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Quando i riformisti parlano di antisemitismo, parlano d’altro

C’è un dettaglio che racconta meglio di mille analisi lo stato del Partito democratico: chi ha imposto il tema dell’antisemitismo come clava politica oggi rifiuta di firmare il disegno di legge del proprio partito. I senatori riformisti, gli stessi che hanno sostenuto il ddl di Graziano Delrio, si sfilano dal testo redatto da Andrea Giorgis perché troppo poco punitivo, troppo largo, troppo vicino a un’idea di antidiscriminazione che esca dal recinto identitario.

Il ddl Giorgis è un compromesso debole, certo. Ma è un compromesso politico, non una resa ideologica. Prova a evitare l’eccezionalismo penale, allarga la tutela ad altre forme di odio, tenta di tenere insieme un partito già ferito su questo tema. Proprio per questo diventa indigesto a chi ha costruito l’offensiva sull’antisemitismo come strumento di delimitazione interna.

Delrio e l’area di Sinistra per Israele continuano a pretendere l’adozione integrale della definizione dell’IHRA, nonostante le critiche esplicite di giuristi e intellettuali ebrei che ne segnalano l’ambiguità e i rischi per la libertà di critica politica. Una scelta che dice tutto sulla natura dell’operazione: a loro non interessa coprire un eventuale vuoto normativa (che non c’è). Vogliono un segnale politico rivolto contro una base che su Gaza ha parlato troppo e troppo chiaramente.

Il punto, però, resta a monte. Una nuova legge contro l’odio verbale, mentre esiste già la legge Mancino, rischia di essere simbolica, selettiva, inutile. Se applicata a una sola comunità, rischia persino di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato. Una riflessione elementare, che evidentemente non interessa ai sostenitori del ddl Delrio. L’urgenza sembra un’altra: affossare il campo largo e regolare i conti interni. Il resto è retorica di copertura.

Buon venerdì.

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Davos accende i riflettori su Gaza e spegne le luci sui morti

Davos accende i riflettori e spegne i corpi. Il Board of Peace nasce così: firma solenne, fotografie di gruppo, rendering patinati di una “Nuova Gaza” affacciata sul mare. Sullo schermo scorrono mappe e promesse, nella Striscia restano tende sfondate dal vento e macerie che cedono sotto il peso dell’inverno. La pace come evento, la guerra come contesto permanente.

I nomi siedono al tavolo e fanno già notizia da soli. Donald Trump convoca e benedice. Benjamin Netanyahu accetta l’invito mentre l’offensiva prosegue. Vladimir Putin dice sì e normalizza la propria presenza. La pace diventa un board, l’adesione un atto politico, la biografia un dettaglio da rimuovere dal protocollo. Si firma, si applaude, si passa oltre.

Nelle stesse ore, a Gaza, la tregua resta un titolo. Un raid colpisce l’area delle tendopoli. Tre giornalisti vengono uccisi mentre documentano. Le richieste di indagine si accumulano come sempre, insieme ai nomi, insieme alle immagini. Il Board promette governance, i droni consegnano silenzio. Il lessico della ricostruzione corre più veloce dei soccorsi.

L’idea che prende forma a Davos è chiara: ricostruire come progetto immobiliare, governare come dossier, pacificare come cornice. Le slide parlano di occupazione totale e turismo costiero. I comunicati parlano di sicurezza. I corridoi umanitari restano intermittenti. La distanza fra palcoscenico e terreno diventa metodo.

L’Italia osserva dal bordo. Giorgia Meloni resta sospesa fra la foto e la Carta, fra l’invito e la cautela costituzionale. Le opposizioni chiedono di restare fuori. È una scena di imbarazzo istituzionale che dice più di mille dichiarazioni: la pace come club chiede una firma, la Repubblica chiede una responsabilità.

Poi c’è Rafah. Un annuncio di riapertura del valico circola mentre il Board brinda. Un varco reale contro una pace di cartone. La differenza sta tutta lì: ciò che muove i camion e ciò che muove i titoli. Gaza continua a esistere fuori dal rendering. E lo ricorda ogni volta che la pace viene messa a verbale mentre la violenza resta a verbale.

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Non il Nobel: un Tso

Settantadue minuti. Tanto è durato l’intervento di Donald Trump a Davos. Un tempo sufficiente per un discorso. O per una diagnosi.

In settantadue minuti Trump ha confuso la Groenlandia con l’Islanda mentre spiegava perché vuole comprarla, come si fa con una multiproprietà mal riuscita. Ha minacciato un alleato NATO, la Danimarca, spiegando che il “no” verrà ricordato. Linguaggio da riscossore, contesto da forum economico globale.

Ha definito la Groenlandia “un pezzo di ghiaccio” necessario alla pace mondiale, ha rivendicato contemporaneamente il 100% di sangue scozzese e il 100% di sangue tedesco, ha raccontato una restituzione americana della Groenlandia alla Danimarca che non è mai esistita, ha sostenuto che la Cina non abbia pale eoliche mentre domina il mercato mondiale dell’eolico.

Ha annunciato un’invasione petrolifera del Venezuela smentita dagli stessi amministratori delegati delle compagnie citate. Ha dichiarato che negli Stati Uniti “praticamente non c’è inflazione” mentre i dati ufficiali dicono altro. Ha insultato in diretta il presidente della Federal Reserve, trasformando Davos in una riunione di condominio.

Ha raccontato di dazi imposti per ripicca personale, ha attribuito il crollo dei mercati all’Islanda, 380 mila abitanti, colpevole ideale. Ha rivendicato che gli Stati Uniti paghino “il 100% della NATO”, cifra inventata. Ha ribattezzato l’Azerbaigian come fosse un cocktail sbagliato.

Un flusso continuo di affermazioni false, numeri inventati, geografia a caso, minacce politiche e rancori personali esibiti come dottrina economica.

Settantadue minuti senza correttori, senza argini, senza nemmeno la pretesa di sembrare credibile. Il mondo ha ascoltato in silenzio. Una volta, per molto meno, si parlava di inidoneità. Oggi si applaude educatamente e si prende appunti.

Non per capire cosa farà Trump. Per capire quanto ancora può dire prima che qualcuno trovi il coraggio di chiedere il TSO.

Buon giovedì. 

 

Foto di Rod Long su Unsplash

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Italia penultima in Europa per numero di laureati: il capitale umano che manca per una scelta politica che parte da lontano

L’Italia continua a scivolare ai margini dell’Europa dei laureati. Nel 2024 solo il 31,6 per cento dei giovani tra i 25 e i 34 anni possiede un titolo di studio terziario. Davanti ci sono tutti, tranne la Romania. La media europea ha già superato il 44 per cento e l’obiettivo fissato dall’Unione per il 2030 è al 45 per cento. Il divario italiano supera i tredici punti percentuali e fotografa una distanza che ha smesso da tempo di essere congiunturale.

Il dato pesa se letto insieme alla dimensione economica del Paese. Terza economia dell’eurozona, l’Italia resta tra gli ultimi per capitale umano qualificato. Francia e Spagna hanno già superato il 50 per cento nella stessa fascia d’età. In altri Stati membri la crescita è sostenuta da investimenti pubblici continui e da sistemi di accesso meno selettivi sul piano economico. In Italia l’università continua a funzionare come filtro sociale, prima ancora che come ascensore.

Il divario che parte dai territori

La media nazionale nasconde una frattura geografica profonda. I dati territoriali mostrano che solo sei regioni superano il 30 per cento di laureati nella fascia 25-49 anni. In testa c’è il Lazio con il 32,6 per cento. In coda restano Sicilia, Campania e Sardegna, tutte sotto il 24. Il Mezzogiorno rimane stabilmente indietro, anche negli anni di crescita complessiva. Il recupero procede, ma non riduce le distanze.

A livello comunale il quadro diventa ancora più esplicito. Meno dell’1 per cento dei comuni supera il 40 per cento di laureati. In oltre duemila comuni meno di un residente su cinque ha completato un percorso universitario. Le aree con più titoli terziari coincidono con i grandi centri urbani e universitari. Le aree interne e periferiche restano escluse. È una mappa che replica le disuguaglianze economiche e le rende strutturali.

Costo, accesso e diritto allo studio

Ma dietro questi numeri c’è una scelta politica precisa che arriva da lontano. L’Italia investe in istruzione meno della media europea e continua a scaricare i costi sulle famiglie. Le tasse universitarie restano tra le più alte dell’Unione. Il diritto allo studio procede a singhiozzo, con il paradosso degli idonei senza borsa che riemerge ogni volta che mancano coperture strutturali. La possibilità di laurearsi resta fortemente condizionata dal reddito e dal territorio di origine. Ti laurei se te lo puoi permettere, non se te lo meriti. 

Così il risultato è un sistema che seleziona prima di formare. L’università, anziché ridurre le disuguaglianze, spesso le riproduce. I dati mostrano che la condizione socio-economica familiare incide ancora in modo decisivo sulle probabilità di arrivare alla laurea, anche a parità di rendimento scolastico. L’istruzione diventa così un indicatore di origine sociale invece di essere uno strumento di mobilità.

La laurea che rende poco

A completare il quadro c’è il mercato del lavoro. In Italia il premio salariale della laurea resta più basso rispetto alla media Ocse. Molti giovani qualificati finiscono in occupazioni che non richiedono il titolo conseguito o accettano retribuzioni che rendono l’investimento poco conveniente. Questo inevitabilmente alimenta la mobilità in uscita: negli ultimi anni centinaia di migliaia di giovani hanno lasciato il Paese, una quota significativa con un titolo universitario. L’Italia forma e poi regala capitale umano.

Il basso numero di laureati non è una statistica neutra. È il segnale di un sistema che fatica a garantire accesso, prospettive e riconoscimento. Così senza un cambio di rotta su finanziamenti, diritto allo studio e qualità dell’offerta formativa, l’obiettivo europeo del 2030 resta lontano. I numeri dicono che il ritardo italiano non nasce oggi e non si colma con interventi episodici. Peccato che l’argomento scaldi molto meno dei metal detector e rimani, così, nelle retrovie. 

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Pd, Campania prigioniera del sistema De Luca: il paradosso di un partito che paga ai cacicchi il prezzo della governabilità

In Campania il Partito Democratico continua a vincere, ma senza governare davvero se stesso. Le elezioni regionali del 2025 hanno consegnato al centrosinistra una maggioranza ampia, costruita attorno alla candidatura di Roberto Fico, ma il risultato politico resta un altro: l’impossibilità strutturale del Pd di emanciparsi dal sistema di potere costruito da Vincenzo De Luca. Un potere che si è formalmente ritirato dalla guida della Regione, ma che continua a determinare gli equilibri del partito, delle liste e delle maggioranze.

Il compromesso che ha reso possibile la vittoria regionale ha infatti lasciato intatto il nodo centrale. De Luca ha rinunciato al terzo mandato, ma ha mantenuto il controllo della filiera politica: la segreteria regionale affidata al figlio, una rete di consiglieri fedelissimi, liste civiche capaci di muovere consenso autonomo. I numeri parlano chiaro. Sommando il peso delle liste direttamente riconducibili al governatore uscente e quello delle aree riformiste alleate, emerge una quota di elettorato decisiva, superiore a quella del Pd “puro” e nettamente più solida del radicamento del Movimento 5 Stelle. La vittoria, dunque, arriva ma l’autonomia politica del partito, no.

Il feudo dentro il Pd

La Campania rimane per i dem un paradosso permanente. La segreteria nazionale guidata da Elly Schlein ha costruito la propria identità sulla rottura con il cacicchismo territoriale, sulla fine dei potentati personali, sul ricambio delle classi dirigenti. In Campania, però, il Pd funziona secondo logiche opposte. Il partito regionale risponde a un centro di potere familiare, mentre la linea nazionale resta priva di strumenti reali per incidere.

Il caso Salerno spiega chiaramente il cortocircuito. Le dimissioni del sindaco Vincenzo Napoli, maturate in un contesto politico e temporale chirurgico, aprono la strada al ritorno di De Luca nella sua roccaforte. Un’operazione che non riguarda solo una città ma mette alla prova l’intero impianto del Pd. Concedere il simbolo significherebbe legittimare un modello di governo personale che il partito dichiara di voler superare. Negarlo significherebbe assistere a una candidatura vincente contro il Pd, nel cuore del deluchismo, con un effetto demolitorio sull’autorità della segreteria nazionale.

E in questo equilibrio forzato il partito rimane ostaggio dei propri numeri. Vince perché accetta il compromesso. Governa perché rinuncia allo scontro. Ma ogni rinvio rafforza il sistema che dovrebbe essere superato.

I riformisti e la linea di frattura

Dentro questo scenario si muove l’altra faglia, quella solita dei riformisti. In Campania l’area che fa riferimento alla minoranza dem ha intensificato la propria presenza, costruendo un asse con amministratori locali, sindaci e apparati territoriali. La strategia è evidente: costruire un partito degli amministratori, capace di pesare come contropotere interno alla segreteria Schlein. Non è una vera e propria sfida frontale ma una pressione costante, giocata sui territori dove il consenso si organizza.

Il punto politico è che, anche qui, la linea di frattura passa sopra il nodo De Luca. I riformisti non mettono in discussione il sistema di potere campano; anzi lo considerano una risorsa da gestire. La rottura, semmai, è con la segreteria nazionale, accusata di non comprendere la “realtà dei territori”. Una formula che in Campania ha un significato preciso: accettare il feudalesimo come prezzo della governabilità.

Il risultato è un Pd che in Campania vive in una condizione di scissione silenziosa. Da una parte una linea nazionale che parla di rinnovamento; dall’altra un blocco politico che pratica la continuità, forte dei voti e delle reti locali. La Regione diventa così un laboratorio al contrario: dimostra che il centrosinistra può vincere al Sud, ma anche che il Pd, senza una scelta netta, resta prigioniero dei suoi signori locali. E ogni vittoria, in queste condizioni, somiglia sempre di più al rinvio della solita, cronica, deludente, resa dei conti interna. 

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Un ricercato internazionale al tavolo di pace per Gaza

Nel “Board of peace” promosso da Donald Trump per Gaza siede Benjamin Netanyahu. Un premier ricercato dalla Corte penale internazionale viene accolto come interlocutore legittimo di un tavolo che si autodefinisce di pace. È un fatto politico, prima ancora che simbolico. Ed è il punto da cui partire.

Giorgia Meloni resta fuori. Non per un’improvvisa cautela morale, non per una svolta sul genocidio. Resta fuori perché entrare significherebbe esporsi a un cortocircuito ingestibile. L’Italia è Stato parte dello Statuto di Roma. Partecipare a un organismo che normalizza la presenza di un ricercato CPI apre una faglia istituzionale evidente: davanti al Parlamento, al Quirinale, ai partner europei. Una faglia che non si chiude con una nota diplomatica.

C’è poi il livello europeo. Il board nasce fuori da qualsiasi mandato Onu, come struttura parallela e personalistica. Nelle stesse ore l’Unione europea protesta per la demolizione di un compound delle Nazioni Unite a Gerusalemme Est, richiamando la Convenzione sulle immunità Onu. Da una parte si colpisce fisicamente il perimetro delle Nazioni Unite, dall’altra si costruisce una “pace” che delle Nazioni Unite fa a meno. Entrarci avrebbe significato rompere il fragile equilibrio europeo.

Infine l’immagine. Sedersi a un tavolo con Netanyahu e con Trump regista avrebbe prodotto una fotografia impossibile da spiegare a Bruxelles e ingestibile in casa. Meloni sceglie l’unica opzione che riduce i danni: non firmare, non esporsi, rinviare.

Intanto Gaza resta sullo sfondo come spazio amministrato. I convogli umanitari continuano, numerati, ordinati. La sopravvivenza viene gestita come logistica. La politica si svolge altrove, dove la parola “pace” viene pronunciata accanto a un mandato di arresto internazionale senza che nessuno senta il bisogno di spiegare la contraddizione.

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Referendum, il governo esclude dal voto cinque milioni di fuorisede: così si rischia di alterare gli equilibri della consultazione

Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere dei magistrati nasce già con un corpo elettorale amputato. Cinque milioni di cittadini italiani che studiano, lavorano o si curano in un comune diverso da quello di residenza non potranno votare. La causa dell’esclusione è una decisione politica assunta dal governo nonostante numeri, strumenti e precedenti avessero già dimostrato la praticabilità del voto fuorisede. I numeri sono noti, gli strumenti esistono, i precedenti pure. Quindi la rinuncia è deliberata.

Parliamo di una platea pari a oltre il dieci per cento del corpo elettorale. Se fosse una regione, sarebbe tra le più popolose del Paese: studenti universitari, lavoratori precari, insegnanti con incarichi annuali, operatori sanitari, persone in mobilità sanitaria. Una parte strutturale dell’Italia reale. A loro viene chiesto di rientrare nel comune di residenza per votare, affrontando costi di viaggio che oscillano tra i 200 e i 400 euro, tempi incompatibili con lavoro e studio, ostacoli materiali che trasformano il diritto di voto in una prestazione a pagamento. Il principio costituzionale del voto “personale ed eguale”, sancito dall’articolo 48, diventa così subordinato al reddito e alla disponibilità di tempo.

Un referendum senza quorum e un voto che pesa doppio

Il dato centrale, che il governo evita accuratamente di affrontare, è la natura della consultazione. Il referendum del 2026 è confermativo, ai sensi dell’articolo 138 della Costituzione. Non prevede quorum. Vince chi prende un voto in più. In questo contesto, ogni esclusione pesa in modo determinante sull’esito finale. Impedire a milioni di cittadini di votare non invalida formalmente la consultazione, ma ne altera gli equilibri politici e la legittimazione democratica.

Il paradosso è reso ancora più evidente dai precedenti recenti. Nel 2024, per le elezioni europee, e nel 2025, per i referendum su lavoro e cittadinanza, il governo aveva introdotto sperimentazioni di voto nel comune di domicilio. Nel 2025 l’estensione aveva riguardato studenti, lavoratori e persone in cura. I dati del Ministero dell’Interno mostrano che oltre 67 mila cittadini avevano presentato domanda, con un tasso di partecipazione vicino al 90 per cento tra gli ammessi al voto. Quando l’ostacolo viene rimosso è evidente che la partecipazione cresce in modo netto. Quel modello ha funzionato. Il sistema ha tranquillamente retto. I comuni hanno gestito seggi e liste senza criticità strutturali.

La scelta del governo e l’anomalia italiana

Nonostante questo, il ministero dell’Interno ha escluso la possibilità di replicare l’esperienza per il referendum costituzionale, sostenendo l’assenza di una base legislativa e una valutazione costi-benefici ritenuta sfavorevole. È una linea che ignora i dati più recenti e seleziona quelli meno significativi. La stessa maggioranza che ha fatto ricorso più volte alla decretazione d’urgenza sceglie di non utilizzarla quando si tratta di ampliare il diritto di voto.

Nel frattempo, una legge delega approvata dalla Camera nel 2023 resta bloccata al Senato. Una proposta di legge di iniziativa popolare, promossa da The Good Lobby, Will Media e dalla rete Voto Fuorisede, ha raccolto oltre 50 mila firme ed è stata incardinata in Commissione Affari costituzionali, ma senza tempi compatibili con il voto di marzo. Anche qui, il fattore decisivo è politico, non tecnico.

L’Italia resta così un’eccezione negativa nel panorama europeo. Germania, Francia, Spagna e Regno Unito prevedono forme di voto postale, per delega o anticipato. L’Estonia utilizza il voto elettronico. In Italia votano per corrispondenza i cittadini iscritti all’AIRE, residenti all’estero, mentre chi vive a Torino ed è residente a Reggio Calabria deve tornare a casa o rinunciare. Una disparità che solleva interrogativi evidenti sul principio di uguaglianza.

Il referendum sulla giustizia si avvia così a essere ricordato anche per questo: una riforma costituzionale votata senza una parte rilevante del Paese. Cinque milioni di cittadini trasformati in spettatori forzati. L’astensionismo che ne deriverà non sarà una scelta. Avrà un indirizzo preciso e una responsabilità politica altrettanto chiara.

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Dalla Casa Bianca al caos climatico: un anno di demolizioni firmate Trump

Un anno basta per misurare gli effetti di una guerra dichiarata senza bisogno di bombe. Dal 20 gennaio 2025, giorno dell’insediamento di Donald Trump, la crisi climatica è diventata un bersaglio politico interno e internazionale. Il ritiro dagli accordi multilaterali è stato solo il gesto più visibile. Il resto è avvenuto sotto traccia, tra tagli, smantellamenti e silenzi amministrativi.

In dodici mesi gli Stati Uniti hanno progressivamente disarmato se stessi. Università e agenzie federali ridotte, programmi cancellati, dati rimossi. Climate.gov oscurato. L’Agenzia per la protezione ambientale privata di strumenti su aria, acqua e resilienza. La National Oceanic and Atmospheric Administration, snodo globale per il monitoraggio climatico e meteorologico, svuotata di personale e competenze: secondo il Guardian la sola Noaa ha perso l’equivalente di 27.000 anni di esperienza accumulata. Un patrimonio dissolto senza bisogno di voti parlamentari.

Gli effetti hanno superato il perimetro ideologico. Meno prevenzione significa più morti. Gli incendi in California hanno trovato squadre sotto organico, stipendi ridotti, attività di prevenzione calate del 38 per cento secondo Grassroots Wildland Firefighters. La FEMA, agenzia chiave per la risposta ai disastri, è entrata nella stagione degli uragani senza leadership e senza un piano operativo. In Texas, dopo l’esondazione del Guadalupe, sono servite 72 ore per autorizzare i soccorsi federali: 135 morti. In Alaska una tempesta catastrofica è arrivata senza preavviso adeguato perché le sonde erano state smantellate.

La guerra al clima ha avuto anche una proiezione esterna. Con il memorandum del 7 gennaio, Washington ha disposto l’uscita da oltre sessanta organismi internazionali legati a clima, energia e ambiente, dall’UNFCCC all’IPCC, accusati di “radicalismo”. La National Security Strategy di dicembre li ha liquidati come investimenti improduttivi.

Il riscaldamento globale, però, resta. Cresce mentre si smette di studiarlo. E ogni struttura demolita oggi è una capacità di risposta in meno domani. Demolire è rapido. Ricostruire richiede tempo, competenze e fiducia. Tre risorse che questo anno di guerra ha sistematicamente eroso.

Buon mercoledì.

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Disabilità e lavoro, spunta un decreto che sposta l’inclusione fuori dalle aziende

Tu guarda, a volte, le coincidenze. Succede con la legge 29 dicembre 2025, n. 198, pubblicata in Gazzetta ufficiale il 30 dicembre, dentro un decreto che prometteva sicurezza sul lavoro e che invece, all’articolo 14-bis, riscrive una parte centrale del diritto al lavoro delle persone con disabilità. Si riscrive alleggerendo un obbligo per le imprese e appesantendo, come effetto collaterale, le vite di chi da quell’obbligo avrebbe dovuto trarre inclusione.

La modifica riguarda la legge 68 del 1999, quella che aveva introdotto il collocamento mirato come strumento per portare le persone con disabilità dentro le aziende ordinarie, valutando capacità residue e adattamenti necessari. Fino a ieri, nelle aziende con più di cinquanta dipendenti, la quota di assunzioni “esternalizzabili” tramite convenzioni con soggetti terzi era fissata al 10 per cento. Dal 1° gennaio 2026 quella soglia sale al 60 per cento. Sei lavoratori con disabilità su dieci possono essere formalmente assunti altrove, mentre l’azienda principale risulta in regola senza mai incrociare quelle presenze nei propri corridoi.

I numeri dell’esclusione normalizzata

Il meccanismo è tecnico, l’effetto molto meno. Secondo i dati diffusi dalla Cgil (Confederazione generale italiana del lavoro), nel 2023 le persone iscritte alle liste del collocamento mirato erano 880.997. Un numero che racconta già un sistema inceppato, dove molte imprese preferiscono pagare sanzioni piuttosto che assumere. La nuova norma non corregge quella tendenza, la rende più conveniente. Come ha spiegato Valerio Serino, responsabile Politiche per il lavoro e l’inclusione delle persone con disabilità della Cgil nazionale, l’aumento delle convenzioni «rischia di segregare e marginalizzare ulteriormente le persone con disabilità, delegando l’inclusione a soggetti terzi».

Il dettaglio più istruttivo sta nei passaggi che scompaiono. La riforma elimina, in diversi casi, l’obbligo di acquisire il parere del Comitato tecnico, l’organo multidisciplinare previsto dalla legge 68/1999 per valutare la compatibilità tra mansione, ambiente di lavoro e condizioni della persona. Una semplificazione che arriva, paradossalmente, in un decreto dedicato alla salute e sicurezza. Per tutti, tranne per chi lavora con una disabilità.

Inclusione per procura

Il perimetro dei soggetti con cui stipulare convenzioni si allarga, includendo anche datori di lavoro privati non soggetti all’obbligo di assunzione e società benefit, imprese formalmente orientate a obiettivi di utilità sociale ma strutturate come soggetti a scopo di lucro. Nasce così una figura già definita dagli analisti come “datore di lavoro passeggero”: un soggetto che assume formalmente la persona con disabilità solo finché dura la commessa finanziata dall’azienda obbligata. Se la commessa finisce, finisce anche l’inclusione.

Le associazioni di rappresentanza parlano di una regressione culturale prima ancora che giuridica. La Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap), per voce del presidente Vincenzo Falabella, ha ricordato che la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009, tutela il diritto al lavoro in ambienti aperti, inclusivi e accessibili. Spostare la maggioranza delle assunzioni fuori dalle aziende ordinarie significa normalizzare la separazione. La Fand (Federazione tra le associazioni nazionali delle persone con disabilità), con il presidente Nazaro Pagano, sottolinea come l’occupazione delle persone con disabilità resti strutturalmente più bassa rispetto al resto della popolazione, mentre il mercato del lavoro cresce.

Il risultato è un sistema dove l’inclusione diventa una voce di bilancio, gestibile per procura. Le imprese ottengono flessibilità, i numeri tornano, i certificati pure. Ma le persone restano altrove. Non  sono fuori dal mercato del lavoro, formalmente. Restano fuori dalle aziende, dai percorsi di carriera, dai contesti dove il lavoro dovrebbe essere anche partecipazione sociale. È una soluzione elegante, pulita, amministrativamente impeccabile. E dice molto di cosa, oggi, viene considerato un problema da spostare.

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Addio a Robert Hunter, l’ambasciatore Usa che aveva previsto la crisi della Nato. E dove stava andando l’Occidente

È morto Robert E. Hunter. Aveva 85 anni. Per trent’anni è stato una delle voci più sobrie della politica estera americana, una di quelle che parlavano quando Washington preferiva applaudire se stessa. Oggi vale la pena rileggerlo perché aveva descritto con precisione il punto in cui saremmo arrivati: una Nato più larga e più fragile, un’Europa divisa e una guerra tornata strutturale nel suo cuore.

Hunter era stato ambasciatore degli Stati Uniti presso la Nato tra il 1993 e il 1998, nel momento in cui l’Alleanza doveva decidere cosa diventare dopo la fine della Guerra fredda. La sua posizione era netta. Difendeva la Nato e avvertiva che l’allargamento verso Est, se scollegato da una strategia di integrazione della Russia, avrebbe prodotto instabilità. In più occasioni spiegò che l’obiettivo strategico non poteva essere una Nato semplicemente più grande, ma «un’Europa sicura nel suo insieme, capace di trovare un modo per includere la Russia». Un’impostazione che nasceva da una lettura storica precisa: «Escludere la Russia da un nuovo ordine di sicurezza europeo sarebbe un errore fatale», ammoniva, richiamando esplicitamente il precedente del Trattato di Versailles.

L’alternativa ignorata

L’alternativa proposta da Hunter aveva un nome preciso: Partenariato per la Pace. Non una sala d’attesa per l’adesione, ma uno strumento centrale. Lo definiva «uno strumento di prima classe», pensato per rendere la distinzione tra alleati e partner «sottile come una lama di rasoio». Cooperazione militare, interoperabilità, consultazioni di sicurezza senza estendere automaticamente l’articolo 5. Un sistema che avrebbe permesso anche a Ucraina e Russia di muoversi dentro un quadro condiviso, evitando la costruzione di nuove linee di frattura.

Mosca aderì nel 1994 e Boris Eltsin lo interpretò come un passo reale verso quella «Europa intera e libera» evocata da George H. W. Bush. Quel progetto venne però progressivamente svuotato, mentre a Washington prendeva corpo una logica diversa: l’allargamento come segnale politico e come conferma del primato americano. Hunter rimase leale, negoziò l’ingresso dei primi nuovi membri nel 1999, ma non nascose mai il dissenso di fondo, parlando apertamente di una deriva «più trionfalista che stabilizzante».

La promessa che ha rotto tutto

Il punto di rottura, secondo Hunter, arrivò nel 2008. Il vertice Nato di Bucarest promise che Ucraina e Georgia «diventeranno membri», senza offrire alcuna garanzia concreta. Una promessa senza copertura. Hunter la definì senza giri di parole «follia geopolitica» e «malpractice diplomatica»: una scelta che superava deliberatamente le linee rosse russe senza aumentare la sicurezza di Kiev o Tbilisi. Sedici anni dopo, la guerra in Ucraina ha dato corpo a quella previsione.

Hunter non giustificava l’invasione russa, ma rifiutava la narrazione dell’aggressione improvvisa. Spiegava che l’Occidente aveva «ingannato Kiev promettendo ciò che non aveva alcuna reale intenzione di mantenere», minando così la propria credibilità strategica.

Negli ultimi anni aveva allargato lo sguardo alla crisi dell’Alleanza nel suo complesso. Descriveva una Nato intrappolata nella propria retorica, incapace di allineare promesse e disponibilità reale al rischio. Continuare a evocare l’articolo 5, diceva, mentre si moltiplicano eccezioni politiche e ambiguità strategiche, significa svuotarlo dall’interno. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, quelle crepe sono diventate fratture: la crisi sulla Groenlandia, le minacce agli alleati, l’indifferenza verso le consultazioni previste dall’Alleanza rappresentano per lui il sintomo finale di un errore più profondo, quello di aver trasformato un’architettura difensiva in uno strumento transazionale di potere.

Rileggere Robert Hunter oggi serve a questo: capire che la crisi atlantica non nasce dall’improvvisazione di un leader, ma da scelte stratificate nel tempo. La sua eredità non è una nostalgia per un mondo perduto, ma un metodo. La credibilità richiede limiti, ripeteva. Promettere ciò che non si è disposti a difendere distrugge la deterrenza più rapidamente di qualsiasi nemico esterno. Hunter aveva capito dove stavamo andando. Il problema è che, mentre parlava, l’Occidente aveva già smesso di ascoltare.

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