Vai al contenuto

Se la politica abdica, subentra la violenza

Il cessate il fuoco continua a produrre bollettini. Dall’11 ottobre, a Gaza, i morti contati dopo la firma dell’accordo sono 586, i feriti 1.558. I numeri arrivano mentre i raid proseguono a intermittenza nel centro della Striscia e a Rafah, sempre spiegati come “risposte a violazioni”. La tregua resta una formula, la realtà un referto.

Intanto Israele sposta il baricentro. Mentre Gaza brucia a bassa intensità, la Cisgiordania viene riscritta per decreto. Il governo rafforza i poteri civili sui territori occupati, accelera procedure e acquisti, rende strutturale ciò che doveva restare provvisorio. Washington protesta a parole, Berlino registra “preoccupazione”, sul terreno cambia il perimetro del controllo. L’annessione smette di essere una minaccia e diventa prassi amministrativa.

La guerra, però, entra anche in un’altra stanza. Quella del diritto penale. In Israele avanzano disegni di legge che reintroducono la pena di morte su base etnica, riservata ai palestinesi. Le Nazioni Unite e Amnesty parlano di violazione del diritto alla vita e di discriminazione istituzionalizzata. È il linguaggio della legge che normalizza la selezione.

A Gaza, nello stesso tempo, emergono storie che non lasciano corpi. Un’inchiesta giornalistica ricostruisce migliaia di persone “evaporate”, senza resti identificabili, compatibili con l’uso di armi ad altissima temperatura. Famiglie che cercano nomi in registri vuoti. Anche questo è un effetto di guerra: l’impossibilità del lutto.

E l’Italia. Gli aiuti umanitari restano bloccati oltre confine, in Giordania. Le opposizioni chiedono un’informativa urgente al ministro degli Esteri. Il governo prende tempo. Gaza continua a insegnare una lezione semplice e brutale: quando la politica rinvia, la violenza compila i moduli al posto suo. E li timbra ogni giorno.

L’articolo Se la politica abdica, subentra la violenza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Milano-Cortina sputtana RaiSport: quando il potere si prende anche il microfono

Quello che sta accadendo a RaiSport durante Milano-Cortina racconta molto più di una telecronaca sbagliata. Racconta un metodo. Racconta un’idea di servizio pubblico piegata alla fedeltà e all’obbedienza, svuotata di competenza, ridotta a vetrina personale. Paolo Petrecca che si auto assegna la telecronaca della cerimonia inaugurale, dopo aver fatto fuori il suo vice, non è una gaffe isolata: è l’atto finale di una gestione che la redazione giudica talmente intollerabile da ritirare le firme da servizi e telecronache, mettendo a nudo una frattura profonda e irreversibile.

Quando una redazione intera decide di non firmare il proprio lavoro, il problema non è l’orgoglio ferito di un direttore. È il collasso di una catena di responsabilità. È la certificazione di un danno inflitto ai telespettatori che pagano il canone, all’azienda e a chi lavora. E il fatto che l’azienda reagisca con una convocazione e una moral suasion tardiva dice tutto sulla normalizzazione del disastro.

Il governo osserva e tace, come sempre quando la Rai diventa terreno di occupazione. Perché Petrecca non è un incidente, è un prodotto coerente della stagione meloniana: dirigenti scelti per allineamento, protetti finché servono, sacrificabili solo quando l’imbarazzo supera la soglia di sopportazione. La protesta di RaiSport viene derubricata a “questione interna”, mentre Usigrai denuncia comportamenti antisindacali e altre redazioni esprimono solidarietà. Un servizio pubblico che censura i comunicati sindacali durante le Olimpiadi mostra il suo vero volto: la paura di perdere il controllo.

Milano-Cortina doveva essere la vetrina dell’Italia. Sta diventando il promemoria di come questo governo tratta l’informazione: occupazione, incompetenza, silenzio. E quando i giornalisti arrivano allo sciopero, significa che la linea è stata superata da tempo.

Buon martedì.

Foto WC

L’articolo proviene da Left.it qui

Mangiaplastica, i rilievi della Corte dei Conti sul programma: fondi fermi, dati assenti e impatto marginale

La Corte dei conti lo scrive nero su bianco: il programma “Mangiaplastica” non consente di misurarne l’efficacia reale e presenta criticità tali da ridimensionarne il valore come strumento di politica ambientale. La certificazione arriva con la delibera n. 2/2026 della Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato e chiude lo spazio alla difesa politica che finora aveva liquidato le critiche come semplice polemica dell’opposizione.

Il fondo, istituito nel 2019 con il decreto Clima e finanziato con 41 milioni di euro, è entrato a regime con anni di ritardo. Il primo sportello, relativo al 2021, è l’unico formalmente concluso e registra un tasso di realizzazione del 77,5 per cento. Gli altri, dal 2022 al 2024, restano sospesi tra erogazioni lente, rendicontazioni incomplete e dati non omogenei. Per la Corte il problema è strutturale: senza informazioni comparabili e sistematiche, valutare l’impatto degli eco-compattatori sulla raccolta differenziata del PET diventa impossibile.

I fondi bloccati e la gestione amministrativa

C’è poi un dato che pesa politicamente più di altri. Revoche e rinunce hanno liberato circa 2,8 milioni di euro, pari al 7 per cento della dotazione complessiva, che l’amministrazione non ha riallocato, nonostante la presenza di istanze ammissibili rimaste escluse per esaurimento dei fondi. Risorse pubbliche ferme mentre decine di Comuni aspettavano.

Il referto contabile ridimensiona anche la narrazione dell’impatto ambientale. La raccolta selettiva del PET tramite eco-compattatori viene definita strumento complementare, con un apporto allo stato non determinante ai fini della raccolta differenziata complessiva. I quantitativi intercettati dipendono dall’uso effettivo delle macchine e dal livello di sensibilizzazione dei cittadini, due fattori che il ministero non monitora in modo strutturato. Sul piano economico, aggiunge la Corte, i benefici per i Comuni possono risultare incapaci di compensare i costi di gestione e manutenzione, lasciati interamente a carico degli enti locali.

Lo scontro politico e il nodo europeo

La fotografia alimenta lo scontro politico. Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra parlano di programma insufficiente e di fondi spesi senza una strategia industriale coerente. In Parlamento le opposizioni chiedono conto del perché il governo continui a rifinanziare una misura che la stessa magistratura contabile giudica priva di indicatori affidabili e incapace di incidere sui volumi complessivi di plastica raccolta. La mancata riallocazione delle risorse liberate è diventata, per l’opposizione, il simbolo di una gestione approssimativa travestita da transizione ecologica.

La maggioranza difende l’impianto sperimentale del “Mangiaplastica” come strumento di supporto ai Comuni, soprattutto nel Centro e nel Sud, da cui proviene oltre l’80 per cento delle domande ammesse. Anche su questo punto però la Corte avverte: senza campagne informative coordinate e sistemi di incentivazione, gli eco-compattatori rischiano di restare presenze isolate, incapaci di modificare i flussi reali dei rifiuti.

Il giudizio contabile arriva mentre l’Unione europea spinge verso modelli obbligatori di deposito cauzionale, che in diversi Paesi hanno portato i tassi di raccolta del PET oltre il 90 per cento. L’Italia resta agganciata a un programma sperimentale che intercetta quote marginali e produce dati fragili. La Corte dei conti non entra nel merito delle scelte politiche, ma mette agli atti un fatto preciso: senza correzioni profonde, il “Mangiaplastica” resta un esperimento costoso e opaco. A circolare in modo fluido, per ora, rimane solo la plastica. 

L’articolo Mangiaplastica, i rilievi della Corte dei Conti sul programma: fondi fermi, dati assenti e impatto marginale sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Olimpiadi Milano-Cortina, la Cgil denuncia: precariato e sfruttamento nei cantieri e nei servizi

La retorica dei grandi eventi promette lavoro, indotto, occasioni. Nei cantieri e nei servizi delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina, racconta la Cgil, il risultato è un altro: precarietà strutturale e sfruttamento. La denuncia arriva dai luoghi di lavoro, dai turni, dai contratti, dalle condizioni materiali. E restituisce un quadro che stride con la narrazione patinata dei Giochi.

Secondo il sindacato, il “record olimpico” è già stato battuto: dodici ore di lavoro al giorno come standard, di giorno e di notte, per mansioni diverse da quelle contrattualizzate, spesso senza adeguate tutele su salute e sicurezza. Non episodi isolati, ma una prassi che attraversa vigilanza, accoglienza, controllo accessi, cantieri edili e servizi informatici. Giovani, lavoratori maturi, migranti e cittadini italiani arruolati con contratti part-time si ritrovano a coprire funzioni multiple, esposti a stress termico e condizioni ambientali avverse, con dotazioni ridotte all’osso.

Dodici ore come standard

Il caso che ha riacceso i riflettori è la morte di un vigilante in un cantiere del Veneto, durante un turno notturno a temperature rigide. Da lì la Cgil ha rimesso in fila le criticità: catene di appalto lunghe, promesse disattese, controlli difficili. Nei siti milanesi, raccontano i rappresentanti dei lavoratori, addetti assunti come hostess e steward operano all’esterno in attività di guardiani e vigilanza non armata, senza dispositivi di protezione individuale adeguati. Le indicazioni operative arrivano via messaggio: portarsi i vestiti da casa, indossare una pettorina, evitare colori “sgargianti”. La sostanza resta invariata: turni estesi e mansioni spostate.

La responsabilità del committente è centrale. La Fondazione Milano Cortina, sottolinea il sindacato, governa scelte che incidono direttamente sulle condizioni di lavoro. Eppure la collaborazione promessa sui temi di sicurezza, contratti e regole degli appalti si è rivelata intermittente. Le imprese cambiano, subentrano nuovi soggetti, e il presidio sindacale fatica a seguire flussi e responsabilità.

Appalti opachi e sicurezza negata

Un accordo era stato costruito con l’intervento delle istituzioni locali, fissando due assi: riduzione dei subappalti a cascata e rafforzamento delle tutele su salute e sicurezza. Per rendere effettivo il controllo, ai rappresentanti confederali era stato garantito l’accesso a un portale informativo con dati su forniture, tipologie contrattuali, orari, mansioni e contratti applicati. Dopo una settimana, l’accesso è stato chiuso. I delegati possono entrare nei siti con un badge, ma senza conoscere prima cosa troveranno. Una limitazione che svuota la rappresentanza.

La “soluzione” proposta – accesso solo da un computer nella sede della Fondazione e previa firma di una malleva che vieta la diffusione delle informazioni persino alle federazioni – è stata respinta unitariamente da Cgil, Cisl e Uil. La richiesta è semplice e verificabile: piena agibilità e ripristino immediato degli strumenti di controllo. Il sospetto, dichiarato, è che il tempo venga usato come variabile organizzativa: rinviare, sapendo che l’evento è a termine e che il tavolo rischia di sciogliersi con la fine dei Giochi.

Il sindacato ha già presentato esposti all’Ispettorato del lavoro dei Carabinieri, destinati alla Procura. Nel frattempo, resta l’urgenza di tutelare lavoratori e volontari, oggi esposti a un modello che scarica il costo dell’eccezionalità sugli ultimi della filiera. Se questa è la vetrina, la medaglia d’oro l’ha vinta il precariato. E lo sfruttamento è salito sul podio senza nemmeno bisogno di un cronometro.

L’articolo Olimpiadi Milano-Cortina, la Cgil denuncia: precariato e sfruttamento nei cantieri e nei servizi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Remigrazione e rimpatri non sono la stessa cosa: l’ambiguità lessicale su cui gioca l’estrema destra

Il 31 gennaio la proposta di legge di iniziativa popolare “Remigrazione e Riconquista” ha superato, sulla piattaforma del Ministero della Giustizia, la soglia delle 50 mila firme necessarie per essere depositata in Parlamento. Il dato politico è arrivato il giorno dopo l’annullamento della conferenza stampa che avrebbe dovuto presentare il testo alla Camera dei deputati. L’evento del 30 gennaio è saltato quando alcuni deputati delle opposizioni hanno occupato la sala stampa per impedirne lo svolgimento. «Questa è la casa della democrazia. Sarebbe stato inammissibile consentire l’ingresso di nazisti e fascisti dichiarati», aveva spiegato Angelo Bonelli, coportavoce di Europa Verde.

Il blocco ha prodotto l’effetto che i promotori cercavano: trasformare il testo in un caso politico, rivestendo l’operazione di una retorica vittimistica che parla di censura e libertà negate. È il solito copione. Prima si forza il perimetro democratico, poi ci si dichiara perseguitati quando quel perimetro reagisce.

Il punto, però, non è l’incidente di Montecitorio. Il punto è l’ambiguità lessicale su cui la proposta si regge. Remigrazione e rimpatri non hanno nulla in comune, se non l’uso strumentale della parola “ritorno” per rendere digeribile un progetto di esclusione su base identitaria.

Rimpatri: diritto amministrativo, non propaganda

Nel diritto europeo e italiano il rimpatrio è una procedura amministrativa. Riguarda cittadini di Paesi terzi privi dei requisiti per soggiornare. È disciplinato dalla direttiva 2008/115/CE e dal testo unico sull’immigrazione. Prevede valutazioni individuali, diritto al ricorso, motivazione degli atti, preferenza per la partenza volontaria. Esclude categorie specifiche come minori non accompagnati, vittime di tratta, persone in condizioni di vulnerabilità sanitaria.

Il rimpatrio interviene su una condizione giuridica, non su un’identità. Non produce categorie permanenti, non distingue tra cittadini di serie A e di serie B, non tocca la cittadinanza. È uno strumento amministrativo sottoposto a limiti e controlli, pensato proprio per evitare arbitri e automatismi.

Questo impianto giuridico viene scientemente rimosso dal discorso pubblico sulla remigrazione. Parlare di rimpatri serve a evocare legalità. Parlare di remigrazione serve a promettere espulsioni di massa senza dover pronunciare parole storicamente indigeribili.

Remigrazione: l’ideologia travestita da norma

La remigrazione non nasce nel diritto. Nasce nell’immaginario dell’estrema destra europea come risposta identitaria alla presenza migrante. Nel testo promosso in Italia il salto è esplicito. La platea non si limita agli irregolari. Comprende cittadini regolari, naturalizzati, persone giudicate non assimilate.

Il disegno è chiaro: revoca della cittadinanza, patti di allontanamento definitivo mascherati da volontari, confische patrimoniali estese, repressione delle organizzazioni che salvano vite in mare. Qui il criterio smette di essere amministrativo e diventa politico. Si costruisce una cittadinanza condizionata, revocabile, fragile. Una cittadinanza che dipende dall’origine e dalla conformità.

È un attacco frontale alla Costituzione. L’articolo 3 sull’uguaglianza viene svuotato. L’articolo 10 sugli obblighi internazionali viene aggirato. L’articolo 22, che vieta la privazione della cittadinanza per motivi politici, viene trattato come un fastidio del passato. Chi sostiene la remigrazione lo sa. E proprio per questo insiste nel confonderla con i rimpatri.

La parola “riconquista” completa l’operazione. Trasforma lavoratori, studenti, famiglie in un corpo estraneo da rimuovere. Sposta il conflitto sociale dall’economia all’identità. È una scorciatoia vecchia, efficace, pericolosa.

I dati, intanto, restano lì. Secondo le analisi del Centro Studi Emigrazione Roma, i cittadini stranieri generano circa il 9 per cento del PIL, garantiscono un saldo fiscale positivo, tengono in piedi settori cruciali come l’assistenza agli anziani, l’agricoltura, l’edilizia. La Ragioneria generale dello Stato ha indicato la necessità di un saldo migratorio positivo per la sostenibilità del sistema previdenziale. Chi invoca la remigrazione chiede consapevolmente un danno strutturale al Paese, mascherandolo da difesa nazionale.

Il passaggio parlamentare della proposta, se ci sarà, costringerà a chiamare le cose con il loro nome. I rimpatri esistono già, sono regolati, limitati, sottoposti a garanzie. La remigrazione è altro. È un progetto politico di espulsione identitaria che usa il linguaggio del diritto per legittimarsi.

Chi la sostiene mente quando la confonde con i rimpatri. Mente sapendo di mentire. E lo fa perché senza quell’equivoco la proposta resterebbe per ciò che è: una sfida aperta all’ordinamento costituzionale e alla democrazia repubblicana.

L’articolo Remigrazione e rimpatri non sono la stessa cosa: l’ambiguità lessicale su cui gioca l’estrema destra sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La tregua a Gaza dietro a un cancello

Rafah funziona a intermittenza. Due giorni di stop, poi un varco contingentato, poi di nuovo l’attesa. Le evacuazioni sanitarie passano “a tranche”, poche decine alla volta, mentre migliaia restano in lista. La tregua si misura così: con un cancello che decide chi respira e chi aspetta. È il quadro degli ultimi tre giorni, raccontato dalle agenzie e confermato sul terreno, dove l’uscita dalla Striscia resta un’eccezione amministrativa, non un diritto.

Dentro questa cornice tornano i colpi “di contorno”. Fuoco su tende di sfollati a est di Gaza City. Un ventenne ucciso a Deir al-Balah. Segnalazioni di spari nel nord per il superamento di una linea “gialla” che cambia di giorno in giorno. Episodi presentati come incidenti, poi sommati in bollettino. La parola tregua resta in alto, la pratica resta bassa. E intanto l’imbuto sanitario si stringe: feriti cronici, dialisi, oncologici che dipendono da una finestra di poche ore.

Sullo sfondo, la pace entra in calendario. A Washington prende forma un Board of Peace, investimenti annunciati, fase due, tavolo arabo. La diplomazia come evento, con date e foto. In Europa si discutono compatibilità statutarie, mentre sul terreno la normalità viene rinviata. La distanza tra i comunicati e i varchi è tutta qui.

Il controcampo è la Cisgiordania. Raid notturni nei villaggi, case perquisite, giovani presi di mira. L’Unione europea annuncia fondi a UNRWA per Gaza e Cisgiordania insieme, riconoscendo che la linea è una sola anche quando si finge di spezzarla. Le famiglie dormono in abitazioni danneggiate, nella paura, mentre le operazioni “di sicurezza” producono paura come effetto collaterale.

Rafah che apre e chiude, tende colpite, villaggi rastrellati, tavoli di pace apparecchiati. Negli ultimi tre giorni il conflitto ha mostrato la sua grammatica: la tregua come parola, la violenza come procedura, l’uscita come concessione. Finché questa resta la sintassi, ogni annuncio suona come un titolo senza testo.

L’articolo La tregua a Gaza dietro a un cancello sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Un governo che frigna per un comico

Io lo confesso, mi vergogno di sprecare il nobile spazio di una storica rivista della sinistra in Italia parlando di un comico, uno di quelli che fa ridere con le battute grevi che si sputano di fronte a certi banconi di certi bar.

Mi pare irresponsabile, irrispettoso per gli italiani che non campano fino alla fine del mese, per i popoli falcidiati dalle guerre (quelle ufficiali e quelle che chiamano pace) sparse in giro. Provo lo stesso imbarazzo che mi coglie scorgendo certi leader di partito che sui social brigano come comari mentre intorno si sfalda la sanità pubblica, chiudono le fabbriche o aumenta la spesa alimentare per famiglie con stipendi bloccati da anni.

Però purtroppo è accaduto che il comico in questione sia stato invitato nel prossimo Sanremo diventato sagra di TeleMeloni. Alcuni hanno fatto notare come la sua carriera fosse costellata di deliranti offese contro gli oppositori politici del governo (sarà un caso), rivendute come battute. Per carità, tutto legittimo: c’è il diritto di fare il comico usando gli sfinteri e c’è il diritto di dire al comico che la sua comicità fa schifo. Funziona così, in democrazia. E sarebbe una storia da niente, che non vale la pena nemmeno raccontare.
Solo che alla fine il comico si è ritirato, parlando di “gravi minacce” ricevute. Immaginiamo che quindi ci saranno dei processi in futuro, ci sarà una riunione del tavolo di sicurezza nella Prefettura della sua città. Le minacce si pesano così, no?

E la presidente del Consiglio che non parla con i giornalisti e scappa dai problemi s’è presa la briga di parlare di una “deriva illiberale” della sinistra. Lei che governa che grida alla censura, lei che scappa ha trovato il tempo di dirci del comico.

Buon lunedì.

L’articolo proviene da Left.it qui

Rider, anatomia dei nuovi schiavi del food delivery: la comodità di molti costruita sulla precarietà di pochi

Li chiamano rider, perché gli inglesismi nobilitano i lavori bassi e annacquano il senso di schiavitù. In realtà sono lavoratori che reggono un pezzo intero dell’economia urbana contemporanea, pagandolo con il proprio corpo e con il proprio tempo. Il dossier 2025 di NIdiL Cgil fotografa una condizione che assomiglia sempre meno a un lavoro flessibile e sempre più a una forma aggiornata di sfruttamento strutturale. L’anatomia dei nuovi schiavi passa dalle app, dagli algoritmi, dalla retorica dell’autonomia che copre rapporti di dipendenza pieni.

Il lavoro che consuma il tempo

In Italia i rider sono circa 30 mila. Per il 76,4% il food delivery rappresenta la principale fonte di reddito. La disponibilità media racconta una settimana intera: il 72,9% si rende disponibile sei o sette giorni, quasi la metà tra sette e dieci ore al giorno. Per inseguire volume: nel 61,7% dei casi le consegne superano quota otto al giorno. Il compenso medio per consegna resta nella fascia più bassa: tra i 2 e i 4 euro lordi per il 56,3%. Dentro quella cifra entrano attese, chilometri, rischio stradale, costi di carburante e manutenzione, telefono. Il tempo che non produce consegne resta tempo regalato.

Le attese pesano come una tassa: davanti al ristorante o al punto di ritiro la fascia più frequente è tra cinque e venti minuti, con il 39,1% tra cinque e dieci e il 38,2% tra dieci e venti. A quel punto il compenso reale si riduce da solo, senza bisogno di dichiarazioni ufficiali.

Il profilo è netto. La stragrande maggioranza è composta da uomini giovani. Oltre la metà ha cittadinanza italiana, ma la quota extra-UE è ampia e vulnerabile, con una componente pakistana pari al 25,1% del campione. È una forza lavoro fragile, spesso vincolata dal permesso di soggiorno e quindi più ricattabile. La vulnerabilità giuridica si intreccia con quella economica e la rafforza. Un rider su tre dichiara di aver subito il blocco dell’account e nel 79,6% dei casi arriva senza spiegazioni: disconnessione secca, reddito azzerato.

Algoritmi, rischio e ricatto

Il lavoro è governato da algoritmi opachi. Solo il 12,9% dice di capire del tutto come viene composto il compenso. Anche qui la realtà si vede nei comportamenti: il 55,4% rifiuta consegne quando il compenso appare troppo basso. Molti lavorano su più piattaforme: il 55% dichiara due o più app.

Il mezzo è quasi sempre del lavoratore: 92,5% di proprietà. Due terzi percorrono oltre quaranta chilometri al giorno. Un terzo supera i duecento euro al mese di spese vive fra carburante o ricariche, manutenzione e cellulare. E poi i furti: il 35,5% riferisce il furto del mezzo, il 12,3% il tentato furto. È capitale di lavoro lasciato per strada, letteralmente.

Sul fronte della sicurezza il quadro è ancora più duro. La formazione avviene soprattutto online (71,3%) e spesso dura meno di due ore (43,8%). I DPI risultano assenti per il 28,2%. Quasi quattro rider su dieci (39,8%) dichiarano almeno un infortunio: il 22,8% racconta un incidente mai denunciato, e fra chi si è fatto male il risarcimento resta un’eccezione.

Chiamarla innovazione è una scorciatoia narrativa. Qui c’è un lavoro povero, costoso da svolgere, esposto a rischi elevati, regolato da decisioni automatiche prive di verifica. I rider chiedono cose elementari: soldi per ordine, minimi garantiti, rimborsi per i costi sostenuti, tutele come malattia e ferie. Le risposte sono sempre deboli, sempre vaghe. Il recepimento della direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme vorrebbe rappresentare un passaggio decisivo. Ma la domanda è politica prima ancora che giuridica: quanto si può continuare a tollerare questo modello? Perché così come stanno le cose significa accettare che la comodità di molti sia costruita sulla precarietà strutturale di pochi.

L’articolo Rider, anatomia dei nuovi schiavi del food delivery: la comodità di molti costruita sulla precarietà di pochi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Epstein Files, non era solo uno scandalo: quell’infrastruttura di potere su cui la grande stampa sorvola

I file Epstein raccontati dalla grande stampa italiana sembrano progettati per rassicurare. C’è il mostro, ci sono le vittime, ci sono alcuni potenti caduti in disgrazia. Manca quasi tutto il resto. Manca la struttura che ha reso possibile quel sistema per decenni, manca la funzione che Epstein ha svolto, mancano i beneficiari politici di quel silenzio.

L’origine del sistema: Epstein come risorsa, non come incidente

Eppure dai documenti emerge una traiettoria che difficilmente può essere spiegata come una sequenza di coincidenze. Epstein entra nel mondo dell’élite newyorkese nel 1974, assunto alla Dalton School senza laurea né titoli. A prenderlo è Donald Barr, ex ufficiale dell’OSS, la struttura che precede la CIA. Barr aveva appena pubblicato un romanzo distopico incentrato su un’aristocrazia che governa attraverso il controllo sessuale e la corruzione. Un dettaglio letterario che, letto oggi, somiglia più a un manuale che a una fantasia.

Il legame tra Epstein e la famiglia Barr attraversa i decenni. Quando Epstein muore nel Metropolitan Correctional Center di New York, la notte del 10 agosto 2019, il Dipartimento di Giustizia è guidato da William Barr, figlio di Donald e uomo di fiducia di Donald Trump. Epstein è solo in cella, il compagno è stato trasferito il giorno prima, le telecamere davanti alla sezione non funzionano, le guardie dormono e falsificano i registri. Il corpo viene rimosso prima dei rilievi completi. Barr parlerà di una “tempesta perfetta di errori”. La formula chiude la vicenda, non la spiega.

Accanto a Epstein opera Ghislaine Maxwell, condannata per traffico sessuale di minori. È la figlia di Robert Maxwell, editore britannico da tempo indicato come asset del Mossad e dell’MI6. Al suo funerale di Stato a Gerusalemme partecipano i vertici politici e dei servizi israeliani. L’allora primo ministro Yitzhak Shamir lo definisce un uomo che aveva fatto “più cose per Israele di quante se ne possano dire”. Maxwell muore cadendo in mare dal suo yacht nelle acque delle Canarie. Anche qui, un incidente archiviato.

Ghislaine eredita la rete di relazioni del padre e diventa il perno sociale del sistema Epstein: reclutamento, selezione, accesso. Secondo le ricostruzioni più solide, il sesso è lo strumento. Il ricatto è la finalità. Le informazioni raccolte servono a garantire influenza e protezione.

Israele, sorveglianza e potere: la notizia che non diventa mai notizia

Il capitolo israeliano è quello che più di ogni altro resta fuori dalle cronache italiane. Epstein investe circa 1,5 milioni di dollari in una joint venture con Ehud Barak, ex primo ministro e ministro della Difesa israeliano. Da lì nasce Reporty Homeland Security, poi Carbyne, una società che sviluppa sistemi di comunicazione di emergenza basati su video in tempo reale e geolocalizzazione. Il management è composto da ex vertici dell’intelligence militare israeliana, in particolare dell’Unità 8200. Tecnologia civile, sulla carta. Accesso diretto a dati sensibili, nella pratica.

Barak soggiorna più volte negli appartamenti di Epstein a New York, anche dopo la prima condanna del finanziere nel 2008. Epstein agisce da consulente, facilitatore, raccoglitore di capitali. Le mail mostrano un rapporto stretto, continuo, fiduciario. Questo intreccio, che lega pedofilia, sorveglianza e sicurezza nazionale, raramente diventa notizia.

Quando nei documenti compaiono riferimenti a Trump, l’attenzione mediatica si concentra sulla smentita e sul gossip. Passa in secondo piano il contesto. Epstein scrive che Trump è consapevole delle attività illecite. Emergono riferimenti a incontri con una minorenne legata all’entourage del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, definito da Trump “il mio dittatore preferito”. Sullo sfondo, indagini su possibili finanziamenti egiziani alla campagna elettorale del 2016.

Il quadro che ne esce è quello di una vulnerabilità strutturale. Leader esposti, alleanze cementate da segreti condivisi, politiche estere che si muovono dentro rapporti personali opachi. Gli Accordi di Abramo vengono celebrati come successo diplomatico mentre Israele intensifica occupazione e repressione nei territori palestinesi, senza che il sostegno statunitense vacilli.

La distrazione come metodo

Intanto la Palestina scompare dalle prime pagine italiane. Al suo posto domina il racconto sull’Ucraina, sul riarmo europeo, sul trasferimento di risorse pubbliche verso l’industria bellica statunitense. Anche qui, i file Epstein suggeriscono una continuità: la distrazione come metodo.

In Italia il silenzio pesa più delle parole. Gli stessi giornali che per anni hanno evocato il rischio di ricatto internazionale nel caso Berlusconi mostrano improvvisa cautela quando il ricatto riguarda Washington e Tel Aviv.

I file Epstein raccontano una lezione semplice e inquietante. Il potere non si limita a reprimere o a corrompere. Archivia, seleziona, oscura. E quando i giornali scelgono di raccontare solo ciò che non mette in discussione gli equilibri, diventano parte del sistema che dovrebbero osservare.

L’articolo Epstein Files, non era solo uno scandalo: quell’infrastruttura di potere su cui la grande stampa sorvola sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La tregua a Gaza resta una linea che si apre e chiude

La tregua continua a esistere come parola, mentre a Gaza resta un gesto amministrativo. Un permesso, una linea, un varco che apre e richiude. «Where is the ceasefire? Where are the mediators?», chiede Mohamed Abu Selmiya dall’ospedale al-Shifa. La domanda arriva mentre i reparti continuano a riempirsi. Da ottobre, dall’entrata in vigore del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, il ministero della Sanità di Gaza conta oltre cinquecento morti palestinesi. In alcuni giorni se ne sommano venti, trenta. L’esercito israeliano risponde con il proprio bilancio e con la formula rituale delle “violazioni oltre la linea”. La linea, intanto, taglia i corpi.

Rafah è il simbolo di questa tregua per sottrazione. Riapertura annunciata, passaggi concessi a contagocce. Lunedì meno di cinquanta persone autorizzate a uscire, mentre migliaia restano bloccate. Ogni spiraglio diventa selezione. Anche l’aria passa con il contagocce.

Sul tavolo internazionale, Gaza viene ridotta a schema: ricostruzione condizionata, sicurezza, “demilitarizzazione” come parola chiave. Fuori dal tavolo, la realtà resta fatta di ospedali che funzionano a metà e di fotografi costretti a trasformare l’orrore in archivio. Huda Skaik ha chiesto a otto fotografi di Gaza un’immagine “di significato”. Ne è uscito un catalogo di lutti quotidiani, madri, bambini, macerie che resistono allo sguardo. È un contro-racconto che non chiede permessi.

Intanto, altrove, Israele discute di sé. Alla Knesset una commissione parlamentare ha reso pubblico un dato: quasi novecento segnalazioni di abusi sessuali nei reparti di salute mentale in tre anni. È un numero che apre un fronte interno, rimosso dal dibattito globale, e che mostra come anche dentro lo Stato la violenza emerga solo quando qualcuno la conta.

Gaza resta sospesa tra questi piani. La tregua detta nei comunicati, la violenza amministrata sul terreno, le immagini che provano a salvare tracce. Tutto il resto è mediazione che arriva tardi.

L’articolo La tregua a Gaza resta una linea che si apre e chiude sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui