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Il Pd si spacca pure sul referendum: il Sì di Picierno & C. alla riforma logora Schlein e offre una sponda alla destra

Nel Partito democratico anche il referendum sulla giustizia sta diventando molto di più di una consultazione popolare. Sta funzionando come ennesima prova di forza interna, la solita resa dei conti che, al solito, da giorni si consuma alla luce del sole, tra post, interviste, prese di posizione pubbliche e retromarce solo apparenti. La linea della segretaria Elly Schlein è chiara: opposizione alla riforma voluta dal governo Meloni e campagna per il no. La linea di una parte consistente dei riformisti del Pd è altrettanto esplicita: sostegno al sì, rivendicato come scelta “di merito” e non di schieramento.

La credibilità del Pd e il cortocircuito pubblico

Il cortocircuito si è reso evidente quando Tomaso Montanari ha scritto pubblicamente ciò che molti elettori pensano da settimane: la credibilità del Pd sul referendum viene erosa dal fatto che esponenti di primo piano del partito facciano campagna per il sì fianco a fianco con Fratelli d’Italia. I nomi sono noti e ripetuti: Pina Picierno, Graziano Delrio, Stefano Ceccanti, insieme a una costellazione più ampia di dirigenti e parlamentari che da tempo smentiscono nei fatti la linea della segreteria.

La risposta di Picierno è arrivata subito. Un post lungo, dai toni ruvidi, in cui la vicepresidente del Parlamento europeo ha denunciato un “clima irrespirabile” nel Pd, accusando una parte del partito di voler delegittimare e mettere all’indice chi dissente. Nel testo Picierno chiede a Schlein di intervenire, di “fare chiarezza”, di difendere una comunità che – sostiene – viene colpita da una criminalizzazione del dissenso esercitata anche attraverso il “manganello digitale”. Il solito vittimismo, anche questo già visto e anche questo non dissimile ai modi della destra.

La tribuna dei giornali di destra

Ma il punto politico non sta solo nello scontro tra Montanari e Picierno. Sta in ciò che Chiara Geloni ha messo a fuoco con maggiore precisione. Il problema è che una parte del gruppo dirigente dem utilizza i giornali della destra come tribuna stabile per regolare i conti interni, adottando gli stessi argomenti degli avversari contro il proprio partito. Una dinamica che si ripete: ogni volta che il Pd prova a prendere una posizione politica, una parte dei suoi dirigenti si colloca dall’altra parte, offrendo agli avversari un assist che viene puntualmente trasformato in titoli, editoriali, prime pagine.

Non è un dettaglio marginale. In questi giorni Il Giornale e Libero hanno soffiato con metodo sulla polemica interna, raccontando il Pd come un partito in preda a “purghe” e regolamenti di conti ideologici. La destra non si limita a osservare: amplifica, orienta, legittima una narrazione che delegittima l’opposizione proprio mentre il referendum potrebbe rappresentare il primo vero terreno di scontro nazionale con il governo Meloni.

Il referendum come posta politica

Il referendum sulla giustizia non è solo una consultazione tecnica. È un potenziale colpo politico alla maggioranza, uno dei pochi strumenti in grado di rimettere in discussione l’egemonia del governo sul terreno istituzionale. Mancare l’obiettivo per divisioni interne significherebbe consegnare alla destra non solo una vittoria referendaria, ma la prova dell’inaffidabilità strutturale del principale partito d’opposizione.

Per questo il petulante dissenso dei riformisti smette di essere solo una questione di pluralismo interno: se il referendum fallisse, il conto non arriverebbe soltanto a Schlein. Arriverebbe anche a chi, dentro il Pd, sta già usando il referendum come anticamera di un congresso strisciante, combattuto senza dichiararlo e senza assumersene formalmente la responsabilità. Una partita giocata sulla pelle dei cittadini chiamati al voto, mentre il partito discute di sé stesso.

La domanda che resta sospesa riguarda la responsabilità politica di chi sceglie di esercitare il dissenso offrendo agli avversari il megafono e il vantaggio strategico. Così in un passaggio in cui l’opposizione avrebbe bisogno di compattezza, il Pd si ritrova ancora una volta a discutere se stesso. E a farlo sotto gli applausi di chi sta dall’altra parte.

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La pace a Gaza degradata a incarico privato

La chiamano pace, la presentano come governance. In realtà è un consiglio di amministrazione. Il Board of Peace per Gaza nasce senza palestinesi e con un requisito chiaro: l’ingresso passa da un contributo miliardario. La pace diventa una quota. La ricostruzione un investimento. La rappresentanza un dettaglio sacrificabile.

Nello statuto circolato nelle ultime ore, il Board assegna seggi permanenti in cambio di capitali e prevede mandati lunghi, rinnovabili, sottratti a qualsiasi voto. Alla guida, Donald Trump “a titolo personale”, con un ruolo destinato a sopravvivere al mandato presidenziale. La pace trasformata in incarico privato, sganciata da elezioni e responsabilità pubbliche. Un precedente enorme.

Attorno al tavolo siedono sviluppatori immobiliari, miliardari, manager, figure politiche che hanno coperto la guerra o l’hanno resa possibile. Al tavolo manca chi Gaza la vive, la subisce, la seppellisce. Un organismo che decide il futuro di un territorio senza chi lo abita sta amministrando una sconfitta già data per acquisita.

Mentre a Washington si impagina la “fase due”, sul terreno il linguaggio resta quello delle armi. Due palestinesi uccisi lungo la Linea gialla, attraversamenti segnalati e risposta armata. In Cisgiordania operazioni militari annunciate per giorni, incursioni notturne, minori portati via dalle case. La tregua esiste nei comunicati, sul terreno resta un confine operativo dove l’ingaggio continua.

Il Board parla di ordine, stabilità, governance. Gaza diventa un asset da rendere amministrabile dopo la distruzione. La ricostruzione promette ritorni, la pace garantisce cornici. Il diritto internazionale resta fuori dalla stanza, insieme ai palestinesi.

Quando la pace ha un prezzo d’ingresso, quando viene disegnata da chi ha sostenuto la guerra, quando si affida a cariche senza scadenza democratica, il risultato è già scritto. La violenza cambia nome e forma. Il conflitto prosegue, con un lessico più pulito e gli stessi corpi sotto.

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Armi ovunque, difesa da nessuna parte

Ricapitoliamo. L’Unione europea che vuole armarsi fino ai denti perché vuole potersi difendere dai satrapi del mondo ha come nemico principale non quello di Mosca ma quello di Washington, che vuole mangiarsi un pezzo di Europa. 

Quella di Trump non è una guerra ibrida, i suoi fiancheggiatori non vengono additati come nemici della patria. Anzi, gli amici dell’imperialista a stelle strisce sono considerati fondamentali (va letto scandendo tutte le sillabe) a Bruxelles. Benissimo. 

L’autocrate dell’America del Nord vorrebbe prendersi la Groenlandia con gli unici strumenti che sa usare per fare politica: i soldi e le armi. Poiché è un inetto nelle relazioni internazionali sta pensando di oliare la sua follia punendo chiunque sia ostile al suo desiderio. Ovvero vuole punire con dazi l’Unione europea. 

Sarebbe naturale credere che almeno ci potrebbero tornare utili tutte queste armi. I bellicisti vogliono convincerci da mesi che avere i magazzini pieni di missili ci metta al riparo da qualsivoglia matto. È il potere della deterrenza, dicono. Solo che qui il potere della deterrenza conta come il due di picche, quando la briscola è cuori. 

Allora verrebbe da pensare che ci difenderà la Nato, quella stessa Nato che impone di svuotare scuole, sanità, pensioni e welfare per avere tutti il nostro caccia bombardiere di cittadinanza. Ma il capo della Nato è il nostro potenziale conquistatore. Quindi niente. 

Non avremmo potuto scrivere un copione migliore per evidenziare la cretineria di certe scelte. Sta tutto qui, sotto i nostri occhi. 

Buon lunedì.

Foto di Chip Vincent su Unsplash

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Minuto di silenzio per Gaza, procedimento disciplinare per dieci Vigili del fuoco: il caso Pisa tra Stato e libertà di coscienza

Dieci vigili del fuoco del comando di Pisa ricevono una contestazione disciplinare per un gesto compiuto quattro mesi prima: un minuto di silenzio, in ginocchio, durante una manifestazione per Gaza. Indossavano i dispositivi di protezione individuale, quelli che identificano il pompiere quando entra nelle case che bruciano o scava nel fango delle alluvioni. Per il Ministero dell’Interno quel gesto è diventato un problema di disciplina.

Il gesto e la piazza

Il fatto risale al 22 settembre 2025, giornata di sciopero generale proclamata dall’Usb. A Pisa il corteo attraversa la città e arriva nei pressi dell’aeroporto. Migliaia di persone in strada, bandiere palestinesi, slogan contro la guerra. In quel contesto dieci vigili del fuoco, tra cui Claudio Mariotti, 38 anni di servizio, si fermano e si inginocchiano. Nessun blocco, nessuna violenza, nessuna parola d’ordine di partito. Solo silenzio.

La macchina amministrativa si muove dopo. Il Viminale contesta l’uso dell’uniforme in un contesto politico, parla di danno all’immagine del Corpo, apre un procedimento che può arrivare fino alla sospensione dal servizio. Le audizioni sono fissate per il 29 gennaio. La scala sanzionatoria è quella prevista dal regolamento disciplinare: dal rimprovero alla sospensione lunga. Il licenziamento viene evocato nel dibattito pubblico, anche se resta l’ipotesi estrema.

La lettura politica

La vicenda diventa politica con l’intervento di Nicola Fratoianni. La sua accusa è netta: «Eroi quando serve, sovversivi quando danno fastidio». Nel mirino finiscono il governo e il ministero dell’Interno. La linea è quella della neutralità assoluta: la divisa non appartiene a chi la indossa, ma allo Stato. Usarla per esprimere una posizione, anche umanitaria, viene considerato uno strappo alla catena di comando.

Qui si apre il nodo giuridico. I vigili del fuoco sono un corpo civile, regolato da un ordinamento speciale ma distinto dalle forze di polizia. Il regolamento di servizio impone correttezza e tutela dell’immagine dell’amministrazione, ma non vieta in modo esplicito la manifestazione del pensiero fuori dal servizio. La distinzione fra uniforme ordinaria e DPI operativi diventa centrale nella difesa: quei dispositivi sono strumenti di lavoro, non simboli di rappresentanza politica. L’amministrazione, al contrario, tende a equipararli all’uniforme ogni volta che rendono l’operatore immediatamente riconoscibile come Stato.

Disciplina, dissenso e “militarizzazione”

Attorno a Pisa c’è però un contesto più ampio. Da anni i sindacati di base denunciano una progressiva assimilazione del Corpo al comparto sicurezza, con un rafforzamento della disciplina e una compressione degli spazi di dissenso. Il procedimento disciplinare viene letto come un segnale: punire oggi un gesto simbolico per fissare domani un confine più stretto tra obbedienza e coscienza.

C’è anche un cortocircuito istituzionale che pesa. I vigili del fuoco sono partner storici di iniziative umanitarie, ambasciatori di campagne per la tutela dell’infanzia. Richiamare Gaza, spiegano gli interessati, significa dare coerenza a quei valori. Per l’amministrazione, invece, l’umanitario smette di essere neutro quando entra in una piazza che critica la politica estera del governo.

Il precedente che pesa

Il confronto con altri casi rende la frattura più evidente. In passato l’uso politico dei simboli delle forze dello Stato da parte della classe dirigente ha prodotto polemiche senza conseguenze reali. Qui, invece, il rigore disciplinare cala su lavoratori che non hanno parlato, non hanno scritto, non hanno comandato. Si sono inginocchiati.

Il 29 gennaio le audizioni diranno se il Viminale sceglierà la linea dura o una sanzione simbolica. In entrambi i casi, la vicenda ha già superato Pisa. Ha messo a nudo una domanda che il governo evita: fino a dove può arrivare la neutralità dello Stato quando chi lo serve rivendica una coscienza. Punire quei dieci significa difendere un’idea di istituzione che chiede silenzio. Difenderli significa accettare che anche sotto un casco, a volte, resti un cittadino.

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Immoral suasion

C’è riuscita in un lampo, María Corina Machado. Nella storia ormai affollata del Premio Nobel per la Pace, è difficile trovare qualcuno che lo abbia reso così rapidamente grottesco. Bastano poche ore, una stretta di mano, una foto nello Studio Ovale e la medaglia finisce nelle mani di Donald Trump, come un souvenir di lusso, come una mancia geopolitica, come un pegno consegnato a chi della pace ha sempre parlato solo quando serviva a sé stesso.  Il punto non è solo il gesto, che già basterebbe. Il Nobel non si subaffitta, non si regala come una bottiglia di vino riciclata a fine cena, non è un gettone da spendere per ottenere attenzione o benevolenza. È un titolo personale, assegnato per ragioni precise, con una responsabilità simbolica enorme.

Quando lo trasformi in un omaggio politico, non stai allargando il suo significato: lo stai svuotando. E lo stai facendo davanti al mondo. Poi c’è la farsa istituzionale. Il Comitato Nobel si rifugia nel regolamento, nella liturgia delle procedure, nella formula rassicurante del “non si può revocare”. Bene. Ma esiste un punto in cui l’ostinazione a difendere la forma diventa rinuncia alla sostanza. Se un premio viene usato come strumento di propaganda personale, se viene consegnato al personaggio che meglio incarna il disprezzo per il diritto internazionale e per i processi multilaterali, la questione non è giuridica. È morale. E il silenzio, in questi casi, è una scelta.

La parte più misera della storia, però, resta qui da noi. I liberali italiani da salotto e da social, quelli che qualche mese fa esultavano per il Nobel a Machado come se fosse una finale dei Mondiali. Quelli che, davanti a ogni dubbio, rispondevano con l’insulto automatico: “amico di Maduro”. Gente che dispensava patenti di democrazia con la sicurezza di chi confonde Wikipedia con l’analisi politica. Oggi tacciono. Oggi scoprono che la realtà è più complessa dei loro slogan. Machado ha fatto la sua scelta. Trump ha incassato. Il Nobel per la Pace è rimasto a guardare, immobile, come un trofeo esposto nella vetrina sbagliata. Resta da capire se a Oslo qualcuno provi ancora un minimo di vergogna. O se preferiscano restare lì, a custodire il regolamento, mentre il premio più famoso del mondo viene usato come una moneta fuori corso.

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Riflettori puntati sull’Iran. E si spegne la cronaca su Gaza

Da Washington arriva l’appello che piace ai titoli: «continuate a protestare», «prendete le istituzioni», «l’aiuto è in arrivo». Lo firma Donald Trump, rivolto all’Iran, con il linguaggio dell’insurrezione legittima e il vocabolario dei diritti. È una voce che promette protezione morale prima ancora che politica.

Nelle stesse ore, a Gaza, la cronaca resta muta. I medici parlano di bambini feriti, di famiglie colpite dai raid, di corpi estratti dalle case bombardate a Nuseirat e in altre aree della Striscia. Le cifre scorrono come un bollettino che nessuno rilancia con enfasi: undici morti in una mattina, altri feriti, altre stanze svuotate. Qui nessuno invita a occupare le istituzioni. Qui si conta.

La selezione non è casuale. Mentre la protesta iraniana viene incorniciata come dovere civile, Gaza resta un teatro senza diritto di parola. La gerarchia è chiara: alcune vite meritano un appello, altre solo una didascalia. Alcune violenze attivano sanzioni e indignazione, altre si depositano come rumore di fondo.

C’è poi il dettaglio che spiega il meccanismo. A Gerusalemme Est un centro sanitario dell’UNRWA viene forzato, poi chiuso per trenta giorni. È un atto amministrativo che pesa più di molte dichiarazioni: ridurre la presenza internazionale significa restringere lo spazio del racconto. Senza testimoni, la contabilità del sangue diventa più facile da ignorare.

Così il doppio standard smette di essere un’accusa astratta e diventa prassi. Incitare alla rivolta da un lato, comprimere l’umanitario dall’altro. Chiamare “protesta” ciò che conviene, chiamare “danno collaterale” ciò che disturba. Il diario registra questa asimmetria perché è qui che si decide chi ha diritto a essere visto. E chi resta, ancora una volta, fuori campo.

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Monitoraggio degli studenti palestinesi, sindacati contro la circolare. L’iniziativa del ministero è un caso politico

La richiesta parte come una nota tecnica, arriva alle scuole come un adempimento urgente, esplode come caso politico nazionale. Tra novembre 2025 e gennaio 2026 il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha avviato una rilevazione specifica sugli studenti di nazionalità palestinese iscritti nelle scuole statali e paritarie. Prima in Lombardia, poi nel Lazio, infine a macchia d’olio. Moduli da compilare, scadenze ravvicinate, numeri da restituire. L’amministrazione parla di dati aggregati e anonimizzati, utili a predisporre interventi di supporto. La scuola legge altro: una classificazione identitaria senza garanzie, senza fondi, senza cornice normativa.

La catena amministrativa è significativa. Nessun decreto, nessuna circolare nazionale pubblica, solo note degli Uffici scolastici regionali su impulso della Direzione Affari internazionali del Ministero. In Lombardia già a fine novembre 2025, nel Lazio l’8 gennaio 2026 con scadenza fissata al 14. I form chiedono il numero di studenti palestinesi distinti tra statali e paritarie e aprono a una sezione facoltativa di “ulteriori informazioni” sui percorsi di inserimento. È qui che la rilevazione smette di essere neutra: quando la statistica si affida a campi aperti e tempi stretti, l’anonimato diventa fragile e la responsabilità ricade sulle singole scuole.

Il paragone che non regge

La difesa ministeriale, ribadita dal ministro Giuseppe Valditara, insiste sul precedente ucraino del 2022. Stessa logica, stessa finalità, stesso metodo. Ma l’accoglienza degli studenti ucraini era incardinata in un quadro europeo di protezione temporanea, sostenuta da decreti legge, ordinanze di Protezione civile e soprattutto da fondi dedicati. Le scuole furono censite per essere finanziate: risorse per mediazione linguistica, supporto psicologico, materiali didattici. La rilevazione attuale sui palestinesi nasce invece senza uno status collettivo riconosciuto, senza una norma primaria e senza uno stanziamento esplicito. I numeri arrivano, i soldi no. Il risultato è un monitoraggio a costo zero che chiede alle scuole di arrangiarsi con risorse ordinarie già esigue.

C’è poi la differenza tecnologica. Nel 2022 il Ministero utilizzò il sistema informativo centrale, il SIDI, garantendo sicurezza e tracciabilità. Nel 2025-26 compaiono form esterni gestiti a livello territoriale. Una scelta che solleva interrogativi sulla governance dei dati e rafforza l’idea di un’iniziativa improvvisata più che strutturata.

Diritti, selettività, stigmatizzazione

La criticità più profonda è giuridica e politica insieme. I dati sulla cittadinanza degli studenti sono già presenti nei database ministeriali. Chiederli di nuovo contraddice il principio di minimizzazione e aggrava inutilmente il procedimento amministrativo. Soprattutto, isolare una sola nazionalità pone un problema di uguaglianza sostanziale. Perché contare i palestinesi e non altri studenti provenienti da zone di guerra La selettività trasforma il dato statistico in un segnale politico, tanto più in un contesto segnato dal dibattito sul riconoscimento dello Stato di Palestina e dalle tensioni sulla libertà di espressione nelle scuole.

I sindacati lo hanno detto con parole diverse ma convergenti. Usb Scuola parla apertamente di “schedatura” e chiede il ritiro della nota. FLC CGIL contesta l’assenza di una base normativa e diffida il Ministero da usi impropri dei dati. CISL e UIL adottano toni più cauti ma esprimono perplessità. Nel frattempo studenti e associazioni denunciano una deriva securitaria dell’istruzione.

Il contrasto che imbarazza

Mentre la scuola dell’obbligo viene chiamata a contare, l’università accoglie. Il progetto IUPALS, promosso dalla Conferenza dei Rettori con il Ministero degli Esteri, finanzia borse di studio, vitto, alloggio e counseling per studenti palestinesi. È un modello opposto.

In un tempo in cui a Gaza le scuole vengono distrutte e il diritto allo studio cancellato dalle bombe, la scelta di “contare” senza proteggere assume un peso simbolico enorme. La scuola pubblica italiana, luogo costituzionale di inclusione, rischia di diventare un dispositivo di differenziazione. Senza una riformulazione radicale, con garanzie scritte, fondi dedicati e criteri universali, questa rilevazione resterà come un atto amministrativo che ha smesso di essere neutro nel momento stesso in cui ha deciso chi valeva la pena misurare.

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I custodi senza pudore: quando anche i garanti imparano l’arte dell’impunità

Se fanno così pure i garanti, allora il problema ha superato la soglia dell’ipocrisia istituzionale. Perché qui non si parla di un ministero politico, di un sottosegretario distratto o di un portaborse troppo zelante. Qui siamo nel cuore di un’autorità indipendente, nata per vigilare sugli abusi di potere e sulla correttezza dell’uso dei dati. E invece, secondo le carte dell’inchiesta della Procura di Roma, il Garante della Privacy avrebbe trasformato la propria autonomia in una zona franca.

Auto blu usate per spostamenti privati e politici, rimborsi per spese estranee al mandato, carte di credito personali alimentate con denaro pubblico, voli e benefit accumulati mentre i procedimenti scivolano verso sanzioni simboliche. Tutti i membri del collegio indagati, nessuna eccezione. Un sistema, non una svista. E quando emergono i conflitti di interesse, la fotografia si fa più nitida: tessere executive da migliaia di euro offerte da una compagnia aerea sottoposta alla vigilanza del Garante, studi legali incrociati, procedimenti istruiti e chiusi con estrema leggerezza.

Il punto politico è tutto qui. Se persino chi dovrebbe garantire indipendenza, rigore e distanza dal potere si muove con questa disinvoltura, allora il racconto sulla “tecnicalità” delle autorità indipendenti crolla. Non per un’inchiesta giornalistica, ma per i fatti contestati: viaggi, alberghi di lusso, spese personali, incontri istituzionali che sconfinano nel rapporto diretto con i vertici di partito. E sullo sfondo una riforma simbolica: l’abuso d’ufficio cancellato, proprio mentre gli inquirenti lo individuano come possibile reato.

C’è una costante che ritorna. La cultura dell’impunità precede sempre le leggi che la normalizzano. Prima si allargano le maglie, poi si cambia il codice. In mezzo restano le autorità che avrebbero dovuto vigilare e che invece finiscono per assomigliare troppo a ciò che avrebbero dovuto controllare.

Buon venerdì. 

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Spending review, cercasi tecnici per tagliare la spesa: così il governo delega l’austerità e guarda al modello Usa

Il governo ha scelto di trasformare la spending review in una funzione amministrativa stabile. Il bando RIPAM per 294 assunzioni dedicate alla valutazione delle politiche pubbliche e alla revisione della spesa racconta questo passaggio meglio di qualsiasi dichiarazione ufficiale. L’austerità smette di essere una decisione rivendicata e diventa un processo incorporato nell’organizzazione dello Stato.

I numeri parlano chiaro. Trentatré elevate professionalità e duecentosessantuno funzionari distribuiti in quasi tutti i ministeri. Esteri, Università e ricerca, Lavoro, Agricoltura, Ambiente, Salute, Presidenza del Consiglio. Al vertice il Ministero dell’Economia, con il Viminale subito dietro. Non è un ufficio isolato: è una trama che attraversa l’amministrazione centrale e si insedia nei punti sensibili della spesa.

La cornice è fissata dalla Legge di Bilancio 2026. Aggiustamenti superiori ai dieci miliardi nel triennio, riduzioni della spesa corrente, vincoli progressivi che scendono lungo la catena amministrativa fino agli enti locali. Ogni ministero è chiamato a “razionalizzare”. Razionalizzare significa scegliere. Scegliere produce attrito. L’attrito viene spostato sul terreno tecnico.

La spending review diventa struttura

Negli anni la spending review è passata per commissari straordinari, task force temporanee, relazioni dettagliate finite negli archivi. Questa volta il salto è strutturale. La revisione della spesa entra negli organici. Diventa lavoro quotidiano, analisi dei bilanci, valutazione delle politiche, auditing, controllo. L’austerità sostanzialmente viene internalizzata.

Sullo sfondo si intravede un paradosso. Lo Stato amplia l’organico per rendere possibile la riduzione della spesa. E la politica Altrove. Ogni capitolo di bilancio ha un presidio, ogni ministro difende il proprio perimetro, ogni taglio apre un conflitto. Delegare ai tecnici consente di spostare la responsabilità perché il prossimo sacrificio avrà la forma di un indicatore, di una tabella, di un benchmark. E non c’è nessun volto politico a doversene fare carico. 

Forse avrà contribuito la fascinazione per il DOGE americano, il Dipartimento per l’efficienza governativa associato a Elon Musk. L’idea Usa era semplice: un gruppo di esperti che razionalizza, snellisce, elimina sprechi senza attraversare il conflitto politico. Solo che negli Stati Uniti l’esperimento ha avuto vita breve. Istituito con ordine esecutivo nel gennaio 2025, è stato sciolto con mesi di anticipo. Le funzioni sono rientrate nella burocrazia tradizionale. I risparmi annunciati non hanno trovato riscontri solidi.

Il precedente americano e il rischio italiano

Il precedente serve come avvertimento. Senza poteri chiari, senza autonomia decisionale, senza una catena di responsabilità definita, i tecnici producono analisi. Ma le analisi non chiudono servizi, non cancellano capitoli di spesa, non reggono la pressione politica. Alla fine prevale il metodo più semplice: il taglio lineare.

In Italia il rischio è già visibile. I nuovi funzionari entrano in un sistema saturo di controlli e pareri. Se restano senza leva, diventano un livello aggiuntivo. Se acquisiscono peso, diventano uno schermo perfetto. Il ministro può richiamarsi alle valutazioni tecniche, Palazzo Chigi può evocare la necessità contabile, e così al Parlamento non resta che ratificare.

Alla fine resta un nodo che nessun bando può sciogliere. I tecnici possono individuare sprechi, duplicazioni, inefficienze. Possono certificare. Possono misurare. Decidere di chiudere un servizio, ridurre una prestazione, rinviare un investimento resta un atto politico. Trasformarlo in procedura significa togliere un nome alla decisione.

Il governo sta costruendo un’austerità amministrata, permanente, diffusa. Quando il conto arriverà, porterà la firma di una struttura. Così la responsabilità politica resterà fuori campo. Deresponsabilizzati e contenti. 

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Ddl sicurezza e scudo penale: rispunta l’immunità mascherata da tutela procedurale per le forze dell’ordine

Ci risiamo. Mentre il governo vorrebbe insegnare agli iraniani che la libertà si conquista scendendo in strada, in casa propria continua a riscrivere le regole della forza pubblica per renderla sempre meno sindacabile. Nel nuovo ddl sicurezza riemerge lo scudo penale per le forze dell’ordine, ancora una volta mascherato da “tutela procedimentale”, ancora una volta infilato nei meccanismi tecnici del processo per evitare la parola che spaventa anche chi lo propone: immunità.

Il cuore della norma è semplice quanto dirompente. Nei casi di uso delle armi o di mezzi di coazione fisica da parte di agenti in servizio, il pubblico ministero non dovrebbe più procedere all’iscrizione immediata nel registro degli indagati se l’azione appare coperta da una causa di giustificazione. Prima viene una fase di valutazione preliminare, poi – eventualmente – l’iscrizione. Tradotto: un limbo investigativo, in cui l’atto che oggi è dovuto e serve ad attivare le garanzie difensive e il controllo del giudice diventa facoltativo. Lo scudo non assolve, ma sposta il tempo della giustizia. E nel diritto penale il tempo è già una forma di potere.

Una tentazione che ritorna da cinquant’anni

Non è un incidente di percorso. È l’ennesimo capitolo di una storia lunga mezzo secolo. Dalla Legge Reale del 1975, che ampliò l’uso legittimo delle armi senza mai riuscire a sottrarlo al vaglio giudiziario, ai governi Berlusconi e alla stagione dei “lodi”, fino ai decreti Salvini e alla riforma della legittima difesa venduta come automatismo assolutorio e poi ricondotta dai giudici nei binari della proporzionalità.

Ogni volta la destra ha cercato uno scudo esplicito. Ogni volta si è fermata davanti alla Costituzione, alla Corte costituzionale, alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Questa volta la strategia è diversa: non toccare la punibilità, ma il procedimento. Non dire “non si indaga”, ma “si indaga dopo”. Al posto di negare il procedimento si decide di rinviarlo.

Perché ora potrebbero farcela

Il contesto aiuta. La riforma Cartabia ha già introdotto una valutazione sugli indizi prima dell’iscrizione. La maggioranza usa quella sponda per spingersi oltre e costruire una presunzione di legittimità funzionale per chi indossa una divisa. A questo si somma un clima politico ossessionato dall’ordine pubblico, la pressione costante dei sindacati di polizia, la competizione interna al centrodestra su chi difende meglio “chi ci difende”.

Il risultato è un testo che potrebbe superare il primo vaglio parlamentare proprio perché si presenta come tecnico e garantista, mentre in realtà ridisegna l’equilibrio tra forza e controllo. Una riforma che avanza per sottrazione, senza proclami, ma con effetti strutturali.

Le crepe costituzionali sotto la vernice tecnica

Le criticità sono evidenti. L’obbligatorietà dell’azione penale viene svuotata dall’interno: come si può valutare una causa di giustificazione senza indagare formalmente? L’eguaglianza davanti alla legge salta quando due fatti identici seguono percorsi diversi in base alla qualifica di chi preme il grilletto. Il diritto di difesa viene paradossalmente indebolito anche per gli stessi agenti, perché senza iscrizione non scattano le garanzie sugli atti irripetibili.

Sul fondo resta l’obbligo europeo di indagini effettive quando l’uso della forza statale provoca morti o lesioni gravi, un obbligo che all’Italia è già costato condanne pesanti. Ritardare l’accertamento significa indebolirlo. E indebolire l’accertamento significa normalizzare l’opacità.

Il disegno complessivo: più forza, meno controllo

Inserito nel pacchetto sicurezza, lo scudo dialoga con altre norme: aggravanti automatiche per chi resiste, nuovi reati che colpiscono anche la resistenza passiva, ampliamento delle garanzie per l’intelligence, possibilità di portare armi private fuori servizio. La geometria è coerente. Più potere repressivo allo Stato, meno controlli ex ante, più fiducia nella forza e meno nella giurisdizione.

È uno Stato di polizia soft, che non cancella i tribunali ma li raggiunge in ritardo. Che non proclama l’impunità, ma la rende praticabile. Che chiede ordine in casa e rivolta altrove. La contraddizione non è solo politica. È strutturale. E racconta con precisione dove stiamo scivolando, mentre continuiamo a chiamarlo sicurezza.

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