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Green Deal, dopo le auto tocca agli aerei: la lobby dell’aviazione all’attacco delle regole Ue

Dopo le auto, ora tocca agli aerei. Il copione è lo stesso, il bersaglio pure: le regole climatiche dell’Unione europea. Il precedente è fresco. Quando la lobby dell’automotive ha ottenuto di svuotare la messa al bando dei motori a combustione dal 2035, a Bruxelles è passato un messaggio chiaro: se la pressione è coordinata, il Green Deal arretra. Oggi l’aviazione sta provando a replicare quella vittoria, usando argomenti, alleanze e tempistiche già testate.

Il precedente che fa scuola

La frenata sull’auto è diventata un manuale operativo. Costruttori e governi alleati hanno riscritto una norma che doveva segnare una svolta, trasformandola in un obiettivo diluito: meno vincoli immediati, più promesse future. È quel passaggio che ha incoraggiato il settore aereo a muoversi. Secondo un’inchiesta di Politico le compagnie guardano esplicitamente a quanto accaduto alle auto come al modello da seguire. Patrick Pouyanné, amministratore delegato di TotalEnergies, lo ha detto senza giri di parole al World Economic Forum di Davos: «Quello che è successo alla regolazione delle auto succederà anche ai carburanti sostenibili per l’aviazione».

Il nodo è il regolamento ReFuelEu, che impone quote crescenti di carburanti sostenibili nei serbatoi: 2 per cento nel 2025, 6 per cento nel 2030, fino al 70 per cento nel 2050. Le compagnie contestano costi e disponibilità, definiscono i target irrealistici, chiedono sistemi alternativi di compensazione. È la stessa logica usata dall’auto: spostare il dibattito dalla riduzione delle emissioni alla tutela della competitività.

L’offensiva dei cieli

La pressione si muove su più fronti. Da un lato, l’attacco al prezzo del carbonio. L’inclusione dell’aviazione nel sistema Ets e la fine delle quote gratuite dal 2026 significano miliardi di euro di costi aggiuntivi. Airlines for Europe ha stimato in 2,3 miliardi il conto ETS pagato nel 2025, destinato a salire fino a 5 miliardi entro il 2030. Dall’altro, la contestazione delle regole sugli effetti climatici “non-CO2”, come le scie di condensazione, che incidono in modo rilevante sul riscaldamento globale. Qui la strategia è nota: enfatizzare l’incertezza scientifica per rinviare ogni obbligo.

Intanto si costruisce l’asse politico. Germania e Italia, già decisive nel ridimensionare le norme sulle auto, tornano centrali. Giorgia Meloni ha parlato apertamente di cambio di passo sulla competitività industriale, denunciando una transizione verde «ideologica» che metterebbe in ginocchio le imprese europee. Matteo Salvini ha definito Ets e tasse sui trasporti «suicidio economico», promettendo di smontarle pezzo dopo pezzo. È lo stesso linguaggio che aveva accompagnato la difesa dei motori termici.

Il test politico del Green Deal

La Commissione prova a resistere. Il commissario ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas ha ribadito che senza investimenti immediati sui carburanti sostenibili l’Europa mancherà gli obiettivi del 2030. Sul fronte climatico, Wopke Hoekstra ha promesso battaglia contro i privilegi fiscali dell’aviazione. Ma il contesto è cambiato. Dopo la retromarcia sull’auto, ogni settore in difficoltà sa di poter chiedere una deroga in nome della “realtà economica”.

La partita sugli aerei diventa così un banco di prova politico. Se anche qui Bruxelles accetterà flessibilità, rinvii e scorciatoie contabili, il Green Deal uscirà trasformato: meno transizione, più compromesso industriale. Con un rischio evidente. Ogni arretramento settoriale viene presentato come eccezione, ma finisce per diventare la regola. E a forza di rinviare, la transizione resta sulla carta, mentre le emissioni continuano a volare. E come al solito il governo italiano è in prima file per provare a scardinare la transizione. 

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Corsa al riarmo, l’1% della spesa militare globale basterebbe a sconfiggere la fame nel mondo

L’ordine delle priorità si misura nei bilanci. Nel 2024 la spesa militare globale ha toccato i 2.718 miliardi di dollari, il livello più alto mai registrato secondo lo Stockholm International Peace Research Institute. Nello stesso arco di tempo, 295 milioni di persone hanno vissuto una condizione di fame acuta. Due cifre che descrivono lo stesso mondo e che, accostate, raccontano una scelta politica. Le Nazioni Unite stimano che porre fine alla fame entro il 2030 costerebbe circa 93 miliardi di dollari l’anno: una frazione minima della ricchezza che gli Stati destinano agli armamenti. Tradotto in termini comprensibili: una quota attorno all’1% della spesa militare globale basterebbe a cambiare il destino di centinaia di milioni di persone.

La sproporzione emerge anche guardando al tempo. Il Programma alimentare mondiale segnala che per il 2026 servono 13 miliardi di dollari per garantire assistenza a 110 milioni di persone tra le più vulnerabili. Le previsioni di finanziamento si fermano a circa la metà. Quel buco di risorse equivale a ciò che il mondo spende in difesa in meno di una giornata. I numeri sono riportati nei documenti ufficiali Onu e nel Global Outlook 2026 del WFP, presentato a Roma nel novembre 2025, con un avvertimento netto della direttrice esecutiva Cindy McCain: carestie simultanee a Gaza e in alcune aree del Sudan rappresentano una condizione inaccettabile nel ventunesimo secolo.

Il paradosso globale

La crescita della spesa militare ha una traiettoria precisa. Il SIPRI registra un aumento reale del 9,4% in un solo anno, il più alto dalla fine della Guerra fredda, e un peso sul PIL globale salito al 2,5%. L’Alleanza atlantica concentra oltre metà di quella spesa, mentre l’Europa accelera il riarmo. Sul fronte opposto, i finanziamenti umanitari rallentano. Il risultato è un paradosso strutturale: i conflitti alimentano la fame e la fame alimenta l’instabilità, ma la risposta prevalente resta l’investimento militare. Le agenzie Onu ricordano che circa il 70% delle persone in insicurezza alimentare acuta vive in aree di conflitto. Dove si combatte, i sistemi agricoli collassano, le infrastrutture vengono distrutte, i mercati si fermano. L’intervento armato produce l’emergenza che poi richiede aiuti sempre più costosi.

Le stime economiche spiegano anche il rendimento degli investimenti. Secondo i modelli utilizzati dalle Nazioni Unite e dai grandi programmi di ricerca sullo sviluppo, la spesa in nutrizione, agricoltura resiliente e protezione sociale genera ritorni economici elevati nel medio periodo, perché riduce la povertà, stabilizza i territori e rafforza i mercati locali. L’investimento militare, al contrario, assorbe risorse su cicli pluriennali senza produrre capacità produttiva comparabile. La questione, dunque, supera l’aritmetica: riguarda l’idea di sicurezza che guida le politiche pubbliche.

Il caso italiano

L’Italia si colloca esattamente su questa linea di frattura. I dati dell’Osservatorio Milex indicano che la spesa militare nazionale sfiorerà i 34 miliardi di euro nel 2026, con una crescita costante negli ultimi anni trainata dagli investimenti in nuovi sistemi d’arma. Nello stesso periodo, il contributo italiano al Programma alimentare mondiale è stato circa 56,9 milioni di dollari nel 2024, come riportato dal WFP. Il confronto è immediato: una singola giornata di spesa militare italiana vale più dell’intero contributo annuale al principale organismo globale contro la fame.

Sul piano formale, Roma ospita il polo agroalimentare delle Nazioni Unite e rivendica una tradizione di cooperazione. Sul piano dei flussi finanziari, l’aiuto pubblico allo sviluppo resta lontano dagli impegni internazionali, attestandosi attorno allo 0,28% del reddito nazionale lordo secondo i dati preliminari Ocse. Anche qui la scelta appare chiara: l’espansione della difesa procede, la solidarietà internazionale rimane marginale e spesso contabilizzata attraverso voci che restano entro i confini nazionali.

La tesi secondo cui una quota minima della spesa militare basterebbe a sconfiggere la fame trova riscontro nei documenti ufficiali Onu e nelle analisi del Wfp e del Sipri. Non è una provocazione morale, è una constatazione contabile. La fame nel mondo del 2026 non nasce da una scarsità di risorse, ma da una allocazione deliberata. Finché la sicurezza continuerà a essere misurata in armamenti e la stabilità in deterrenza, il divario resterà. I bilanci raccontano che un’alternativa è possibile. La politica decide se renderla reale.

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Intercettazioni, la balla dei costi per giustificare la stretta: i bilanci dello Stato smentiscono il governo

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha scelto una parola precisa per reggere l’intera offensiva contro le intercettazioni: “costo”. Il 20 luglio 2023, intervenendo al Senato, ha parlato di una spesa “irrazionale”, sostenendo che lo Stato spende milioni di euro per intercettazioni inutili. Nei mesi successivi poi il lessico delle destre si è fatto più esplicito: captazioni definite “porcherie”, utilizzo “eccessivo e sproporzionato”, rischio di trasformare l’Italia in una “Repubblica del grande orecchio”. La tesi è sempre la stessa: le intercettazioni sarebbero un buco di bilancio. È falso. 

I bilanci delle procure e il ritorno dell’investimento

Nel biennio 2023-2024 la Procura della Repubblica di Bari ha speso 13,2 milioni di euro per intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Nello stesso periodo, le indagini fondate su quelle attività tecniche hanno prodotto sequestri per 343 milioni di euro e confische definitive per 154 milioni. Il dato emerge dal bilancio sociale dell’ufficio e dalle relazioni del procuratore Roberto Rossi, che ha collegato in modo diretto il recupero patrimoniale all’uso delle intercettazioni. In termini contabili, ogni euro speso ha generato oltre 11 euro di rientro certo e più di 25 euro di beni sottratti all’economia criminale.

Bari non è un’anomalia. A Napoli, nel 2023, una spesa per intercettazioni pari a 5,89 milioni di euro ha consentito sequestri per 197,9 milioni, come riportato nella relazione annuale della Procura. A Reggio Calabria, tra 2023 e 2024, circa 7,9 milioni di euro di costi investigativi hanno portato all’aggressione di patrimoni per oltre 800 milioni riconducibili alla ’ndrangheta. Anche nei distretti con costi più elevati, come Palermo, il saldo resta stabilmente positivo. Il rapporto tra spesa e recupero patrimoniale supera ovunque la soglia di dieci a uno.

La ragione è operativa: le intercettazioni rappresentano lo strumento centrale per colpire mafie e criminalità economica in contesti dove il pentitismo è marginale e le comunicazioni avvengono su canali criptati. In territori come la provincia di Foggia, dominata da organizzazioni familiari chiuse, il captatore informatico diventa l’unico mezzo per penetrare l’omertà. Il costo riflette la complessità tecnologica richiesta ma i risultati patrimoniali riflettono la sua efficacia.

Il Fondo unico giustizia e l’autofinanziamento del sistema

Per comprendere l’impatto macroeconomico delle intercettazioni occorre guardare al destino dei soldi recuperati. Le somme sequestrate e confiscate confluiscono nel Fondo unico giustizia, gestito da Equitalia Giustizia. I report ufficiali indicano versamenti da provvedimenti giudiziari pari a 185,7 milioni di euro nel 2023 e 209,1 milioni nel 2024. Lo stock complessivo delle risorse in gestione dinamica, tra liquidità, titoli e crediti, si avvicina ai 2 miliardi di euro.

Questi flussi coprono quasi integralmente la spesa nazionale per le intercettazioni, che nei capitoli 1360 e 1363 del bilancio dello Stato oscilla tra i 200 e i 215 milioni di euro annui. Il sistema giudiziario, nei fatti, si autofinanzia per quanto riguarda la spesa investigativa variabile. Non solo: genera un surplus che confluisce nel bilancio generale dello Stato o viene destinato a strumenti come il Fondo per le vittime di mafia e usura. E quindi? Quindi la narrazione del “buco di bilancio” è di fatto smentita dai libri mastri dello Stato.

La propaganda che ignora il dato strutturale

Eppure la propaganda del governo continua a ignorare il dato strutturale. Giorgia Meloni ha parlato della necessità di “porre un freno agli abusi”, mentre il sottosegretario Andrea Delmastro ha assicurato che mafia e terrorismo resteranno esclusi dalle restrizioni. Le riforme approvate tra il 2024 e il 2025 raccontano però di limiti temporali rigidi, nuove barriere procedurali, vincoli che incidono soprattutto sulle indagini economico-finanziarie, quelle che producono i grandi sequestri.

C’è di più. Nelle ultime settimane Nordio ha annunciato l’intenzione di intervenire di nuovo sull’uso dei captatori informatici, definendoli ancora una volta una “inciviltà” e anticipando correttivi “dopo il referendum”. Il bersaglio indicato è esplicito: le indagini per corruzione e reati contro la pubblica amministrazione. Formalmente mafia e terrorismo resterebbero fuori. Sostanzialmente verrebbe compressa proprio l’area in cui le intercettazioni hanno garantito negli ultimi anni il maggiore recupero patrimoniale.

Deve essere chiaro: non c’è nessuna questione di bilancio. È una scelta politica sul livello di controllo penale esercitato sull’economia e sulla classe dirigente. I conti, come sempre, arrivano dopo. Quando arrivano.

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Ghali e la censura preventiva su Gaza

Hanno paura di una parola. Non di un gesto, non di una protesta, non di un disordine. Di una parola detta su un palco. La vicenda Ghali racconta l’Italia meglio di qualunque dichiarazione ufficiale: la censura preventiva elevata a valore civile, il silenzio imposto presentato come buona educazione.

Il ministro Abodi parla di “rispetto”. Dice che la cerimonia d’apertura dei Giochi è costruita in modo da “azzerare i rischi di libera interpretazione”. Azzerare. Come se la libertà fosse un errore di sistema. Come se l’etica coincidesse con l’assenza di parole scomode. L’arte ammessa solo se decorativa, la cultura valida solo se muta.

Poi arriva il paternalismo esplicito. L’idea che Ghali debba ricevere “indicazioni”, “linee guida”, capire “cosa deve fare” in quel momento. È il potere che si concede il diritto di decidere il perimetro del pensiero altrui. Un artista trattato come un funzionario da addestrare. Un microfono visto come una minaccia.

Intanto Gaza continua a esistere. Mentre qui si discute di galateo istituzionale, l’artiglieria israeliana colpisce l’est di Gaza City. Mentre qui si invoca il rispetto, ministri del governo Netanyahu parlano di regime militare sulla Striscia. Mentre qui si sorvegliano le parole, in Cisgiordania le case vengono demolite. I fatti non hanno bisogno di interpretazione.

Il cortocircuito è totale. La parola “Gaza” fa più paura dei bombardamenti. Una frase detta da un cantante spaventa più delle macerie. Per questo bisogna neutralizzarla prima che accada. Per questo si costruisce il silenzio come valore morale.

Ma il rispetto e l’etica obbligano a parlare. L’arte e il pensiero sono liberi. E Gaza non è un’opinione: è un genocidio che si vorrebbe consumare senza disturbo, lontano dai palchi, lontano dalle cerimonie, lontano dalle coscienze.

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Quando il fucile punta “noi”, l’ipocrisia crolla

Esattamente quale sarebbe la novità? Due carabinieri italiani sono stati minacciati da un colono israeliano. I militari, in servizio presso il Consolato di Gerusalemme, “sono stati fatti inginocchiare sotto il tiro di un fucile mitragliatore e interrogati”, spiegano fonti del governo Meloni, mentre svolgevano un sopralluogo nei pressi di Ramallah, capitale dell’Autorità nazionale palestinese. Il colono li ha minacciati nonostante viaggiassero su un’auto diplomatica: stavano lavorando per preparare la visita degli ambasciatori dell’Ue in Cisgiordania.

E qual è la novità? Lì dove Israele si mangia le terre e le case e le vite dei coloni devono inginocchiarsi tutti: devono mostrare documenti perché non esiste spazio libero, devono difendere  la famiglia e le case perché nessuna legge li protegge, nessuna comunità internazionale se ne interessa, se non per qualche nota diplomatica di ammonimento al governo di Israele. 

Qual è la novità? I territori occupati sono praterie per la violenza israeliana. Anzi, qualcuno potrebbe ricordare a Tajani e compagnia cantante che anche gli attivisti della Global Sumud Flotilla vennero fatti inginocchiare, con armi puntate alla testa e frasi minacciose. Se lo ricorda ministro? 

La vera novità è che l’ipocrisia di alcuni politici, di alcuni giornali e di alcuni poco arguti commentatori alla fine viene a galla: basta passare dal “loro” al “noi” ed ecco che avviene il tilt. 

Ben svegliati, si potrebbe dire. Ora, cari ministri al governo, mi raccomando: fate entrare gli sgherri dell’Ice per le Olimpiadi e poi pronti a stupirvi di nuovo.

Buon martedì. 

 

Foto WP

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Libia, fosse comuni e centri di detenzione sotterranea: il silenzio dell’Europa (e dell’Italia) sull’esternalizzazione delle frontiere Ue

Il deserto della Cirenaica (in Libia) ha restituito prove che l’Europa preferisce lasciare fuori campo. Nei giorni scorsi, tra Ajdabiya e Kufra, sono emerse una fossa comune e una rete di detenzione sotterranea. In parallelo, Italia e Unione europea hanno accelerato sulla costruzione di un nuovo dispositivo di “cooperazione” nell’Est libico: un Mrcc (un centro di coordinamento del soccorso marittimo (a Bengasi), finanziato anche con fondi europei, pensato per rendere più rapidi i pullback. Le tre linee si toccano e producono la stessa conseguenza: persone ridotte a merce e corpi confinati lontano dalle coste siciliane e dalle telecamere.

Fosse comuni come infrastruttura del riscatto

La sequenza parte da Ajdabiya, crocevia tra la costa e la rotta del deserto. Le testimonianze raccolte e rilanciate dalla rete Refugees in Libya, riprese da Progetto Melting Pot Europa il 22 gennaio 2026, parlano di sequestro, detenzione arbitraria, torture, ricatti alle famiglie, uccisioni. Il numero che resta è almeno ventuno corpi in una fossa comune. Secondo la ricostruzione di Roberta Derosas la scoperta arriva dopo un’irruzione in una fattoria e dopo le indicazioni dei sopravvissuti, che raccontano “scomparse” tra chi era trattenuto con loro. L’Oim, nelle stesse ore, riferisce che le prime evidenze indicano cattività e violenze finalizzate al pagamento di riscatti, pratica già documentata da anni in Libia, e la capo missione Oim in Libia Nicoletta Giordano parla di “casi scioccanti” e di rischi enormi lungo le rotte migratorie.

Il dettaglio operativo è importante: i luoghi di detenzione descritti dai sopravvissuti risultano inseriti in spazi civili riconvertiti, aree produttive dismesse, siti fuori dal circuito ufficiale. Ajdabiya, in un territorio controllato e militarizzato, diventa così un imbuto di selezione: chi paga viene spostato, chi regge la tortura continua a “valere” e invece chi crolla diventa scarto. La fossa comune, in questo schema, vale come archivio di violenza e come messaggio per chi resta vivo.

Detenzione sotterranea e zona Sar: la filiera che si completa

A Kufra, pochi giorni dopo, le autorità locali annunciano la scoperta di un centro clandestino sotterraneo scavato a circa tre metri di profondità. Si parla di 221 persone liberate, tra cui donne, bambini e un neonato, con detenzioni protratte fino a due anni e condizioni definite “estremamente precarie”. L’immagine è quella di un carcere progettato per sparire: profondità, isolamento, silenzio e controllo totale. La liberazione, in queste dinamiche, diventa spesso parte della gestione: segnale a reti rivali, operazione vetrina verso interlocutori esterni, pronti a trasferimenti successivi verso altri centri.

Mentre Ajdabiya e Kufra rendono visibile la logistica dell’orrore, Mediterranea Saving Humans denuncia un passaggio ulteriore: la realizzazione di un Mrcc a Bengasi, duplicazione del modello già attivo a Tripoli dal 2017, con supporto italiano e fondi europei. Nella nota Mediterranea descrive il centro come sala operativa per coordinare intercettazioni e catture in mare, estendendo alla Cirenaica il sistema dei pullback e rendendolo ancora più efficace e invisibile. Si parla di una prima tranche tra 3 e 5 milioni di euro dalla European Peace Facility e di un impianto tecnico fatto di radar e sorveglianza costiera, utile a individuare le partenze prima delle acque internazionali.

Qui la catena si chiude: avvistamento, segnalazione, uscita in mare, intercettazione, ritorno forzato a terra. Il risultato resta prevedibile: le persone riportate verso l’Est finiscono dentro l’ecosistema che le cronache e le denunce collegano a detenzione arbitraria, estorsioni, torture, sparizioni. Il solito menù libico. Ajdabiya e Kufra diventano luoghi finali di una politica presentata come controllo dei flussi. In Italia, intanto, il dibattito si misura solo sugli arrivi ridotti. Il resto viene sepolto lontano, tra sabbia e cemento, insieme ai nomi e alle responsabilità. Del resto il diritto internazionale da noi conta “fino a un certo punto”. 

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Docenti di sinistra A Pordenone un questionario online per segnalarli: l’iniziativa di Azione Studentesca è un caso

Appunti di una lenta trasformazione che scivola aiutata dalla sindrome della rana bollita. Gennaio 2026, Pordenone. Davanti agli ingressi di alcuni istituti scolastici compaiono manifesti firmati Azione Studentesca. Invitano gli studenti a segnalare i docenti “di sinistra”. Un QR code rimanda a un questionario online. Le domande indagano per sapere se durante le lezioni venga fatta “propaganda” e sollecitano esempi concreti. L’obiettivo dichiarato è la costruzione di un report nazionale. Il metodo è la delazione anonima. Il bersaglio, anche qui, è la libertà di insegnamento.

Azione Studentesca, organizzazione giovanile legata a Fratelli d’Italia, rivendica l’operazione. L’insegnante che magari parla di antifascismo, diritti civili, guerre, crisi climatica diventa un soggetto da monitorare. E così la scuola diventa un altro spazio occupato da liberare. Lo slogan lo dice senza mediazioni: “La scuola è nostra”.

La schedatura come dispositivo di controllo

Il questionario online rappresenta il cuore dell’operazione. Chiede agli studenti di identificare docenti sulla base dell’orientamento politico presunto. Si usa la parola “propaganda” senza definirla. Ma la trasformazione dei contenuti didattici ordinari in comportamenti sospetti è conseguente e immediata. Si produce un archivio informale di nomi e accuse. E soprattutto si introduce un principio nuovo nel quotidiano scolastico: chi insegna sa di poter essere segnalato. La prevedibile conseguenza è l’autocensura. Ma l’aspetto più preoccupante è il controllo come finalità dichiarata. 

I volantini dichiarano che l’educazione civica non dovrebbe occuparsi di antifascismo, alla faccia della Costituzione che nasce proprio dalla sconfitta del fascismo. Da sempre l’educazione civica ruota attorno a quel testo: separare cittadinanza e antifascismo significa riscrivere il senso stesso della scuola pubblica. Ma nell’Italia del 2026 il docente che insegna la storia repubblicana viene trattato come militante. E così il dovere professionale precipita velocemente in un capo d’accusa. 

Dalla scuola al progetto politico

Il lessico usato da Azione Studentesca coincide con quello che da mesi circola ai vertici del Ministero dell’Istruzione. Il ministro Giuseppe Valditara ha più volte indicato il Sessantotto come origine della crisi dell’autorità scolastica. Ha parlato di “cattivi maestri”, ha promosso una scuola fondata su disciplina, identità nazionale e voto di condotta. L’iniziativa di Pordenone sembra muoversi in questa traiettoria.  

Il contesto territoriale poi rafforza il quadro: Pordenone vive accanto alla base militare di Aviano. Le scuole del territorio ospitano incontri di orientamento con le Forze armate. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole segnala da tempo questa osmosi: da una parte l’apertura alle carriere militari e dall’altra la repressione del pensiero critico pacifista. La schedatura dei docenti diventa uno strumento di normalizzazione.

Sul piano giuridico il passaggio è grave. La libertà di insegnamento, tutelata dall’articolo 33 della Costituzione, serve a proteggere la scuola da pressioni politiche. Le liste di segnalazione producono un effetto intimidatorio permanente. Lo Statuto dei lavoratori vieta indagini sulle opinioni politiche. Il regolamento europeo sulla protezione dei dati tutela le informazioni sensibili. Ma tutto questo non conta, aggirato attraverso l’anonimato digitale e la retorica della denuncia studentesca.

La reazione inevitabile è arrivata dal mondo della scuola e dai sindacati. La Flc Cgil parla apertamente di clima squadrista. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole diffonde gli “Appunti resistenti per la libertà d’insegnamento”, un vademecum legale che ricorda ai docenti i propri diritti. Ora la vicenda approda in Parlamento con un’interrogazione che chiede al ministro di assumersi una responsabilità politica. Per ora dalla maggioranza arriva solo silenzio.

La vicenda di Pordenone racconta una strategia: trasformare la scuola da spazio di formazione critica a dispositivo di conformità. In Italia oramai da tempo il conflitto democratico è diventato sospetto. Se l’insegnante abbassa la voce, il potere ha già vinto. Se la scuola accetta la delazione, la democrazia esce dall’aula.

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Garantismo a corrente alternata: il doppio standard dei sostenitori del Sì al referendum sulla giustizia

Il garantismo è la parola totem della campagna per il sì al referendum sulla separazione delle carriere. Compare nei comizi, nei talk show, negli editoriali dei giornali che sostengono la riforma Nordio. «Basta processi mediatici», «serve un giudice terzo», «presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva», è il lessico ripetuto come un rosario. Poi arrivano i casi concreti, e quel lessico cambia padrone.

Il garantismo sospeso: Hannoun e la sentenza prima del processo

Mentre il fronte del sì chiede agli elettori di votare per una giustizia più garantista, esplode il caso di Mohammad Hannoun, architetto palestinese residente a Genova, arrestato con l’accusa di finanziamento al terrorismo. Siamo solo alle indagini preliminari eppure il garantismo scompare nel giro di poche ore.

Alla Camera, il deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli afferma: «Hannoun andava a spasso per tutta Europa con la parlamentare Ascari, si raccoglievano soldi». Nessun condizionale, nessun richiamo alla presunzione di innocenza. L’indagine viene trasformata in una colpa politica estesa. Il giorno dopo, il collega Riccardo De Corato parla di «vergogna per chi lo frequentava», spostando il bersaglio dall’indagato a chiunque non prenda pubblicamente le distanze.

Anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, interrogato sul caso, adotta una formula che svuota le garanzie che dice di voler difendere: «Pur con la doverosa presunzione di innocenza, è stato sicuramente squarciato il velo». L’avverbio annulla la premessa. La presunzione resta nominale, la colpevolezza diventa sostanziale.

Gli stessi giornali che sostengono il sì e denunciano da anni la gogna mediatica pubblicano dettagli investigativi, cifre, ricostruzioni ancora da verificare. Il garantismo, in questo caso, non viene nemmeno evocato.

Due pesi e due misure: Garlasco, Open Arms e la giustizia per appartenenza

Pochi giorni dopo, lo stesso fronte politico-mediatico cambia registro sul delitto di Garlasco. La condanna definitiva di Alberto Stasi torna al centro dell’attenzione. Libero titola «Stasi, innocente in galera». Vittorio Feltri scrive: «A Garlasco è mancata la logica». Alessandro Sallusti rincara: «Questa giustizia è come la peste». Qui il garantismo torna improvvisamente assoluto. Le sentenze diventano sospette, i giudici incapaci, il processo un errore sistemico.

Ma dura poco. Quando l’attenzione si sposta su Andrea Sempio, il garantismo evapora di nuovo. Libero apre con «Assassino a piede libero», chiedendo nuovi accertamenti e insinuando responsabilità ancora tutte da verificare. Per scagionare Stasi, si costruisce un altro colpevole mediatico. Stesse firme, stessi giornali, principi opposti.

Quando il garantismo diventa immunità

Il caso Open Arms completa il quadro. Matteo Salvini, imputato per sequestro di persona, dichiara in un video diventato virale: «Mi dichiaro colpevole di aver difeso l’Italia». Il processo viene raccontato come persecuzione politica. I magistrati diventano avversari, la giurisdizione un abuso. Qui il garantismo si trasforma apertamente in richiesta di immunità, mentre la separazione delle carriere viene evocata come argine contro le procure “politicizzate”.

Nel frattempo, sugli episodi di criminalità comune e sull’immigrazione, il linguaggio resta punitivo. «Galera immediata», «certezza della pena», «giudici che liberano i delinquenti» sono titoli e dichiarazioni quotidiane. Quando un giudice applica le regole sulle misure cautelari, viene attaccato come complice. Qui la terzietà non serve.

Il filo che tiene insieme questi episodi è semplice e documentabile: il garantismo vale solo per alcuni. Per i politici, per i colletti bianchi, per i casi utili a delegittimare la magistratura. Per gli altri, stranieri, attivisti, marginali, il principio si sospende.

Il referendum, così raccontato, smette di essere una discussione sull’assetto costituzionale e diventa un voto sull’identità. Si ciancia di giustizialismo e garanzie, ma la divisione è tra cittadini protetti e cittadini esposti. Ed è questo doppio standard, prima ancora della riforma, a pesare oggi sulla credibilità del sì.

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Esplosioni e demolizioni all’ombra della finta tregua

Nel buio a est di Gaza City tornano le esplosioni. Le immagini che circolano nelle ultime ore mostrano demolizioni di abitazioni civili già svuotate, quartieri cancellati mentre la parola “tregua” continua a essere spesa come copertura. La tregua resta nei comunicati, la distruzione resta sul terreno.

Dentro questo scenario si muore anche senza bombe. Mohammad e Suleiman Al Zawaraa avevano 14 e 13 anni. Sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre raccoglievano legna per scaldarsi. Legna, non armi. Avevano freddo, non combattevano. Le Idf li definiscono “terroristi”, collocandoli dentro una generica “zona di sicurezza”. La famiglia racconta altro: i ragazzi erano lontani dalla Linea Gialla, una linea peraltro segnata in modo irregolare, spesso invisibile. In questa guerra anche il gesto minimo della sopravvivenza viene riscritto come minaccia.

A pochi chilometri di distanza, a Rafah, il confine continua a essere trattato come leva politica. La riapertura del valico viene annunciata e immediatamente subordinata al recupero del corpo dell’ultimo ostaggio israeliano. Passaggi pedonali contingentati, ispezioni totali, condizioni mobili. Il diritto di uscire diventa una concessione temporanea, revocabile, negoziata sopra le teste di due milioni di persone.

Intanto il freddo completa il quadro. Zainab Mohammad Musbeh, 63 anni, muore in una tenda ad al Mawasi. Nessun attacco diretto. Basta l’assenza di muri, di elettricità, di riparo. La precarietà trasformata in normalità uccide quanto le armi.

Infine il silenzio. Israele proroga il blocco di al Jazeera e amplia l’oscuramento ad altri media. Meno immagini, meno testimoni, meno possibilità di smentire versioni ufficiali che chiamano terrorismo la fame e sicurezza la demolizione.

A Gaza oggi si muore raccogliendo legna. E qualcuno pretende ancora che lo si chiami tregua.

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Naufragio nel Mediterraneo, un solo sopravvissuto: circa 50 morti tra Tunisia e Malta

La notizia dell’ennesimo naufragio emerge a distanza di giorni, senza comunicati ufficiali e senza immagini. Sergio Scandura ne dà conto attraverso i canali di monitoraggio indipendente delle rotte migratorie nel Mediterraneo centrale. Il fatto è netto: un solo sopravvissuto è stato soccorso in mare e portato a Malta; secondo la sua testimonianza, circa cinquanta persone sono morte nel naufragio dell’imbarcazione su cui viaggiavano.

L’episodio risale alla notte tra il 23 e il 24 gennaio. Il soccorso è avvenuto in acque internazionali, nel tratto di mare tra la Tunisia e Malta. Il superstite è stato recuperato dalla motonave mercantile Star e trasportato a La Valletta, dove è stato ricoverato in condizioni di grave ipotermia. Una volta stabilizzato, l’uomo ha raccontato di essere partito dal Nord Africa su una barca con a bordo circa cinquanta persone. Dopo poco più di ventiquattro ore di navigazione, l’imbarcazione si sarebbe capovolta a causa del maltempo. Nessun altro sarebbe riuscito a restare a galla.

Il soccorso, la testimonianza, il vuoto

La Capitaneria di porto di Lampedusa ha successivamente perlustrato l’area indicata dal sopravvissuto. Le ricerche non hanno portato al ritrovamento di altri naufraghi né di corpi. Anche in questo caso, come accade frequentemente nel Mediterraneo centrale, non esistono riscontri materiali che consentano una ricostruzione diretta dell’evento. L’unica fonte resta la testimonianza dell’uomo salvato.

Il naufragio si inserisce in una sequenza più ampia di segnalazioni arrivate nei giorni precedenti. Alarm Phone aveva comunicato la perdita di contatto con diverse imbarcazioni partite dalla Tunisia nello stesso periodo. Secondo l’organizzazione, circa 150 persone risultano disperse su almeno tre barche mai arrivate a destinazione. L’ipotesi è che il naufragio raccontato dal sopravvissuto corrisponda a una di queste partenze segnalate e rimaste senza riscontro.

Il contesto meteorologico è un elemento determinante della ricostruzione. Nei giorni del naufragio, il Mediterraneo centrale era interessato dal ciclone Harry, con condizioni di mare molto mosso, venti forti e onde anomale. Le stesse condizioni hanno reso difficili anche le operazioni di ricerca successive, riducendo le possibilità di individuare superstiti o resti dell’imbarcazione.

Una rotta che continua a inghiottire

Negli stessi giorni, altre operazioni di soccorso hanno avuto esito diverso. La nave Sea-Watch 5 ha recuperato 18 persone nella zona Sar libica, tra cui due bambini piccoli, successivamente indirizzate verso il porto di Catania. La coesistenza di salvataggi riusciti e naufragi senza testimoni è una costante della rotta del Mediterraneo centrale, dove l’esito di una traversata dipende spesso da fattori contingenti e dalla presenza di navi in transito.

Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, il 2024 resta l’ultimo anno con un bilancio completo, pari ad almeno 1.873 morti o dispersi nel Mediterraneo. Per il 2025 sono disponibili solo dati parziali, che già segnalano nuove decine di vittime nei primi mesi dell’anno. Dal 2014, le persone morte o scomparse lungo questa rotta superano complessivamente le 33mila. Si tratta di stime che non includono chi è partito e non è mai stato intercettato da alcun sistema di ricerca.

Il naufragio emerso in questi giorni non presenta elementi eccezionali rispetto a molti altri avvenuti negli ultimi anni. Ciò che lo distingue è il modo in cui viene alla luce: a posteriori, attraverso una singola testimonianza, senza un recupero dei corpi e senza una comunicazione istituzionale immediata. Un evento che entra nel conteggio solo perché qualcuno è sopravvissuto abbastanza a lungo da poterlo raccontare.

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