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Vergogna alla fase-due

La chiamano “fase due”. La pronunciano da Washington con il tono neutro dei comunicati, come se fosse una pratica amministrativa. Smilitarizzazione, governance tecnocratica, ricostruzione. Una commissione tecnica, mediatori regionali, una nuova architettura di sicurezza. Gaza trasformata in un dossier.

Nelle stesse ore, a Gaza crollano case già ferite. Piove su muri che non reggono più, il vento strappa le tende, le macerie cedono. A Khan Younis e nel nord della Striscia gli edifici collassano sotto il peso combinato delle bombe passate e dell’inverno presente. Le organizzazioni umanitarie parlano di morti per freddo, di famiglie senza riparo, di un’emergenza che la tregua non ha mai davvero interrotto. La guerra si è fermata nei comunicati, non nei corpi.

Il lessico della forza intanto continua altrove. In Cisgiordania proseguono le demolizioni punitive, le incursioni, gli arresti. A Shuafat, durante un raid, vengono distrutte migliaia di uova. Un gesto piccolo, inutile sul piano militare, chiarissimo sul piano simbolico. È la grammatica dell’occupazione: togliere il cibo, mostrare il controllo, esercitare la punizione quotidiana.

La guerra però non resta confinata. In Europa colpisce in silenzio. Decine di palestinesi legalmente residenti si sono visti bloccare all’improvviso i conti correnti. Stipendi congelati, risparmi inaccessibili, nessuna spiegazione verificabile. Una notifica sul telefono è sufficiente a sospendere una vita normale. Gaza diventa un filtro che passa dalle macerie alle infrastrutture finanziarie, dalla distruzione fisica all’esclusione amministrativa.

Poi c’è la frase che circola come un avvertimento: Gaza “diventerà un modello”. Non una tragedia da chiudere, ma un laboratorio da esportare. Mentre si promette una fase due ordinata, la fase uno resta ovunque: nelle case che crollano, nel freddo che uccide, nelle uova schiacciate sull’asfalto, nei conti correnti bloccati a migliaia di chilometri di distanza.

Se questa è la “fase due”, il diario continua a chiamarla per nome: sopravvivenza sotto amministrazione.

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Dallo Stato di diritto allo Stato di polizia, passo dopo passo

Non governano. Reagiscono. Ogni contestazione diventa un affronto personale, ogni dissenso una minaccia da neutralizzare. Il nuovo ddl Sicurezza, pronto al varo del governo Meloni, è il punto più avanzato di questa deriva: un impianto punitivo costruito per colpire chi manifesta, per allargare i poteri di polizia, per restringere diritti già fragili di migranti e minorenni.

Il cuore del testo sta nelle piazze. Daspo urbano applicabile anche a chi è solo denunciato, arresti in flagranza differita basati su immagini, perquisizioni preventive con definizioni vaghe come “oggetti atti ad offendere”. Dodici ore di trattenimento per chi “sospettato” di turbare una manifestazione. La protesta viene trattata come un problema di ordine pubblico, da gestire con strumenti eccezionali resi ordinari. Le multe arrivano fino a 20mila euro, i divieti di partecipazione alle manifestazioni possono scattare anche con sentenze non definitive. Il messaggio è chiaro: scendere in piazza costa.

A questo si aggiunge lo scudo penale. Un capovolgimento della procedura: prima la giustificazione, poi – eventualmente – l’indagine. Una tutela costruita per le forze dell’ordine, estesa formalmente a tutti per superare i dubbi di costituzionalità, che però introduce un principio pericoloso: l’eccezione preventiva alla responsabilità. Dopo il caso Ramy Elgaml, la fuga da un posto di blocco diventa reato fino a cinque anni di carcere. La risposta politica a una morte discussa è l’inasprimento penale, non il chiarimento dei fatti.

Il ddl stringe anche su migranti e Ong. Divieti di ingresso in acque territoriali fino a sei mesi per “pressione migratoria eccezionale”, trasferimenti verso Paesi terzi, limiti ai giudici per far funzionare i centri in Albania. Per i minorenni arrivano ammonimenti dai 12 anni e multe ai genitori. È un diritto penale simbolico, che accumula sanzioni per mostrare forza.

Questo governo non amministra conflitti sociali: li reprime. Non cerca consenso: lo impone. Ogni norma racconta la stessa ossessione: punire prima, spiegare poi. È così che l’autoritarismo smette di annunciarsi e comincia a funzionare.

Buon giovedì. 

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Risoluzioni sugli aiuti all’Ucraina, alla Camera il voto che ratifica la rotta del governo tra fratture interne alla destra e al Pd

Giovedì 15 gennaio 2026 la Camera dei deputati voterà la risoluzione che accompagna la proroga degli aiuti all’Ucraina. Dovrebbe essere un passaggio di indirizzo ma politicamente rischia di essere molto di più: un test di tenuta della maggioranza, una cartina di tornasole per le opposizioni e, soprattutto, la certificazione di una scelta già compiuta. Il decreto-legge di fine dicembre ha già esteso per tutto il 2026 l’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti alle autorità ucraine. Il Parlamento arriva dopo, chiamato a ratificare una traiettoria che lo precede.

La frattura nella maggioranza e l’arte della mediazione

La tensione si concentra dentro la coalizione di governo. Fratelli d’Italia difende una linea atlantista senza ambiguità, rivendicata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal ministro della Difesa Guido Crosetto. La Lega, invece, arriva al voto con un dissenso che non è più solo retorico. Le stime parlano di defezioni potenziali tra Camera e Senato sufficienti a rendere il passaggio meno scontato di quanto il governo vorrebbe far credere.

La risposta è stata una mediazione chirurgica. Nel testo della risoluzione la parola “militari” scompare dal titolo, sostituita da una formula più neutra sugli equipaggiamenti. Nei dispositivi compaiono due correttivi: maggiore enfasi sugli aiuti civili e un impegno a rafforzare l’informativa parlamentare, pur nel perimetro della riservatezza. È una concessione simbolica che consente alla Lega di rivendicare uno spostamento di baricentro senza modificare la sostanza. La linea resta però quella della continuità, ma viene raccontata con un lessico meno urticante per l’elettorato più scettico. Ma tra i leghisti potrebbero non mancare le defezioni. Il senatore Borghi ha già annunciato il voto contrario e i parlamentari più vicini a Vannacci potrebbero seguirlo. 

Per questo Fratelli d’Italia ha aperto canali esterni. I voti dei centristi sono considerati affidabili, più delicato è il rapporto con il Partito democratico, a cui non viene chiesto un sì esplicito, ma un’astensione che abbassi la soglia e neutralizzi l’effetto delle assenze leghiste. Sulla politica estera il governo cerca la maggioranza nell’opposizione. 

Il Pd tra disciplina, astensione e smarcamenti controllati

La linea ufficiale del Pd è orientata verso l’astensione sulla risoluzione di maggioranza, coerente con quanto già avvenuto negli anni precedenti: sostegno all’Ucraina come principio, rifiuto di una delega politica a un governo ritenuto debole sul piano diplomatico europeo. È una postura che la segretaria Elly Schlein ha ribadito più volte, insistendo sulla necessità di affiancare al sostegno militare un’iniziativa politica europea credibile verso una “pace giusta”.

C’è però una frattura interna mai del tutto ricomposta. Una parte del gruppo parlamentare, i cosiddetti riformisti (con Guerini, Quartapelle, Sensi e altri), guarda con crescente insofferenza all’astensione, considerata una posizione politicamente ambigua in una fase che viene descritta come decisiva per gli equilibri del conflitto. È la stessa dinamica già emersa nel 2024, quando singoli deputati decisero di votare a favore della risoluzione di maggioranza rompendo la disciplina di gruppo.

Il rischio, anche questa volta, è quello di smarcamenti mirati: pochi voti, ma simbolicamente pesanti, sufficienti a rendere visibile la spaccatura tra una linea di opposizione “responsabile” e un’area che teme di apparire esitante su un terreno identitario come la collocazione internazionale dell’Italia. Proprio per questo la direzione del gruppo ha lavorato a una propria risoluzione autonoma, pensata come strumento di ricomposizione interna: un testo che ribadisca il sostegno a Kiev, rafforzi il richiamo al ruolo dell’Unione europea e consenta al Pd di distinguersi dal governo senza scivolare nel fronte del no.

L’astensione, in questo quadro, diventa una scelta difensiva. Serve a evitare che il Pd venga arruolato come stampella della maggioranza in difficoltà, ma anche a contenere un conflitto interno che, se esplodesse apertamente in Aula, finirebbe per sovrapporsi al racconto delle divisioni del centrodestra.

Il piano europeo e la guerra che diventa industria

Il nodo decisivo, però, non è tutto dentro l’Aula. La risoluzione del 2026 segna il passaggio da una fase di donazione di scorte a una fase di produzione. L’aggancio esplicito allo strumento europeo Safe, che mobilita fino a 150 miliardi di euro in prestiti per la difesa, sposta il piano della discussione. Per l’Italia la quota potenziale è intorno ai 15 miliardi, finanziata con debito europeo a lungo termine. Non sono sovvenzioni, ma prestiti garantiti dal rating dell’Unione, che consentono di investire oggi e pagare domani. Al centro c’è Leonardo, chiamata a giocare un ruolo chiave nella filiera tecnologica. 

È qui che la narrazione politica mostra la sua asimmetria. In pubblico si abbassa il profilo semantico dell’impegno bellico; nei fatti si struttura una politica industriale che lega l’Italia a una produzione militare di lungo periodo, finanziata dall’Europa. 

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Intercettazioni illegittime nel processo Mediterranea, le garanzie a targhe alterne e il silenzio dei garantisti

Nell’Aula del tribunale di Ragusa è successo qualcosa che dice molto del garantismo peloso sventolato in vista del prossimo referendum sulla Giustizia: la corte ha rimesso le garanzie al centro, senza retorica e senza microfoni. Le ha rimesse dove contano davvero, negli atti. Il Tribunale ha ordinato la distruzione anticipata di intercettazioni e chat confluite nel processo Mare Jonio e inutilizzabili per legge. Comunicazioni con avvocati difensori, contatti con parlamentari, colloqui con religiosi. Materiale che non avrebbe dovuto entrare nei fascicoli e che invece per anni sono finite nelle prime pagine dei giornali, producendo effetti concreti.

Il procedimento nasce dal soccorso del settembre 2020 ai 27 naufraghi rimasti bloccati per settimane sulla Maersk Etiennee poi sbarcati a Pozzallo dalla Mare Jonio. Gli imputati sono attivisti e operatori di Mediterranea Saving Humans. L’accusa resta quella di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Ma l’udienza di ieri ha inciso su un altro piano, quello che precede ogni valutazione di merito: il rispetto delle regole del processo.

Quando le garanzie diventano un problema

L’ordinanza del Tribunale di Ragusa certifica che parte del materiale raccolto violava tutele previste dall’ordinamento. Non si tratta di un vizio marginale, siamo di fronte a una violazione che altera l’equilibrio stesso del procedimento. La conseguenza è inevitabile: eliminazione dagli atti. Non sarebbe bastato un rinvio, non servirebbe una selezione tardiva: solo cancellazione. È il codice che torna a imporsi dopo essere rimasto sullo sfondo troppo a lungo.

Ma il punto politico sta tutto nel tempo. Quelle conversazioni hanno accompagnato l’indagine, hanno alimentato ricostruzioni, hanno fatto da base a titoli e commenti, hanno contribuito a costruire un racconto pubblico prima ancora di qualunque verifica dibattimentale. Sono state sventolate per corroborare il processo di criminalizzazione delle Ong. Probabilmente hanno contribuito anche all’incasso elettorale di qualcuno. Ora vengono distrutte perché vietate. Ma nel frattempo hanno già svolto la loro funzione: orientare, insinuare, sedimentare sospetti.

Il garantismo a giorni alterni

Fuori dall’aula, il contrasto è evidente. In queste settimane il garantismo è diventato parola d’ordine per chi spinge il sì al referendum sulla giustizia. Difesa delle regole, tutela dei diritti, rispetto delle garanzie. Ma davanti a un provvedimento che certifica una compressione delle garanzie, quel fronte ha scelto il silenzio. Nessuna presa di posizione, nessuna denuncia, nessuna domanda pubblica su come sia stato possibile arrivare a questo punto.

Il silenzio è sempre una scelta politica. Le garanzie vengono difese quando servono a nobilitare una battaglia referendaria. Spariscono quando riguardano soggetti che mettono in discussione l’impianto delle politiche migratorie e la narrazione securitaria. È un garantismo selettivo, che funziona per appartenenza e non per principio.

Un metodo che lascia tracce

L’udienza a Ragusa dice qualcosa anche sul metodo investigativo adottato in questi anni contro le Ong di soccorso. Un metodo che accumula, allarga, registra tutto, salvo poi fare pulizia a valle, quando il danno è già avvenuto. La distruzione delle intercettazioni ristabilisce una regola formale, ma non cancella il fatto che quelle conversazioni abbiano circolato, siano state lette, interpretate, utilizzate per costruire un clima.

Il processo proseguirà e il merito delle accuse verrà discusso nelle sedi appropriate. Questo articolo non anticipa verdetti. Registra due fatti. Il primo: un tribunale ha dovuto eliminare atti che non avrebbero mai dovuto entrare nel processo. Il secondo: davanti a questa evidenza, molti dei garantisti più loquaci hanno scelto di guardare altrove.

In aula, ieri, le garanzie hanno parlato. Fuori, chi le invoca a giorni alterni era impegnato nella sua furiosa campagna referendaria. 

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Occhi su Gaza, diario di bordo #125

A Gaza la tregua si misura con il vento. Nelle ultime ventiquattr’ore le raffiche hanno strappato tende, fatto crollare muri già lesionati, sepolto famiglie che vivevano sotto ripari di fortuna. Un bambino di un anno è morto per ipotermia. Almeno quattro persone sono state uccise dal cedimento di pareti improvvisate. Le agenzie parlano di “maltempo”, l’Onu di centinaia di tende distrutte. È il vocabolario della normalizzazione: quando la guerra rallenta, il rischio diventa clima.

Dentro questa calma apparente continuano però i colpi. A Rafah le forze israeliane hanno riferito di uno scontro a fuoco con sei uomini armati nella zona occidentale, definendolo una “grave violazione” del cessate il fuoco. La formula è sempre la stessa: la tregua come cornice, l’eccezione armata come regola quotidiana. UNICEF intanto conta oltre cento minori uccisi da mezzi militari dal 10 ottobre, data ufficiale dell’accordo. Numeri che faticano a entrare nei comunicati, ma restano nei corpi.

Mentre a Gaza si muore di freddo e di schegge, altrove si pianifica. Da Washington filtra l’imminente annuncio della cosiddetta “fase due”: amministrazione temporanea affidata a tecnocrati palestinesi, un percorso verso una governance futura, la ricostruzione come promessa, il disarmo di Hamas come condizione. Si discute di nomi, di organigrammi, di supervisori internazionali. La distanza è tutta lì: tra chi conta le tende e chi distribuisce incarichi.

Intanto cambia il lessico. Negli Stati Uniti la parola “genocidio” entra nel dibattito politico senza più restare ai margini. Un senatore democratico, ebreo, in corsa per il seggio di Nancy Pelosi, ha scelto di usarla pubblicamente per Gaza dopo settimane di ambiguità. È un fatto politico prima ancora che semantico. A Gaza la tregua resta una statistica fragile. Altrove si discute finalmente di come chiamare ciò che accade.

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Melma del mattino: Iran

Da giorni rimbalza un refrain ripetuto allo sfinimento: la sinistra non difende l’Iran. Lo scrivono gli editorialisti di destra, lo mettono in prima pagina certi giornali al servizio del governo, lo ripetono compulsivamente i politici e i loro troll. Galeazzo Bignami, ad esempio, si domanda perché per l’Iran non siano in partenza nuove flotille, dimostrando poca attinenza con l’originalità e il senso della geografia. 

Il vizio molto provinciale di utilizzare la vita delle persone e i desideri di libertà dei popoli per regolare conti con gli avversari politici piace moltissimo ai meloniani, ai loro sgherri e a centristi di diverse salse. Ogni giorno un appello a presunti pezzi di sinistra. Ieri alle femministe, oggi ai pro-Pal, domani a chissà chi. L’importante, secondo loro, è dimostrare una presunta mollezza degli avversari politici che di volta in volta diventano amici di Hamas, poi di Maduro, poi di Putin e via così. 

Ci sarebbe da scommettere che gran parte dei bastonatori non sappiano nemmeno indicare l’Iran su una cartina geografica con il dito. Ma per loro non è importante: ciò che conta è avere imparato in fretta il posizionamento strumentale su ogni questione internazionale per accendere lo scontro.

Questa mattina a Palazzo Madama la commissione Esteri voterà una mozione contro il regime iraniano per censurare il governo degli ayatollah, esprimere massima solidarietà al popolo in lotta e chiedere al governo e all’Unione europea di attivare iniziative per fermare i massacri. Sapete chi la voterà? Tutti. 

E questo è tutto quello che c’è da dire sulla melma e sulla propaganda.  

Buon mercoledì.

Foto WC

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Liberazione di Trentini e Burlò: il ritorno, i silenzi e il dossier Venezuela

La liberazione di Alberto Trentini e Mario Burlò arriva confezionata come fotografia di governo. La pista, il volo di Stato, la stretta di mano, i ringraziamenti. Ad attendere ci sono Giorgia Meloni e Antonio Tajani; con loro il direttore dell’AISE Giovanni Caravelli. L’inquadratura racconta l’esito. Il tempo racconta altro: Trentini rientra dopo 423 giorni di detenzione. Per Burlò i familiari hanno parlato per mesi di un’assenza fatta di notizie a singhiozzo, contatti rari, risposte che arrivavano quando arrivavano. La scena pubblica chiude una storia che, per chi aspettava, si è consumata lontano da telecamere e comunicati.

Trentini era stato fermato il 15 novembre 2024 durante uno spostamento interno in Venezuela, nella ricostruzione diffusa dalle agenzie. Da lì, carcere e trasferimenti, con una contestazione che nelle ricostruzioni pubbliche resta opaca. Il punto politico sta proprio nell’asimmetria: l’operazione viene celebrata con un protocollo preciso, il percorso resta coperto da formule generiche. Quando la liberazione diventa evento, la detenzione resta una parentesi senza un perimetro di spiegazioni.

La zona grigia della detenzione

Dentro quella parentesi si addensano i dettagli che trasformano un caso consolare in un fatto politico. Famiglie che apprendono informazioni a frammenti, avvocati che chiedono discrezione, canali riservati che diventano l’unico linguaggio possibile. L’Italia ricompare nel momento del rientro, con la sua liturgia istituzionale; prima c’è stata l’attesa. Il risultato è un racconto a due velocità: la rapidità della rivendicazione finale, la lentezza dei giorni contati da chi stava fuori.

Anche qui la sequenza è più eloquente delle valutazioni. L’aereo atterra, i protagonisti istituzionali si dispongono in campo, il dossier viene archiviato come successo. Ma la misura reale resta quella che Trentini porta addosso in una cifra: 423 giorni. Burlò in mesi sottratti alla normalità, secondo quanto riferito dai familiari nelle ricostruzioni. Una liberazione può essere un traguardo; resta anche il promemoria di tutto ciò che per mesi è rimasto sospeso.

Il dossier e la leva diplomatica

È Tajani a spostare apertamente la vicenda dal piano dei singoli al piano dei rapporti tra Stati. «In Venezuela restano 42 detenuti con legami italiani», dichiara, precisando che «24» sarebbero detenuti politici con doppio passaporto. Subito dopo aggiunge la frase che pesa più di ogni ringraziamento: «Serve una nuova relazione con Caracas» per ottenere altre liberazioni. Il rientro di Trentini e Burlò diventa così un capitolo di un dossier più ampio, dichiarato in pubblico mentre la scena istituzionale è ancora accesa.

Nelle interviste rilanciate in giornata, lo stesso ministro collega il tema a una prospettiva di normalizzazione dei rapporti e agli interessi strategici ed economici italiani. È un passaggio che consegna un fatto netto: le liberazioni vengono agganciate a un processo diplomatico che punta a riaprire canali e rapporti. In quella cornice, le persone smettono di essere soltanto persone e diventano anche moneta di trattativa, misurata in numeri e categorie.

A riportare tutto a una dimensione meno celebrativa interviene l’avvocata Alessandra Ballerini, che chiede riservatezza e parla di «prezzo altissimo», ricordando che il pensiero va a chi resta detenuto e alle famiglie ancora in attesa. È la frase che sgonfia il trofeo: due rientri certificano un esito, però lasciano intatto il conto aperto evocato dallo stesso governo. Trentini e Burlò tornano. Il numero 42 resta lì, come prova che la storia, per molti altri, continua.

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Spesa militare: 5,3 miliardi impegnati a dicembre dal governo Meloni, ma sulle coperture tutto rinviato a marzo

Nel solo mese di dicembre il ministero della Difesa ha trasmesso alle commissioni Bilancio e Difesa di Camera e Senato 14 programmi di spesa militare. Valore complessivo: 5,3 miliardi di euro. I fascicoli arrivano quando la sessione di bilancio è già una corsa a ostacoli e ogni passaggio pesa più per la velocità che per il merito. Così accade che le spese vengano messe in fila mentre le coperture restano fuori campo.

Quei 14 programmi sono ovviamente all’interno di una sequenza già strutturale. Dall’inizio della legislatura, i programmi militari approvati o in via di approvazione sono 60. Il totale degli impegni di spesa è pari a 25 miliardi di euro. Il valore complessivo supera i 60 miliardi, perché gli stanziamenti sono pluriennali e vincolano i bilanci successivi. I numeri sono quelli ricostruiti dall’Osservatorio Mil€x, che segue la spesa militare atto per atto e ne misura l’impatto nel tempo.

Impegni oggi, coperture appese a marzo

Ma il fatto politico sta nella distanza tra ciò che viene impegnato e ciò che viene spiegato. I programmi avanzano, le risorse che dovrebbero sostenerli vengono rinviate a una fase successiva. Si compra dissennatamente e solo dopo ci si preoccupa di pagare.

Durante il question time al Senato del 13 gennaio 2026, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha assicurato che l’incremento della spesa prospettato eviterebbe rinunce sulle priorità sociali e sul welfare. Subito dopo ha indicato il punto di caduta: per capire come verranno coperte queste spese occorre attendere la stima del deficit 2025 che l’Istat notificherà alla Commissione europea a marzo. Da lì dipenderebbe l’eventuale uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzo eccessivo.

In quel quadro il governo si dice pronto ad attivare deroghe europee e clausole di flessibilità, con una deviazione temporanea dal percorso di spesa netta previsto nel Piano strutturale di bilancio di medio termine. In pratica, la spesa viene impegnata adesso e la copertura viene agganciata a un passaggio ancora da certificare. E mentre si chiede al Parlamento di esaminare pacchetti miliardari, la mappa delle risorse resta in sospeso. Le garanzie restano dichiarazioni. I miliardi restano atti.

Programmi che lievitano, impegni che si stratificano

Mil€x segnala anche il modo in cui alcuni programmi crescono mentre procedono. La terza fase dei mini-droni da ricognizione Asio, Spyball e Crex prodotti da Leonardo passa da 290 a 356 milioni in un anno, con un impegno pluriennale richiesto di 115 milioni. Il programma Grifo per batterie antiaeree basate sui missili Camm-Er del consorzio Mbda sale da 456 a 842 milioni in tre anni, con un impegno pluriennale di circa 277 milioni.

Nello stesso elenco compaiono ulteriori acquisizioni: obici ruotati Rch155 e munizioni (435 milioni), mortai e droni-bomba (65 milioni), razzi a lungo raggio (55 milioni), lanciarazzi Carl-Gustav e munizioni con impegni pluriennali (45 milioni), ammodernamenti di sistemi già in dotazione (42 milioni). Ogni riga è una cifra, ogni cifra ha un orizzonte pluriennale. Il valore vero sta nella somma dei vincoli, nella parte che resta fuori dall’anno corrente e si scarica su quelli successivi.

Dicembre come acceleratore

Dicembre, con i suoi 5,3 miliardi, diventa così un acceleratore. La legislatura, con i suoi 60 programmi, è la traiettoria. La questione delle coperture viene spostata a marzo, a Bruxelles, a una finestra tecnica. Nel frattempo gli impegni sono già iscritti. E quando una spesa entra negli atti, smette di essere promessa e diventa debito politico da pagare, con soldi che il governo ancora deve indicare dove trovare.

Rimane un punto sostanziale: il governo italiano sta spendendo soldi che non ha, mentre promette di non intaccare le spese in essere. E qui la domanda è scontata: la promessa di Giorgetti di non toccare la spesa sociale verrà smentita in nome di una nuova emergenza Di certo le emergenze, di questi tempi, spuntano con una velocità impressionante. 

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Il cessate il fuoco che non cessa lo sterminio

A Gaza dall’inizio del cessate il fuoco di ottobre, più di cento bambini sono stati uccisi. Uno al giorno. Non durante grandi offensive ma nella routine armata dell’assedio: droni, colpi isolati, ordigni inesplosi, spari. 

Poi arriva il freddo. Pioggia e vento che attraversano tende piantate dove prima c’erano case. Persone schiacciate nel sonno da strutture di fortuna, un bambino morto di ipotermia. La notizia non è il maltempo ma la condizione: vivere sotto teli perché la ricostruzione resta bloccata, i materiali contingentati, l’assistenza ridotta a concessione. 

Le Nazioni Unite lo dicono senza metafore. Le restrizioni israeliane impediscono a UNRWA di operare come dovrebbe. I materiali educativi restano fuori, l’istruzione viene declassata a “attività non critica” mentre il 97 per cento delle scuole è stato danneggiato o distrutto. A Gaza si sopravvive senza imparare, senza ricostruire, senza futuro immediato. Anche questo è un risultato politico.

C’è poi un dato che smonta definitivamente la narrazione del “dopo”. Dall’inizio della tregua sono stati demoliti più di 2.500 edifici. Demolizioni successive al cessate il fuoco. La tregua non ferma le ruspe. Il territorio viene riscritto mentre si discute di fasi, tavoli e transizioni. La pace promessa si consuma in parallelo alla cancellazione fisica dei luoghi.

Fuori da Gaza, stessa logica. In Cisgiordania la violenza dei coloni è aumentata del 25 per cento nel 2025. Oltre 1.700 attacchi dall’ottobre 2023. Due velocità, un solo dispositivo: controllo, intimidazione, normalizzazione della forza.

Intanto, a Londra, il governo valuta lo sblocco delle licenze per la vendita di armi a Israele dopo la “Fase Due”. Mentre a Gaza si contano i bambini uccisi durante la tregua, l’Occidente prepara il ritorno alla normalità commerciale. La tregua funziona così: sospende l’indignazione, lascia intatto l’assedio.

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È tutto solo, sempre, una vendetta

Ieri il Consiglio dei ministri ha deciso di commissariare Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna sul dimensionamento scolastico. Quattro Regioni governate dal centrosinistra. Tu guarda a volte il caso. Il pretesto è ovviamente amministrativo ma la vendetta è tutta politica. Il governo prende atto di un dissenso motivato, documentato, rivendicato pubblicamente, e sceglie di cancellarlo per decreto. Così anche la scuola diventa il terreno su cui esercitare l’autorità centrale, usando il Pnrr come giustificazione universale.

Il racconto ufficiale parla di scadenze mancate e di impegni europei da rispettare. Sullo sfondo restano i numeri contestati, gli studenti contati male, le aree interne trattate come un mero fastidio statistico. Le Regioni chiedono un riconteggio, una revisione, almeno un confronto sul merito. Niente da fare. La risposta è il commissario. La linea è chiara: i dati li decide il ministero, i territori li subiscono.

Eccoci quindi con  accorpamenti, autonomie cancellate, dirigenti sovraccarichi, scuole trasformate in appendici amministrative. La Cgil parla di miliardi sottratti all’istruzione pubblica. I presidenti regionali parlano di comunità colpite. E il governo? Il governo firma, per cancellare. 

C’è una costante in questa vicenda: la riduzione della politica a procedura e della procedura a comando. Quando una Regione governa secondo criteri diversi allora diventa immediatamente un problema da correggere. Quando difende la scuola come presidio sociale, viene accusata di rallentare il Paese. Il Pnrr, nato per colmare divari, alla fine è il bastone in mano al padrone. 

Il commissariamento ci dice come questo governo concepisce l’autonomia, il dissenso istituzionale, la leale collaborazione. Dice che la discussione è tollerata finché resta decorativa. Poi arriva l’atto “inevitabile”. E la scuola paga il conto.

Buon martedì. 

in foto il ministro Valditara, foto gov

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