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Tra Gaza e Cisgiordania, a braccetto negli abusi

Hanno riaperto Rafah il 2 febbraio. Lo hanno chiamato segnale. Nelle ultime ore Hamas ha diffuso un numero: 488 transiti complessivi. La previsione iniziale parlava di almeno 1.800. All’ospedale Al Shifa indicano 450 pazienti in condizioni critiche. Le autorizzazioni concesse, fin qui, riguardano cinque casi. Il valico è una promessa contata. I corpi aspettano il turno.

Intanto una delegazione tedesca entra nella Striscia. La presidente del Bundestag, Julia Klöckner, resta “circa un’ora” nella porzione sotto controllo israeliano. Nota ufficiale, parole misurate: sostegno alla soluzione dei due Stati, richiamo alla “linea gialla” come demarcazione temporanea, invito a proseguire su una linea di apertura. Accesso con cornice, visione con regia. La diplomazia osserva dove altri decidono.

Da Pechino arriva un’altra dichiarazione. Il ministero degli Esteri parla di “moderazione”, ribadisce la formula dei due Stati, definisce la situazione “molto fragile”. Le conferenze stampa usano il tempo verbale giusto. Sul terreno restano corridoi filtrati e liste chiuse.

A sud di Hebron, a Beit Awa, un escavatore militare abbatte una casa palestinese. I video circolano, le agenzie confermano: demolizione di un’abitazione a due piani. Cisgiordania e Gaza si tengono per mano nella stessa cronaca materiale. Un confine che seleziona, una ruspa che svuota.

Sui social rimbalza una cifra che ferma il respiro: 200.000 morti dall’ottobre 2023. È una stima attribuita a studiosi e ripresa da media internazionali, legata al calo demografico e ai corpi sotto le macerie. Accanto restano i conteggi documentati e gli studi che parlano di sottostima dei decessi traumatici. I numeri viaggiano su piani diversi. I funerali restano uno.

Rafah che apre poco. Una visita guidata. Un appello alla moderazione. Una casa che cade. Le ultime ventiquattro ore tengono insieme parole e macerie.

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Tana libera tutti per gli amici del genocidio

Non potendo nascondere il genocidio, non essendo capaci di fermare il mostro israeliano che bombarda anche la tregua e non avendo abbastanza schiena dritta per fermare l’illegale colonizzazione della Cisgiordania ieri il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha accusato Francesca Albanese di aver fatto “dichiarazioni oltraggiose e colpevoli” durante il forum di sabato 7 febbraio organizzato da Al-Jazeera e di aver “preso di mira non il governo israeliano, di cui è lecito criticare la politica, ma Israele come popolo e come nazione, il che è assolutamente inaccettabile”.

Inutile scrivere che una lunga sequela di giornali, politici e scarsi commentatori italiani si è buttata a pesce sulla crocifissione della relatrice Onu. Non vedevano il momento, forse non ci speravano nemmeno.  

C’è un piccolo particolare, però. Albanese non ha mai pronunciato quelle frasi. Ha detto, sì, che “noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune. Il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile”. E ha aggiunto “noi ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune e le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali è l’ultimo strumento di pace che abbiamo per riconquistare la nostra libertà”: quel sistema. 

Chi ne fa parte? Sicuramente tra gli altri anche coloro che oggi accusano Albanese. 

Buon giovedì. 

foto wkcom

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Industria italiana in crisi, il 2026 parte male. Istat: in calo produzione e fatturato

Il 2026 si apre con una sequenza di dati e di vertenze che restituisce un’immagine nitida dello stato dell’industria italiana. La produzione industriale è in calo da quasi tre anni e, a ottobre 2025, con l’ultimo dato disponibile, scende anche il fatturato delle imprese. Secondo l’Istat, su base mensile e al netto della stagionalità, il fatturato dell’industria diminuisce dello 0,5 per cento in valore. Il rallentamento riguarda quindi ciò che si produce e ciò che si vende. È in questo contesto che il nuovo anno prende forma.

Produzione in calo strutturale, ricavi in contrazione

La serie lunga della produzione industriale racconta una tendenza che supera le oscillazioni congiunturali. Negli ultimi tre anni prevalgono nettamente i segni negativi e la ricostruzione elaborata dalla Cgil, su dati Istat, parla di 32 mesi di flessione nel periodo recente. A ottobre 2025 l’indice destagionalizzato scende dell’1 per cento rispetto a settembre, confermando una traiettoria che attraversa settori e territori. Il calo del fatturato registrato nello stesso mese segnala che la debolezza della produzione si sta trasferendo nei bilanci aziendali.

Automotive e metalmeccanica, la crisi che non rientra

Ad Atessa, nello stabilimento Stellantis Europe, ex Sevel, il 1° gennaio è ripartito il contratto di solidarietà, prorogato fino al 31 luglio 2026. Coinvolge il 35 per cento dei 4.350 addetti, in calo rispetto al 41 per cento precedente. È l’ennesima proroga in uno stabilimento che da anni alterna produzione e ammortizzatori sociali, mentre i sindacati chiedono un piano industriale vincolante sul nuovo furgone.

In Molise, alla Sata di Pozzilli, azienda storica della componentistica in ghisa, acciaio e alluminio per l’automotive, è partita un anno di cassa integrazione straordinaria per 47 lavoratori, dopo mesi di contratti di solidarietà. La misura accompagnerà l’intero 2026 fino a novembre.

A Novara, la Tecnomeccanica, fonderia specializzata nella pressofusione di alluminio per automotive e illuminotecnica, ha avviato contratti di solidarietà per 120 dipendenti fino a ottobre 2026, dopo averli già utilizzati nel 2025. A Umbertide, la Proma ha riattivato gli ammortizzatori per la componentistica automotive, estendendoli anche agli impianti di Mignano Monte Lungo e Melfi.

Moda e tessile, la filiera sotto pressione

La crisi industriale colpisce anche il sistema moda e il tessile. A Bianzè, nel Vercellese, la Gammastamp coinvolge 450 lavoratori in un nuovo anno di contratti di solidarietà. A Pordenone, alla Savio Macchine Tessili, 280 dipendenti entrano in un contratto rinnovabile fino a due anni dopo un biennio di cassa integrazione intermittente, a causa delle difficoltà del mercato tessile e del rallentamento degli ordini.

A Bologna, alla Menarini, azienda che produce autobus ed è considerata un presidio industriale strategico, la cassa integrazione straordinaria è stata prorogata fino a ottobre 2026 per 29 lavoratori, tra percorsi di formazione e accompagnamenti alla pensione anticipata.

Dai capannoni ai negozi, l’estensione delle crisi

Il rallentamento della manifattura si riflette ormai anche sul commercio. I tavoli di crisi aperti al ministero delle Imprese e del made in Italy sono arrivati a quota 96 e coinvolgono oltre 120 mila lavoratrici e lavoratori, più del doppio rispetto a due anni fa. È la novità più rilevante segnalata dalla Cgil: alle crisi industriali si affiancano quelle della distribuzione.

Woolrich ha dichiarato una perdita del 30 per cento del fatturato e annunciato il trasferimento di 139 lavoratori da Bologna e Milano a Torino, poi sospeso in attesa di confronto istituzionale. Conbipel, Coin, Conforama e Original Marines contano ciascuna tra 1.400 e 1.600 addetti coinvolti in situazioni di difficoltà. Carrefour, interessata dalla cessione al gruppo NewPrinces, coinvolge circa 18 mila lavoratori tra diretti e indiretti, secondo le stime diffuse dalle testate economiche.

Un inizio d’anno già scritto

Il calo del fatturato rilevato dall’Istat a ottobre si inserisce in questo quadro fatto di stabilimenti in affanno, contratti di solidarietà prorogati e vertenze che si moltiplicano. Quando la produzione arretra per un periodo così lungo e i ricavi iniziano a diminuire, la crisi smette di essere una previsione e diventa cronaca quotidiana. Il 2026 comincia così, con un’industria già sotto pressione e una lunga sequenza di casi concreti che raccontano la stessa traiettoria.

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Sanità, il gap delle distanze e una domanda che divide l’Italia: quanto ci vuole per raggiungere un ospedale?

L’analista Lorenzo Ruffino ha fatto una cosa semplice e spietata: ha messo un cronometro tra casa e ospedale. Undici febbraio 2026, una griglia da 100 metri, rete stradale TomTom 2023, popolazione pesata con il Global Human Settlement Layer. Ne esce un numero che sembra rassicurante: in Italia la mediana è 8,5 minuti per raggiungere l’ospedale più vicino.

Poi si guarda meglio. La Campania 6,8 minuti di mediana, l’88 per cento dei residenti entro un quarto d’ora. Trieste 5,6. Napoli 6,0. Cagliari 6,0. Milano 6,3. Rimini 6,3. Torino 6,3. È la fotografia dell’Italia urbana, compatta, dove la densità tiene insieme domanda e offerta.

La coda che la mediana nasconde

La mappa però si incrina appena si esce dalle città e ci si sposta nella provincia. Basilicata 16,1 minuti di mediana. Valle d’Aosta 15,8, con una media di 19,3 e circa il 20 per cento della popolazione oltre mezz’ora. Rieti oltre 23 minuti. Nuoro 21,5. Viterbo 17,2.

E c’è il caso di Foggia: mediana 6,6, media 13,2, circa l’11 per cento oltre trenta minuti, pari a oltre 60 mila persone. La mediana consola, la media tradisce.

Ruffino usa proprio questo scarto per mostrare le “sacche” di distanza. È lì che l’analisi smette di essere statistica e diventa politica. Perché quei minuti si concentrano nelle aree interne, nei territori montani, nei comuni sparsi. Nelle stesse zone che da anni vengono raccontate come laboratorio della sanità di prossimità.

Le promesse del territorio

La distanza dall’ospedale misura la parte fisica del problema. La riforma territoriale avrebbe dovuto intervenire sull’altra metà, quella organizzativa. Il DM 77 del 2022 ha disegnato Case della Comunità, Ospedali di Comunità, Centrali operative territoriali. Missione 6 del Pnrr, cronoprogrammi, target europei.

A metà 2025, secondo il report nazionale di Agenas sul DM 77, su 1.723 Case della Comunità programmate 660 risultano dichiarate con almeno un servizio attivo, incluse sedi provvisorie. Gli Ospedali di Comunità attivi sono 153, per 2.716 posti letto dichiarati attivi. Le Centrali operative territoriali pienamente funzionanti al 31 dicembre 2024 sono 612, di cui 480 rendicontate ai fini del target europeo.

I numeri esistono. La domanda è dove incidono. La provincia di Rieti, indicata da Ruffino come la più distante, conta un’offerta ospedaliera concentrata in due presidi ospedalieri (Rieti e Magliano Sabina) per l’intero territorio provinciale. È un fatto amministrativo prima che geografico. Quando l’offerta si riduce, la mappa si allunga. Quando la popolazione è sparsa, la mediana nasconde la coda.

Il confronto europeo

Eurostat stima che nell’Unione tra l’83,2 e l’83,4 per cento della popolazione viva entro 15 minuti di guida da un ospedale nel 2023, a seconda dell’aggiornamento pubblicato. In Italia solo due aree NUTS3 raggiungono il 100 per cento entro quella soglia: Milano e Monza e Brianza. Il resto del Paese si distribuisce tra accessibilità accettabile e vuoti strutturali.

Ogni minuto in più pesa diversamente su un anziano fragile, su un paziente tempo-dipendente, su un territorio con mobilità passiva elevata. Le reti per ictus, infarto, trauma sono costruite intorno al tempo e monitorate da Agenas con il Programma nazionale esiti. L’accesso fisico resta la prima soglia. Se quella soglia si allarga, il sistema deve compensare con organizzazione, trasporti, integrazione territoriale.

La fotografia di Ruffino mostra un’Italia dove la densità urbana protegge e la dispersione espone. Mostra che la mediana nazionale racconta una storia rassicurante mentre la coda della distribuzione racconta un’altra storia. Mostra che la geografia sanitaria segue la geografia sociale.

Otto minuti e mezzo di mediana possono sembrare un buon risultato. Ventitré minuti a Rieti, oltre trenta per migliaia di persone a Foggia, raccontano altro. Raccontano un Paese in cui la sanità resta più vicina dove la popolazione è concentrata e più lontana dove il territorio si svuota.

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Si scava a mani nude tra ciò che resta di Gaza

La mano scava tra i calcinacci di Gaza City. Cerca ossa, brandelli di vestiti, tracce minime di una famiglia rimasta sotto il cemento dal 2023. La scena attraversa le agenzie e resta lì, sospesa. È il fotogramma delle ultime ventiquattro ore: un padre piegato a terra mentre sopra di lui passano dichiarazioni, vertici, comunicati.

La tregua regge sulla carta. Sul terreno arrivano spari, raid mirati, accuse di violazioni reciproche. L’esercito israeliano parla di risposta a movimenti sospetti; da Gaza si contano altri corpi. La parola cessate il fuoco resta scritta nei briefing, intanto le ambulanze fanno la spola tra macerie e ospedali esausti. La Striscia vive dentro una pausa armata, fragile come il vetro.

A Washington Benjamin Netanyahu incontra Donald Trump. Sul tavolo c’è l’Iran, con i colloqui indiretti in Oman e il nodo del programma nucleare. Gaza entra come capitolo collegato, pedina dentro un disegno più ampio. Le priorità si leggono nei tempi e nei sorrisi delle foto ufficiali: sicurezza regionale, deterrenza, equilibri strategici. La Striscia resta scenario.

Da Bruxelles arriva una frase che pesa. L’Alta rappresentante Kaja Kallas definisce “controproducenti” e “incompatibili con il diritto internazionale” le ultime decisioni del gabinetto di sicurezza israeliano sulla Cisgiordania. È un richiamo formale, registrato nei verbali dell’Unione. Le parole europee fotografano l’espansione degli insediamenti e l’aumento delle operazioni nei campi profughi.

Intanto a Torino tre bambini feriti di Gaza entrano al Regina Margherita. Vengono accolti nei reparti pediatrici, lontani dalle sirene. La guerra attraversa il Mediterraneo e prende posto in un corridoio d’ospedale. Restano la mano che scava e i letti bianchi. Tutto il resto gira intorno.

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Voltagabbana a corrente alternata

Quando i partiti italiani riscoprono l’articolo 67 della Costituzione? Ogni volta che perdono un parlamentare. In quel preciso istante il cambio di gruppo diventa “tradimento”. Il seggio si trasforma in proprietà collettiva. La parola “voltagabbana” torna di moda. Parte la richiesta di introdurre il vincolo di mandato, con decadenza automatica per chi lascia. Poi accade qualcosa di curioso. Lo stesso meccanismo, a parti invertite, cambia significato.

Matteo Salvini, dopo le tensioni interne esplose con il caso Vannacci, ha rilanciato l’idea di modificare la Costituzione per fermare i “traditori” e difendere la volontà popolare. La proposta è semplice: chi cambia gruppo deve perdere il seggio. Torniamo indietro. Dicembre 2019. Tre senatori eletti con il Movimento 5 Stelle – Ugo Grassi, Francesco Urraro, Stefano Lucidi – passano alla Lega. Salvini li accoglie con un “benvenuto nella grande famiglia della Lega” e parla di scelta coerente contro un partito che aveva smarrito i propri ideali. In quel caso il passaggio di gruppo non altera la volontà degli elettori. Anzi, addirittura la interpreta meglio. Ancora: Andrea De Bertoldi lascia Fratelli d’Italia e approda alla Lega nel 2023. Nessuna richiesta di dimissioni. Anche lì nessuna evocazione del vincolo. 

Fratelli d’Italia ha denunciato per anni i “giochi di palazzo” e i cambi di maggioranza come offesa agli elettori. Durante i governi Conte e Draghi il trasformismo era la prova di una politica distante dal voto. Nella XVIII legislatura però Fratelli d’Italia cresce anche grazie a ingressi da altri gruppi. Cambia tutto: in quel caso si parla di adesione a un progetto credibile. I numeri spiegano che non si tratta di episodi isolati. Nella XVIII legislatura si contano 456 cambi di gruppo e 304 parlamentari coinvolti. Quasi un parlamentare su tre ha cambiato collocazione almeno una volta tra il 2018 e il 2022. Il Movimento 5 Stelle, alla Camera, chiude quella fase con un saldo di meno 127 parlamentari rispetto alla partenza. Fratelli d’Italia registra un saldo positivo. La Lega alterna ingressi e uscite. Forza Italia recupera nella legislatura successiva.

Il mandato parlamentare, per la Costituzione, appartiene al rappresentante della Nazione. Senza vincolo. La Corte costituzionale ha già chiarito che dal dissenso rispetto alla linea del partito non possono derivare conseguenze giuridiche sul seggio. Il rapporto con la segreteria è politico. L’eventuale sanzione è elettorale. Così il vincolo di mandato riemerge solo quando conviene. Quando i numeri si assottigliano diventa una battaglia di principio. Quando i numeri crescono torna a essere un dettaglio. La Costituzione resta ferma. Oscillano le convenienze.

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Visti promessi agli studenti palestinesi, gli impegni mancati del governo italiano

Trentotto studenti palestinesi vincitori di borse di studio italiane restano intrappolati nella Striscia di Gaza. Hanno superato selezioni, ottenuto preiscrizioni su Universitaly, ricevuto lettere di accettazione dagli atenei. Attendono un visto che tarda. Il governo italiano aveva annunciato corridoi universitari, impegno diplomatico e tutela del diritto allo studio. Oggi restano telefonate che nessuno fa.

Vite da studenti palestinesi

Mohammed Al-Ashi, portavoce del gruppo, ha raccontato a Fanpage che ai ragazzi viene chiesto di «restare vicini al telefono» in vista di una partenza imminente. L’attesa dura da mesi. Nel frattempo Gaza è senza università: secondo i dati raccolti nel dossier che ricostruisce la crisi dei visti, il 100% degli atenei della Striscia risulta distrutto e oltre 625 mila studenti hanno perso l’anno accademico 2023-2024. A rendere tutto più brutale c’è la logistica: Erez e Rafah restano chiusi, chi riesce a spostarsi verso Il Cairo o Amman spesso resta senza status legale utile per completare pratiche consolari.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha più volte rivendicato l’arrivo di studenti palestinesi con voli speciali dalla Giordania. I numeri ufficiali parlano di 49 ingressi attraverso i corridoi universitari. Restano centinaia di pratiche sospese, comprese quelle dei 38 bloccati a Gaza. Fa rumore anche il silenzio della sede consolare competente per graduatorie e borse Iupals: chi aspetta resta appeso a una reperibilità trasformata in procedura.

Tra promesse e i fatti

Nel maggio 2025 la ministra dell’Università Anna Maria Bernini definiva gli atenei italiani «semi di pace». A ottobre 2025 una nota ministeriale confermava la prosecuzione dei corridoi. Nello stesso periodo, secondo il progetto Iupals coordinato dalla Crui, venivano messe a bando 97 borse distribuite in 35 università, con appena 12 destinate specificamente a Gaza.

Le università hanno fatto la loro parte. Siena, Milano-Bicocca, Palermo hanno deliberato proroghe e iscrizioni con riserva. L’Asgi ha richiamato il Dpr 394/1999: se il ritardo dipende dal mancato rilascio del visto per cause imputabili agli uffici, l’ateneo può perfezionare l’iscrizione fino al 30 giugno. Alcuni rettori hanno applicato questa interpretazione ma i consolati restano fermi. Nel frattempo vari atenei si trovano a coprire costi di vitto e alloggio cercando fondazioni bancarie e donatori, perché la catena istituzionale si interrompe sempre allo stesso punto: il visto.

Il Tar è intervenuto più volte tra giugno e ottobre 2025 ordinando il rilascio dei visti in casi di diniego privo di motivazioni individualizzate. Le tre studentesse ammesse a Siena sono arrivate dopo una pronuncia favorevole. In altri casi l’amministrazione ha insistito sulla presenza fisica a Gerusalemme anche davanti a decisioni giudiziarie e ostacoli materiali. È emblematico il caso di Heba Alnajjar, ammessa a un master in Piemonte, respinta di nuovo dopo una procedura online e richieste impossibili da soddisfare.

Il diritto trasformato in concessione

Il governo ha spiegato in Parlamento che le evacuazioni dipendono dal nulla osta israeliano ed egiziano. Resta però un altro fatto: l’Italia decide come trattare le pratiche di visto, come interpretare il rischio migratorio, come applicare procedure d’urgenza. Le organizzazioni Yalla Study e Asgi hanno proposto colloqui a distanza, raccolta posticipata dei dati biometrici, accettazione di garanzie economiche fornite da enti terzi, visti di emergenza educativa.

Ora quelle soluzioni attendono una direttiva politica. Ogni giorno che passa, le borse rischiano di scadere, le preiscrizioni di decadere, le graduatorie di svuotarsi. Le università italiane competono nel mondo per attrarre talenti. In questo caso i talenti li hanno selezionati loro.

Resta un elenco di nomi in attesa. Resta una promessa pubblica. E mentre si celebrano i corridoi nei comunicati si lasciano trentotto studenti a Gaza a controllare il telefono.

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Santanché indagata, Meloni afona

La turista al ministero del Turismo, Daniela Santanché, è indagata per bancarotta. Per la precisione, la ministra del Turismo è indagata in un nuovo caso di bancarotta, sempre a Milano, per il fallimento della società Bioera, che si occupava di cibo biologico.

È la seconda inchiesta per bancarotta che coinvolge direttamente la ministra. L’altra riguarda invece Ki Group srl, un’altra società dello stesso gruppo e controllata da Bioera stessa. Poi c’è anche un rinvio a giudizio per la vicenda Visibilia in cui Santanché è indagata per falso in bilancio.

Il governo Meloni, addirittura Meloni stessa, negli ultimi mesi ha martellato persone colpevoli di scendere in piazza a manifestare il proprio dissenso, anche se pacifici. Negli ultimi mesi il governo Meloni, e Meloni stessa, hanno messo alla gogna coloro che denunciano il genocidio a Gaza.

Negli ultimi mesi il governo Meloni, e Meloni stessa, hanno attaccato storici, cantanti, professori universitari, giornalisti (a iosa) e un’altra dozzina di persone di diverse categorie professionali per avere espresso delle idee. Nelle ultime ore il governo Meloni, e Meloni stessa, hanno sprecato quintali di fiato e inchiostro per difendere un comico scarso che si è autocensurato a un festival canoro.

Da mesi la presidente del Consiglio non trova un alito, nemmeno una virgola, per parlarci di una ministra che, come un Re Mida al contrario, ha trasformato in fallimento molte delle sue attività imprenditoriali. Meloni che parla di tutto, quella con il pugno duro, scodinzola di fronte alla sua ministra. Bene, dai.

Buon mercoledì.

 

Foto Wkc

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Cutro, il processo inizia in sordina: la strage entra in aula con i sei imputati, le telecamere restano fuori

Il processo per la strage di Cutro si apre a tre anni dal naufragio con un’aula piena e un vuoto tutto intorno. Le udienze cominciano, dinanzi al Tribunale di Crotone, le responsabilità vengono formalmente chiamate in causa, ma tutto avviene a telecamere spente. La morte di 94 persone, 35 delle quali minori, entra finalmente in dibattimento mentre il racconto pubblico viene ridotto al minimo indispensabile.

Il procedimento riguarda il naufragio del caicco Summer Love, distrutto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 a pochi metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro. Sei imputati, quattro militari della Guardia di finanza e due della Guardia costiera, rispondono di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. Tutti erano in servizio nelle sale operative quella notte. Tutti hanno scelto di testimoniare. L’accusa ruota attorno a una sequenza di omissioni, ritardi, valutazioni che hanno trasformato un avvistamento in una strage annunciata.

La scelta che pesa più dei ritardi

Il cuore del processo è la distinzione tra controllo delle frontiere e soccorso in mare. Frontex individua il caicco la sera precedente al naufragio. I segnali arrivano ai centri di coordinamento italiani. Il natante viene trattato come un’operazione di polizia marittima, non come un evento di ricerca e soccorso. Le motovedette della Guardia di finanza escono e rientrano per il mare mosso. Le unità della Guardia costiera, progettate per operare in condizioni peggiori, restano fuori dalla catena decisionale perché l’allarme Sar non viene mai dichiarato. Il risultato è noto: l’imbarcazione si spezza contro una secca, i soccorsi arrivano da terra, quando il mare ha già restituito i corpi.

Dentro il quadro tecnico si inserisce la decisione di spegnere le telecamere. Il collegio giudicante ha vietato riprese audio e video per tutta la durata del dibattimento, consentendo solo materiali prodotti dal personale del Tribunale e previa autorizzazione. Una misura motivata con l’ordine dell’istruttoria, contestata da giornalisti, avvocati e parti civili. Trentasette cronisti hanno firmato una protesta formale. Le organizzazioni costituite parte civile parlano di un processo che nasce sotto traccia, mentre altri procedimenti di grande rilevanza, celebrati nello stesso tribunale, hanno goduto di piena visibilità.

Un processo che interroga la politica

Le parti civili sono 86. Tra queste Emergency, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity, SOS Méditerranée. La Cgil Calabria denuncia un vulnus al principio di trasparenza: la giustizia, quando riguarda la morte di decine di persone, deve essere anche visibile. Il silenzio, in questo contesto, viene percepito come un secondo abbandono. Le vittime diventano numeri, le responsabilità rischiano di restare confinate agli atti.

Il processo, però, non si ferma. Nelle liste testimoniali compaiono anche i nomi dei ministri Matteo Piantedosi e Matteo Salvini. Il Tribunale per ora si è riservato di decidere sulla loro audizione. Ma la sola richiesta chiarisce la posta in gioco: capire se quella notte le scelte operative siano state il prodotto di errori individuali o l’esecuzione coerente di un indirizzo politico che ha subordinato il soccorso alla deterrenza.

Intanto fuori dall’Aula…

Intanto fuori dall’aula, il Mediterraneo continua a produrre morti. Nel 2025 più di 1.300 persone hanno perso la vita sulla rotta centrale. Nel gennaio 2026, durante il cosiddetto ciclone Harry, oltre mille risultano disperse. Il processo di Cutro si svolge mentre la stessa dinamica si ripete: avvistamenti, rimbalzi di competenze, ritardi, silenzi. La giustizia arriva tardi ma soprattutto si preoccupa di parlare a bassa voce

Cutro entra in tribunale senza clamore, come se il tempo avesse consumato anche l’indignazione. Ma ciò che viene giudicato non riguarda soltanto una notte, sei ufficiali, una catena di comando. Riguarda la scelta di cosa vedere e cosa lasciare fuori campo. Durante il processo si discuterà delle omissioni ma il buio qui fuori è già una scelta. Per questo si insiste perché il collegio giudicante cambi idea. 

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Ddl antisemitismo, l’allarme di Amnesty International: norme in contrasto con la Costituzione e la Cedu

Amnesty International entra a gamba tesa nel dibattito parlamentare e smonta l’architettura dei ddl sull’antisemitismo all’esame del Senato. Non lo fa per negare la necessità di contrastare l’odio antiebraico, che resta un obbligo inderogabile dello Stato, ma perché quei testi, così come sono scritti, producono secondo l’Ong l’effetto opposto: incrinano le garanzie costituzionali, violano la Convenzione europea dei diritti umani e spostano il diritto penale dentro il terreno del dissenso politico.

La presa di posizione di Amnesty International è cristallina. I disegni di legge che incorporano nel diritto italiano la definizione operativa di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (Ihra), adottata nel 2016, finiscono per comprimere la libertà di espressione, la libertà accademica e il diritto di manifestare il proprio pensiero, tutelati dalla Costituzione agli articoli 21 e 33 e dalla Cedu agli articoli 10 e 11. Il problema non è l’obiettivo dichiarato, ma lo strumento.

Amnesty International ritiene che “la definizione di antisemitismo dell’Ihra, che vieta alcune condotte descritte come “esempi contemporanei di antisemitismo”, costituisca una restrizione dell’espressione politica, protetta dal diritto internazionale dei diritti umani, e avrebbe un effetto raggelante sugli sforzi di difenderli”. Trasformarla in parametro giuridico significa caricare la legge di concetti vaghi, opinabili, politicamente connotati.

In particolare, sulla base degli esempi della definizione dell’Ihra, “sono stati descritti come espressione dell’antisemitismo contemporaneo anche i rapporti che denunciano i crimini di apartheid di Israele nei confronti della popolazione palestinese, incluso quello di Amnesty International pubblicato nel 2022. Allo stesso modo, le accuse di antisemitismo investono le richieste di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni nei confronti di Israele da parte della società civile internazionale e, più recentemente, l’attivismo contro la campagna genocidiaria israeliana a Gaza”.

Il principio di legalità messo in discussione

A sostegno della sua critica Amnesty richiama il parere legale di Maria Luisa Cesoni e Jan Fermon, allegato ai lavori parlamentari. Un testo che non lascia margini. L’introduzione della definizione IHRA nel diritto positivo italiano, direttamente o come criterio interpretativo, viola il principio di legalità sancito dall’articolo 25 della Costituzione e dall’articolo 7 della Cedu. Il diritto penale democratico richiede norme chiare, tassative, prevedibili. Espressioni come “ostilità”, “avversione”, “denigrazione” o “lotta”, inserite nei ddl o fatte filtrare attraverso la definizione IHRA, dissolvono quella prevedibilità. Nessuno può sapere in anticipo quale parola, slogan o analisi critica rischi di essere qualificata come antisemitismo penalmente rilevante.

Il parere Cesoni–Fermon sottolinea anche l’inutilità giuridica dell’operazione. L’ordinamento italiano dispone già di strumenti adeguati per punire l’istigazione all’odio, alla discriminazione e alla violenza, a partire dall’articolo 604-bis del codice penale. I ddl non colmano vuoti normativi: introducono ambiguità, proprio laddove la giurisprudenza europea pretende il massimo livello di precisione.

Libertà di espressione sotto sorveglianza

Il punto più delicato resta la libertà di espressione. Amnesty avverte del rischio di un effetto raggelante sul dibattito pubblico. Alcuni degli “esempi contemporanei” allegati alla definizione Ihra assimilano l’anti-sionismo o la critica radicale allo Stato di Israele all’antisemitismo. Un cortocircuito che collide frontalmente con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani, che ha più volte riconosciuto il conflitto israelo-palestinese come tema di interesse generale, meritevole di una protezione rafforzata.

Nel parere legale si ricorda che il dibattito sulle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, incluse quelle accertate o ritenute plausibili dalla Corte internazionale di giustizia, rientra pienamente nella sfera della discussione legittima. Criminalizzare o scoraggiare quel dibattito significa spostare il confine tra critica politica e repressione penale.

Dal contrasto all’odio al controllo del dissenso

Non è un vago rischio teorico. Le criticità, secondo Amnesty, investono anche la libertà di riunione e associazione. Alcuni ddl consentono di vietare manifestazioni pubbliche in presenza di un “rischio potenziale” legato a simboli o slogan ricondotti alla definizione Ihra. Una clausola elastica che affida alla discrezionalità amministrativa la compressione di diritti fondamentali, senza il filtro rigoroso richiesto dalla Cedu.

Il giudizio finale di Amnesty e del parere Cesoni–Fermon è politico oltre che giuridico: la lotta all’antisemitismo trae forza dalla coerenza con i diritti fondamentali, non dalla loro compressione. Inserire nella legge una definizione controversa e ideologica apre un precedente pericoloso: oggi contro chi critica Israele, domani contro chiunque metta in discussione un assetto di potere. Ed è proprio questo il rischio che il Parlamento è chiamato ad assumersi, se sceglie di ignorare l’allarme.

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