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Liberazione di Trentini e Burlò: il ritorno, i silenzi e il dossier Venezuela

La liberazione di Alberto Trentini e Mario Burlò arriva confezionata come fotografia di governo. La pista, il volo di Stato, la stretta di mano, i ringraziamenti. Ad attendere ci sono Giorgia Meloni e Antonio Tajani; con loro il direttore dell’AISE Giovanni Caravelli. L’inquadratura racconta l’esito. Il tempo racconta altro: Trentini rientra dopo 423 giorni di detenzione. Per Burlò i familiari hanno parlato per mesi di un’assenza fatta di notizie a singhiozzo, contatti rari, risposte che arrivavano quando arrivavano. La scena pubblica chiude una storia che, per chi aspettava, si è consumata lontano da telecamere e comunicati.

Trentini era stato fermato il 15 novembre 2024 durante uno spostamento interno in Venezuela, nella ricostruzione diffusa dalle agenzie. Da lì, carcere e trasferimenti, con una contestazione che nelle ricostruzioni pubbliche resta opaca. Il punto politico sta proprio nell’asimmetria: l’operazione viene celebrata con un protocollo preciso, il percorso resta coperto da formule generiche. Quando la liberazione diventa evento, la detenzione resta una parentesi senza un perimetro di spiegazioni.

La zona grigia della detenzione

Dentro quella parentesi si addensano i dettagli che trasformano un caso consolare in un fatto politico. Famiglie che apprendono informazioni a frammenti, avvocati che chiedono discrezione, canali riservati che diventano l’unico linguaggio possibile. L’Italia ricompare nel momento del rientro, con la sua liturgia istituzionale; prima c’è stata l’attesa. Il risultato è un racconto a due velocità: la rapidità della rivendicazione finale, la lentezza dei giorni contati da chi stava fuori.

Anche qui la sequenza è più eloquente delle valutazioni. L’aereo atterra, i protagonisti istituzionali si dispongono in campo, il dossier viene archiviato come successo. Ma la misura reale resta quella che Trentini porta addosso in una cifra: 423 giorni. Burlò in mesi sottratti alla normalità, secondo quanto riferito dai familiari nelle ricostruzioni. Una liberazione può essere un traguardo; resta anche il promemoria di tutto ciò che per mesi è rimasto sospeso.

Il dossier e la leva diplomatica

È Tajani a spostare apertamente la vicenda dal piano dei singoli al piano dei rapporti tra Stati. «In Venezuela restano 42 detenuti con legami italiani», dichiara, precisando che «24» sarebbero detenuti politici con doppio passaporto. Subito dopo aggiunge la frase che pesa più di ogni ringraziamento: «Serve una nuova relazione con Caracas» per ottenere altre liberazioni. Il rientro di Trentini e Burlò diventa così un capitolo di un dossier più ampio, dichiarato in pubblico mentre la scena istituzionale è ancora accesa.

Nelle interviste rilanciate in giornata, lo stesso ministro collega il tema a una prospettiva di normalizzazione dei rapporti e agli interessi strategici ed economici italiani. È un passaggio che consegna un fatto netto: le liberazioni vengono agganciate a un processo diplomatico che punta a riaprire canali e rapporti. In quella cornice, le persone smettono di essere soltanto persone e diventano anche moneta di trattativa, misurata in numeri e categorie.

A riportare tutto a una dimensione meno celebrativa interviene l’avvocata Alessandra Ballerini, che chiede riservatezza e parla di «prezzo altissimo», ricordando che il pensiero va a chi resta detenuto e alle famiglie ancora in attesa. È la frase che sgonfia il trofeo: due rientri certificano un esito, però lasciano intatto il conto aperto evocato dallo stesso governo. Trentini e Burlò tornano. Il numero 42 resta lì, come prova che la storia, per molti altri, continua.

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Spesa militare: 5,3 miliardi impegnati a dicembre dal governo Meloni, ma sulle coperture tutto rinviato a marzo

Nel solo mese di dicembre il ministero della Difesa ha trasmesso alle commissioni Bilancio e Difesa di Camera e Senato 14 programmi di spesa militare. Valore complessivo: 5,3 miliardi di euro. I fascicoli arrivano quando la sessione di bilancio è già una corsa a ostacoli e ogni passaggio pesa più per la velocità che per il merito. Così accade che le spese vengano messe in fila mentre le coperture restano fuori campo.

Quei 14 programmi sono ovviamente all’interno di una sequenza già strutturale. Dall’inizio della legislatura, i programmi militari approvati o in via di approvazione sono 60. Il totale degli impegni di spesa è pari a 25 miliardi di euro. Il valore complessivo supera i 60 miliardi, perché gli stanziamenti sono pluriennali e vincolano i bilanci successivi. I numeri sono quelli ricostruiti dall’Osservatorio Mil€x, che segue la spesa militare atto per atto e ne misura l’impatto nel tempo.

Impegni oggi, coperture appese a marzo

Ma il fatto politico sta nella distanza tra ciò che viene impegnato e ciò che viene spiegato. I programmi avanzano, le risorse che dovrebbero sostenerli vengono rinviate a una fase successiva. Si compra dissennatamente e solo dopo ci si preoccupa di pagare.

Durante il question time al Senato del 13 gennaio 2026, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha assicurato che l’incremento della spesa prospettato eviterebbe rinunce sulle priorità sociali e sul welfare. Subito dopo ha indicato il punto di caduta: per capire come verranno coperte queste spese occorre attendere la stima del deficit 2025 che l’Istat notificherà alla Commissione europea a marzo. Da lì dipenderebbe l’eventuale uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzo eccessivo.

In quel quadro il governo si dice pronto ad attivare deroghe europee e clausole di flessibilità, con una deviazione temporanea dal percorso di spesa netta previsto nel Piano strutturale di bilancio di medio termine. In pratica, la spesa viene impegnata adesso e la copertura viene agganciata a un passaggio ancora da certificare. E mentre si chiede al Parlamento di esaminare pacchetti miliardari, la mappa delle risorse resta in sospeso. Le garanzie restano dichiarazioni. I miliardi restano atti.

Programmi che lievitano, impegni che si stratificano

Mil€x segnala anche il modo in cui alcuni programmi crescono mentre procedono. La terza fase dei mini-droni da ricognizione Asio, Spyball e Crex prodotti da Leonardo passa da 290 a 356 milioni in un anno, con un impegno pluriennale richiesto di 115 milioni. Il programma Grifo per batterie antiaeree basate sui missili Camm-Er del consorzio Mbda sale da 456 a 842 milioni in tre anni, con un impegno pluriennale di circa 277 milioni.

Nello stesso elenco compaiono ulteriori acquisizioni: obici ruotati Rch155 e munizioni (435 milioni), mortai e droni-bomba (65 milioni), razzi a lungo raggio (55 milioni), lanciarazzi Carl-Gustav e munizioni con impegni pluriennali (45 milioni), ammodernamenti di sistemi già in dotazione (42 milioni). Ogni riga è una cifra, ogni cifra ha un orizzonte pluriennale. Il valore vero sta nella somma dei vincoli, nella parte che resta fuori dall’anno corrente e si scarica su quelli successivi.

Dicembre come acceleratore

Dicembre, con i suoi 5,3 miliardi, diventa così un acceleratore. La legislatura, con i suoi 60 programmi, è la traiettoria. La questione delle coperture viene spostata a marzo, a Bruxelles, a una finestra tecnica. Nel frattempo gli impegni sono già iscritti. E quando una spesa entra negli atti, smette di essere promessa e diventa debito politico da pagare, con soldi che il governo ancora deve indicare dove trovare.

Rimane un punto sostanziale: il governo italiano sta spendendo soldi che non ha, mentre promette di non intaccare le spese in essere. E qui la domanda è scontata: la promessa di Giorgetti di non toccare la spesa sociale verrà smentita in nome di una nuova emergenza Di certo le emergenze, di questi tempi, spuntano con una velocità impressionante. 

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Il cessate il fuoco che non cessa lo sterminio

A Gaza dall’inizio del cessate il fuoco di ottobre, più di cento bambini sono stati uccisi. Uno al giorno. Non durante grandi offensive ma nella routine armata dell’assedio: droni, colpi isolati, ordigni inesplosi, spari. 

Poi arriva il freddo. Pioggia e vento che attraversano tende piantate dove prima c’erano case. Persone schiacciate nel sonno da strutture di fortuna, un bambino morto di ipotermia. La notizia non è il maltempo ma la condizione: vivere sotto teli perché la ricostruzione resta bloccata, i materiali contingentati, l’assistenza ridotta a concessione. 

Le Nazioni Unite lo dicono senza metafore. Le restrizioni israeliane impediscono a UNRWA di operare come dovrebbe. I materiali educativi restano fuori, l’istruzione viene declassata a “attività non critica” mentre il 97 per cento delle scuole è stato danneggiato o distrutto. A Gaza si sopravvive senza imparare, senza ricostruire, senza futuro immediato. Anche questo è un risultato politico.

C’è poi un dato che smonta definitivamente la narrazione del “dopo”. Dall’inizio della tregua sono stati demoliti più di 2.500 edifici. Demolizioni successive al cessate il fuoco. La tregua non ferma le ruspe. Il territorio viene riscritto mentre si discute di fasi, tavoli e transizioni. La pace promessa si consuma in parallelo alla cancellazione fisica dei luoghi.

Fuori da Gaza, stessa logica. In Cisgiordania la violenza dei coloni è aumentata del 25 per cento nel 2025. Oltre 1.700 attacchi dall’ottobre 2023. Due velocità, un solo dispositivo: controllo, intimidazione, normalizzazione della forza.

Intanto, a Londra, il governo valuta lo sblocco delle licenze per la vendita di armi a Israele dopo la “Fase Due”. Mentre a Gaza si contano i bambini uccisi durante la tregua, l’Occidente prepara il ritorno alla normalità commerciale. La tregua funziona così: sospende l’indignazione, lascia intatto l’assedio.

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È tutto solo, sempre, una vendetta

Ieri il Consiglio dei ministri ha deciso di commissariare Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna sul dimensionamento scolastico. Quattro Regioni governate dal centrosinistra. Tu guarda a volte il caso. Il pretesto è ovviamente amministrativo ma la vendetta è tutta politica. Il governo prende atto di un dissenso motivato, documentato, rivendicato pubblicamente, e sceglie di cancellarlo per decreto. Così anche la scuola diventa il terreno su cui esercitare l’autorità centrale, usando il Pnrr come giustificazione universale.

Il racconto ufficiale parla di scadenze mancate e di impegni europei da rispettare. Sullo sfondo restano i numeri contestati, gli studenti contati male, le aree interne trattate come un mero fastidio statistico. Le Regioni chiedono un riconteggio, una revisione, almeno un confronto sul merito. Niente da fare. La risposta è il commissario. La linea è chiara: i dati li decide il ministero, i territori li subiscono.

Eccoci quindi con  accorpamenti, autonomie cancellate, dirigenti sovraccarichi, scuole trasformate in appendici amministrative. La Cgil parla di miliardi sottratti all’istruzione pubblica. I presidenti regionali parlano di comunità colpite. E il governo? Il governo firma, per cancellare. 

C’è una costante in questa vicenda: la riduzione della politica a procedura e della procedura a comando. Quando una Regione governa secondo criteri diversi allora diventa immediatamente un problema da correggere. Quando difende la scuola come presidio sociale, viene accusata di rallentare il Paese. Il Pnrr, nato per colmare divari, alla fine è il bastone in mano al padrone. 

Il commissariamento ci dice come questo governo concepisce l’autonomia, il dissenso istituzionale, la leale collaborazione. Dice che la discussione è tollerata finché resta decorativa. Poi arriva l’atto “inevitabile”. E la scuola paga il conto.

Buon martedì. 

in foto il ministro Valditara, foto gov

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Giovani e lavoro povero: salari bassi oggi, pensioni da fame domani. Ecco cosa dicono i dati Inps

C’è una fotografia che inchioda il presente e ipoteca il futuro. È quella scattata dai dati Inps, letti e riorganizzati dalla Cgil: salari bassi oggi, pensioni inadeguate domani. Una traiettoria lineare, senza scarti né sorprese. Per i giovani, il lavoro povero smette di essere una fase e diventa una condizione permanente. Fine pena mai.

Un operaio under 35 guadagna in media meno di 14.000 euro lordi l’anno. Un impiegato giovane non arriva a 22.000 euro. A parità di mansioni, lo scarto con i colleghi over 35 supera il 40 per cento. Non è un ritardo fisiologico, è una svalutazione strutturale del lavoro giovanile che si riflette direttamente sui contributi previdenziali e quindi sulle pensioni future. Con carriere frammentate e retribuzioni così basse, il montante contributivo nasce già insufficiente. La previdenza diventa una promessa irraggiungibile.

Salari bassi oggi, pensioni povere domani

Il meccanismo è noto e implacabile. L’adeguamento automatico all’aspettativa di vita spinge l’asticella dei requisiti contributivi sempre più in alto: entro il 2035 si rischia di dover raggiungere 46 anni e 3 mesi di contributi. Incrociato con i salari reali degli under 35, questo dato trasforma la pensione in un miraggio statistico. Chi entra tardi nel mercato del lavoro, chi alterna contratti brevi e periodi di inattività involontaria, accumula buchi che nessuna retorica sull’impegno individuale può colmare.

La legge di Bilancio 2026, davanti a questo scenario, resta ferma. Non interviene sui salari, non rafforza la contribuzione, non corregge la precarietà. Anzi, la cristallizza. Gli sgravi contributivi alle imprese per le assunzioni giovanili riducono il costo del lavoro senza incidere sulle buste paga. Il lavoro dei giovani viene trattato come “lavoro scontato”, non come un investimento. Il risultato è una generazione che versa meno contributi oggi e riceverà meno diritti domani.

Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil, lo dice senza giri di parole: «Dire a un giovane che deve lavorare fino a 46 anni di contributi quando oggi guadagna meno di 14.000 o 22.000 euro l’anno significa costruire una precarietà permanente». È una frase che pesa perché poggia sui numeri, non sulle intenzioni.

La narrazione del governo e i numeri che la smentiscono

Nella conferenza stampa di fine anno, Giorgia Meloni ha rivendicato un’Italia che cresce, un’occupazione “record”, un’attenzione particolare ai giovani grazie agli incentivi e alla stabilità dei conti pubblici. È una narrazione coerente con se stessa, ma incoerente con i dati. L’occupazione cresce anche quando il lavoro è povero. I contratti aumentano anche se le retribuzioni restano basse. La stabilità dei conti viene perseguita scaricando il costo sulle generazioni più giovani.

I numeri Inps mostrano che un giovane su tre è già oggi in condizione di povertà lavorativa. Mostrano che la distanza salariale tra giovani e adulti non si riduce. Mostrano che la legge di Bilancio non corregge queste distorsioni, ma le accompagna, sostituendo diritti strutturali con bonus selettivi e temporanei. Quando dal palco si parla di futuro garantito, dai dati emerge un futuro ipotecato.

Lavoro povero e questione abitativa

C’è poi la questione abitativa, che rende il quadro ancora più rigido. Con salari sotto i 14.000 o i 22.000 euro, l’affitto diventa una trappola. La Manovra riduce drasticamente il Fondo per la morosità incolpevole, lasciando i giovani esposti a sfratti e indebitamento. Anche qui, la distanza tra racconto e realtà è netta.

«Un’altra strada è possibile», insiste Ghiglione. Salari dignitosi, lavoro stabile, politiche industriali e sociali che guardino alla qualità dell’occupazione. È un’alternativa che chiama in causa scelte precise. Perché il lavoro povero giovanile non è un effetto collaterale: è il prodotto di decisioni politiche che hanno scelto di non intervenire. E i dati, più delle conferenze stampa, continuano a dirlo con ostinata chiarezza.

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Davos prepara la pace che a Gaza resta un miraggio

A Davos si prepara un tavolo. Nome solenne: Consiglio per la Pace. Presidenza annunciata, delegazioni, un direttore già indicato, una prima riunione con badge e foto ufficiali. Si parla di amministrazione transitoria, di comitati tecnocratici, di stabilizzazione. Parole che pesano poco quando scendono a terra.

Nelle stesse ore, a Gaza, il terreno restituisce un’altra grammatica. Colpi all’alba, feriti tra Jabaliya e Beit Lahia, case che cedono sotto le demolizioni. Le agenzie annotano “quattro morti” come se fosse una cifra neutra, una variabile di contesto mentre altrove si discute di governance. La distanza tra i due piani resta intatta.

Da Bruxelles arrivano formule altrettanto pulite: addestrare la polizia palestinese, riattivare Rafah, garantire l’ordine pubblico. Sicurezza come procedura, disarmo come capitolo. È il lessico della stabilità. Poi le immagini: un minareto colpito da un drone a Bureij, un boato che interrompe la preghiera, la polvere che sale dove prima c’era un punto di riferimento. Anche questo entra nei verbali, ma come nota a margine.

La Cisgiordania continua a fare da anticamera. A Hebron un bambino viene fermato dai militari, a Masafer Yatta un anziano prova a difendere la propria terra dall’avanzata dei coloni. Scene quotidiane, non eccezioni. Arresti annunciati come operazioni di sicurezza, aggressioni archiviate come incidenti locali. È qui che la promessa di pace perde consistenza.

In Israele si aprono rifugi per timore di un’escalation regionale, mentre la politica lavora su se stessa, riscrivendo le regole che la riguardano. Paura sotto terra, protezioni in superficie. Due movimenti che procedono insieme.

Il Consiglio per la Pace nascerà con un comunicato. Gaza, intanto, continua a produrre fatti. E la cronaca, ancora una volta, si incarica di misurare la distanza tra ciò che viene annunciato e ciò che accade.

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Alberto Trentini: il governo festeggia la liberazione (dopo 423 giorni), ma restano i buchi sulla gestione del caso

Roma, 12 gennaio 2026. Alle 5.27 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni annuncia la liberazione di Alberto Trentini. Il messaggio parla di “gioia e soddisfazione”, ringrazia “le autorità di Caracas” per la collaborazione e comunica che Trentini e l’altro cittadino italiano Mario Burlò si trovano presso l’ambasciata d’Italia in Venezuela. Un aereo, aggiunge, è già partito da Roma per riportarli in Italia.

L’annuncio arriva dieci giorni dopo un evento che modifica radicalmente il contesto venezuelano: il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti conducono un’operazione di forza a Caracas che porta alla cattura del presidente Nicolás Maduro (con la moglie) e al suo trasferimento negli Stati Uniti. L’azione viene rivendicata dall’amministrazione americana come operazione di sicurezza nazionale. Da quel momento, il quadro politico e diplomatico del Venezuela entra in una fase di totale instabilità.

Dall’arresto alla detenzione senza processo

Alberto Trentini viene fermato il 15 novembre 2024 nello Stato di Apure, mentre viaggia verso Guasdualito per una missione con l’organizzazione umanitaria Humanity & Inclusion. Da quel giorno viene detenuto nel carcere di El Rodeo I, struttura di massima sicurezza nei pressi di Caracas.

Per oltre quattordici mesi resta in stato di detenzione. Nel corso di questo periodo non viene mai resa pubblica un’imputazione formale a suo carico. Non risulta l’avvio di un procedimento giudiziario. La detenzione prosegue senza processo.

Le condizioni carcerarie sono terribili: isolamento prolungato, accesso limitato alla luce naturale e all’attività fisica, contatti telefonici sporadici. Viene segnalata una perdita di peso stimata in circa 15 chilogrammi. Le stesse fonti riportano una condizione di ipertensione cronica, trattata con farmaci forniti tramite l’ambasciata italiana.

Durante la detenzione, la famiglia di Trentini interviene più volte pubblicamente. In dichiarazioni rilanciate dalle agenzie, i familiari denunciano l’assenza di informazioni ufficiali, la mancanza di un’accusa formale e il protrarsi della reclusione senza atti giudiziari. In più occasioni chiedono al governo italiano un intervento politico più visibile, spiegando che il silenzio istituzionale contribuisce all’isolamento del detenuto.

Sul fronte del governo, nel corso del 2025 non vengono diffuse informative parlamentari dedicate né prese di posizione pubbliche della Presidenza del Consiglio che ricostruiscano il caso. La gestione resta affidata ai canali diplomatici, senza nessuna rendicontazione pubblica.

La svolta internazionale e la liberazione

Il contesto cambia all’inizio di gennaio 2026. Il 3 gennaio, l’operazione statunitense contro Maduro provoca un collasso immediato degli equilibri politici venezuelani. Nei giorni successivi, secondo quanto riportato dalle agenzie, diversi detenuti stranieri vengono trasferiti o rilasciati.

Ora arriva l’annuncio della liberazione di Trentini. Nelle ultime ore esponenti della maggioranza collegano esplicitamente l’esito al nuovo scenario internazionale. La ministra Daniela Santanchè, in dichiarazioni pubbliche, afferma che la liberazione sarebbe avvenuta “anche grazie alla cattura di Maduro da parte di Trump”, riconoscendo un nesso diretto tra l’azione statunitense e lo sblocco del caso.

Ma la comunicazione ufficiale del governo italiano e di Fratelli d’Italia rivendica invece una trattativa “condotta con discrezione”. Nulla si sa dei passaggi diplomatici precedenti al 3 gennaio 2026. Non viene chiarito se vi siano stati cambiamenti nelle interlocuzioni dopo l’operazione americana.

Nel messaggio della presidente del Consiglio compare un ringraziamento alle autorità di Caracas, le stesse che hanno trattenuto Trentini. Il riferimento non è accompagnato da spiegazioni sulle ragioni della detenzione protratta né sul perché il rilascio avvenga solo dopo il collasso del vertice politico venezuelano.

La famiglia, tramite l’avvocata Alessandra Ballerini, ringrazia chi ha lavorato per la liberazione e chiede rispetto per un momento privato. Nel testo compare però una frase che apre una seconda fase della vicenda: “Ci sarà tempo per raccontare i fatti e accertare responsabilità”.

Il rientro di Alberto Trentini è una notizia. I mesi che lo hanno preceduto restano una sequenza di atti e silenzi. Quella è la prossima notizia. 

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Milano-Cortina 2026: un morto sotto zero

C’è un Paese che si racconta efficiente, moderno, pronto a ospitare il mondo sotto i riflettori delle Olimpiadi. Poi c’è Pietro Zantonini, 55 anni, morto di freddo durante un turno di vigilanza notturna in un cantiere olimpico a Cortina. Mentre la retorica correva più veloce delle ruspe, lui era chiuso in un gabbiotto grande quanto un bagno chimico, con una stufetta come unica difesa da –15 gradi, costretto a ronde esterne ogni due ore. Lavorava con un contratto a termine, lontano da casa, perché quel salario serviva a tenere in piedi una famiglia. Questo è il punto di partenza. Tutto il resto è contorno. 

Si dirà che le cause vanno accertate, che c’è un’autopsia, che la magistratura farà il suo corso. Vero. Ma intanto un uomo è morto sul lavoro, in condizioni che chiunque definirebbe proibitive. Turni notturni di dodici ore, gelo costante, subappalti, vigilanza esternalizzata, responsabilità che si disperdono lungo la filiera fino a diventare un’ombra. Le Olimpiadi promettono eccellenza, ma si reggono su lavoratori invisibili, compressi tra scadenze e risparmi, dove la sicurezza diventa una voce da minimizzare.

Il fratello lo dice senza retorica: “Era lì per mantenere la famiglia”. È la frase che inchioda tutti. Perché racconta un sistema che normalizza l’eccezione, che trasforma il rischio in routine, che accetta il freddo estremo come dettaglio logistico. E quando arriva il comunicato di cordoglio, puntualissimo, scopri che il cantiere “non è di competenza”. Nessuno è mai competente quando il prezzo è una vita.

Milano-Cortina 2026 dovrebbe essere una vetrina. Oggi è uno specchio. Dentro si vede un Paese che applaude i grandi eventi e chiude gli occhi sulle condizioni di chi li rende possibili. Pietro Zantonini è morto lavorando. Tutto il resto è una giustificazione che non scalda.

Buon lunedì.

Foto WM

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Mercosur, la giravolta del governo sul trattato di libero scambio: giustificato con 45 miliardi in più che in realtà erano già lì

Mettiamo in fila i fatti. Il 6 gennaio Giorgia Meloni diffonde una nota ufficiale per rivendicare un risultato che, nelle sue parole, segna «un passo in avanti positivo e significativo» per l’agricoltura italiana. La proposta della Commissione europea sul futuro bilancio Ue renderebbe disponibili «ulteriori 45 miliardi di euro per la Politica agricola comune», già dal 2028. Poche ore dopo, quella cifra diventa il perno del racconto politico con cui Palazzo Chigi accompagna una scelta molto più delicata: il progressivo riallineamento dell’Italia verso la firma dell’accordo commerciale Ue-Mercosur.

I “45 miliardi” e la narrazione

C’è un piccolo problema: quei 45 miliardi non sono nuovi. Come osserva anche Pagella Politica, nei documenti europei il totale della Pac per il periodo 2028-2034 resta fermo a 293,7 miliardi di euro. La proposta di Ursula von der Leyen interviene solo sul calendario, consentendo agli Stati membri di anticipare una parte delle risorse che, secondo le regole ordinarie, sarebbero state sbloccate più avanti, con la revisione di metà periodo. Parlare di “soldi in più” è propaganda.

Il passaggio diventa cruciale quando lo si sovrappone al dossier Mercosur. A dicembre il governo italiano aveva contribuito a congelare l’intesa, giudicando «prematuro» procedere senza garanzie concrete per i produttori europei. La richiesta di reciprocità normativa e di clausole di tutela era stata presentata come una linea invalicabile. Ora è cambiato tutto. Meloni accoglie con favore le nuove proposte di Bruxelles. Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida parla di «ultimo miglio», di verifiche tecniche in corso e della necessità che i prodotti importati rispettino le stesse regole di sicurezza alimentare imposte ai produttori Ue.

La sequenza temporale

La sequenza temporale conta. Le rassicurazioni sulla Pac arrivano mentre la Commissione accelera verso la firma dell’accordo commerciale, prevista dopo il Consiglio europeo del 9 gennaio. Nei fatti, l’anticipo dei fondi agricoli viene letto come lo strumento politico per rimuovere le resistenze dei governi più critici, Italia compresa. È una compensazione ex post, non una correzione del testo dell’accordo.

Ma le criticità non sono cambiate: restano lì, intatte. L’intesa Ue-Mercosur prevede ampie liberalizzazioni tariffarie su prodotti altamente sensibili per l’agricoltura europea: carne bovina, pollame, zucchero, riso, etanolo. Le quote di importazione sono limitate in percentuale, ma sufficienti, secondo numerose analisi di mercato, a esercitare una pressione al ribasso sui prezzi alla produzione. In un settore già colpito dall’aumento dei costi energetici, climatici e normativi, l’effetto rischia di tradursi in una riduzione secca della redditività.

La Pac come compensazione

A questo si aggiunge la divergenza degli standard produttivi. Nei Paesi del Mercosur sono consentite pratiche e sostanze vietate o fortemente limitate nell’Unione europea, dai pesticidi agli antibiotici fino alle regole sul benessere animale. Le promesse di “reciprocità” contenute nell’accordo vengono giudicate deboli, anche perché molti standard non sono verificabili a posteriori con controlli alle frontiere. Le clausole di salvaguardia, presentate come scudo per i settori più vulnerabili, prevedono soglie elevate e procedure lente, con il rischio di intervenire quando il danno economico è già consolidato.

L’uso della Pac come leva negoziale espone un’ulteriore fragilità. L’anticipo delle risorse è facoltativo e contendibile. Ogni Stato membro potrà decidere se destinare quelle somme all’agricoltura, solo in parte o per nulla. Per l’Italia le stime parlano di circa 5 miliardi potenzialmente anticipabili ma si tratta di una cifra teorica, priva di assegnazione automatica. Eppure viene spesa politicamente come contropartita sufficiente per sbloccare un accordo commerciale dagli effetti strutturali.

Il risultato è una frattura che si allarga con il mondo agricolo. In Francia, Belgio e Polonia sono annunciate nuove mobilitazioni. In Italia i trattori torneranno in strada dal 19 gennaio. Le organizzazioni agricole continuano a denunciare un modello che scarica sugli agricoltori europei il costo della competizione globale, chiedendo poi alla PAC di riparare i danni. Ma le conseguenze, per le aziende agricole e per l’equilibrio delle filiere, restano fuori dai comunicati di governo. Per questo se le ritroveranno nelle piazze.

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Senzatetto, la strage invisibile che accorcia la vita: 414 morti in Italia nel 2025

In un comunicato la fio.Psd – Federazione italiana organismi per le persone senza dimora mette in fila un numero che pesa come una sentenza: 414 senzatetto deceduti nel 2025. Nel 2024 erano 434, nel 2023 415. La cifra cambia di poco, l’abitudine resta. A colpire, prima ancora del totale, è l’età media di morte: 46,3 anni. Per chi aveva cittadinanza italiana 54,5; per chi arrivava da fuori 42. In un Paese dove l’aspettativa di vita supera gli 81 anni, la strada accorcia il tempo e lo fa con regolarità, senza stagioni privilegiate.

La mappa reale: fuori dai grandi viali

Il dettaglio più spiazzante è la geografia dei decessi. fio.PSD indica una prevalenza nel Nord, con la Lombardia al primo posto. Roma e Milano guidano fra le città, però la mappa vera esce dai grandi viali: una quota ampia dei casi arriva da province e comuni medi, territori dove l’offerta di servizi è più rarefatta. È lì che la cronaca smette di essere “fenomeno urbano” e diventa sistema.

I luoghi raccontati dal monitoraggio sono un inventario di esposizione permanente. Il 34 per cento dei ritrovamenti avviene in strada, parchi, aree pubbliche. Un altro 23 per cento in baracche e ripari di fortuna. Poi c’è un dato che chiede una domanda precisa: il 15 per cento dei decessi per annegamento. Canali, fiumi, porti, fossi. Punti ciechi dove basta una caduta, una notte senza riparo, un malore. Un altro 8 per cento muore in carcere: anche lì l’assenza di dimora diventa fattore di rischio.

Il profilo è quasi sempre maschile: 91,5 per cento. La cittadinanza straniera supera la metà, 56,5 per cento, con prevalenza extraeuropea. Sono numeri secchi, però descrivono una fragilità organizzata: si muore giovani, si muore soli, si muore lontano dai servizi sanitari continuativi.

Casa, sfratti, presa in carico che si interrompe

Dietro quei luoghi c’è una traiettoria economica e sociale. Eurostat, per il 2024, stima nell’Unione europea una quota dell’8,2 per cento di persone in famiglie che spendono oltre il 40 per cento del reddito disponibile per la casa. In Italia i prezzi delle abitazioni tornano a salire: ISTAT segnala nel 2025 un aumento medio del 4,1 per cento nei primi tre trimestri rispetto al 2024. Nel frattempo gli sfratti restano una corrente continua: 40.158 provvedimenti di rilascio emessi e 21.337 eseguiti nel 2024, secondo il Ministero dell’Interno. Dietro quelle pratiche c’è una soglia che salta e raramente si richiude.

Le “Linee di indirizzo per il contrasto alla grave emarginazione adulta”, diffuse nel PON Inclusione, parlano di Housing First e di presa in carico continuativa. Ogni inverno i Comuni aprono posti letto extra, poi l’emergenza si ritira e resta la stessa domanda: dove va chi esce dal dormitorio al mattino. La risposta, spesso, è un marciapiede.

fio.PSD, nel rapporto 2024 pubblicato a gennaio 2025, segnala una crescita della componente giovane: fra 17 e 29 anni i decessi arrivano al 18 per cento del totale, con prevalenza di cittadini stranieri. È un’età da lavoro, da studio, da futuro. Invece diventa età da statistiche.

A fine mese un passaggio può cambiare la qualità dei dati: la rilevazione “Tutti Contano”, promossa da ISTAT e realizzata con fio.PSD, prevede una conta nelle 14 città metropolitane il 26, 28 e 29 gennaio 2026. Si conterà anche chi sfugge ai registri e ai servizi. Il rischio è che la realtà resti più grande dei numeri. Il rischio peggiore è che la serie continui uguale, anno dopo anno, finché 414 resta soltanto un’altra riga.

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