Vai al contenuto

I 71mila uccisi di Gaza: prima «inventati», ora utilizzati

L’ammissione passa da una riga di agenzia e vale più di mille smentite. Il 30 gennaio 2026 Rainews, citando il Times of Israel, scrive che l’Idf conferma il bilancio del ministero della Sanità di Gaza: 71.667 gazawi uccisi dal 7 ottobre 2023. Per mesi Israele aveva bollato quelle cifre come gonfiate e utili a Hamas. Oggi le usa come base di lavoro e studia la quota tra civili e miliziani.

Quando il fatto sfonda, la propaganda arretra e si ricompone. Dalla tesi “i numeri sono falsi” si passa al bisturi: contabilità per categorie, morte “diretta” contro morte “indiretta”. L’agenzia AGI, sempre il 29 gennaio, riferisce che un alto funzionario della sicurezza citato dal Times of Israel parla di statistiche “manipolate” perché includerebbero persone con gravi patologie pregresse. AGI riporta pure il dato del ministero di Gaza: almeno 440 morti per malnutrizione e fame. L’agenzia di stampa Nova riporta la risposta: Israele sostiene che a Gaza nessun abitante della Striscia sia morto di fame.

Conviene ricordare la linea usata durante la guerra: cifre definite “esagerate”, respinte per due anni, salvo poi ammettere che in passato le stesse Idf le consideravano affidabili. Restano in circolo anche le certezze comode: prima del cessate il fuoco dell’ottobre 2025 le Idf dichiaravano 22.000 combattenti uccisi e 1.600 uomini armati durante l’attacco in Israele e un rapporto di due o tre civili per ogni “terrorista”, insieme alla formula “scudi umani”. Il totale ora accettato resta lì, pesante, e inchioda chi ha spostato il racconto invece dei fatti: una bugia cade, un’altra prende posto. Settantunmila persone e passa. Con il dubbio che “accettare” quei settantunmila morti significhi che in realtà siano molti di più. 

Buon venerdì.

Foto WC

L’articolo proviene da Left.it qui

Intelligenza artificiale e competenze digitali: l’Italia resta indietro tra divari sociali e scuole senza infrastrutture

Il mondo accelera sull’intelligenza artificiale, investe in automazione, algoritmi, sistemi predittivi. L’Italia osserva da bordo campo con un problema strutturale che precede qualsiasi dibattito sull’Ai: quasi metà della popolazione non possiede competenze digitali almeno di base. Nel 2025, secondo Openpolis, solo il 54,3% degli italiani rientra in questa soglia minima, sei punti sotto la media europea. Un dato che colloca il Paese nella parte bassa della classifica Ue, davanti a pochi altri Stati e lontano dai Paesi che stanno guidando la trasformazione tecnologica.

Un divario che parte dalla società

La distanza tra retorica dell’innovazione e realtà sociale emerge ancora più netta se si guarda ai giovani. Anche nella fascia 16-29 anni, quella che dovrebbe rappresentare il serbatoio naturale delle competenze digitali, l’Italia resta sotto la media europea: il 69,1% possiede competenze di base contro il 74,7% dell’Ue. In termini concreti significa che circa tre giovani su dieci non hanno strumenti adeguati per muoversi con consapevolezza in un ambiente digitale sempre più complesso, dove l’accesso all’informazione convive con la disinformazione, la sorveglianza e l’automazione delle decisioni.

Il dato non è neutro ma svela i buchi del Paese. Le competenze digitali crescono con il titolo di studio: tra chi ha livelli di istruzione più bassi la quota di competenze adeguate resta minoritaria, mentre sale nettamente tra i diplomati e raggiunge valori molto più alti tra i laureati. Il digitale, invece di ridurre le disuguaglianze, finisce così per riprodurle e consolidarle.

La scuola come snodo irrisolto

Il nodo centrale resta la scuola. Nel dibattito pubblico l’intelligenza artificiale viene evocata come frontiera imminente, ma il sistema educativo italiano fatica ancora a garantire l’infrastruttura di base. Nell’anno scolastico 2024/25 solo il 40,7% degli edifici scolastici statali risultava dotato di aule di informatica. In oltre 1.800 comuni la quota è pari a zero: nessuna scuola con spazi dedicati all’informatica, una condizione che riguarda soprattutto realtà di piccole dimensioni e territori interni.

E così il divario territoriale diventa materiale. Allontanandosi dai poli urbani la presenza di aule informatiche diminuisce progressivamente, fino a scendere sotto il 35% nei comuni periferici e ultraperiferici. La distanza tra centro e margine si traduce in una diseguaglianza educativa che pesa sulle opportunità future di studenti e studentesse.

L’intelligenza artificiale senza fondamenta

Su questo terreno fragile si innesta il tema dell’intelligenza artificiale nella didattica. L’Italia ha scelto un approccio prudente, con sperimentazioni limitate e senza un’integrazione strutturale nei curricula. Le linee guida ministeriali sottolineano l’Ai come strumento di supporto, richiamando i rischi legati a privacy, protezione dei dati e perdita di autonomia critica. Una cautela che riflette una realtà evidente: introdurre tecnologie avanzate in un sistema dove mancano competenze diffuse e dotazioni minime rischia di ampliare i divari anziché ridurli.

A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico: nel 26,7% dei plessi scolastici manca perfino una dichiarazione ufficiale sulla presenza di aule informatiche, segno di una governance frammentata e di una conoscenza incompleta dello stato reale delle infrastrutture. Senza una mappatura piena ovviamente qualsiasi strategia sull’innovazione resta parziale.

Così l’ennesimo paradosso è servito: mentre il mondo costruisce il proprio futuro sull’intelligenza artificiale, l’Italia continua a fare i conti con un deficit di alfabetizzazione digitale e con scuole prive degli strumenti essenziali. Il digitale resta una promessa diseguale, legata al territorio, al reddito, al livello di istruzione, come molte altre cose. In questo scenario l’Ai non rappresenta una scorciatoia salvifica, ma uno specchio che restituisce l’immagine di un Paese ancora in ritardo sulle basi, prima ancora che sulle frontiere tecnologiche.

L’articolo Intelligenza artificiale e competenze digitali: l’Italia resta indietro tra divari sociali e scuole senza infrastrutture sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Meno camion per Gaza, meno aiuti ai civili

Rafah oggi è un atto politico concreto. È il punto in cui il potere si esercita senza bisogno di proclami. Il valico resta formalmente aperto al transito delle persone, mentre sulle merci si consuma una trattativa che riguarda quantità, tempi, autorizzazioni. Nelle ultime 24 ore fonti israeliane hanno fatto filtrare l’ipotesi di ridurre i camion degli aiuti dagli attuali circa 600 al giorno a 200, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a 120. Ogni cifra è una decisione sulla sopravvivenza.

Nello stesso tempo Hamas afferma di essere pronto a trasferire la gestione della Striscia a un comitato palestinese di tecnici, subordinando la mossa alla riapertura “completa” di Rafah, in entrata e in uscita, senza controllo israeliano. Il lessico è quello della transizione amministrativa. La sostanza resta il confine come strumento di comando. Rafah governa Gaza più di qualsiasi organigramma.

Il rientro in Israele del corpo dell’ultimo ostaggio chiude una fase simbolica del conflitto. Con quella chiusura, la pressione si sposta tutta sul dopo. Si parla di “fase due”ma il passaggio decisivo resta logistico: chi decide cosa passa dal valico decide la forma della pace. 

I dati sui bambini rendono visibile il costo di questo controllo. Secondo UNICEF, oltre 336.000 minori sono coinvolti in programmi educativi di emergenza, mentre circa il 60% dei bambini in età scolare resta escluso da qualsiasi forma di scuola in presenza. Più del 90% degli edifici scolastici risulta danneggiato o distrutto. L’istruzione dipende anche da Rafah: materiali didattici, evacuazioni mediche, ricongiungimenti familiari passano da lì. Ogni giorno di chiusura parziale allunga una frattura che diventa strutturale.

Cento camion in più o in meno. Dentro quei numeri c’è la differenza tra assistenza e carestia, tra scuola e sospensione infinita. Gaza oggi viene amministrata così: a colpi di valico. Rafah è il luogo dove la politica smette di essere discorso e diventa immediatamente destino.

L’articolo Meno camion per Gaza, meno aiuti ai civili sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

TikTok diventa americana, la censura cambia bandiera e supera quella cinese

Eccoci qui, TikTok è “americana”. Dal 22 gennaio 2026 le operazioni statunitensi della piattaforma sono confluite in TikTok USDS, una joint venture a maggioranza Usa costruita sotto minaccia di bando e blindata da Donald Trump con la solita retorica della sicurezza nazionale. La promessa era semplice: sottrarre l’algoritmo all’influenza di Pechino. Il risultato, segnalano creator, giuristi e osservatori, è un sistema di controllo del discorso pubblico più opaco e selettivo di quello imputato alla Cina. La censura cambia bandiera e diventa infrastruttura. Insomma, gli Usa di Trump sono più cinesi dei cinesi. 

Dalla vendita forzata al controllo sovrano

L’operazione nasce dalla pressione legislativa americana che imponeva il disinvestimento o l’espulsione dal mercato. TikTok USDS è controllata da investitori statunitensi, con Oracle nel ruolo di “custode tecnologico”: dati localizzati su server Usa, revisione del codice, supervisione algoritmica. ByteDance resta con una quota minoritaria. La governance è affidata a un board allineato alle priorità di sicurezza nazionale. Non si tratta di una nazionalizzazione formale, ma una assimilazione di fatto: proprietà privata, regole pubbliche, obiettivi politici. Il modello ricorda ciò che Washington ha sempre criticato altrove.  

Il passaggio operativo è stato immediato e turbolento. Nei giorni successivi alla chiusura, alcuni creator hanno registrato “zero view”, blocchi selettivi e feed sterilizzati sui temi sensibili. La piattaforma ha parlato di problemi tecnici legati alla migrazione. Ma la coincidenza temporale e la selettività tematica hanno alimentato il sospetto di un’epurazione algoritmica.

Shadowban patriottico e sorveglianza ampliata

I casi si accumulano. Contenuti sui raid dell’Immigration and Customs Enforcement, sulle proteste interne e sui conflitti in Medio Oriente hanno visto un crollo della portata. Video informativi sul Venezuela sono stati declassati. Le rimozioni non arrivano come takedown visibili, ma come shadowban: la censura invisibile che rende difficile la prova e impossibile il ricorso. Il processo di appello è una scatola nera.

Contestualmente, i nuovi Termini di servizio autorizzano una raccolta più ampia di dati sensibili, dalla geolocalizzazione agli identificatori biometrici, giustificata con moderazione e verifica dell’età. Nel contesto politico del 2026, la convergenza tra piattaforma sociale e apparato di sicurezza inquieta le associazioni per i diritti civili. L’ordine esecutivo sulla “libertà di parola” firmato dal presidente Trump cozza con una architettura che interiorizza il controllo: non serve premere dall’esterno quando il filtro è nel codice.

Il paradosso è evidente. Per “proteggere” l’ecosistema digitale, gli Stati Uniti adottano gli strumenti della sovranità algoritmica: localizzazione dei dati, revisione del codice, allineamento del feed alle sensibilità nazionali. È la Splinternet che si materializza: internet cinese chiuso, internet europeo regolato, internet americano securizzato e monopolizzato. In mezzo, la fuga degli utenti verso alternative che promettono cronologia e trasparenza, segnale di una fiducia incrinata.

TikTok è ora un asset sovrano. È ospitato, controllato e addestrato in casa. Ma nel passaggio ha perso l’imprevedibilità che lo rendeva spazio di circolazione del dissenso. L’algoritmo saluta una nuova bandiera ma la libertà resta uno slogan. In fondo con i sovranisti d’ogni specie, Trump in primis, finisce sempre così: l’unica libertà consentita è quella di non andare contro la propaganda del potere. Come in Cina, ma con le stelle e le strisce. 

L’articolo TikTok diventa americana, la censura cambia bandiera e supera quella cinese sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Record di querele temerarie, Palazzo Chigi sceglie il silenzio

L’Italia torna in testa alla classifica europea delle querele temerarie contro giornalisti e testate e il governo reagisce dicendo che il problema, in fondo, non esiste. Ventuno casi censiti nel 2024 dalla Coalizione europea contro le SLAPP, più di qualunque altro Paese. Per il secondo anno consecutivo. Un primato stabile, consolidato, che resiste anche ai criteri più restrittivi adottati dal monitoraggio europeo. Eppure, davanti a questi numeri, Palazzo Chigi sceglie la negazione.

Giorgia Meloni già tempo fa ha liquidato la questione con una formula rassicurante: una normativa ad hoc “non serve”. L’Italia, secondo la presidente del Consiglio, dispone già degli strumenti per sanzionare l’abuso del processo. La direttiva europea anti-SLAPP verrà recepita entro maggio 2026 e tanto dovrebbe bastare. Il resto, implicitamente, è rumore.

I dati raccontano altro. La direttiva Ue riguarda quasi esclusivamente i casi transfrontalieri. Oltre il novanta per cento delle azioni intimidatorie contro giornalisti censite in Europa nasce e muore dentro i confini nazionali. È lì che si consuma l’effetto più efficace delle querele temerarie: il costo legale preventivo, l’asimmetria di risorse, il tempo sottratto al lavoro, la pressione che induce al silenzio prima ancora di arrivare a una sentenza. CASE registra solo i procedimenti formalizzati, lascia fuori le minacce legali che ottengono lo stesso risultato senza passare da un tribunale. Il quadro reale è più ampio del campione.

In Italia la pressione contro la libertà d’espressione e il diritto-dovere di informare assume forme sempre più sofisticate. Alla diffamazione si affiancano privacy, dati personali, richieste cautelari, strumenti procedurali usati come leve di logoramento. Il merito dell’interesse pubblico scivola sullo sfondo, sostituito dalla gestione del rischio. È una dinamica strutturale, segnalata anno dopo anno, che rende il “già sanzioniamo” una frase priva di riscontro empirico.

Quindi mentre il Consiglio d’Europa e la Commissione Ue invitano gli Stati ad agire anche sulle SLAPP domestiche, il governo italiano si rifugia nel minimo indispensabile, trattando una patologia sistemica come un dettaglio tecnico. Il risultato è certificato dai numeri: l’Italia guida l’Europa nella capacità di intimidire la partecipazione pubblica attraverso il diritto.

Questo è il punto che i dati inchiodano. Dire che va tutto bene non ferma le querele contro i giornalisti. Serve solo a normalizzarle.

Buon giovedì.

Foto di Andrii Babarytskyi su Unsplash

L’articolo proviene da Left.it qui

Italia divisa sulla sede dell’Agenzia doganale Ue: la maggioranza si spacca sulla candidatura di Roma

L’Italia arriva divisa anche alla candidatura per la nuova Autorità doganale dell’Unione europea. E la spaccatura pesa come un segnale politico. La sede dell’agenzia che dal 2026 dovrà governare la riforma dei confini commerciali europei diventa così l’ennesimo terreno su cui la maggioranza espone le proprie crepe.

Cos’è l’Autorità doganale europea e perché conta

L’Autorità doganale dell’Unione europea, in sigla Euca, nasce dal pacchetto di riforma presentato dalla Commissione per superare il sistema attuale: un codice unico applicato da 27 amministrazioni nazionali diverse, con controlli disomogenei, banche dati separate e falle strutturali sfruttate da frodi, sottovalutazioni e traffici illeciti.
L’Euca avrà il compito di coordinare le dogane nazionali e di gestire il nuovo Eu Customs Data Hub, una piattaforma centrale che analizzerà in tempo reale i dati delle importazioni, soprattutto quelle legate all’e-commerce. Il passaggio chiave è politico ma soprattutto operativo: dalle dichiarazioni cartacee ai dati delle piattaforme digitali, dalle verifiche ex post a un controllo preventivo basato su algoritmi di rischio.

La decisione sulla sede è attesa nei primi mesi del 2026. Il bando coinvolge nove città europee. In corsa ci sono Liegi, Lilla, L’Aia, Roma, Malaga, Varsavia, Bucarest, Zagabria e Porto. La competizione è ovviamente geopolitica prima che immobiliare. Liegi si presenta come grande hub del cargo europeo, ma porta con sé le ombre delle inchieste su frodi doganali e sulla presenza della logistica cinese. Lilla è sostenuta apertamente dalla Francia e punta sulla vicinanza a Bruxelles. L’Aia gioca la carta della sinergia con Europol ed Eurojust. Le capitali dell’Est rivendicano riequilibrio geografico e sicurezza dei confini orientali.

La scelta di Roma e l’esclusione di Milano

L’Italia ha scelto Roma. Una scelta fortemente voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni e sostenuta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, l’ente che oggi gestisce i controlli doganali italiani. L’argomento è questo: Roma come baricentro mediterraneo della sicurezza economica europea, sede delle strutture centrali dello Stato, della Guardia di finanza e dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Un messaggio di accentramento istituzionale che punta a rafforzare il ruolo della Capitale nel sistema europeo.

L’esclusione di Milano però apre la faglia politica. Milano è il principale nodo logistico e finanziario del Paese, porta naturale dei flussi commerciali con il Nord Europa, sede della Borsa e di gran parte delle grandi piattaforme della logistica. La spiegazione ufficiale del governo parla di assenza di immobili idonei nei tempi richiesti dal bando. Una motivazione che convince poco nei territori del Nord, dove la decisione viene letta come una scelta politica e simbolica, che ridimensiona il ruolo della città come capitale economica europea d’Italia.

Le crepe nella maggioranza e il dissenso della logistica

È qui che la maggioranza si incrina. La Lega, che ha costruito la propria identità sul rapporto con il Nord produttivo e sull’autonomia differenziata, sostiene formalmente la candidatura romana ma fatica a difenderla sul piano politico. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si allinea alla linea dell’esecutivo a Bruxelles, mentre gli amministratori locali e il mondo imprenditoriale del Nord registrano la perdita di un’occasione strategica.

Così le tensioni escono dai palazzi e arrivano alle associazioni di settore. Confetra, la Confederazione generale italiana dei trasporti e della logistica, ha criticato apertamente il modo in cui l’Italia sta recependo la riforma doganale europea. Secondo Confetra, il nuovo quadro normativo rischia di trasferire sulle imprese responsabilità penali e oneri amministrativi sproporzionati, soprattutto per le piccole e medie aziende, con l’effetto di rendere meno competitivo il sistema logistico nazionale.

La candidatura di Roma corre quindi su un doppio binario. All’esterno propone l’Italia come attore centrale nella nuova architettura doganale dell’Unione. All’interno mostra un Paese che fatica a presentarsi coeso quando si tratta di distribuire potere, funzioni e benefici. La sede dell’Euca non è solo un edificio. È una prova politica. Ed è su questo terreno che l’Italia, oggi, arriva spaccata.

L’articolo Italia divisa sulla sede dell’Agenzia doganale Ue: la maggioranza si spacca sulla candidatura di Roma sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

A Rafah riapre il valico: i giornalisti restano fuori

Rafah “riapre”, dicono. Ma la cronaca resta fuori. Israele ha ribadito davanti alla Corte Suprema che, anche con il valico operativo, i giornalisti stranieri non entreranno a Gaza. La motivazione è sempre la stessa: sicurezza. È una parola che funziona come un interruttore. Si accende per chiudere gli accessi, si spegne quando serve giustificare quello che accade sul terreno.

Così la guerra continua a essere raccontata per delega. Comunicati militari, immagini filtrate, numeri che arrivano senza possibilità di verifica indipendente. Sedici mesi dopo l’inizio dell’offensiva, la richiesta della stampa internazionale resta sospesa, rinviata, congelata. Si discute di “fase due”, di corridoi umanitari, di governance futura, mentre l’unica decisione costante è impedire lo sguardo.

Intanto, fuori da Gaza ma dentro lo stesso metodo, la violenza avanza in Cisgiordania. Il 27 gennaio, a Masafer Yatta, decine di coloni hanno attaccato i villaggi palestinesi di Al-Fukhait e Khirbet al-Halalawa: pietre, spray urticante, incendi, bestiame rubato. Le ambulanze della Mezzaluna Rossa Palestinese sono state prese di mira e bloccate. I soccorsi fermati. Le ferite lasciate a terra.

Masafer Yatta è il luogo raccontato da No Other Land, premiato agli Oscar. È già un simbolo globale. Eppure continua a essere trattato come una zona franca della responsabilità, dove l’assenza di testimoni diventa parte integrante dell’operazione. Nella stessa giornata, a sud di Hebron, un ragazzo di vent’anni, Mohammad Rajeh Nasrallah, è morto dopo essere stato colpito durante un’operazione militare israeliana. Un altro nome che scivola nella statistica.

A Gaza si chiudono i varchi della cronaca, in Cisgiordania si spezzano quelli del soccorso. È lo stesso disegno: controllo totale del visibile. Rafah come promessa, il silenzio come metodo. E mentre si discute di accessi “tecnici”, la realtà resta sequestrata. Non per mancanza di fatti, ma per eccesso di paura di chi li potrebbe raccontare.

L’articolo A Rafah riapre il valico: i giornalisti restano fuori sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Niscemi affonda dopo il ciclone Harry: frane, sfollati e aiuti insufficienti in Sicilia

La Sicilia sta cedendo pezzo dopo pezzo, e a Niscemi il dissesto ha assunto la forma più brutale: una città che si spacca, case che si svuotano, strade che scompaiono. Il fronte della frana che avanza nell’area del torrente Benefizio ha ormai raggiunto i quattro chilometri. In alcuni punti il terreno si è abbassato di venticinque metri. Circa 1.500 persone hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni, evacuate in via preventiva mentre il sottosuolo continua a muoversi. Interi quartieri risultano inaccessibili. Tre strade su quattro sono state chiuse. Il rischio concreto è l’isolamento totale del centro abitato.

La frana si è riattivata con violenza dopo il primo evento di metà gennaio, aggravata dalle piogge estreme del ciclone Harry che ha colpito la Sicilia orientale e la fascia ionica. Tecnici e Protezione civile parlano di una situazione in peggioramento costante. La zona rossa è stata ampliata fino a 150 metri. Le scuole restano chiuse. Le famiglie sfollate si arrangiano tra parenti, amici e brandine allestite nel palazzetto dello sport.

Una ferita antica che nessuno ha curato

Il dissesto di Niscemi affonda le radici nel tempo. I geologi lo collegano direttamente alla grande frana del 1997, mai risolta in modo strutturale. Michele Orifici, vicepresidente della Società italiana di geologia ambientale, parla apertamente di evoluzione di un fenomeno noto e sottovalutato per decenni. Le piogge estreme hanno fatto il resto, accelerando una fragilità già scritta nella geologia del territorio.

La Sicilia conosce bene questo copione. Eventi meteorologici sempre più intensi, consumo di suolo, manutenzione assente. Secondo i dati Snpa, quasi il 30 per cento delle coste siciliane entro i 300 metri risulta cementificato. Anche nel 2024 si è continuato a costruire lungo le linee di costa. Quando il terreno cede, la sorpresa dura il tempo di un titolo.

Emergenza dichiarata, risposte minime

Il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per Sicilia, Calabria e Sardegna, stanziando 100 milioni di euro complessivi per i primi interventi. Una cifra che, a fronte di danni stimati dalle Regioni in circa tre miliardi, viene definita insufficiente dalle amministrazioni locali e dalle organizzazioni sindacali. La Cgil parla di risposte inadeguate e di assenza totale di misure strutturali.

Il problema si allarga oltre Niscemi. A Messina e lungo la costa ionica il ciclone Harry ha cancellato chilometri di litorale, mettendo in ginocchio turismo e lavoro stagionale. Migliaia di persone rischiano di restare senza reddito per mesi, senza ammortizzatori adeguati. I collegamenti ferroviari e stradali risultano compromessi. La mobilità è ridotta a soluzioni provvisorie che rallentano anche le attività rimaste aperte.

Niscemi diventa così un simbolo preciso. Una città che affonda mentre lo Stato misura l’emergenza a rate. Il dissesto idrogeologico smette di essere una variabile imprevista e si presenta per quello che è: il risultato accumulato di scelte rinviate, territori lasciati scoperti, prevenzione trattata come voce accessoria. Quando il terreno cede, il conto arriva tutto insieme. E il sospetto è che alla fine paghino sempre e solo i soliti noti. Intanto a Roma si briga per il Ponte.

L’articolo Niscemi affonda dopo il ciclone Harry: frane, sfollati e aiuti insufficienti in Sicilia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Caso Pretti, la Casa Bianca ammette violazioni di protocollo e a sparare sono stati due agenti Ice

La versione ufficiale sulla morte di Alex Pretti comincia a incrinarsi dall’interno. Dopo giorni di dichiarazioni aggressive, accuse rovesciate sulla vittima e ricostruzioni contraddittorie, la Casa Bianca ammette che qualcosa non ha funzionato. A farlo è Stephen Miller, consigliere centrale di Donald Trump sulla linea dura sull’immigrazione, che riconosce possibili «violazioni di protocollo» da parte degli agenti federali intervenuti a Minneapolis.

L’ammissione arriva il 28 gennaio, quando l’inchiesta federale è già formalmente avviata e un rapporto riservato del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) è stato trasmesso al Congresso. Miller spiega che le direttive operative prevedevano la creazione di una barriera fisica tra le squadre impegnate negli arresti e i manifestanti. Quelle istruzioni, afferma, potrebbero non essere state rispettate dagli agenti dell’ICE. È un cambio di tono netto rispetto alle prime ore dopo la sparatoria, quando lo stesso Miller aveva definito Pretti un presunto «assassino».

Il rapporto del DHS e i cinque secondi decisivi

Il documento del DHS chiarisce un punto che l’amministrazione aveva evitato di esplicitare: a sparare sono stati due agenti federali, non uno solo. Un agente della Border Patrol ha utilizzato una Glock 19, un agente del Customs and Border Protection Officer una Glock 47. Gli spari arrivano a circa cinque secondi da un urlo — «Ha una pistola!» — pronunciato durante una colluttazione.

Ma il rapporto contiene un’omissione centrale. In nessun passaggio si afferma che Pretti abbia tentato di estrarre l’arma o che la impugnasse al momento dei colpi. Anzi, dalla ricostruzione emerge che l’uomo era già a terra, disteso pancia a terra, quindi in una posizione di totale inermità. Le immagini video e le testimonianze raccolte successivamente confermano che Pretti portava una pistola legalmente detenuta, ma non la stava impugnando. Gli agenti gliel’avevano già sottratta prima di colpirlo più volte.

È su questa distanza tra le prime dichiarazioni ufficiali e la ricostruzione documentale che si innesta ora la svolta giudiziaria.

L’azione legale e la pressione politica

La famiglia di Alex Pretti ha annunciato una causa civile per violazione dei diritti costituzionali e omicidio colposo contro il Dipartimento per la Sicurezza Interna e le agenzie federali coinvolte. I legali puntano sui ritardi nell’ammettere che a sparare siano stati due agenti e sull’ammissione implicita che Pretti fosse disarmato al momento degli spari. Parlano apertamente di «esecuzione sommaria» e chiedono la pubblicazione integrale, senza censure, di tutti i filmati delle bodycam, considerati decisivi per chiarire i pochi secondi che hanno preceduto la morte.

Intanto la pressione politica cresce. Washington ha disposto la rimozione del capo dell’ICE sul campo a Minneapolis, Greg Bovino, e l’allontanamento di una parte degli agenti federali. Le proteste, partite dal Minnesota, si sono estese ad altre città. In manifestazioni pubbliche e in eventi sportivi, il volto di Alex Pretti viene proiettato sui maxischermi e accolto da minuti di applausi. La sua figura diventa simbolo della contestazione contro le operazioni federali sull’immigrazione e contro l’uso della forza nelle proteste civili.

L’inchiesta federale è ancora all’inizio. Ma un punto è ormai acquisito: la narrazione costruita nelle prime ore non regge alla verifica dei documenti. E a certificarlo, per la prima volta, è la stessa amministrazione che l’aveva diffusa.

L’articolo Caso Pretti, la Casa Bianca ammette violazioni di protocollo e a sparare sono stati due agenti Ice sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ice, Olimpiadi e servilismo: cronaca di una confusione annunciata

Piccolo manuale di istruzioni su come trasformare una vicenda tecnica in un disastro politico. Accade quando chi governa parla senza sapere, corregge senza spiegare, e infine minimizza mentre i fatti lo smentiscono. La storia di Ice a Milano, nel perimetro delle Olimpiadi, è tutta qui: una catena di dichiarazioni contraddittorie che racconta un potere incapace di tenere il filo della propria comunicazione. Sullo sfondo rimangono i nazistelli al guinzaglio di Trump. 

Prima la presenza viene trattata come routine, poi diventa un fraintendimento, poi ancora subito dopo una “voce priva di conferme”. Mentre Piantedosi e Fontana si contraddicono a vicenda dagli Stati Uniti arriva la conferma formale. A quel punto parte la tragicomica retromarcia: e via con gli incontri istituzionali e le rassicurazioni tardive. Il risultato? Una sequenza che inchioda il governo alla sua vera fragilità: balbettare ogni volta di fronte agli Usa di Trump. 

Il problema non è la cooperazione di sicurezza, pratica consolidata in ogni grande evento. Il vero problema è la gestione pubblica di quella cooperazione. Ogni volta che il lessico scivola nei paragoni estremi e si invocano spettri per rassicurare, si ottiene l’effetto opposto: si alza la temperatura e si sposta il discorso dal merito al simbolo. Così Ice diventa una parola tossica perché nessuno ha fissato subito i confini, le competenze, la catena di comando che resta italiana.

Intanto le istituzioni si smentiscono a vicenda. Regione, Viminale, Comune parlano lingue diverse. E così la sicurezza dei Giochi passa in secondo piano rispetto allo spettacolo di un potere che appare disallineato. In questo vuoto, la notizia vera arriva dall’estero, mentre qui si inseguono titoli e rettifiche.

Questo è il veleno che resta: un governo che pretende autorevolezza internazionale e mostra improvvisazione domestica. I fascistelli di Trump saranno a Milano. Poi c’è la figuraccia internazionale: le Olimpiadi chiedono affidabilità e l’Italia, in questa storia, ha offerto solo confusione. E la confusione, quando riguarda la sicurezza, è già una responsabilità politica.

Buon mercoledì.

Foto WP

L’articolo proviene da Left.it qui