. Rimozioni e sostituzioni: l’inno nazionale in prima, riferimenti ai prigionieri, formule su Gerusalemme, mappe, termini storici. Palestine Chronicle e MEMRI rilanciano. Bruxelles, nei testi pubblici sugli aiuti, parla di riforme e condizionalità, senza elenchi di pagine.

Intanto Gaza continua a contare. Fonti mediche palestinesi parlano di centinaia di vittime dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco indicata a ottobre; i numeri restano senza verifica indipendente e senza distinzione tra civili e miliziani. L’Unicef segnala 37 bambini uccisi dall’inizio del 2026.

Un ospedale diventa campo di contesa. Medici senza frontiere interrompe attività al Nasser di Khan Younis dopo segnalazioni di uomini armati nell’edificio; la direzione respinge e chiede di ritrattare. La neutralità si discute in corsia.

Uniformi tra i banchi, parole che spariscono dai libri, corsie che si svuotano. La battaglia per Gaza si gioca anche qui: chi insegna, cosa si può dire, quali mappe restano appese. La pace viene pronunciata nei comunicati. La guerra decide il lessico.

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La Costituzione come fastidio, Trump come opportunità

Giorgia Meloni porta l’Italia dentro il “Board of Peace” voluto da Donald Trump. La formula scelta è quella dell’osservatore. Una presenza senza adesione formale al trattato, spiegano da Palazzo Chigi. Un modo per restare al tavolo evitando l’impatto diretto con l’articolo 11 della Costituzione, che consente limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità e per finalità di pace e giustizia tra le nazioni. 

La premier lo aveva indicato come ostacolo. Poi, da Addis Abeba, ha annunciato la partecipazione italiana: «Siamo stati invitati come Paese osservatore» e «penso che risponderemo positivamente». L’invito è arrivato il giorno prima. La decisione è maturata in poche ore. Intanto il governo prende le distanze dalle critiche europee al progetto trumpiano e lavora per coinvolgere altri Paesi dell’Unione.

La distinzione pesa. Il limite evocato è quello tecnico, come se la politica fosse un orpello. Come se, superato l’ingombro formale, l’adesione potesse diventare naturale. l’Italia quindi si siede a un tavolo costruito fuori dai meccanismi multilaterali esistenti, contribuendo a legittimare un’architettura alternativa che divide l’Europa e alleandosi di fatto con chi da mesi si adopera per distruggere il diritto internazionale. 

Conviene ricordarsene quando questo stesso governo vuole aprire il cantiere delle riforme costituzionali con il prossimo referendum. Se la Costituzione è percepita come un intralcio e non come una bussola, il rischio non è solo cambiare un articolo. È cambiare il rapporto tra il potere e il limite che lo contiene.

Buon lunedì.

Foto Gov

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Test psico-attitudinali per tutti

Si potrebbe raccogliere la provocazione (che poi è una brutta copia dell’originale berlusconiano) del ministro Nordio sui test psico-attitudinali per i magistrati. Anzi, volendo si potrebbe fare di più, allargando la platea dei testati ai rappresentanti di governo e a tutta la classe dirigente politica italiana.

Si potrebbe per esempio sottoporre a test una ministra al Turismo plurindagata anche per reati di truffa ai danni dello Stato. Così il test potrebbe finalmente dirci per quale arcano motivo vorrebbe essere una presenza rassicurante nel suo ruolo di garanzia verso i cittadini.

Si potrebbe testare un ministro ai Trasporti che rivendica credibilità pur avendo avuto in diversi campi (giustizia, ponte, rapporti internazionali solo per citarne qualcuno) una posizione e poi il suo contrario.

Si potrebbe testare un ministro della Giustizia, sì lo stesso Nordio, per verificare come sia possibile alzare i toni di una campagna referendaria mentre se ne denunciano i toni troppo alti. Oppure il test attitudinale potrebbe dirci come sia possibile che il ministro neghi che qualcuno del governo abbia mai detto che la riforma “velocizzerà la giustizia” proprio mentre il partito della sua presidente del Consiglio scrive letteralmente “Domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 vota Sì per una giustizia più efficace, veloce, giusta”.

Si potrebbe testare il ministro degli Esteri, quello che parla di “diritto internazionale fino a un certo punto” per sapere una volta per tutte di quale punto stiamo parlando, dove sia esattamente, se appena dopo un genocidio oppure due metri prima della polizia americana che spara ai cittadini americani per difendere i confini americani.

Pensandoci bene si potrebbe testare anche la catena di comando della Rai. Potremmo sapere finalmente che sindrome sia quella di fare di tutto per perdere autorevolezza, spettatori, credibilità a danno dei giornalisti che ci lavorano, degli italiani che la guardano e di quelli che la pagano.

Oppure potremmo testare proprio lei, la presidente del Consiglio, per comprendere come classifichi le priorità del Paese e degli italiani, sorvolando sulla povertà che cresce e sul lavoro che si impoverisce per ossessionarsi (e ossessionarci) sui prossimi ospiti di Sanremo.

Ha ragione Nordio, via con i test.

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Referendum giustizia, le contraddizioni del governo su indipendenza dei giudici e politicizzazione

La promessa è sempre la stessa. La riforma «non tocca l’indipendenza dei giudici». Carlo Nordio lo ripete in Parlamento e nelle interviste: la separazione delle carriere «non è punitiva», il pubblico ministero «rimarrà indipendente esattamente com’è oggi». Giorgia Meloni parla di intervento tecnico, di garanzia della terzietà, di modernizzazione dell’ordinamento. Poi arrivano le decisioni sgradite.

Quando il Tribunale di Roma ha negato la convalida dei trattenimenti nei centri per migranti in Albania applicando il diritto europeo, il ministro ha definito la sentenza «abnorme». La presidente del Consiglio ha accusato i giudici di occupare spazi che non competono loro. Esponenti di maggioranza hanno evocato ispezioni e responsabilità disciplinari. La linea ufficiale resta quella dell’autonomia intatta; la reazione politica, invece, colpisce il merito della decisione e il magistrato che l’ha firmata.

Il caso della mail del magistrato Marco Patarnello, divulgata da alcuni media e rilanciata dalla premier dopo uno scambio interno all’Anm, completa il quadro. La riforma viene presentata come strumento per rafforzare la dignità delle toghe; la comunicazione politica espone al pubblico ludibrio un magistrato per un’opinione espressa in un circuito privato. Le due traiettorie viaggiano parallele.

“Non politicizzate”, mentre la campagna del referendum è politica

Nordio invita a non trasformare il referendum in un voto sul governo. Arianna Meloni dichiara che la consultazione riguarda principi ordinamentali, non la sorte dell’esecutivo. L’impostazione ufficiale richiama sobrietà istituzionale.

Intanto la campagna del Sì assume un profilo identitario. Sulle pagine social di Fratelli d’Italia compaiono card con slogan come «Vota Sì per una giustizia più efficace e veloce», nonostante lo stesso ministro abbia riconosciuto che la riforma costituzionale non incide sui tempi dei processi. Altre immagini associano il No a giudici che rimettono in libertà i clandestini o a magistrati che ostacolano i trasferimenti in Albania. Il messaggio è lineare: il referendum diventa lo scontro tra il governo e una magistratura dipinta come controparte politica.

Matteo Salvini parla di «toghe rosse» in relazione a decisioni giudiziarie. La presidente del Consiglio definisce «menzogne» le critiche dell’Anm. Un manifesto del comitato per il Sì accosta la scritta «Loro votano No» a immagini di scontri di piazza. L’appello alla moderazione convive con una comunicazione che carica di significato politico ogni atto giurisdizionale.

Indipendenza proclamata, controllo evocato

Altro passaggio: il pubblico ministero. Nordio assicura che resterà indipendente. In più occasioni, però, esponenti della maggioranza sostengono che i magistrati «non possono più fare quello che vogliono» e che devono «rispondere» delle loro scelte investigative. Il ministro definisce i Pm superpoliziotti «senza alcuna reale responsabilità». La categoria della responsabilità viene evocata in termini che richiamano modelli nei quali l’azione penale è legata a priorità fissate dal potere politico.

Sul rapporto tra autorità giudiziaria e polizia giudiziaria, disciplinato dall’articolo 109 della Costituzione, si registrano dichiarazioni di apprezzamento per sistemi in cui le forze investigative dipendono dall’esecutivo. In pubblico si afferma che l’assetto resta invariato; nel dibattito politico si suggerisce un riequilibrio che sposta il baricentro verso il governo.

La sequenza è costante. Si nega che la riforma incida sulla libertà dei giudici. Si chiede di non politicizzare il referendum. Si accusa il fronte del No di alzare i toni. Poi si attaccano sentenze, si etichettano magistrati, si trasforma la consultazione in un giudizio sull’esecutivo, si utilizzano immagini e slogan che riducono l’avversario a caricatura. Le dichiarazioni restano agli atti. E mostrano una frattura tra ciò che viene detto in sede istituzionale e ciò che viene praticato nella comunicazione politica quotidiana.

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A Gaza, tra mille ostacoli alle operazioni umanitarie

Le Nazioni Unite parlano di dieci missioni autorizzate a ritirare aiuti arrivati a Kerem Shalom e Zikim: cibo, vaccini, carburante, forniture mediche. Il portavoce Stéphane Dujarric chiede la revoca delle restrizioni e libertà operativa per i partner umanitari. È la grammatica della tregua: permessi, finestre, corridoi. Intanto Gaza resta un territorio amministrato per quote di respiro.

Nelle stesse ore le autorità sanitarie di Gaza aggiornano i numeri: 591 morti dalla tregua, 1.583 feriti, 724 corpi recuperati dalle macerie. La parola “cessate il fuoco” convive con droni, colpi isolati, ordigni inesplosi che esplodono adesso. La contabilità cresce mentre la diplomazia discute la “seconda fase”.

Dentro le prigioni israeliane la cronaca si sposta sulle celle. Testimonianze legali raccolte da Reuters descrivono razioni insufficienti per detenuti palestinesi nonostante una decisione della Corte Suprema che imponeva maggiori quantità di cibo. Sullo sfondo, la linea del ministro Itamar Ben-Gvir sulle condizioni detentive. Un video rilanciato sui social mostra abusi nel carcere di Ofer durante una sua visita: immagini da verificare, che alimentano la percezione di impunità.

Sul piano politico, Benjamin Netanyahu annuncia l’intenzione di revocare la cittadinanza a due cittadini palestinesi di Israele accusati di attacchi e di deportarli. Il controllo dei confini si salda al controllo dello status giuridico. Territorio, corpi, documenti. La tregua è un timbro su un foglio. Sul terreno restano crateri, file per il pane, celle sovraffollate. L’ONU chiede di rimuovere ostacoli alle operazioni umanitarie. La richiesta è formale. La fame è concreta.

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Squadristi condannati, istituzioni inginocchiate

La notizia, se si avesse il coraggio di darla per intero, non è che a Bari sono stati condannati dodici componenti di Casapound. Non è nemmeno che cinque di loro siano accusati di ricostituzione del disciolto partito fascista ai sensi della legge Scelba. Quella è la cronaca giudiziaria. 

La notizia, se il giornalismo facesse il giornalismo, è che i membri di un’organizzazione che ha sostenuto la campagna elettorale di questo governo siano stati certificati come fascisti di ritorno. Gente condannata per «aver partecipato a pubbliche riunioni, compiendo manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ed in particolare per aver attuato il metodo squadrista come strumento di partecipazione politica». 

La notizia è che il ministro dell’Interno Piantedosi, che ama mostrarsi sempre intento a brigare per scovare terroristi veri e presunti, continui a farsi sfuggire un’organizzazione eversiva, forse perché composta da maschi adulti di razza bianca (come direbbe qualcuno) che esultano per i decreti securitari partoriti in fila. 

La notizia è che perfino le reti Mediaset, e non il governo, si sono accorte che quegli eversori occupano abusivamente un immobile nel cuore di Roma. La notizia è che i giornalisti che ricordano al governo e al ministro la persistente illegalità vengano identificati dalle forze dell’ordine e invitati a non disturbare la pax tra fascisti e istituzioni. 

La notizia è che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha trovato il tempo di intervenire su un comico che si è autocensurato non abbia trovato il tempo di dirci di Casapound. 

Questa è la notizia. 

Buon venerdì. 

foto wikic

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Vertice Ue, Meloni resta sola con Trump mentre l’Europa prende le distanze

Gli europei si riuniscono in un vertice Ue ad Alden Biesen, castello nel cuore del Belgio, per discutere come ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. La riunione arriva mentre a Monaco si consuma l’ennesimo strappo transatlantico. I numeri raccontano perfettamente l’isolamento di Washington.

Ue, un’alleanza che perde fiducia

Un sondaggio condotto da Public First per Politico su oltre 10 mila adulti in Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia e Germania certifica un crollo di fiducia negli Usa come alleato affidabile. Il campione è stato raccolto tra il 6 e il 9 febbraio. In Canada il 57 per cento degli intervistati definisce gli Stati Uniti “inaffidabili”. In Germania la quota è del 50 per cento. In Francia il 44 per cento. Nel Regno Unito il 39 per cento contro un 35 per cento che li considera ancora affidabili. Il margine di errore dichiarato è 2 punti percentuali per paese.

Il dato che pesa riguarda la deterrenza. In un solo anno nel Regno Unito la percentuale di chi ritiene che i nemici sarebbero scoraggiati dall’attaccare grazie al rapporto con Washington cala di 10 punti. In Francia il saldo peggiora di 22 punti tra chi concorda e chi dissente. In Germania il calo è di 16 punti. Seb Wride, responsabile dei sondaggi per Public First, sintetizza: l’opinione pubblica europea “difficilmente crede che esista” ancora la deterrenza transatlantica. A Monaco, dove gli Stati Uniti arrivano con una delegazione guidata dal segretario di Stato Marco Rubio, la parola “fiducia” diventa un dossier.

Valori e democrazia in discussione

Il sondaggio aggiunge un elemento politico. In Francia solo il 17 per cento ritiene che gli Stati Uniti condividano i propri valori, contro un 49 per cento che dissente. In Germania il 50 per cento afferma che Washington non condivide i loro valori, mentre solo il 18 per cento pensa che protegga la democrazia. Le percezioni negative superano quelle positive anche sulle domande relative alla difesa dell’ordine internazionale.

Nel frattempo i leader europei parlano apertamente di emancipazione strategica. Il ritiro di Alden Biesen viene raccontato come un tentativo di rendere l’Europa meno dipendente dall’America di Trump. Ursula von der Leyen ribalta l’accusa sulla burocrazia e richiama il “gold-plating” nazionale, gli strati aggiunti dagli Stati membri. Friedrich Merz insiste sul taglio delle regole e apre alla revisione di pezzi della politica verde. Nel castello la giornata prevede un pre-vertice con Belgio, Italia e Germania e l’intervento di Mario Draghi, seguito da Enrico Letta. Bart De Wever chiede una “roadmap” ravvicinata, con risultati misurabili.

Emmanuel Macron parla di amministrazione “apertamente antieuropea”. Il premier canadese Mark Carney definisce la fase attuale “una rottura, non una transizione”. Alla cerimonia di apertura dei Giochi Invernali a Milano il vicepresidente americano JD Vance è stato accolto da fischi, episodio citato come segnale di un clima mutato.

La scommessa italiana

Ma in questo scenario l’Italia resta formalmente allineata alla Casa Bianca. Giorgia Meloni ha firmato con Merz un documento che attribuisce a Bruxelles parte della responsabilità della stagnazione economica europea. È una postura che tiene insieme critica interna all’Ue e fedeltà atlantica, mentre altri governi studiano strumenti per rafforzare la capacità industriale e militare europea senza fare affidamento automatico su Washington.

Il punto politico è nei numeri. Tra marzo 2025 e febbraio 2026 la fiducia cala in tutti i principali alleati europei. I governi discutono di autonomia, le opinioni pubbliche segnalano sfiducia, le capitali preparano piani di riduzione della dipendenza. Nel quadro che emerge dai dati, la scommessa di Palazzo Chigi appare sempre più solitaria.

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CasaPound, 12 condanne a Bari per riorganizzazione del partito fascista. E smentire chi sostiene che non esiste

C’è chi ripete che il fascismo appartiene ai libri di storia. Che restano solo folklore, nostalgie da bar, simboli svuotati. Poi arriva una sentenza e riporta la discussione alla sostanza giuridica. Il Tribunale di Bari ha condannato 12 militanti di CasaPound per riorganizzazione del disciolto partito fascista e manifestazione fascista, in violazione della legge Scelba del 1952. Le pene arrivano fino a due anni e sei mesi di reclusione, con privazione dei diritti politici per cinque anni.

I fatti risalgono al 21 settembre 2018. Quartiere Libertà, Bari. Un’aggressione contro manifestanti di sinistra scesi in piazza per contestare le politiche sull’immigrazione dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. Diciassette imputati, cinque assolti. Per sette condannati anche l’accusa di lesioni. Le telecamere di sicurezza riprendono l’assalto. In aula, tra le parti civili, l’europarlamentare Eleonora Forenza, colpita durante quell’azione.

La legge c’è. E viene applicata

La legge Scelba vieta la ricostituzione del partito fascista e la manifestazione del disciolto partito. Non è una norma simbolica. È diritto vigente. Il Tribunale di Bari la applica e riconosce il reato di riorganizzazione. La qualificazione giuridica pesa più di ogni dibattito televisivo. Significa che un giudice della Repubblica ha ritenuto provata l’esistenza di un’organizzazione che richiama struttura, metodi e finalità del partito fascista.

Il segretario della Cgil di Bari, Domenico Ficco, parla di «ennesimo segnale di allarme relativo all’attività della destra radicale, xenofoba e violenta» e sottolinea che si tratta di pene comminate per la prima volta in questi termini. Prima ancora dei commenti politici, restano le condanne.

Le richieste di scioglimento

Dopo la sentenza, le opposizioni chiedono lo scioglimento di CasaPound e un’informativa urgente del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Il punto è lineare: se un tribunale accerta la riorganizzazione del partito fascista, lo Stato ha strumenti per intervenire.

Nelle stesse ore ci si si ricorda che CasaPound occupa da anni un immobile pubblico a Roma. Le richieste di sgombero tornano nel dibattito politico. La vicenda giudiziaria di Bari si intreccia così con una questione amministrativa e istituzionale che dura da tempo.

La realtà oltre la rimozione

Ogni volta che si afferma che il fascismo appartiene al passato, conviene aprire le sentenze. Qui si parla di riorganizzazione del disciolto partito fascista, di manifestazione fascista, di aggressione squadrista. Termini che appartengono al codice penale e alla giurisprudenza.

La città di Bari è medaglia d’oro della Resistenza. Il Tribunale ha stabilito che quell’aggressione del 2018 fu un’azione riconducibile a un’organizzazione che si richiama al fascismo. I giudici hanno scritto questo. Le pene sono state comminate in nome del popolo italiano.

Dodici condanne. Fino a due anni e sei mesi. Privazione dei diritti politici. La legge Scelba applicata. Il resto è rumore. Le sentenze, invece, restano.

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