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Monitoraggio degli studenti palestinesi, sindacati contro la circolare. L’iniziativa del ministero è un caso politico

La richiesta parte come una nota tecnica, arriva alle scuole come un adempimento urgente, esplode come caso politico nazionale. Tra novembre 2025 e gennaio 2026 il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha avviato una rilevazione specifica sugli studenti di nazionalità palestinese iscritti nelle scuole statali e paritarie. Prima in Lombardia, poi nel Lazio, infine a macchia d’olio. Moduli da compilare, scadenze ravvicinate, numeri da restituire. L’amministrazione parla di dati aggregati e anonimizzati, utili a predisporre interventi di supporto. La scuola legge altro: una classificazione identitaria senza garanzie, senza fondi, senza cornice normativa.

La catena amministrativa è significativa. Nessun decreto, nessuna circolare nazionale pubblica, solo note degli Uffici scolastici regionali su impulso della Direzione Affari internazionali del Ministero. In Lombardia già a fine novembre 2025, nel Lazio l’8 gennaio 2026 con scadenza fissata al 14. I form chiedono il numero di studenti palestinesi distinti tra statali e paritarie e aprono a una sezione facoltativa di “ulteriori informazioni” sui percorsi di inserimento. È qui che la rilevazione smette di essere neutra: quando la statistica si affida a campi aperti e tempi stretti, l’anonimato diventa fragile e la responsabilità ricade sulle singole scuole.

Il paragone che non regge

La difesa ministeriale, ribadita dal ministro Giuseppe Valditara, insiste sul precedente ucraino del 2022. Stessa logica, stessa finalità, stesso metodo. Ma l’accoglienza degli studenti ucraini era incardinata in un quadro europeo di protezione temporanea, sostenuta da decreti legge, ordinanze di Protezione civile e soprattutto da fondi dedicati. Le scuole furono censite per essere finanziate: risorse per mediazione linguistica, supporto psicologico, materiali didattici. La rilevazione attuale sui palestinesi nasce invece senza uno status collettivo riconosciuto, senza una norma primaria e senza uno stanziamento esplicito. I numeri arrivano, i soldi no. Il risultato è un monitoraggio a costo zero che chiede alle scuole di arrangiarsi con risorse ordinarie già esigue.

C’è poi la differenza tecnologica. Nel 2022 il Ministero utilizzò il sistema informativo centrale, il SIDI, garantendo sicurezza e tracciabilità. Nel 2025-26 compaiono form esterni gestiti a livello territoriale. Una scelta che solleva interrogativi sulla governance dei dati e rafforza l’idea di un’iniziativa improvvisata più che strutturata.

Diritti, selettività, stigmatizzazione

La criticità più profonda è giuridica e politica insieme. I dati sulla cittadinanza degli studenti sono già presenti nei database ministeriali. Chiederli di nuovo contraddice il principio di minimizzazione e aggrava inutilmente il procedimento amministrativo. Soprattutto, isolare una sola nazionalità pone un problema di uguaglianza sostanziale. Perché contare i palestinesi e non altri studenti provenienti da zone di guerra La selettività trasforma il dato statistico in un segnale politico, tanto più in un contesto segnato dal dibattito sul riconoscimento dello Stato di Palestina e dalle tensioni sulla libertà di espressione nelle scuole.

I sindacati lo hanno detto con parole diverse ma convergenti. Usb Scuola parla apertamente di “schedatura” e chiede il ritiro della nota. FLC CGIL contesta l’assenza di una base normativa e diffida il Ministero da usi impropri dei dati. CISL e UIL adottano toni più cauti ma esprimono perplessità. Nel frattempo studenti e associazioni denunciano una deriva securitaria dell’istruzione.

Il contrasto che imbarazza

Mentre la scuola dell’obbligo viene chiamata a contare, l’università accoglie. Il progetto IUPALS, promosso dalla Conferenza dei Rettori con il Ministero degli Esteri, finanzia borse di studio, vitto, alloggio e counseling per studenti palestinesi. È un modello opposto.

In un tempo in cui a Gaza le scuole vengono distrutte e il diritto allo studio cancellato dalle bombe, la scelta di “contare” senza proteggere assume un peso simbolico enorme. La scuola pubblica italiana, luogo costituzionale di inclusione, rischia di diventare un dispositivo di differenziazione. Senza una riformulazione radicale, con garanzie scritte, fondi dedicati e criteri universali, questa rilevazione resterà come un atto amministrativo che ha smesso di essere neutro nel momento stesso in cui ha deciso chi valeva la pena misurare.

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I custodi senza pudore: quando anche i garanti imparano l’arte dell’impunità

Se fanno così pure i garanti, allora il problema ha superato la soglia dell’ipocrisia istituzionale. Perché qui non si parla di un ministero politico, di un sottosegretario distratto o di un portaborse troppo zelante. Qui siamo nel cuore di un’autorità indipendente, nata per vigilare sugli abusi di potere e sulla correttezza dell’uso dei dati. E invece, secondo le carte dell’inchiesta della Procura di Roma, il Garante della Privacy avrebbe trasformato la propria autonomia in una zona franca.

Auto blu usate per spostamenti privati e politici, rimborsi per spese estranee al mandato, carte di credito personali alimentate con denaro pubblico, voli e benefit accumulati mentre i procedimenti scivolano verso sanzioni simboliche. Tutti i membri del collegio indagati, nessuna eccezione. Un sistema, non una svista. E quando emergono i conflitti di interesse, la fotografia si fa più nitida: tessere executive da migliaia di euro offerte da una compagnia aerea sottoposta alla vigilanza del Garante, studi legali incrociati, procedimenti istruiti e chiusi con estrema leggerezza.

Il punto politico è tutto qui. Se persino chi dovrebbe garantire indipendenza, rigore e distanza dal potere si muove con questa disinvoltura, allora il racconto sulla “tecnicalità” delle autorità indipendenti crolla. Non per un’inchiesta giornalistica, ma per i fatti contestati: viaggi, alberghi di lusso, spese personali, incontri istituzionali che sconfinano nel rapporto diretto con i vertici di partito. E sullo sfondo una riforma simbolica: l’abuso d’ufficio cancellato, proprio mentre gli inquirenti lo individuano come possibile reato.

C’è una costante che ritorna. La cultura dell’impunità precede sempre le leggi che la normalizzano. Prima si allargano le maglie, poi si cambia il codice. In mezzo restano le autorità che avrebbero dovuto vigilare e che invece finiscono per assomigliare troppo a ciò che avrebbero dovuto controllare.

Buon venerdì. 

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Spending review, cercasi tecnici per tagliare la spesa: così il governo delega l’austerità e guarda al modello Usa

Il governo ha scelto di trasformare la spending review in una funzione amministrativa stabile. Il bando RIPAM per 294 assunzioni dedicate alla valutazione delle politiche pubbliche e alla revisione della spesa racconta questo passaggio meglio di qualsiasi dichiarazione ufficiale. L’austerità smette di essere una decisione rivendicata e diventa un processo incorporato nell’organizzazione dello Stato.

I numeri parlano chiaro. Trentatré elevate professionalità e duecentosessantuno funzionari distribuiti in quasi tutti i ministeri. Esteri, Università e ricerca, Lavoro, Agricoltura, Ambiente, Salute, Presidenza del Consiglio. Al vertice il Ministero dell’Economia, con il Viminale subito dietro. Non è un ufficio isolato: è una trama che attraversa l’amministrazione centrale e si insedia nei punti sensibili della spesa.

La cornice è fissata dalla Legge di Bilancio 2026. Aggiustamenti superiori ai dieci miliardi nel triennio, riduzioni della spesa corrente, vincoli progressivi che scendono lungo la catena amministrativa fino agli enti locali. Ogni ministero è chiamato a “razionalizzare”. Razionalizzare significa scegliere. Scegliere produce attrito. L’attrito viene spostato sul terreno tecnico.

La spending review diventa struttura

Negli anni la spending review è passata per commissari straordinari, task force temporanee, relazioni dettagliate finite negli archivi. Questa volta il salto è strutturale. La revisione della spesa entra negli organici. Diventa lavoro quotidiano, analisi dei bilanci, valutazione delle politiche, auditing, controllo. L’austerità sostanzialmente viene internalizzata.

Sullo sfondo si intravede un paradosso. Lo Stato amplia l’organico per rendere possibile la riduzione della spesa. E la politica Altrove. Ogni capitolo di bilancio ha un presidio, ogni ministro difende il proprio perimetro, ogni taglio apre un conflitto. Delegare ai tecnici consente di spostare la responsabilità perché il prossimo sacrificio avrà la forma di un indicatore, di una tabella, di un benchmark. E non c’è nessun volto politico a doversene fare carico. 

Forse avrà contribuito la fascinazione per il DOGE americano, il Dipartimento per l’efficienza governativa associato a Elon Musk. L’idea Usa era semplice: un gruppo di esperti che razionalizza, snellisce, elimina sprechi senza attraversare il conflitto politico. Solo che negli Stati Uniti l’esperimento ha avuto vita breve. Istituito con ordine esecutivo nel gennaio 2025, è stato sciolto con mesi di anticipo. Le funzioni sono rientrate nella burocrazia tradizionale. I risparmi annunciati non hanno trovato riscontri solidi.

Il precedente americano e il rischio italiano

Il precedente serve come avvertimento. Senza poteri chiari, senza autonomia decisionale, senza una catena di responsabilità definita, i tecnici producono analisi. Ma le analisi non chiudono servizi, non cancellano capitoli di spesa, non reggono la pressione politica. Alla fine prevale il metodo più semplice: il taglio lineare.

In Italia il rischio è già visibile. I nuovi funzionari entrano in un sistema saturo di controlli e pareri. Se restano senza leva, diventano un livello aggiuntivo. Se acquisiscono peso, diventano uno schermo perfetto. Il ministro può richiamarsi alle valutazioni tecniche, Palazzo Chigi può evocare la necessità contabile, e così al Parlamento non resta che ratificare.

Alla fine resta un nodo che nessun bando può sciogliere. I tecnici possono individuare sprechi, duplicazioni, inefficienze. Possono certificare. Possono misurare. Decidere di chiudere un servizio, ridurre una prestazione, rinviare un investimento resta un atto politico. Trasformarlo in procedura significa togliere un nome alla decisione.

Il governo sta costruendo un’austerità amministrata, permanente, diffusa. Quando il conto arriverà, porterà la firma di una struttura. Così la responsabilità politica resterà fuori campo. Deresponsabilizzati e contenti. 

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Ddl sicurezza e scudo penale: rispunta l’immunità mascherata da tutela procedurale per le forze dell’ordine

Ci risiamo. Mentre il governo vorrebbe insegnare agli iraniani che la libertà si conquista scendendo in strada, in casa propria continua a riscrivere le regole della forza pubblica per renderla sempre meno sindacabile. Nel nuovo ddl sicurezza riemerge lo scudo penale per le forze dell’ordine, ancora una volta mascherato da “tutela procedimentale”, ancora una volta infilato nei meccanismi tecnici del processo per evitare la parola che spaventa anche chi lo propone: immunità.

Il cuore della norma è semplice quanto dirompente. Nei casi di uso delle armi o di mezzi di coazione fisica da parte di agenti in servizio, il pubblico ministero non dovrebbe più procedere all’iscrizione immediata nel registro degli indagati se l’azione appare coperta da una causa di giustificazione. Prima viene una fase di valutazione preliminare, poi – eventualmente – l’iscrizione. Tradotto: un limbo investigativo, in cui l’atto che oggi è dovuto e serve ad attivare le garanzie difensive e il controllo del giudice diventa facoltativo. Lo scudo non assolve, ma sposta il tempo della giustizia. E nel diritto penale il tempo è già una forma di potere.

Una tentazione che ritorna da cinquant’anni

Non è un incidente di percorso. È l’ennesimo capitolo di una storia lunga mezzo secolo. Dalla Legge Reale del 1975, che ampliò l’uso legittimo delle armi senza mai riuscire a sottrarlo al vaglio giudiziario, ai governi Berlusconi e alla stagione dei “lodi”, fino ai decreti Salvini e alla riforma della legittima difesa venduta come automatismo assolutorio e poi ricondotta dai giudici nei binari della proporzionalità.

Ogni volta la destra ha cercato uno scudo esplicito. Ogni volta si è fermata davanti alla Costituzione, alla Corte costituzionale, alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Questa volta la strategia è diversa: non toccare la punibilità, ma il procedimento. Non dire “non si indaga”, ma “si indaga dopo”. Al posto di negare il procedimento si decide di rinviarlo.

Perché ora potrebbero farcela

Il contesto aiuta. La riforma Cartabia ha già introdotto una valutazione sugli indizi prima dell’iscrizione. La maggioranza usa quella sponda per spingersi oltre e costruire una presunzione di legittimità funzionale per chi indossa una divisa. A questo si somma un clima politico ossessionato dall’ordine pubblico, la pressione costante dei sindacati di polizia, la competizione interna al centrodestra su chi difende meglio “chi ci difende”.

Il risultato è un testo che potrebbe superare il primo vaglio parlamentare proprio perché si presenta come tecnico e garantista, mentre in realtà ridisegna l’equilibrio tra forza e controllo. Una riforma che avanza per sottrazione, senza proclami, ma con effetti strutturali.

Le crepe costituzionali sotto la vernice tecnica

Le criticità sono evidenti. L’obbligatorietà dell’azione penale viene svuotata dall’interno: come si può valutare una causa di giustificazione senza indagare formalmente? L’eguaglianza davanti alla legge salta quando due fatti identici seguono percorsi diversi in base alla qualifica di chi preme il grilletto. Il diritto di difesa viene paradossalmente indebolito anche per gli stessi agenti, perché senza iscrizione non scattano le garanzie sugli atti irripetibili.

Sul fondo resta l’obbligo europeo di indagini effettive quando l’uso della forza statale provoca morti o lesioni gravi, un obbligo che all’Italia è già costato condanne pesanti. Ritardare l’accertamento significa indebolirlo. E indebolire l’accertamento significa normalizzare l’opacità.

Il disegno complessivo: più forza, meno controllo

Inserito nel pacchetto sicurezza, lo scudo dialoga con altre norme: aggravanti automatiche per chi resiste, nuovi reati che colpiscono anche la resistenza passiva, ampliamento delle garanzie per l’intelligence, possibilità di portare armi private fuori servizio. La geometria è coerente. Più potere repressivo allo Stato, meno controlli ex ante, più fiducia nella forza e meno nella giurisdizione.

È uno Stato di polizia soft, che non cancella i tribunali ma li raggiunge in ritardo. Che non proclama l’impunità, ma la rende praticabile. Che chiede ordine in casa e rivolta altrove. La contraddizione non è solo politica. È strutturale. E racconta con precisione dove stiamo scivolando, mentre continuiamo a chiamarlo sicurezza.

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Vergogna alla fase-due

La chiamano “fase due”. La pronunciano da Washington con il tono neutro dei comunicati, come se fosse una pratica amministrativa. Smilitarizzazione, governance tecnocratica, ricostruzione. Una commissione tecnica, mediatori regionali, una nuova architettura di sicurezza. Gaza trasformata in un dossier.

Nelle stesse ore, a Gaza crollano case già ferite. Piove su muri che non reggono più, il vento strappa le tende, le macerie cedono. A Khan Younis e nel nord della Striscia gli edifici collassano sotto il peso combinato delle bombe passate e dell’inverno presente. Le organizzazioni umanitarie parlano di morti per freddo, di famiglie senza riparo, di un’emergenza che la tregua non ha mai davvero interrotto. La guerra si è fermata nei comunicati, non nei corpi.

Il lessico della forza intanto continua altrove. In Cisgiordania proseguono le demolizioni punitive, le incursioni, gli arresti. A Shuafat, durante un raid, vengono distrutte migliaia di uova. Un gesto piccolo, inutile sul piano militare, chiarissimo sul piano simbolico. È la grammatica dell’occupazione: togliere il cibo, mostrare il controllo, esercitare la punizione quotidiana.

La guerra però non resta confinata. In Europa colpisce in silenzio. Decine di palestinesi legalmente residenti si sono visti bloccare all’improvviso i conti correnti. Stipendi congelati, risparmi inaccessibili, nessuna spiegazione verificabile. Una notifica sul telefono è sufficiente a sospendere una vita normale. Gaza diventa un filtro che passa dalle macerie alle infrastrutture finanziarie, dalla distruzione fisica all’esclusione amministrativa.

Poi c’è la frase che circola come un avvertimento: Gaza “diventerà un modello”. Non una tragedia da chiudere, ma un laboratorio da esportare. Mentre si promette una fase due ordinata, la fase uno resta ovunque: nelle case che crollano, nel freddo che uccide, nelle uova schiacciate sull’asfalto, nei conti correnti bloccati a migliaia di chilometri di distanza.

Se questa è la “fase due”, il diario continua a chiamarla per nome: sopravvivenza sotto amministrazione.

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Dallo Stato di diritto allo Stato di polizia, passo dopo passo

Non governano. Reagiscono. Ogni contestazione diventa un affronto personale, ogni dissenso una minaccia da neutralizzare. Il nuovo ddl Sicurezza, pronto al varo del governo Meloni, è il punto più avanzato di questa deriva: un impianto punitivo costruito per colpire chi manifesta, per allargare i poteri di polizia, per restringere diritti già fragili di migranti e minorenni.

Il cuore del testo sta nelle piazze. Daspo urbano applicabile anche a chi è solo denunciato, arresti in flagranza differita basati su immagini, perquisizioni preventive con definizioni vaghe come “oggetti atti ad offendere”. Dodici ore di trattenimento per chi “sospettato” di turbare una manifestazione. La protesta viene trattata come un problema di ordine pubblico, da gestire con strumenti eccezionali resi ordinari. Le multe arrivano fino a 20mila euro, i divieti di partecipazione alle manifestazioni possono scattare anche con sentenze non definitive. Il messaggio è chiaro: scendere in piazza costa.

A questo si aggiunge lo scudo penale. Un capovolgimento della procedura: prima la giustificazione, poi – eventualmente – l’indagine. Una tutela costruita per le forze dell’ordine, estesa formalmente a tutti per superare i dubbi di costituzionalità, che però introduce un principio pericoloso: l’eccezione preventiva alla responsabilità. Dopo il caso Ramy Elgaml, la fuga da un posto di blocco diventa reato fino a cinque anni di carcere. La risposta politica a una morte discussa è l’inasprimento penale, non il chiarimento dei fatti.

Il ddl stringe anche su migranti e Ong. Divieti di ingresso in acque territoriali fino a sei mesi per “pressione migratoria eccezionale”, trasferimenti verso Paesi terzi, limiti ai giudici per far funzionare i centri in Albania. Per i minorenni arrivano ammonimenti dai 12 anni e multe ai genitori. È un diritto penale simbolico, che accumula sanzioni per mostrare forza.

Questo governo non amministra conflitti sociali: li reprime. Non cerca consenso: lo impone. Ogni norma racconta la stessa ossessione: punire prima, spiegare poi. È così che l’autoritarismo smette di annunciarsi e comincia a funzionare.

Buon giovedì. 

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Risoluzioni sugli aiuti all’Ucraina, alla Camera il voto che ratifica la rotta del governo tra fratture interne alla destra e al Pd

Giovedì 15 gennaio 2026 la Camera dei deputati voterà la risoluzione che accompagna la proroga degli aiuti all’Ucraina. Dovrebbe essere un passaggio di indirizzo ma politicamente rischia di essere molto di più: un test di tenuta della maggioranza, una cartina di tornasole per le opposizioni e, soprattutto, la certificazione di una scelta già compiuta. Il decreto-legge di fine dicembre ha già esteso per tutto il 2026 l’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti alle autorità ucraine. Il Parlamento arriva dopo, chiamato a ratificare una traiettoria che lo precede.

La frattura nella maggioranza e l’arte della mediazione

La tensione si concentra dentro la coalizione di governo. Fratelli d’Italia difende una linea atlantista senza ambiguità, rivendicata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal ministro della Difesa Guido Crosetto. La Lega, invece, arriva al voto con un dissenso che non è più solo retorico. Le stime parlano di defezioni potenziali tra Camera e Senato sufficienti a rendere il passaggio meno scontato di quanto il governo vorrebbe far credere.

La risposta è stata una mediazione chirurgica. Nel testo della risoluzione la parola “militari” scompare dal titolo, sostituita da una formula più neutra sugli equipaggiamenti. Nei dispositivi compaiono due correttivi: maggiore enfasi sugli aiuti civili e un impegno a rafforzare l’informativa parlamentare, pur nel perimetro della riservatezza. È una concessione simbolica che consente alla Lega di rivendicare uno spostamento di baricentro senza modificare la sostanza. La linea resta però quella della continuità, ma viene raccontata con un lessico meno urticante per l’elettorato più scettico. Ma tra i leghisti potrebbero non mancare le defezioni. Il senatore Borghi ha già annunciato il voto contrario e i parlamentari più vicini a Vannacci potrebbero seguirlo. 

Per questo Fratelli d’Italia ha aperto canali esterni. I voti dei centristi sono considerati affidabili, più delicato è il rapporto con il Partito democratico, a cui non viene chiesto un sì esplicito, ma un’astensione che abbassi la soglia e neutralizzi l’effetto delle assenze leghiste. Sulla politica estera il governo cerca la maggioranza nell’opposizione. 

Il Pd tra disciplina, astensione e smarcamenti controllati

La linea ufficiale del Pd è orientata verso l’astensione sulla risoluzione di maggioranza, coerente con quanto già avvenuto negli anni precedenti: sostegno all’Ucraina come principio, rifiuto di una delega politica a un governo ritenuto debole sul piano diplomatico europeo. È una postura che la segretaria Elly Schlein ha ribadito più volte, insistendo sulla necessità di affiancare al sostegno militare un’iniziativa politica europea credibile verso una “pace giusta”.

C’è però una frattura interna mai del tutto ricomposta. Una parte del gruppo parlamentare, i cosiddetti riformisti (con Guerini, Quartapelle, Sensi e altri), guarda con crescente insofferenza all’astensione, considerata una posizione politicamente ambigua in una fase che viene descritta come decisiva per gli equilibri del conflitto. È la stessa dinamica già emersa nel 2024, quando singoli deputati decisero di votare a favore della risoluzione di maggioranza rompendo la disciplina di gruppo.

Il rischio, anche questa volta, è quello di smarcamenti mirati: pochi voti, ma simbolicamente pesanti, sufficienti a rendere visibile la spaccatura tra una linea di opposizione “responsabile” e un’area che teme di apparire esitante su un terreno identitario come la collocazione internazionale dell’Italia. Proprio per questo la direzione del gruppo ha lavorato a una propria risoluzione autonoma, pensata come strumento di ricomposizione interna: un testo che ribadisca il sostegno a Kiev, rafforzi il richiamo al ruolo dell’Unione europea e consenta al Pd di distinguersi dal governo senza scivolare nel fronte del no.

L’astensione, in questo quadro, diventa una scelta difensiva. Serve a evitare che il Pd venga arruolato come stampella della maggioranza in difficoltà, ma anche a contenere un conflitto interno che, se esplodesse apertamente in Aula, finirebbe per sovrapporsi al racconto delle divisioni del centrodestra.

Il piano europeo e la guerra che diventa industria

Il nodo decisivo, però, non è tutto dentro l’Aula. La risoluzione del 2026 segna il passaggio da una fase di donazione di scorte a una fase di produzione. L’aggancio esplicito allo strumento europeo Safe, che mobilita fino a 150 miliardi di euro in prestiti per la difesa, sposta il piano della discussione. Per l’Italia la quota potenziale è intorno ai 15 miliardi, finanziata con debito europeo a lungo termine. Non sono sovvenzioni, ma prestiti garantiti dal rating dell’Unione, che consentono di investire oggi e pagare domani. Al centro c’è Leonardo, chiamata a giocare un ruolo chiave nella filiera tecnologica. 

È qui che la narrazione politica mostra la sua asimmetria. In pubblico si abbassa il profilo semantico dell’impegno bellico; nei fatti si struttura una politica industriale che lega l’Italia a una produzione militare di lungo periodo, finanziata dall’Europa. 

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Intercettazioni illegittime nel processo Mediterranea, le garanzie a targhe alterne e il silenzio dei garantisti

Nell’Aula del tribunale di Ragusa è successo qualcosa che dice molto del garantismo peloso sventolato in vista del prossimo referendum sulla Giustizia: la corte ha rimesso le garanzie al centro, senza retorica e senza microfoni. Le ha rimesse dove contano davvero, negli atti. Il Tribunale ha ordinato la distruzione anticipata di intercettazioni e chat confluite nel processo Mare Jonio e inutilizzabili per legge. Comunicazioni con avvocati difensori, contatti con parlamentari, colloqui con religiosi. Materiale che non avrebbe dovuto entrare nei fascicoli e che invece per anni sono finite nelle prime pagine dei giornali, producendo effetti concreti.

Il procedimento nasce dal soccorso del settembre 2020 ai 27 naufraghi rimasti bloccati per settimane sulla Maersk Etiennee poi sbarcati a Pozzallo dalla Mare Jonio. Gli imputati sono attivisti e operatori di Mediterranea Saving Humans. L’accusa resta quella di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Ma l’udienza di ieri ha inciso su un altro piano, quello che precede ogni valutazione di merito: il rispetto delle regole del processo.

Quando le garanzie diventano un problema

L’ordinanza del Tribunale di Ragusa certifica che parte del materiale raccolto violava tutele previste dall’ordinamento. Non si tratta di un vizio marginale, siamo di fronte a una violazione che altera l’equilibrio stesso del procedimento. La conseguenza è inevitabile: eliminazione dagli atti. Non sarebbe bastato un rinvio, non servirebbe una selezione tardiva: solo cancellazione. È il codice che torna a imporsi dopo essere rimasto sullo sfondo troppo a lungo.

Ma il punto politico sta tutto nel tempo. Quelle conversazioni hanno accompagnato l’indagine, hanno alimentato ricostruzioni, hanno fatto da base a titoli e commenti, hanno contribuito a costruire un racconto pubblico prima ancora di qualunque verifica dibattimentale. Sono state sventolate per corroborare il processo di criminalizzazione delle Ong. Probabilmente hanno contribuito anche all’incasso elettorale di qualcuno. Ora vengono distrutte perché vietate. Ma nel frattempo hanno già svolto la loro funzione: orientare, insinuare, sedimentare sospetti.

Il garantismo a giorni alterni

Fuori dall’aula, il contrasto è evidente. In queste settimane il garantismo è diventato parola d’ordine per chi spinge il sì al referendum sulla giustizia. Difesa delle regole, tutela dei diritti, rispetto delle garanzie. Ma davanti a un provvedimento che certifica una compressione delle garanzie, quel fronte ha scelto il silenzio. Nessuna presa di posizione, nessuna denuncia, nessuna domanda pubblica su come sia stato possibile arrivare a questo punto.

Il silenzio è sempre una scelta politica. Le garanzie vengono difese quando servono a nobilitare una battaglia referendaria. Spariscono quando riguardano soggetti che mettono in discussione l’impianto delle politiche migratorie e la narrazione securitaria. È un garantismo selettivo, che funziona per appartenenza e non per principio.

Un metodo che lascia tracce

L’udienza a Ragusa dice qualcosa anche sul metodo investigativo adottato in questi anni contro le Ong di soccorso. Un metodo che accumula, allarga, registra tutto, salvo poi fare pulizia a valle, quando il danno è già avvenuto. La distruzione delle intercettazioni ristabilisce una regola formale, ma non cancella il fatto che quelle conversazioni abbiano circolato, siano state lette, interpretate, utilizzate per costruire un clima.

Il processo proseguirà e il merito delle accuse verrà discusso nelle sedi appropriate. Questo articolo non anticipa verdetti. Registra due fatti. Il primo: un tribunale ha dovuto eliminare atti che non avrebbero mai dovuto entrare nel processo. Il secondo: davanti a questa evidenza, molti dei garantisti più loquaci hanno scelto di guardare altrove.

In aula, ieri, le garanzie hanno parlato. Fuori, chi le invoca a giorni alterni era impegnato nella sua furiosa campagna referendaria. 

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Occhi su Gaza, diario di bordo #125

A Gaza la tregua si misura con il vento. Nelle ultime ventiquattr’ore le raffiche hanno strappato tende, fatto crollare muri già lesionati, sepolto famiglie che vivevano sotto ripari di fortuna. Un bambino di un anno è morto per ipotermia. Almeno quattro persone sono state uccise dal cedimento di pareti improvvisate. Le agenzie parlano di “maltempo”, l’Onu di centinaia di tende distrutte. È il vocabolario della normalizzazione: quando la guerra rallenta, il rischio diventa clima.

Dentro questa calma apparente continuano però i colpi. A Rafah le forze israeliane hanno riferito di uno scontro a fuoco con sei uomini armati nella zona occidentale, definendolo una “grave violazione” del cessate il fuoco. La formula è sempre la stessa: la tregua come cornice, l’eccezione armata come regola quotidiana. UNICEF intanto conta oltre cento minori uccisi da mezzi militari dal 10 ottobre, data ufficiale dell’accordo. Numeri che faticano a entrare nei comunicati, ma restano nei corpi.

Mentre a Gaza si muore di freddo e di schegge, altrove si pianifica. Da Washington filtra l’imminente annuncio della cosiddetta “fase due”: amministrazione temporanea affidata a tecnocrati palestinesi, un percorso verso una governance futura, la ricostruzione come promessa, il disarmo di Hamas come condizione. Si discute di nomi, di organigrammi, di supervisori internazionali. La distanza è tutta lì: tra chi conta le tende e chi distribuisce incarichi.

Intanto cambia il lessico. Negli Stati Uniti la parola “genocidio” entra nel dibattito politico senza più restare ai margini. Un senatore democratico, ebreo, in corsa per il seggio di Nancy Pelosi, ha scelto di usarla pubblicamente per Gaza dopo settimane di ambiguità. È un fatto politico prima ancora che semantico. A Gaza la tregua resta una statistica fragile. Altrove si discute finalmente di come chiamare ciò che accade.

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Melma del mattino: Iran

Da giorni rimbalza un refrain ripetuto allo sfinimento: la sinistra non difende l’Iran. Lo scrivono gli editorialisti di destra, lo mettono in prima pagina certi giornali al servizio del governo, lo ripetono compulsivamente i politici e i loro troll. Galeazzo Bignami, ad esempio, si domanda perché per l’Iran non siano in partenza nuove flotille, dimostrando poca attinenza con l’originalità e il senso della geografia. 

Il vizio molto provinciale di utilizzare la vita delle persone e i desideri di libertà dei popoli per regolare conti con gli avversari politici piace moltissimo ai meloniani, ai loro sgherri e a centristi di diverse salse. Ogni giorno un appello a presunti pezzi di sinistra. Ieri alle femministe, oggi ai pro-Pal, domani a chissà chi. L’importante, secondo loro, è dimostrare una presunta mollezza degli avversari politici che di volta in volta diventano amici di Hamas, poi di Maduro, poi di Putin e via così. 

Ci sarebbe da scommettere che gran parte dei bastonatori non sappiano nemmeno indicare l’Iran su una cartina geografica con il dito. Ma per loro non è importante: ciò che conta è avere imparato in fretta il posizionamento strumentale su ogni questione internazionale per accendere lo scontro.

Questa mattina a Palazzo Madama la commissione Esteri voterà una mozione contro il regime iraniano per censurare il governo degli ayatollah, esprimere massima solidarietà al popolo in lotta e chiedere al governo e all’Unione europea di attivare iniziative per fermare i massacri. Sapete chi la voterà? Tutti. 

E questo è tutto quello che c’è da dire sulla melma e sulla propaganda.  

Buon mercoledì.

Foto WC

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