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Trump, le sei politiche discriminatorie degli Usa e le inquietanti convergenze di metodo con l’Italia

C’è una linea che attraversa l’Atlantico e tiene insieme Washington e Roma. Non passa dai proclami ma dagli atti amministrativi, dai tagli selettivi, dalle parole chiave ripetute come giustificazione. L’Economic Policy Institute, in un’analisi firmata da Ismael Cid-Martinez e Valerie Wilson, ha messo in fila sei azioni dell’amministrazione Donald Trump che colpiscono in modo diretto e sistemico le minoranze negli Stati Uniti. Letta in controluce, quella lista racconta molto anche dell’Italia di oggi.

Sei azioni, un metodo

La prima riguarda il lavoro. L’amministrazione Trump ha indebolito gli strumenti federali che servivano a far rispettare il Titolo VII del Civil Rights Act del 1964. La Equal Employment Opportunity Commission è stata svuotata di personale e dati, l’Office of Federal Contract Compliance Programs ridotto all’irrilevanza. Il risultato è semplice: discriminare sul lavoro diventa più facile, soprattutto per chi ha contratti fragili o dipende dagli appalti pubblici. L’Epi parla di un arretramento di sessant’anni. In Italia, la discussione ricorrente sull’abrogazione o sul ridimensionamento della legge Mancino e il controllo politico sull’Unar raccontano una stessa diffidenza verso l’idea che lo Stato debba vigilare sulle discriminazioni.

La seconda azione colpisce l’istruzione. Trump ha sabotato l’accesso equo all’università, smantellando il Dipartimento dell’Istruzione e attaccando i programmi di diversità, equità e inclusione. L’Epi segnala anche le restrizioni verso studenti nati all’estero, fino alla minaccia di esclusione da atenei come Harvard. In Italia, il lessico è diverso ma il meccanismo converge: centralità del “merito” sganciato dalle condizioni di partenza, proposte di tetti alla presenza di alunni stranieri, retorica disciplinare che colpisce soprattutto chi parte svantaggiato.

La terza azione riguarda l’economia delle minoranze. Negli Stati Uniti è stata di fatto eliminata la Minority Business Development Agency, creata nel 1969 per sostenere le imprese di proprietà di neri e latinos nell’accesso al credito e ai contratti. L’Epi parla di “omicidio istituzionale” rallentato solo dai tribunali. In Italia non esiste un’agenzia analoga e la politica industriale resta cieca rispetto all’imprenditoria migrante, mentre cresce una narrazione identitaria sul “made in Italy” che esclude chi non rientra nel perimetro simbolico della nazione.

La quarta azione passa dal cibo. Il Congresso a maggioranza repubblicana ha tagliato il Supplemental Nutrition Assistance Program, 230 miliardi di dollari in dieci anni. A fine 2024 il programma sosteneva oltre 42 milioni di persone, con una quota altissima di famiglie nere e native. L’Epi documenta l’impatto sproporzionato su chi già vive sotto la soglia di povertà. In Italia, l’abolizione del Reddito di cittadinanza e i requisiti più rigidi dell’Assegno di inclusione hanno prodotto l’esclusione di centinaia di migliaia di persone, molte delle quali straniere o lavoratori poveri.

La quinta azione riguarda la sanità. Trump ha ridotto i fondi a Medicaid e al programma sanitario per l’infanzia, preparando quello che l’Epi definisce una futura crisi di salute pubblica. I tagli ai Centers for Disease Control e ai National Institutes of Health colpiscono anche la ricerca sulle disuguaglianze razziali. In Italia, il definanziamento reale del Servizio sanitario nazionale, certificato dai dati Gimbe, produce un effetto territorialmente e socialmente selettivo: chi ha meno risorse rinuncia alle cure.

La sesta azione è ideologica ma produce effetti materiali. L’amministrazione Trump ha legittimato la teoria della “discriminazione inversa”, presentando le tutele per le minoranze come un attacco alla maggioranza bianca. È la cornice che rende accettabili tutte le altre misure.

L’eco italiana

Qui la distanza si riduce. In Italia, la retorica del “razzismo anti-italiano”, le evocazioni della “sostituzione etnica”, la criminalizzazione dei poveri e dei migranti svolgono la stessa funzione. Trasformano politiche di taglio e di esclusione in atti di autodifesa nazionale. L’analisi dell’Epi descrive un progetto coerente: smantellare le conquiste del movimento per i diritti civili senza dirlo apertamente, usando leve amministrative, bilanci, criteri di accesso. La comparazione con l’Italia mostra una convergenza di metodo, prima ancora che di contenuti.

Negli Stati Uniti come in Italia, il punto è l’accumulo. Lavoro, scuola, impresa, cibo, sanità, linguaggio pubblico. Ogni tassello sposta il confine di ciò che viene considerato normale. Quando la protezione delle minoranze diventa un fastidio ideologico, l’uguaglianza smette di essere un principio e diventa una concessione revocabile. È questo il filo che lega Washington a Roma.

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Mille morti senza nome: il Mediterraneo come discarica politica

Il ciclone Harry ha fatto quello che le politiche europee cercano da anni: cancellare le persone senza lasciare traccia. Almeno mille, dicono oggi le ong, mentre il conteggio ufficiale si ferma a 380 dispersi. La differenza tra questi numeri è lo spazio in cui prospera l’irresponsabilità istituzionale. In quei giorni, dal litorale tunisino sono partiti almeno ventinove barchini, molti in ferro, spinti in mare durante una tempesta annunciata. Due soli sono arrivati o sono riusciti a tornare indietro. Gli altri sono diventati silenzio.

Le testimonianze raccolte da Refugees in Libya parlano di partenze forzate, di trafficanti che accelerano, di raid della Guardia nazionale tunisina negli accampamenti intorno a Sfax. Una pressione che spinge verso il mare anche quando il mare è una condanna. I racconti coincidono: barche spezzate, scafi capovolti, corpi tra le onde. Un ragazzo della Sierra Leone, Ramadan Konte, è rimasto aggrappato per ore a un relitto. Attorno a lui, decine di cadaveri. Su quella barca c’erano suo fratello, sua cognata, suo nipote. Nessuno è sopravvissuto.

Malta ha recuperato dodici corpi. Uno è stato riportato a terra dalla Ocean Viking per garantirgli un nome, almeno una sepoltura. Tutto il resto è rimasto in mare. Italia e Malta- denunciano Mediterranea e le altre ong – hanno taciuto. Nessuna operazione di ricerca su larga scala, nessuna assunzione di responsabilità, nessuna parola pubblica mentre le famiglie aspettano notizie sulle due sponde del Mediterraneo.

Ma la strage non è un evento naturale. È il prodotto di scelte precise: esternalizzare le frontiere, delegare a Paesi terzi la gestione della violenza, trasformare il soccorso in un fastidio politico. Il mare, ancora una volta, viene usato come strumento di governo. E i morti diventano un dettaglio contabile.

Buon martedì. 

foto wik

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Giovani italiani tra sfiducia politica e partecipazione civica: i dati dello studio Allianz Foundation

I giovani europei chiedono un cambiamento profondo dei modelli economici e sociali. Lo fanno in modo esplicito, misurabile, trasversale. A dirlo è la seconda edizione dell’Allianz Foundation Next Generations Study, una delle ricerche comparative più ampie mai condotte sulle nuove generazioni in Europa. Lo studio, realizzato nell’estate del 2025 dalla Allianz Foundation insieme al Sinus Institute, si basa su un sondaggio rappresentativo di oltre 8.500 giovani tra i 16 e i 39 anni in cinque Paesi dell’Unione europea: Francia, Germania, Italia, Polonia e Spagna. Un campione che copre circa il 65 per cento dei giovani europei.

Il dato di fondo attraversa tutti i Paesi analizzati: il 65 per cento degli intervistati vuole una società che vada oltre la crescita economica tradizionale, privilegiando sostenibilità ambientale, diritti, partecipazione democratica e qualità della vita, anche accettando compromessi su consumi, produttività e velocità dello sviluppo. Una richiesta che emerge in modo trasversale agli schieramenti politici e che definisce una domanda strutturale di trasformazione.

L’Italia come eccezione europea

Dentro questo quadro comune, l’Italia presenta un profilo specifico: i giovani italiani infatti risultano i più politicamente marginalizzati dell’intero campione. Il 53 per cento ritiene che la politica non rappresenti i propri interessi. È una distanza netta dalle istituzioni che fotografa una frattura profonda tra sistema politico e nuove generazioni.

Questa marginalità, però, non si traduce in una deriva regressiva. Al contrario, l’Italia è il Paese in cui i giovani mostrano i livelli più bassi di nostalgia per un passato idealizzato in chiave autoritaria. Solo il 17 per cento esprime visioni regressive del passato e appena il 5 per cento considera accettabili tattiche radicali o violente. È il dato più basso tra i cinque Paesi analizzati.

Accanto a questo, emerge un altro elemento decisivo: l’impegno civico. Quasi un giovane su due in Italia ha già partecipato ad azioni collettive. La partecipazione alle proteste di piazza è cresciuta in modo marcato passando dal 26 per cento del 2023 al 43 per cento nel 2025. Restano elevate anche altre forme di partecipazione: il voto riguarda il 77 per cento degli intervistati, la firma di petizioni il 64 per cento, le iniziative civiche il 36 per cento. Diritti umani, clima, istruzione, diritti civili e lotta alle discriminazioni sono le cause che mobilitano di più.

Cos’è il backlash e perché riguarda la democrazia

Per leggere le tensioni che attraversano questa generazione, lo studio introduce uno strumento specifico: il Backlash Barometer. Con il termine “backlash” si indica una strategia politica che utilizza la nostalgia per ripristinare condizioni sociali del passato, spesso idealizzate, anche a costo di comprimere principi democratici come lo Stato di diritto, la tutela delle minoranze e la non violenza. Il backlash si misura attraverso quattro dimensioni: senso di esclusione politica, nostalgia regressiva, valori discriminatori e accettazione di tattiche straordinarie come illegalità o violenza.

A livello europeo, i dati segnalano un rischio concreto. L’11 per cento dei giovani considera legittime forme di violenza politica e il 25 per cento accetta almeno alcune pratiche tipiche dei movimenti di contraccolpo. È un segnale di allarme per le democrazie europee, soprattutto perché queste attitudini tendono a rafforzarsi quando esclusione, nostalgia e valori regressivi si sovrappongono.

Ma c’è anche una buona notizia: in questo contesto, l’Italia mostra una resilienza democratica superiore alla media. La polarizzazione percepita è più bassa rispetto ad altri Paesi e lascia intravedere maggiori spazi di dialogo tra generazioni e orientamenti politici diversi. La distanza dalla politica istituzionale convive con una forte partecipazione civica e con un rifiuto netto della violenza come strumento di conflitto.

Il messaggio che arriva dai giovani italiani è politicamente rilevante: la sfiducia non produce automaticamente regressione. Produce invece domanda di partecipazione e conflitto civile. Forse proprio per questo il governo lo teme così tanto. 

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Scontri di Torino, alibi perfetto per la stretta securitaria: il governo li usa per rilanciare il pacchetto sicurezza

Il passaggio dalla cronaca alla norma è immediato, praticamente automatico. Gli scontri di Torino del 31 gennaio diventano il grimaldello perfetto per riattivare un’agenda securitaria che il governo tiene pronta da mesi. La manifestazione contro lo sgombero di Askatasuna, degenerata in violenze e ferimenti tra le forze dell’ordine, viene rivenduta come dimostrazione definitiva di una minaccia sistemica. Da lì in avanti, il racconto si fa lineare: piazze pericolose, Stato sotto attacco, necessità di una risposta eccezionale. Torino smette di essere un episodio e diventa un argomento, l’ennesimo, a supporto di un autoritarismo che Meloni sogna da sempre. 

I numeri sono gravi e nessuno li ridimensiona: oltre cento operatori feriti, arresti, sequestri. Ma la sequenza politica racconta altro. Vertici a Palazzo Chigi, riunioni ristrette con Viminale e Giustizia, consiglio dei ministri annunciato a stretto giro. La stretta prende forma mentre l’eco degli scontri è ancora utile a giustificarla. Così per l’ennesima volta l’emergenza diventa metodo.

La cronaca come leva normativa

Il pacchetto sicurezza ruota attorno a tre assi. Il primo è lo scudo penale per le forze dell’ordine, costruito sul differimento dell’iscrizione nel registro degli indagati quando l’azione avviene in presenza di una causa di giustificazione ritenuta evidente. Una modifica procedurale che incide sull’obbligatorietà dell’azione penale, presentata come tutela ma capace di produrre un’area di opacità. L’estensione ai cittadini comuni serve semplicemente a blindare la norma sul piano costituzionale, ma il bersaglio politico resta chiaro, sempre lo stesso: aumentare l’impunità delle forze dell’ordine. 

Il secondo asse riguarda le manifestazioni. Si discute di fermi di prevenzione (si parla di 12 ore) prima dei cortei, trattenimenti senza vaglio immediato dell’autorità giudiziaria, ipotesi che hanno già acceso un confronto serrato con il Colle. La versione più dura, spinta dalla Lega, parla di tempi più lunghi (fino a 48 ore) e poteri ampi. La mediazione all’interno della maggioranza tenta di ridurre la portata, spostando le norme più controverse su un disegno di legge ordinario. Ciò che conta è che il segnale ormai è stato lanciato: il dissenso viene trattato come rischio da neutralizzare prima che si esprima.

Le crepe nella maggioranza

Ma dentro la maggioranza l’unità è solo apparente. La Lega preme per una linea muscolare, rilanciando anche l’idea di una cauzione obbligatoria per gli organizzatori dei cortei, a copertura dei danni. La proposta incontra le resistenze di Forza Italia, dove emergono timori su una compressione eccessiva del diritto di manifestazione e su ricadute difficili da controllare. I dubbi arrivano anche da settori del Viminale, consapevoli della fragilità giuridica di misure che rischiano di essere travolte dai ricorsi.

Il vero punto di frizione resta però il rapporto con il Quirinale. La necessità di evitare uno scontro istituzionale costringe Palazzo Chigi a limare, rinviare, spacchettare. La fermezza viene rivendicata sul piano politico ma intanto sul piano normativo si cercano formule che reggano. Ed è difficile. Ne consegue una tensione costante tra l’urgenza comunicativa e i limiti costituzionali.

Sicurezza come campo di battaglia

L’operazione si completa sul terreno parlamentare. L’appello alle opposizioni per una condanna unitaria delle violenze serve a costruire una linea di frattura: chi aderisce legittima l’impianto emergenziale, chi distingue viene esposto all’accusa di ambiguità. La sicurezza diventa così campo di battaglia identitario, utile anche a trascinare nella mischia la magistratura in vista dei prossimi appuntamenti referendari.

Torino resta un fatto grave, con responsabilità penali da accertare. Ma nella narrazione di governo diventa soprattutto una cornice. Una cornice dentro cui far rientrare norme già pensate, linguaggi già rodati, un’idea di ordine pubblico che si allarga per decreto mentre le cause strutturali restano sullo sfondo. La stretta arriva puntuale. Le domande sul suo uso restano aperte.

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Rafah riapre, ma a singhiozzo

Rafah riapre. Così dicono le agenzie. Poi si leggono le righe sotto il titolo e il quadro si restringe. Il valico funziona a intermittenza, con numeri ridotti e criteri selettivi. Rientrano donne, bambini, anziani. I malati gravi, quelli con i nomi già trasmessi all’OMS per evacuazioni urgenti, passano da un altro varco, Kerem Shalom. La “riapertura” esiste, ma resta controllata, fragile, facilmente reversibile. Più utile alla narrazione che alla sopravvivenza quotidiana.

Nello stesso giorno, un’altra porta si chiude del tutto. Medici Senza Frontiere viene costretta a lasciare Gaza. Israele parla di requisiti amministrativi e di elenchi del personale locale non consegnati. MSF risponde definendo la misura un pretesto e denunciando l’assenza di garanzie di sicurezza per il proprio staff. L’effetto pratico è immediato: meno medici, meno cure, meno presenza internazionale nei luoghi dove si muore di più.

La contraddizione è evidente. Si annuncia un corridoio umanitario e si stringe il rubinetto dell’assistenza. Si invoca la sicurezza e si colpiscono le organizzazioni che tengono in piedi ospedali di fortuna e cliniche improvvisate. I valichi diventano strumenti politici: liste, autorizzazioni, attese che decidono chi passa e chi resta.

Fuori dal linguaggio ovattato delle diplomazie, le parole sono più nette. Francesca Albanese ricorda che Israele non ha alcuna autorità legale per bloccare l’ingresso nel territorio che occupa e richiama il rispetto delle decisioni della Corte internazionale di giustizia. Nicola Perugini osserva che è forse la prima volta che MSF viene espulsa con l’accusa di essere una “infrastruttura militare”, lo stesso schema usato per colpire l’intero sistema sanitario di Gaza.

Intanto gli inviati americani incontrano Netanyahu e parlano di tregua. Sul terreno resta una costante: una porta socchiusa, molte sprangate. E un’assistenza umanitaria trattata come concessione, non come obbligo.

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Trump perde terreno: Texas ribelle, sondaggi in calo e prime crepe nel consenso

I segnali arrivano dal luogo che più di ogni altro aveva certificato la solidità del consenso trumpiano. Il Texas, bastione elettorale e simbolico del 2024, restituisce due risultati che incrinano la rappresentazione di un Paese compatto dietro la Casa Bianca. Nelle elezioni speciali di gennaio, in distretti considerati politicamente blindati, i repubblicani cedono seggi rilevanti. Il dato pesa per ciò che indica prima ancora che per l’aritmetica parlamentare e apre una crepa nel racconto dell’egemonia presidenziale.

Nel nono distretto del Senato statale, Taylor Rehmet supera Leigh Wambsganss, candidata sostenuta apertamente dal presidente. Il distretto aveva premiato Donald Trump con un margine di 17 punti alle presidenziali. A Houston, Christian Menefee conquista il seggio federale rimasto vacante dopo la morte di Sylvester Turner, rafforzando una componente democratica che costruisce la propria identità politica sul conflitto diretto con le politiche migratorie federali. Alla Camera, la maggioranza repubblicana scende a 218 contro 214. Ogni voto diventa una verifica di tenuta.

Il Texas come laboratorio politico

Il valore delle due vittorie va al di là della dimensione locale. Le campagne elettorali intercettano un clima di tensione crescente attorno all’operato dell’ICE e della Border Patrol, finite al centro di accuse per abusi e uso arbitrario della forza. A Minneapolis, in Minnesota, l’uccisione dei due cittadini americani, Renée Good e Alex Pretti, da parte di agenti federali ha aperto una crisi di legittimità che travalica i confini statali. I video diffusi dai testimoni incrinano la ricostruzione governativa e continuano ad alimentare una mobilitazione diffusa.

Le proteste hanno portato in strada centinaia di migliaia di persone, nonostante le temperature estreme. A New York il termometro segna meno dieci gradi, a Minneapolis meno diciassette. Un dettaglio che è un importante dato politico: la partecipazione regge anche quando il costo fisico cresce. Le dichiarazioni di Trump su un presunto sostegno popolare alle agenzie federali sono poca cosa rispetto alla realtà delle piazze e delle urne. In molte città, reti civiche spontanee monitorano l’operato degli agenti e documentano gli interventi con telefoni e telecamere, e così ogni arresto si trasforma in un atto pubblico.

Consenso in ritirata e corti federali

Il logoramento emerge con chiarezza anche dai sondaggi. Secondo il Pew Research Center, il 61 per cento degli americani boccia l’azione dell’amministrazione. Ancora più significativo il giudizio sulla capacità di governo: il 52 per cento degli intervistati ritiene Trump privo delle condizioni mentali per guidare il Paese. Tra gli elettori repubblicani, la fiducia sull’idoneità scende dal 75 al 66 per cento in dodici mesi. La credibilità morale si ferma al 42. I numeri descrivono una frattura interna al campo conservatore che erode la disciplina politica.

A rendere più fragile il quadro contribuisce la nuova ondata di rivelazioni legate ai file Epstein. Trump reagisce come al solito, evocando complotti e annunciando azioni legali contro il giornalista Michael Wolff. Ma le minacce restano sul piano delle dichiarazioni, mentre documenti sensibili compaiono e spariscono dal sito del Dipartimento di Giustizia, alimentando altri sospetti e nuove tensioni istituzionali.

Sul piano dei poteri, la magistratura federale continua a contenere le follie dell’inquilino della Casa Bianca. Il caso del piccolo Liam Ramos, fermato dall’ICE insieme al padre, si è chiuso con il rilascio ordinato da un giudice del Texas. Nella sentenza, il giudice Fred Biery accusa il governo di ignorare la Dichiarazione d’Indipendenza e richiama gli avvertimenti di Thomas Jefferson contro le derive autoritarie. Un richiamo che arriva da uno Stato conservatore e per questo assume un peso politico ulteriore.

Trump continua a rivendicare il sostegno del Paese. I fatti dicono altro: distretti che cambiano colore, maggioranze che si assottigliano, consenso che arretra, giudici che intervengono. I segnali di cedimento restano parziali, è vero, ma sono convergenti. Ed è proprio questa convergenza a trasformarli in un problema politico strutturale.

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La piazza, la melma, il potere

Facciamola fuori subito: nessuno difende il pestaggio del poliziotto a Torino. La melma che sta sulle prime pagine di alcuni pessimi giornali e sulle bocche di certi aizzatori politici immagina difese che non esistono per estrarre un’inesistente realtà dagli intestini del Paese e poi agitarla come clava. Su questo non vale la pena spendere nemmeno queste righe.

Ma quella melma non seppellirà la pacifica protesta di cinquantamila persone, ora sporcate dalla propaganda di qualche giornale che vende una decina di copie. Quella melma non nasconde le manganellate che hanno spaccato le facce di cittadini, non distrae dai fumogeni lanciati ad altezza uomo. Quella melma non seppellisce nemmeno la repressione che da tempo ha trasformato Torino in un avamposto di gestione autoritaria del dissenso. Una città su cui piovono sequestri, perquisizioni, daspo, arresti di persone incensurate che si sgretolano in archiviazioni e assoluzioni.

Quella melma non nobilita una presidente del Consiglio che convoca i giornalisti solo per le foto posate con il poliziotto ferito, di fretta e furia per arrivare in tempo prima delle sue dimissioni dall’ospedale. Quella melma non cancella l’imbarazzo per un governo che si precipita a Torino dopo avere indugiato su Niscemi. Quella melma non ha niente a che vedere con l’Ice e la postura da scendiletto di questo governo attaccato alla sottana di Trump. Quella melma sta biecamente usando il poliziotto ferito per stringere ancora di più il pugno. E si marcerà contro l’autoritarismo con la bava alla bocca. Si protesterà, ancora. Perché questo è solo il primo capitolo di una repressione che quelli vorrebbero fare diventare sistema.

Buon lunedì. 

Foto di Marioluca Bariona

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Sanità pubblica, boom dei consumi intermedi: la Corte dei conti smaschera il costo del lavoro precario

C’è un numero che pesa più di molte dichiarazioni politiche. È scritto nero su bianco nella Relazione al Parlamento sul Servizio sanitario nazionale approvata il 19 gennaio dalla Corte dei conti. Nel triennio 2022-2024 la voce di spesa cresciuta più di tutte è quella dei “consumi intermedi”, con un aumento del 7,5 per cento. Nello stesso periodo, complice l’inflazione e il finanziamento fermo del Fondo sanitario deciso dal governo Meloni, la spesa sanitaria complessiva è cresciuta di circa l’1 per cento in termini reali. La distanza tra questi due dati racconta una scelta strutturale, con ricadute immediate su bilanci e corsie.

Dentro i consumi intermedi

I consumi intermedi dovrebbero indicare farmaci, dispositivi, servizi. Oggi raccontano altro. In quella voce finiscono i contratti esternalizzati che tengono in piedi reparti e turni: cooperative che forniscono infermiere e infermieri, professionisti a partita Iva, medici a gettone. Personale che svolge le stesse mansioni dei dipendenti del Ssn, con salari più bassi e tutele ridotte, pagato però molto di più dalle aziende sanitarie. Un paradosso certificato dai magistrati contabili e ricostruito anche da Collettiva: si risparmia sugli organici stabili e si spende di più comprando lavoro sul mercato.

Qui entra il tema che la Corte mette al centro: la leggibilità dei conti. Quando ore di lavoro diventano “servizi acquistati”, lo stipendio si trasforma in fattura e il costo cambia forma prima ancora che sostanza. La spesa di personale scivola dentro un capitolo pensato per beni e servizi, rendendo più complicato misurare quanto vale davvero l’esternalizzazione, confrontare aziende, valutare scelte e responsabilità. La Corte richiama l’esigenza di chiarire presupposti giuridici ed economici di queste operazioni e di indicare con precisione le voci di conto economico in cui vengono registrate: trasparenza contabile come condizione minima di governo della spesa.

Il fenomeno era stato indicato come emergenziale. Il ministro della Salute Orazio Schillaci aveva annunciato l’uscita dei gettonisti da ospedali e ambulatori. Intanto la Corte osserva che, dopo una breve flessione, nel 2024 la dinamica dei consumi intermedi torna a salire. La ragione è nota: tetti di spesa sul personale ancora operativi, concorsi lenti, dimissioni in aumento. Il risultato è un sistema che affitta turni per garantire i Lea e sposta costi di natura salariale in capitoli di bilancio meno trasparenti.

Sanità, il costo del lavoro comprato

La distorsione ha un impatto diretto sui conti e sulla qualità dei servizi. Un medico a gettone può costare all’azienda sanitaria il doppio o il triplo di un dipendente, senza continuità organizzativa e senza investimento sul capitale umano. La Corte invita a seguire il fenomeno “con particolare attenzione” perché intreccia due rischi immediati: l’aumento strutturale della spesa e la fragilità dell’assistenza. Dove il ricorso alle esternalizzazioni è più alto, la carenza di personale è più grave. E la continuità clinica diventa un problema operativo: turni coperti “a chiamata”, reparti in cui chi entra resta il tempo di una guardia, procedure e protocolli imparati al volo, passaggi di consegne compressi.

La lettura sindacale coincide con quella dei magistrati. Per Michele Vannini, segretario nazionale della Fp Cgil, il gettonismo è diventato una risposta ordinaria a vuoti di programmazione. Gli ultimi rinnovi contrattuali hanno recuperato solo una parte dell’inflazione accumulata. Chi può lascia il pubblico e spesso rientra dalla porta laterale, come esterno, alimentando un circuito che drena risorse. Ogni euro speso per comprare turni è un euro sottratto a organici stabili, formazione, continuità di cura.

Il dato del +7,5 per cento pesa perché descrive una sanità che tiene aperti i reparti pagando di più il lavoro e svalutando chi resta. Finché il personale dipendente resterà il capitolo da comprimere, i consumi intermedi continueranno a crescere. La Corte dei conti lo registra, la politica lo conosce, il conto arriva ai pazienti e ai bilanci pubblici.

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A Gaza anche i numeri sono diventati ingestibili

I numeri sono diventati ingestibili e quindi la propaganda è caduta. L’IDF “accetta” il bilancio delle vittime fornito dal Ministero della Sanità di Gaza perché non ha più margine per negarlo. Non perché sia improvvisamente affidabile. Perché è già vecchio.

Chi racconta questo genocidio sa bene che i numeri ufficiali arrivano sempre in ritardo rispetto alla realtà. Arrivano quando i corpi sono stati recuperati, identificati, registrati. Arrivano quando esistono ancora ospedali funzionanti, registri consultabili, personale vivo. A Gaza tutto questo è saltato da mesi. Le cifre pubblicate raccontano ciò che è stato contato, non ciò che è accaduto.

L’IDF sa che il totale reale supera quello che oggi viene discusso nei comunicati. Sa che sotto le macerie ci sono morti senza nome. Sa che i decessi indiretti, per fame, infezioni, mancata assistenza, stanno crescendo fuori da qualsiasi statistica. Accettare il bilancio ufficiale serve a chiudere il fronte del dibattito pubblico, non serve a dire la verità. Non cascateci. 

Per mesi il lavoro dei giornalisti palestinesi è stato liquidato come propaganda. Hanno mostrato corpi, elenchi, nomi. Hanno raccontato la distruzione mentre venivano accusati di gonfiare i numeri. Oggi quelle cifre diventano improvvisamente “utilizzabili”. Perché? perché sono inferiori alla realtà che incombe.

Il negazionismo ha avuto una funzione politica precisa: guadagnare tempo. Ogni giorno passato a discutere se i morti fossero davvero così tanti è stato un giorno sottratto alla responsabilità. Ogni dubbio seminato sui numeri ha protetto le decisioni che li producevano.

Quando anche l’esercito che bombarda accetta il conteggio delle vittime, significa che quel numero non fa più paura. È già stato superato. E chi lo ha raccontato dall’inizio aveva ragione. Non per ideologia. Perché era lì.

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Il fatalismo dello scaricabarile

Sapevano. I documenti c’erano, le firme pure. E oggi, davanti al disastro, la linea è una sola: spostare la colpa, abbassare il volume dei fatti, riscrivere la cronologia. È il copione che accompagna ogni emergenza annunciata e ogni responsabilità evitata. Niscemi rientra in questa categoria. Quando il ministro Nello Musumeci scarica sui sindaci la mancata segnalazione della frana, prova a costruire una narrazione comoda: l’inerzia locale, il fatalismo siciliano, l’imprevedibilità. Peccato che quella versione non regga alla carta. Nel marzo 2022, da presidente della Regione, Musumeci approva l’aggiornamento del Piano per l’assetto idrogeologico del Comune. Negli allegati si parla esplicitamente di frana “attiva”, di pericolosità elevata, di zona rossa a ridosso del centro abitato. Non una scoperta improvvisa, ma una conferma tecnica di ciò che era noto da decenni.

Un fronte attivo, però, non è un dettaglio lessicale. È una condizione che impone atti conseguenti come sgomberi, protezione civile e interventi urgenti. Competenze che in Sicilia fanno capo alla Presidenza della Regione. Eppure nulla accade. Né allora né negli anni successivi. La Regione, che oggi dice di avere appreso tutto solo di recente, aveva già incrociato Niscemi almeno dal 2016, quando chiede finanziamenti alla struttura di missione di Palazzo Chigi per il consolidamento del versante. I progetti preliminari esistono, le cifre sono nero su bianco, i dossier circolano.

Anche sul fronte delle emergenze la storia non cambia. Dal 1997 al 2002 la Protezione civile regionale emana nove ordinanze urgenti per Niscemi. Si avvia un appalto, si rescinde il contratto, i lavori restano incompiuti. Dal 2014 al 2023, sotto i governi Crocetta e Musumeci, il silenzio. Solo nel 2023 arrivano altri dieci milioni, ancora fermi. Le informazioni c’erano, sono le decisioni che mancano.

In questo quadro, attribuire tutto ai sindaci serve solo a evitare di spiegare perché, pur sapendo, si è scelto di aspettare. La sottovalutazione diventa colpa altrui, l’inerzia fatalismo. Ma la verità prima o poi presenta il conto: quella che arriva dopo anni di omissioni, quando l’emergenza esplode e qualcuno deve dire di non aver visto. Anche se aveva firmato.

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