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Doppia emergenza a Gaza, umanitaria e sanitaria

A Rafah anche oggi si entra e si esce a ore, Le evacuazioni mediche previste sono state annullate all’ultimo momento, con i pazienti già pronti e le ambulanze in attesa. Il collasso funziona così: la sopravvivenza diventa un permesso revocabile. 

L’Organizzazione mondiale della sanità parla di oltre 18.500 persone nella Striscia che necessitano di cure specialistiche indisponibili sul territorio. Il numero resta fermo mentre i giorni scorrono e le finestre di uscita si chiudono. 

Nelle stesse ore, lungo la Linea Gialla nel nord della Striscia, colpi d’arma da fuoco feriscono gravemente un riservista israeliano. La risposta è immediata: carri armati, raid aerei, bombardamenti. Il ministero della Salute di Gaza aggiorna il bilancio: almeno ventuno morti. Le agenzie annotano che la fonte non distingue tra civili e combattenti.

Da Gaza arriva anche la voce del parroco della Sacra Famiglia, Gabriel Romanelli. Parla di una crisi umanitaria e sanitaria senza precedenti e avverte che l’idea di un conflitto in esaurimento è una rappresentazione lontana dalla realtà quotidiana.

Intanto, in Cisgiordania, il governo israeliano accelera su un altro fronte. Il ministro della Difesa Israel Katz annuncia l’avanzamento della legalizzazione di 140 avamposti agricoli, con il sostegno di Netanyahu e Smotrich. Terra occupata che diventa autorizzata, violenza coloniale trasformata in atto amministrativo.

E mentre sul terreno si decide chi può curarsi e chi perde casa, in Italia il dibattito scivola sulla punizione simbolica. Il senatore Maurizio Gasparri annuncia un’interrogazione contro Francesca Albanese per la sua iniziativa su Gaza alla Camera. Qui il confine si stringe sulle parole, là sui corpi. Il meccanismo resta riconoscibile.

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Cinque minuti di propaganda: Vespa cancella i fatti e distribuisce colpe

Quei cinque minuti dicono molto più di quanto sembrino. Dicono cosa diventa il servizio pubblico quando smette di fare domande e comincia a distribuire colpe. A “Cinque minuti”, Bruno Vespa trasforma un’intervista ad Angelo Bonelli in un processo sommario: la violenza di Torino diventa una clava retorica, la complessità scompare, la distinzione tra chi manifesta e chi devasta viene azzerata.

Lo segnala con parole nette Roberto Natale, consigliere Rai, parlando di “livorosa faziosità” e di assenza totale di volontà nel ricostruire i fatti nel loro svolgimento reale. È un’accusa pesante perché chiama in causa il cuore del mandato del servizio pubblico: informare, contestualizzare, evitare scorciatoie. Qui accade l’opposto. Si insinua una corresponsabilità politica per semplice contiguità, si forza il nesso tra libertà di manifestare e violenza, si alza la voce per chiudere il campo.

Il risultato è una narrazione che oscura la realtà. A Torino decine di migliaia di persone hanno manifestato pacificamente; alcune migliaia si sono infiltrate e hanno provocato violenze da condannare. Quel dato sparisce. Resta l’equazione utile a chi governa e prepara nuove strette sul diritto di dissentire. Quando il conduttore si fa megafono di quella linea, il danno supera il singolo format: scredita la Rai e allontana pubblico verso altre fonti, come avverte Natale.

Non è una questione di toni o di stili televisivi. È una questione di metodo e responsabilità. In cinque minuti si può scegliere di fare giornalismo o propaganda. Qui la scelta è stata evidente. E il servizio pubblico, ancora una volta, paga il prezzo di una scorciatoia che scambia il contraddittorio con l’accusa.

Buon mercoledì.

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Sanità, l’analisi Gimbe sulle liste d’attesa: il decreto che doveva risolvere tutto non ha risolto nulla. Ecco perché

Diciotto mesi dopo la conversione in legge del decreto sulle liste d’attesa, il bilancio resta fermo. I cittadini continuano ad aspettare, a pagare di tasca propria o a rinunciare alle cure. I risultati concreti promessi dal governo restano sulla carta. È la fotografia chiara che emerge dall’ultima analisi della Fondazione Gimbe, che ha monitorato lo stato di attuazione del DL 73/2024 e il funzionamento della Piattaforma nazionale delle liste d’attesa sui dati del 2025.

La piattaforma raccoglie quasi 57,8 milioni di prestazioni erogate in un anno tra visite specialistiche ed esami diagnostici. Un volume imponente, che avrebbe dovuto restituire trasparenza e consentire ai cittadini di capire dove e perché il sistema si inceppa. Invece i dati pubblicati restano aggregati a livello nazionale, privi di qualsiasi dettaglio regionale, aziendale o per singola prestazione. Nessuna distinzione tra pubblico e privato accreditato, nessuna fotografia delle differenze territoriali. In pratica, uno strumento che osserva molto ma spiega poco.

I decreti mancanti e la macchina bloccata

Il cuore del problema resta normativo. A oggi risultano adottati solo quattro dei sei decreti attuativi previsti dalla legge. Mancano ancora quelli decisivi: la metodologia per stimare il fabbisogno di personale del Servizio sanitario nazionale e le linee di indirizzo per la gestione delle prenotazioni e delle disdette nei Cup. Due snodi essenziali per intervenire sulle liste. Senza quei provvedimenti, il sistema continua a funzionare con le stesse fragilità strutturali di prima, mentre le rassicurazioni istituzionali si accumulano senza produrre effetti misurabili.

Nel frattempo la piattaforma resta ferma alla versione iniziale, nonostante annunci ripetuti di aggiornamenti mai arrivati. Solo a gennaio 2026 è stato pubblicato il decreto che ripartisce alle Regioni oltre 27 milioni di euro per realizzare l’infrastruttura informatica necessaria all’interoperabilità dei sistemi. Un ritardo che ha azzerato le tempistiche promesse e rimesso il contatore a zero.

Indicatori opachi, diritti invisibili

Il monitoraggio dei tempi di attesa viene restituito attraverso mediane e quartili, indicatori tecnici che escludono sistematicamente il 25 per cento delle prenotazioni con le attese più lunghe. Un metodo che attenua l’impatto reale dei ritardi e rende difficile capire se i tempi massimi garantiti vengano rispettati. La conseguenza è una “coda invisibile” di pazienti che resta fuori dal racconto ufficiale.

Gli esempi analizzati da Gimbe parlano chiaro: per prestazioni molto diffuse come la prima visita oculistica o l’ecografia dell’addome completo, una quota consistente di cittadini attende ben oltre i limiti previsti, con punte che arrivano a diversi mesi. In quel tempo sospeso si collocano le rinunce alle cure e l’aumento della spesa privata, confermato anche dai dati Istat: nel 2024 quasi 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria.

L’intramoenia come scorciatoia strutturale

Un altro dato pesa come un macigno. Dalla differenza tra le prenotazioni totali e quelle considerate per il rispetto dei tempi emerge una stima: circa il 30 per cento delle prestazioni viene erogato in intramoenia. Una quota stabile, che indica come la libera professione resti una valvola di sfogo sistemica per aggirare le attese, spostando il costo sulle famiglie.

La piattaforma, però, non offre alcun supporto informativo ai cittadini quando i tempi garantiti vengono superati. Nessuna indicazione su tutele, segnalazioni o percorsi alternativi. Il diritto alla salute resta formalmente riconosciuto, ma privo di strumenti operativi per essere esercitato.

Il decreto sulle liste d’attesa nasceva come risposta urgente a un’emergenza cronica. A distanza di un anno e mezzo, il ritardo normativo e quello tecnologico raccontano un fallimento che in molti avevano previsto. Le liste del resto sono il sintomo di un indebolimento progressivo del Servizio sanitario nazionale, aggravato dalla carenza di personale e dall’assenza di riforme organizzative incisive e da una digitalizzazione incompleta. Intanto, l’attesa continua a trasformarsi in esclusione silenziosa, con costi sanitari ed economici scaricati sui cittadini. Fino alla prossima promessa. 

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Ponte sullo Stretto, perché i fondi “intoccabili” di cui parla Salvini in realtà si possono utilizzare per altri interventi

Matteo Salvini continua a ripetere che i fondi del Ponte sullo Stretto “non si toccano”, che spostarli sarebbe impossibile, che la legge lo vieta. È una frase semplice, ripetuta con sicurezza. Ma è vero?

Il finanziamento del Ponte poggia in larga parte sul Fondo sviluppo e coesione 2021-2027, lo strumento con cui lo Stato dovrebbe ridurre i divari territoriali. Un fondo pluriennale, programmabile, appositamente costruito per essere adattato alle priorità. La sua architettura prevede risorse che diventano rigide solo quando maturano obbligazioni giuridicamente vincolanti. Sul Ponte questo passaggio risulta ancora centrale nel racconto politico, molto meno nei fatti.

La flessibilità che lo Stato ha già usato

Negli ultimi anni lo Stato ha spostato fondi FSC più volte. Durante la pandemia per sostenere sanità e imprese. Nel 2022 e nel 2023 per compensare l’aumento dei costi delle materie prime. Dopo l’alluvione in Emilia-Romagna per finanziare interventi urgenti di messa in sicurezza. Nel 2025 la stessa Regione Siciliana ha rimodulato risorse di coesione per rispondere a eventi calamitosi. Tutto attraverso atti formali, delibere, variazioni di bilancio. Nessuna forzatura. Nessuna eccezione.

Anche il Ponte ha già beneficiato di questa elasticità. Nel 2023 un emendamento alla manovra ha ridotto il contributo diretto dello Stato, compensando con un prelievo di circa 1,6 miliardi dalle quote FSC di Sicilia e Calabria, oltre a risorse ministeriali destinate al Mezzogiorno. È il punto che smonta l’intera narrazione dell’intoccabilità: se i fondi territorializzati sono stati spostati per finanziare l’opera, la reversibilità esiste. Ed è stata esercitata.

La cornice giuridica resta quella ordinaria. Il FSC nasce nel decreto legislativo 88/2011, viene rifinanziato e rimodulato con le leggi di bilancio, entra nel ciclo attuale con gli stanziamenti impostati dalla legge 178/2020. Con il decreto-legge 124/2023 arrivano gli Accordi per la coesione, che legano risorse e cronoprogrammi, lasciando aperture esplicite alle variazioni quando emergono priorità sopravvenute o calamità. Il meccanismo passa dal CIPESS: lo stesso circuito che ha già deliberato rimodulazioni per adeguamenti e riallocazioni. 

I fondi tolti alla Sicilia e l’ordine delle priorità

C’è poi un passaggio che Salvini evita accuratamente. I fondi del Ponte, per oltre un miliardo, arrivano da risorse sottratte alla Sicilia. Erano destinate a interventi diffusi: manutenzione, messa in sicurezza idrogeologica, reti stradali e ferroviarie interne. Sono state concentrate su un’unica opera. Dire che “non si possono togliere soldi ai siciliani per aiutare i siciliani” significa cancellare questa cronologia.

Nel frattempo l’iter del Ponte continua a rallentare. Rilievi della Corte dei conti, atti aggiuntivi contestati, slittamenti continui. Nella manovra per il 2026 il governo ha rinviato centinaia di milioni agli anni successivi proprio per l’assenza di impegni perfezionati. Risorse iscritte a bilancio ma ancora nella fase della prenotazione.

Il quadro è semplice e chiaro. La normativa consente la rimodulazione. La prassi dello Stato la conferma. Il governo l’ha già praticata quando serviva al Ponte. L’impossibilità evocata dal ministro risulta priva di base normativa. Solo che questa volta a farne le spese sono i cittadini che continuano a essere in emergenza nonostante l’emergenza sia già scomparsa dalle prime pagine dei giornali. Sullo sfondo resta una scelta politica consapevole: difendere un simbolo, anche mentre il territorio chiede messa in sicurezza. Salvini parla di vincoli. I documenti raccontano un’altra storia. 

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A Gaza la tregua nuoce alla salute

A Gaza la sanità diventa un atto amministrativo. Israele annuncia lo stop alle operazioni di Medici Senza Frontiere e lo fa invocando una richiesta di elenchi del personale palestinese. MSF risponde parlando di sicurezza violata e di un pretesto per bloccare l’assistenza. Il risultato è concreto: reparti che chiudono, équipe che si fermano, emergenze che restano scoperte. La cura entra nel perimetro del permesso.

Francesca Albanese lo scrive senza ambiguità: creare “condizioni di vita” significa anche smantellare l’infrastruttura medica, fino ai servizi d’emergenza. A Gaza questa formula prende corpo. Ospedali colpiti, ambulanze fermate, ora una ONG medica espulsa con un atto burocratico. La guerra prosegue quando finisce il bombardamento.

Nelle stesse ore, da Madrid arriva una richiesta ufficiale di ritiro del provvedimento: l’attività di MSF viene definita essenziale per salvare vite a Gaza e in Cisgiordania. La risposta internazionale resta confinata alle parole, mentre sul terreno la medicina diventa sospetta per definizione. Chi cura viene trattato come parte del problema.

Poi c’è l’altro gesto, più politico e altrettanto rivelatore. L’ufficio del primo ministro israeliano dichiara che Israele rifiuta l’uso di simboli dell’Autorità Palestinese e che la PA resterà fuori dall’amministrazione di Gaza. Si discute di un logo mentre si decide chi può esistere come interlocutore. Anche qui il controllo passa dai segni: nomi, liste, emblemi.

Oggi, a Roma, il rapporto di Albanese arriva alla Camera e scatena reazioni di rigetto nella maggioranza. Stesso copione, latitudine diversa: delegittimare chi descrive i fatti mentre si restringe lo spazio della vita. A Gaza la sanità viene autorizzata, la politica viene simbolizzata, l’esistenza viene regolata. È una gestione per sottrazione, dove perfino curare diventa una concessione.

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Trump, le sei politiche discriminatorie degli Usa e le inquietanti convergenze di metodo con l’Italia

C’è una linea che attraversa l’Atlantico e tiene insieme Washington e Roma. Non passa dai proclami ma dagli atti amministrativi, dai tagli selettivi, dalle parole chiave ripetute come giustificazione. L’Economic Policy Institute, in un’analisi firmata da Ismael Cid-Martinez e Valerie Wilson, ha messo in fila sei azioni dell’amministrazione Donald Trump che colpiscono in modo diretto e sistemico le minoranze negli Stati Uniti. Letta in controluce, quella lista racconta molto anche dell’Italia di oggi.

Sei azioni, un metodo

La prima riguarda il lavoro. L’amministrazione Trump ha indebolito gli strumenti federali che servivano a far rispettare il Titolo VII del Civil Rights Act del 1964. La Equal Employment Opportunity Commission è stata svuotata di personale e dati, l’Office of Federal Contract Compliance Programs ridotto all’irrilevanza. Il risultato è semplice: discriminare sul lavoro diventa più facile, soprattutto per chi ha contratti fragili o dipende dagli appalti pubblici. L’Epi parla di un arretramento di sessant’anni. In Italia, la discussione ricorrente sull’abrogazione o sul ridimensionamento della legge Mancino e il controllo politico sull’Unar raccontano una stessa diffidenza verso l’idea che lo Stato debba vigilare sulle discriminazioni.

La seconda azione colpisce l’istruzione. Trump ha sabotato l’accesso equo all’università, smantellando il Dipartimento dell’Istruzione e attaccando i programmi di diversità, equità e inclusione. L’Epi segnala anche le restrizioni verso studenti nati all’estero, fino alla minaccia di esclusione da atenei come Harvard. In Italia, il lessico è diverso ma il meccanismo converge: centralità del “merito” sganciato dalle condizioni di partenza, proposte di tetti alla presenza di alunni stranieri, retorica disciplinare che colpisce soprattutto chi parte svantaggiato.

La terza azione riguarda l’economia delle minoranze. Negli Stati Uniti è stata di fatto eliminata la Minority Business Development Agency, creata nel 1969 per sostenere le imprese di proprietà di neri e latinos nell’accesso al credito e ai contratti. L’Epi parla di “omicidio istituzionale” rallentato solo dai tribunali. In Italia non esiste un’agenzia analoga e la politica industriale resta cieca rispetto all’imprenditoria migrante, mentre cresce una narrazione identitaria sul “made in Italy” che esclude chi non rientra nel perimetro simbolico della nazione.

La quarta azione passa dal cibo. Il Congresso a maggioranza repubblicana ha tagliato il Supplemental Nutrition Assistance Program, 230 miliardi di dollari in dieci anni. A fine 2024 il programma sosteneva oltre 42 milioni di persone, con una quota altissima di famiglie nere e native. L’Epi documenta l’impatto sproporzionato su chi già vive sotto la soglia di povertà. In Italia, l’abolizione del Reddito di cittadinanza e i requisiti più rigidi dell’Assegno di inclusione hanno prodotto l’esclusione di centinaia di migliaia di persone, molte delle quali straniere o lavoratori poveri.

La quinta azione riguarda la sanità. Trump ha ridotto i fondi a Medicaid e al programma sanitario per l’infanzia, preparando quello che l’Epi definisce una futura crisi di salute pubblica. I tagli ai Centers for Disease Control e ai National Institutes of Health colpiscono anche la ricerca sulle disuguaglianze razziali. In Italia, il definanziamento reale del Servizio sanitario nazionale, certificato dai dati Gimbe, produce un effetto territorialmente e socialmente selettivo: chi ha meno risorse rinuncia alle cure.

La sesta azione è ideologica ma produce effetti materiali. L’amministrazione Trump ha legittimato la teoria della “discriminazione inversa”, presentando le tutele per le minoranze come un attacco alla maggioranza bianca. È la cornice che rende accettabili tutte le altre misure.

L’eco italiana

Qui la distanza si riduce. In Italia, la retorica del “razzismo anti-italiano”, le evocazioni della “sostituzione etnica”, la criminalizzazione dei poveri e dei migranti svolgono la stessa funzione. Trasformano politiche di taglio e di esclusione in atti di autodifesa nazionale. L’analisi dell’Epi descrive un progetto coerente: smantellare le conquiste del movimento per i diritti civili senza dirlo apertamente, usando leve amministrative, bilanci, criteri di accesso. La comparazione con l’Italia mostra una convergenza di metodo, prima ancora che di contenuti.

Negli Stati Uniti come in Italia, il punto è l’accumulo. Lavoro, scuola, impresa, cibo, sanità, linguaggio pubblico. Ogni tassello sposta il confine di ciò che viene considerato normale. Quando la protezione delle minoranze diventa un fastidio ideologico, l’uguaglianza smette di essere un principio e diventa una concessione revocabile. È questo il filo che lega Washington a Roma.

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Mille morti senza nome: il Mediterraneo come discarica politica

Il ciclone Harry ha fatto quello che le politiche europee cercano da anni: cancellare le persone senza lasciare traccia. Almeno mille, dicono oggi le ong, mentre il conteggio ufficiale si ferma a 380 dispersi. La differenza tra questi numeri è lo spazio in cui prospera l’irresponsabilità istituzionale. In quei giorni, dal litorale tunisino sono partiti almeno ventinove barchini, molti in ferro, spinti in mare durante una tempesta annunciata. Due soli sono arrivati o sono riusciti a tornare indietro. Gli altri sono diventati silenzio.

Le testimonianze raccolte da Refugees in Libya parlano di partenze forzate, di trafficanti che accelerano, di raid della Guardia nazionale tunisina negli accampamenti intorno a Sfax. Una pressione che spinge verso il mare anche quando il mare è una condanna. I racconti coincidono: barche spezzate, scafi capovolti, corpi tra le onde. Un ragazzo della Sierra Leone, Ramadan Konte, è rimasto aggrappato per ore a un relitto. Attorno a lui, decine di cadaveri. Su quella barca c’erano suo fratello, sua cognata, suo nipote. Nessuno è sopravvissuto.

Malta ha recuperato dodici corpi. Uno è stato riportato a terra dalla Ocean Viking per garantirgli un nome, almeno una sepoltura. Tutto il resto è rimasto in mare. Italia e Malta- denunciano Mediterranea e le altre ong – hanno taciuto. Nessuna operazione di ricerca su larga scala, nessuna assunzione di responsabilità, nessuna parola pubblica mentre le famiglie aspettano notizie sulle due sponde del Mediterraneo.

Ma la strage non è un evento naturale. È il prodotto di scelte precise: esternalizzare le frontiere, delegare a Paesi terzi la gestione della violenza, trasformare il soccorso in un fastidio politico. Il mare, ancora una volta, viene usato come strumento di governo. E i morti diventano un dettaglio contabile.

Buon martedì. 

foto wik

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Giovani italiani tra sfiducia politica e partecipazione civica: i dati dello studio Allianz Foundation

I giovani europei chiedono un cambiamento profondo dei modelli economici e sociali. Lo fanno in modo esplicito, misurabile, trasversale. A dirlo è la seconda edizione dell’Allianz Foundation Next Generations Study, una delle ricerche comparative più ampie mai condotte sulle nuove generazioni in Europa. Lo studio, realizzato nell’estate del 2025 dalla Allianz Foundation insieme al Sinus Institute, si basa su un sondaggio rappresentativo di oltre 8.500 giovani tra i 16 e i 39 anni in cinque Paesi dell’Unione europea: Francia, Germania, Italia, Polonia e Spagna. Un campione che copre circa il 65 per cento dei giovani europei.

Il dato di fondo attraversa tutti i Paesi analizzati: il 65 per cento degli intervistati vuole una società che vada oltre la crescita economica tradizionale, privilegiando sostenibilità ambientale, diritti, partecipazione democratica e qualità della vita, anche accettando compromessi su consumi, produttività e velocità dello sviluppo. Una richiesta che emerge in modo trasversale agli schieramenti politici e che definisce una domanda strutturale di trasformazione.

L’Italia come eccezione europea

Dentro questo quadro comune, l’Italia presenta un profilo specifico: i giovani italiani infatti risultano i più politicamente marginalizzati dell’intero campione. Il 53 per cento ritiene che la politica non rappresenti i propri interessi. È una distanza netta dalle istituzioni che fotografa una frattura profonda tra sistema politico e nuove generazioni.

Questa marginalità, però, non si traduce in una deriva regressiva. Al contrario, l’Italia è il Paese in cui i giovani mostrano i livelli più bassi di nostalgia per un passato idealizzato in chiave autoritaria. Solo il 17 per cento esprime visioni regressive del passato e appena il 5 per cento considera accettabili tattiche radicali o violente. È il dato più basso tra i cinque Paesi analizzati.

Accanto a questo, emerge un altro elemento decisivo: l’impegno civico. Quasi un giovane su due in Italia ha già partecipato ad azioni collettive. La partecipazione alle proteste di piazza è cresciuta in modo marcato passando dal 26 per cento del 2023 al 43 per cento nel 2025. Restano elevate anche altre forme di partecipazione: il voto riguarda il 77 per cento degli intervistati, la firma di petizioni il 64 per cento, le iniziative civiche il 36 per cento. Diritti umani, clima, istruzione, diritti civili e lotta alle discriminazioni sono le cause che mobilitano di più.

Cos’è il backlash e perché riguarda la democrazia

Per leggere le tensioni che attraversano questa generazione, lo studio introduce uno strumento specifico: il Backlash Barometer. Con il termine “backlash” si indica una strategia politica che utilizza la nostalgia per ripristinare condizioni sociali del passato, spesso idealizzate, anche a costo di comprimere principi democratici come lo Stato di diritto, la tutela delle minoranze e la non violenza. Il backlash si misura attraverso quattro dimensioni: senso di esclusione politica, nostalgia regressiva, valori discriminatori e accettazione di tattiche straordinarie come illegalità o violenza.

A livello europeo, i dati segnalano un rischio concreto. L’11 per cento dei giovani considera legittime forme di violenza politica e il 25 per cento accetta almeno alcune pratiche tipiche dei movimenti di contraccolpo. È un segnale di allarme per le democrazie europee, soprattutto perché queste attitudini tendono a rafforzarsi quando esclusione, nostalgia e valori regressivi si sovrappongono.

Ma c’è anche una buona notizia: in questo contesto, l’Italia mostra una resilienza democratica superiore alla media. La polarizzazione percepita è più bassa rispetto ad altri Paesi e lascia intravedere maggiori spazi di dialogo tra generazioni e orientamenti politici diversi. La distanza dalla politica istituzionale convive con una forte partecipazione civica e con un rifiuto netto della violenza come strumento di conflitto.

Il messaggio che arriva dai giovani italiani è politicamente rilevante: la sfiducia non produce automaticamente regressione. Produce invece domanda di partecipazione e conflitto civile. Forse proprio per questo il governo lo teme così tanto. 

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Scontri di Torino, alibi perfetto per la stretta securitaria: il governo li usa per rilanciare il pacchetto sicurezza

Il passaggio dalla cronaca alla norma è immediato, praticamente automatico. Gli scontri di Torino del 31 gennaio diventano il grimaldello perfetto per riattivare un’agenda securitaria che il governo tiene pronta da mesi. La manifestazione contro lo sgombero di Askatasuna, degenerata in violenze e ferimenti tra le forze dell’ordine, viene rivenduta come dimostrazione definitiva di una minaccia sistemica. Da lì in avanti, il racconto si fa lineare: piazze pericolose, Stato sotto attacco, necessità di una risposta eccezionale. Torino smette di essere un episodio e diventa un argomento, l’ennesimo, a supporto di un autoritarismo che Meloni sogna da sempre. 

I numeri sono gravi e nessuno li ridimensiona: oltre cento operatori feriti, arresti, sequestri. Ma la sequenza politica racconta altro. Vertici a Palazzo Chigi, riunioni ristrette con Viminale e Giustizia, consiglio dei ministri annunciato a stretto giro. La stretta prende forma mentre l’eco degli scontri è ancora utile a giustificarla. Così per l’ennesima volta l’emergenza diventa metodo.

La cronaca come leva normativa

Il pacchetto sicurezza ruota attorno a tre assi. Il primo è lo scudo penale per le forze dell’ordine, costruito sul differimento dell’iscrizione nel registro degli indagati quando l’azione avviene in presenza di una causa di giustificazione ritenuta evidente. Una modifica procedurale che incide sull’obbligatorietà dell’azione penale, presentata come tutela ma capace di produrre un’area di opacità. L’estensione ai cittadini comuni serve semplicemente a blindare la norma sul piano costituzionale, ma il bersaglio politico resta chiaro, sempre lo stesso: aumentare l’impunità delle forze dell’ordine. 

Il secondo asse riguarda le manifestazioni. Si discute di fermi di prevenzione (si parla di 12 ore) prima dei cortei, trattenimenti senza vaglio immediato dell’autorità giudiziaria, ipotesi che hanno già acceso un confronto serrato con il Colle. La versione più dura, spinta dalla Lega, parla di tempi più lunghi (fino a 48 ore) e poteri ampi. La mediazione all’interno della maggioranza tenta di ridurre la portata, spostando le norme più controverse su un disegno di legge ordinario. Ciò che conta è che il segnale ormai è stato lanciato: il dissenso viene trattato come rischio da neutralizzare prima che si esprima.

Le crepe nella maggioranza

Ma dentro la maggioranza l’unità è solo apparente. La Lega preme per una linea muscolare, rilanciando anche l’idea di una cauzione obbligatoria per gli organizzatori dei cortei, a copertura dei danni. La proposta incontra le resistenze di Forza Italia, dove emergono timori su una compressione eccessiva del diritto di manifestazione e su ricadute difficili da controllare. I dubbi arrivano anche da settori del Viminale, consapevoli della fragilità giuridica di misure che rischiano di essere travolte dai ricorsi.

Il vero punto di frizione resta però il rapporto con il Quirinale. La necessità di evitare uno scontro istituzionale costringe Palazzo Chigi a limare, rinviare, spacchettare. La fermezza viene rivendicata sul piano politico ma intanto sul piano normativo si cercano formule che reggano. Ed è difficile. Ne consegue una tensione costante tra l’urgenza comunicativa e i limiti costituzionali.

Sicurezza come campo di battaglia

L’operazione si completa sul terreno parlamentare. L’appello alle opposizioni per una condanna unitaria delle violenze serve a costruire una linea di frattura: chi aderisce legittima l’impianto emergenziale, chi distingue viene esposto all’accusa di ambiguità. La sicurezza diventa così campo di battaglia identitario, utile anche a trascinare nella mischia la magistratura in vista dei prossimi appuntamenti referendari.

Torino resta un fatto grave, con responsabilità penali da accertare. Ma nella narrazione di governo diventa soprattutto una cornice. Una cornice dentro cui far rientrare norme già pensate, linguaggi già rodati, un’idea di ordine pubblico che si allarga per decreto mentre le cause strutturali restano sullo sfondo. La stretta arriva puntuale. Le domande sul suo uso restano aperte.

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Rafah riapre, ma a singhiozzo

Rafah riapre. Così dicono le agenzie. Poi si leggono le righe sotto il titolo e il quadro si restringe. Il valico funziona a intermittenza, con numeri ridotti e criteri selettivi. Rientrano donne, bambini, anziani. I malati gravi, quelli con i nomi già trasmessi all’OMS per evacuazioni urgenti, passano da un altro varco, Kerem Shalom. La “riapertura” esiste, ma resta controllata, fragile, facilmente reversibile. Più utile alla narrazione che alla sopravvivenza quotidiana.

Nello stesso giorno, un’altra porta si chiude del tutto. Medici Senza Frontiere viene costretta a lasciare Gaza. Israele parla di requisiti amministrativi e di elenchi del personale locale non consegnati. MSF risponde definendo la misura un pretesto e denunciando l’assenza di garanzie di sicurezza per il proprio staff. L’effetto pratico è immediato: meno medici, meno cure, meno presenza internazionale nei luoghi dove si muore di più.

La contraddizione è evidente. Si annuncia un corridoio umanitario e si stringe il rubinetto dell’assistenza. Si invoca la sicurezza e si colpiscono le organizzazioni che tengono in piedi ospedali di fortuna e cliniche improvvisate. I valichi diventano strumenti politici: liste, autorizzazioni, attese che decidono chi passa e chi resta.

Fuori dal linguaggio ovattato delle diplomazie, le parole sono più nette. Francesca Albanese ricorda che Israele non ha alcuna autorità legale per bloccare l’ingresso nel territorio che occupa e richiama il rispetto delle decisioni della Corte internazionale di giustizia. Nicola Perugini osserva che è forse la prima volta che MSF viene espulsa con l’accusa di essere una “infrastruttura militare”, lo stesso schema usato per colpire l’intero sistema sanitario di Gaza.

Intanto gli inviati americani incontrano Netanyahu e parlano di tregua. Sul terreno resta una costante: una porta socchiusa, molte sprangate. E un’assistenza umanitaria trattata come concessione, non come obbligo.

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