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Referendum sulla giustizia, i cartelloni del No mandano in tilt il fronte del Sì. E pure gli avvocati si dividono

Alla stazione Centrale di Milano la campagna referendaria sulla giustizia entra nel vivo con un cartellone del comitato per il No che chiede ai passanti se davvero vogliano «giudici che dipendono dalla politica». La reazione è immediata. Pronti, via e il fronte del Sì denuncia un messaggio fuorviante, parla di allarmismo e chiede di ricondurre il dibattito su binari “corretti”. La “correttezza” ovviamente starebbe in un comitato del No che abbracci le valutazioni di quello di Sì. Fantastico. E così la polemica diventa il primo fatto politico rilevante del referendum: la discussione sul merito viene sospinta ai margini, mentre lo scontro si concentra sul linguaggio e sulle cornici.

Il No difende quel messaggio come una sintesi del nodo centrale della riforma: la separazione delle carriere e la riscrittura degli equilibri del Consiglio superiore della magistratura incidono sul rapporto tra potere politico e giurisdizione. Il Sì risponde con una contro-campagna che riprende e riscrive graficamente i manifesti avversari, arrivando a usare l’immagine del presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Cesare Parodi, come bersaglio polemico. È una scelta che sposta definitivamente la campagna sul piano simbolico e segnala quanto il tema dell’autonomia della magistratura resti il punto più sensibile dello scontro. I cosiddetti “competenti” giocano tutto sui messaggi degli avversari. 

Il messaggio che divide

Dietro la disputa sui cartelloni si consuma una frattura politica netta. Il Sì insiste su responsabilità, efficienza, modernizzazione del sistema. Il No replica che la riforma produce un riequilibrio a favore dell’esecutivo, presentato come tecnica neutra. Il cartellone di Milano funziona proprio perché costringe a esplicitare questa alternativa. Le reazioni scomposte diventano, per il No, la prova che la questione dell’indipendenza dei giudici resta irrisolta.

Nel dibattito entrano anche le parole del ministro della Giustizia Carlo Nordio, rivendicate dai comitati come conferma dell’impianto politico della riforma. Le dichiarazioni vengono richiamate e interpretate come il segnale di una volontà di “riequilibrio” dei poteri che va oltre la semplice riorganizzazione interna della magistratura. È su questo terreno che la campagna del No prova a inchiodare il confronto, trasformando ogni reazione comunicativa in un atto politico.

La crepa nell’avvocatura

Il secondo elemento che complica la narrazione arriva dall’avvocatura. Accanto alle iniziative per il Sì promosse dall’Unione delle Camere Penali, a dicembre nasce il comitato “Avvocati per il No”, presieduto da Franco Moretti. La tesi è esplicita: la riforma altera i contrappesi costituzionali e incide sull’equilibrio tra accusa e giudice, con ricadute dirette sulle garanzie dei cittadini.

Nei giorni successivi circola un manifesto sottoscritto, secondo i promotori, da centinaia di legali. La sua diffusione rompe un cliché consolidato e rende evidente che la separazione delle carriere divide anche il mondo forense. Da un lato l’avvocatura che vede nella riforma una bandiera storica, dall’altro chi la legge come un passo che rafforza l’interferenza politica sugli organi di autogoverno della giurisdizione. La frattura interna diventa così un fatto politico, utile al No per mostrare che il referendum attraversa i corpi professionali e non si riduce a una contrapposizione ideologica.

La politica prende posizione

Mentre la polemica sui manifesti continua ad alimentare il dibattito pubblico, la campagna del No si struttura anche sul piano organizzativo. Il 10 gennaio a Roma viene presentato il comitato “Società civile per il No”, con la presidenza di Giovanni Bachelet e una rete di promotori che comprende Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e il segretario della CGIL Maurizio Landini. È il passaggio che segna l’ingresso pieno della politica nella campagna referendaria.

Il quadro che emerge è quello di una consultazione già polarizzata. Da una parte la rissa comunicativa, dall’altra una faglia che attraversa magistratura, avvocatura e partiti. Il referendum sulla giustizia prende forma così, tra stazioni ferroviarie e conferenze stampa, come un confronto sul potere e sui suoi limiti. La scelta del No si costruisce dentro questa sequenza di atti e reazioni, più che nelle dichiarazioni di principio, ed è per questo che un cartellone diventa il detonatore di una campagna che promette di restare aspra fino al voto.

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E la chiamano tregua

A Jabalia, ieri, la tregua ha il corpo di una bambina di undici anni colpita da un proiettile mentre stava fuori casa. È successo a ovest del campo, area Al-Faluja. Da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore, dicono le cifre diffuse dalle autorità sanitarie locali e riprese dalle agenzie internazionali, i morti palestinesi sono centinaia. La parola resta la stessa, il conto cresce.

A est di Gaza City, quartiere Al-Zaytoun, arrivano segnalazioni di fuoco pesante verso civili. A poche ore di distanza, un bombardamento colpisce una casa della famiglia Alwan in via Yafa, ad Al-Tuffah: due morti, diversi feriti. Le immagini circolano, le versioni si accavallano, la scena è sempre quella. Una tregua che sul terreno assomiglia a una linea gialla invisibile: la oltrepassi e sparano, resti fermo e il cielo decide.

Israele parla di un razzo partito da Gaza City e caduto all’interno della Striscia, vicino a un ospedale. La risposta, dicono, è “mirata” contro il punto di lancio. La formula è collaudata, il risultato no. Ogni colpo aggiunge detriti alla narrazione del cessate il fuoco, la svuota di senso pratico e la riempie di note a piè di pagina.

Fuori dalla Striscia, la Turchia accusa violazioni e chiede che gli aiuti entrino senza interruzioni. Dentro Israele, la cronaca si piega su sé stessa: proteste degli ultra-ortodossi contro la leva, un ragazzo di quattordici anni investito e ucciso da un autobus, l’appello del primo ministro alla calma. Anche qui la parola è sempre la stessa, tregua, declinata come ordine pubblico.

Intanto i convogli umanitari entrano a singhiozzo. I numeri vengono elencati, i camion contati. A Gaza la parrocchia della Sacra Famiglia perde il suo parroco: il visto non viene rinnovato, deve partire. Restano le persone, le stanze vuote, le promesse scritte nei comunicati. La tregua esiste nei testi. Sul terreno, continua a sparare.

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Acca Larentia. Ogni anno, tutti gli anni, sempre di più

Come ogni anno, come ogni 7 gennaio, anche ieri ad Acca Larentia è andato in scena il rigurgito fascista che insozza questo tempo e questo Paese. Di anno in anno – e sarà sempre peggio – l’adunata di nostalgici fascisti farà sempre meno rumore. Merito dell’assuefazione, l’arma più potente di ogni declino politico e morale. 

Gli ingredienti del fetido menù sono sempre gli stessi: il “presente” urlato, il braccio teso, il nero vomitato per le strade di Roma. A inspessire la boria c’è anche la consapevolezza dei fascisti di avere punti di riferimento nei ruoli apicali del Paese.  Ieri erano presenti alla manifestazione il presidente della Commissione Cultura della Camera ed eseponente di Fratelli d’Italia Federico Mollicone e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca oltre al vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, la vicepresidente della Regione Lazio Roberta Angelilli, il senatore di Fdi Andrea De Priamo.

Ogni anno, sempre di più, la morte di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, appartenenti al Fronte della Gioventù, e di Stefano Recchioni serve per puntellare la storia e rivendicare il diritto di esibizione. Il mazzo di fiori dell’organizzazione neonazista Veneto Fronte Skinheads accanto alla corona del Comune di Roma è un’immagine che parla da sola. 

Ogni anno la soglia del ridicolo si sposta. Ieri ci siamo sorbiti Mollicone mentre ci insegnava che la croce celtica non è un simbolo nazista ma un simbolo religioso. E poi ha dato degli «analfabeti» ai giornalisti presenti. Ogni anno, tutti gli anni, sempre di più.  

Buon giovedì. 

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Immigrazione record, l’ipocrisia del governo: respinge per consenso mentre accoglie per necessità

La maggioranza parla di “stop” e costruisce campagne sulla paura, poi governa con un’altra lingua: la contabilità. L’ipocrisia del governo Meloni sull’immigrazione sta tutta in questo scarto: promessa di chiusura come identità politica, programmazione di ingressi come manutenzione dello Stato. I dati messi in fila da Lorenzo Ruffino raccontano una scelta già presa e mimetizzata.

Il paese che serve e quello raccontato

Nel 2024 in Italia sono arrivate dall’estero 451 mila persone, massimo degli ultimi sedici anni; il precedente picco indicato nell’analisi è 527 mila nel 2007. Nello stesso anno hanno lasciato il paese 188 mila persone, record dal 2002. Il saldo migratorio netto resta positivo per 262 mila unità mentre il paese registra 370 mila nascite e oltre 600 mila decessi: un buco demografico che qualcuno deve riempire, anche se in pubblico si continua a negarlo.

Ecco il punto che in conferenza stampa viene trattato come dettaglio: il governo ha autorizzato per il triennio 2026-2028 l’ingresso di 500 mila lavoratori stranieri tramite decreti flussi, quota più alta mai fissata. Fino al 2020 le autorizzazioni annue stavano tra 13 mila e 30 mila. La retorica agita l’assedio, l’atto amministrativo apre corsie perché agricoltura, edilizia, logistica e assistenza familiare chiedono manodopera che il paese non è più in grado di produrre da solo.

Il profilo degli arrivi dice la stessa cosa. Nel 2024 sono arrivati 260 mila uomini e 191 mila donne; la fascia 18-39 anni vale 248 mila ingressi. L’immigrazione diventa più maschile perché cresce la domanda di lavoro fisico e di turni massacranti. È una selezione economica, non umanitaria, che però viene raccontata come emergenza di ordine pubblico.

Il doppio binario come metodo

Anche la geografia degli arrivi smentisce la narrazione comoda di un fenomeno “europeo”. Nel 2024, sulle 451 mila persone: 115 mila arrivano dall’Africa, 100 mila dall’Asia, 84 mila dalle Americhe, 149 mila dall’Europa. L’Europa pesa oggi il 33 per cento, nel 2007 era il 76 per cento. Cambia il mondo, cambia l’Italia, però in pubblico si continua a recitare il copione di vent’anni fa, perché funziona meglio alle urne.

Dentro questo quadro la comunicazione diventa tecnica di governo. Si alza il volume contro l’irregolare, si amplia il regolare. Si criminalizza chi arriva via mare e si moltiplicano le quote per chi serve nei campi, nei cantieri, nei magazzini, nelle case degli anziani. Perfino il sistema dei flussi viene celebrato come canale “ordinato” e poi lasciato marcire nel click day. Nel 2024 solo il 7,8 per cento delle quote autorizzate si è trasformato in permessi di soggiorno e impieghi stabili, in calo rispetto al 13 per cento dell’anno precedente. Il resto resta sospeso, precario, ricattabile.

L’altra faccia della medaglia

Il governo conosce anche l’altro lato della storia. Gli stranieri occupati sono 2,5 milioni, il 10,5 per cento del totale; producono 177 miliardi di valore aggiunto, circa 9 per cento, e il saldo tra entrate e uscite per lo Stato è positivo per 1,2 miliardi. Però una parte consistente resta schiacciata nella bassa qualifica: solo 9 per cento accede a professioni tecniche o qualificate contro il 39 per cento degli italiani. È un modello che consuma persone e abbassa il lavoro, mentre finge di difenderlo.

Intanto la società cambia davanti ai decreti: i residenti stranieri superano 5,3 milioni, circa 9 per cento della popolazione; aggiungendo i naturalizzati si arriva a 6,7 milioni, 11 per cento. L’integrazione resta il grande rimosso: il 30 per cento delle famiglie straniere in povertà assoluta, il 35 per cento in povertà relativa; tra i giovani stranieri il 29 per cento Neet contro il 18 per cento degli italiani; a scuola oltre uno studente straniero su quattro è in ritardo sul percorso regolare. Numeri che raccontano una scelta incompiuta, lasciata marcire.

La verità politica è questa: l’Italia accoglie per necessità e respinge per consenso. Il governo usa l’immigrazione irregolare come spauracchio, però pianifica quella regolare a livelli record. Poi chiama tutto questo “controllo”, mentre costruisce dipendenza economica e rancore sociale nello stesso gesto.

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Minacce Usa alla Groenlandia: Trump mette in imbarazzo Ue, Nato e Italia

Le parole pronunciate da Donald Trump sulla Groenlandia hanno smesso da tempo di sembrare una boutade. Tra il 6 e il 7 gennaio, la Casa Bianca ha chiarito che l’acquisizione dell’isola «è una priorità di sicurezza nazionale» e che «l’opzione militare resta sul tavolo». Una dichiarazione attribuita ufficialmente alla portavoce dell’amministrazione e rilanciata dalle agenzie internazionali, che ha prodotto un cortocircuito senza precedenti dentro l’Alleanza atlantica.

Un’alleanza che minaccia se stessa

C’è un piccolo non trascurabile particolare: la Groenlandia è territorio autonomo del Regno di Danimarca, Stato membro dell’Unione europea e della Nato. La minaccia di un alleato contro un altro alleato incrina il presupposto politico dell’Occidente: l’intangibilità dei confini interni allo spazio euro-atlantico. Bruxelles ha reagito con una dichiarazione di principio sul rispetto dell’integrità territoriale danese e sull’applicazione dei principi della Carta Onu. Una presa di posizione necessaria, scontata, ma formulata in termini difensivi, quasi notarili, per evitare lo scontro frontale con Washington. A vederla da fuori sembra la stessa reazione che l’Ue ebbe quando Trump cominciò a minacciare dazi e la conclusione di quella vicenda non lascia certo ben sperare.

In questo equilibrio fragile, come spesso accade, l’Italia continua ad essere uno dei punti più scoperti. Giorgia Meloni ha aderito alla dichiarazione congiunta dei leader europei ribadendo che la Groenlandia «appartiene al suo popolo» e che la sicurezza dell’Artico va garantita «insieme alla Nato e agli Stati Uniti». Una formula che prova a tenere insieme tutto ma che evita accuratamente di nominare il nodo politico: la minaccia americana. Ed è un silenzio che pesa, soprattutto alla luce della postura apertamente atlantista rivendicata dal governo italiano in ogni dossier internazionale.

Il silenzio italiano e la paralisi della Nato

L’imbarazzo non è solo italiano. Alla Nato, fonti diplomatiche citate da Politico descrivono un clima di paralisi: l’articolo 5 è pensato per rispondere a un’aggressione esterna, non per gestire l’ipotesi di una pressione militare interna all’alleanza. Il segretario generale evita commenti diretti, mentre a porte chiuse cresce il timore che la crisi groenlandese renda esplicita una frattura strutturale tra potenza egemone e alleati.

Sul piano politico interno l’opposizione italiana ha colto subito la contraddizione. Dal Partito democratico al Movimento 5 Stelle, le dichiarazioni parlamentari parlano di «balbettii», «assenza di una condanna chiara», «sudditanza diplomatica». La maggioranza risponde minimizzando, definendo le uscite di Trump «provocatorie» e confidando che «prevarranno le ragioni dell’Occidente unito». È la linea dell’attesa che però lascia l’Italia senza voce propria proprio mentre l’architettura euro-atlantica viene messa alla prova.

Il contesto strategico intorno alla Groenlandia

Il contesto strategico rende la questione ancora più esplosiva. Scioglimento dei ghiacci, rotte artiche, terre rare, competizione con Russia e Cina: la Groenlandia è un nodo centrale della nuova geopolitica globale. La cleptocrazia americana punta a molto di più. Trump lo rivendica apertamente, arrivando a sostenere che «nessuno combatterà contro gli Stati Uniti per la Groenlandia». Una frase che, letta a Bruxelles e a Roma, suona come un test di resistenza politica più che come un’analisi militare.

La crisi non riguarda solo un’isola lontana. Riguarda la credibilità dell’Unione europea come spazio politico e quella della Nato come alleanza basata su regole condivise. E riguarda l’Italia, costretta a scegliere se continuare a nascondersi dietro formule prudenti o riconoscere che, quando è l’alleato a minacciare l’ordine comune, il silenzio diventa una posizione politica. Pochi mesi fa la presidente del Consiglio disse in Parlamento che «chi tenta di scavare un solco tra l’Europa e gli Usa indebolisce l’Occidente». E ora che gli Usa si vogliono mangiare un pezzo d’Europa

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Il valico di Rafah resta chiuso

Rafah resta chiuso. Un valico trasformato in leva politica: se una salma non viene restituita, il confine non si apre. Il messaggio passa dai canali ufficiali israeliani e diventa subito pressione negoziale. Nel frattempo, sul terreno, la vita continua a cedere per dettagli che dettagli non sono. A ovest di Gaza City una tenda crolla, un muro improvvisato cede, una donna muore tre giorni dopo il matrimonio. Un incidente, dicono. In realtà è la misura di cosa significhi vivere appesi a ripari che riparo non sono. Anche l’Onu lo scrive senza retorica: le tende offrono protezione temporanea. Qui il tempo è finito da mesi.

La tregua raccontata come tregua convive con l’incendio come normalità. Un quadcopter colpisce un generatore su un tetto, un edificio residenziale prende fuoco nel quartiere di Al-Tuffah. Un generatore: elettricità, acqua, sopravvivenza minima. Il bersaglio è tecnico, l’effetto resta civile.

La stessa logica attraversa i luoghi del sapere. A Birzeit, in Cisgiordania, le forze israeliane entrano nel campus universitario durante le lezioni. Gas, proiettili, arresti. A Gaza le università sono macerie, in Cisgiordania diventano obiettivi. L’istruzione trattata come una minaccia da contenere.

Poi c’è il fronte dei testimoni. A Medici Senza Frontiere viene imposto di fermare le attività a Gaza. La motivazione ufficiale parla di “neutralità”, di un report che accusa l’organizzazione di usare parole considerate politiche: genocidio, apartheid, fame come arma. Il linguaggio diventa prova d’accusa.

Lo stesso schema vale per i giornalisti. La stampa internazionale resta fuori da Gaza per “ragioni di sicurezza”, mentre i reporter palestinesi continuano a morire uno dopo l’altro.

Valichi chiusi, tende che crollano, università invase, ONG fermate, giornalisti respinti. L’assedio funziona anche così: restringendo lo spazio, il tempo e le parole. Finché raccontare diventa un atto da autorizzare.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #119

Bir Zeit, mattina. Dentro l’università. Le lezioni in corso. I blindati entrano nel campus, i lacrimogeni riempiono i viali, i colpi partono. La Mezzaluna Rossa conta undici feriti: cinque colpiti da proiettili veri, quattro intossicati dal gas, due caduti durante la fuga. È la Cisgiordania, oggi. Un’università trattata come un obiettivo. Il luogo in cui si forma il futuro trasformato in teatro operativo.

Nello stesso giorno, a Gerusalemme, lo Stato di Israele difende davanti alla Corte Suprema il divieto di accesso dei media internazionali a Gaza. La motivazione resta la stessa: sicurezza. Vale anche durante la tregua. Vale anche mentre si dice che il cessate il fuoco è in corso. Così il quadro si compone: colpire chi studia e impedire a chi racconta di entrare. Territorio e narrazione tenuti insieme, sotto controllo.

A Gaza, intanto, la tregua ha un bilancio che non assomiglia a una tregua. Dall’11 ottobre, secondo fonti mediche locali, i morti sono 424 e i feriti 1.199. I soccorritori parlano di corpi ancora sotto le macerie, ambulanze bloccate, protezione civile che arriva tardi perché spesso non arriva affatto. Un bambino di otto anni muore con il padre nel crollo di un edificio già colpito. La tregua lascia intatti i danni, li fa solo cedere con più lentezza.

L’Unione europea prova a rientrare in scena con una dichiarazione: chiede a Israele di consentire l’accesso alle Ong, di garantire aiuti “salvavita”, di tenere conto dell’inverno, delle scuole chiuse, degli ospedali al minimo. Parole scritte mentre, sul terreno, l’accesso resta selettivo e l’informazione resta fuori.

E poi c’è la mappa che si muove. I blocchi di cemento della cosiddetta “yellow line” lungo la costa di Gaza che, secondo reporter palestinesi, vengono spostati in avanti. Centimetri alla volta. Senza annunci. Senza conferenze stampa. Il genocidio che continua anche quando si chiama tregua, fatto di campus occupati, telecamere spente e confini che avanzano in silenzio.

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Che gliene fotte, a Trump

Tutto nel giro di poche ore. Ieri negli Usa si celebrava l’anniversario dell’assalto dei trumpiani a Capitol Hill: cinque anni fa lo sconfitto Donald Trump sguinzagliava i suoi seguaci per provare a rovesciare il risultato delle democratiche elezioni statunitensi. Cinque anni dopo quel cencio imperialista e psicopatico vorrebbe insegnare al mondo cosa sia la democrazia, con il diritto internazionale impiastricciato sotto le sue suole.

È il nuovo mondo, quello dell’imperialismo cleptocratico che scalda i cuori dei cialtroni innamorati della forza. E nell’anniversario di Capitol Hill il Dipartimento di giustizia americano registra una clamorosa marcia indietro sulla dubbia accusa nei confronti del leader venezuelano Nicolás Maduro che l’amministrazione Trump aveva promosso lo scorso anno per preparare il terreno per rimuoverlo dal potere: guidare un cartello della droga chiamato Cartel de los Soles.

Tutta feccia buona per la propaganda. Ora il “cartello di Maduro” per cui si sono strappati le vesti Meloni e i suoi compari è diventato un “sistema di patronato” e una “cultura della corruzione” alimentata dal denaro della droga. A loro interesserà pochissimo: essere ignoranti in diritto consente illimitata felicità ignorante. Interesserà poco anche a coloro che intravedevano María Corina Machado alla guida del Venezuela: alla Casa Bianca la fresca vincitrice del Nobel per la pace “non gode di sufficiente rispetto” per guidare il Paese. Carta straccia anche le previsioni di qualche liberale nostrano. Parlando ai deputati repubblicani al Kennedy Center, Donald Trump ha annunciato che incontrerà presto le compagnie petrolifere. Questo conta, solo questo. Che gliene fotte del ripristino della democrazia e del diritto.

Buon mercoledì.

Foto WP

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Meloni e il blitz Usa in Venezuela, l’Italia difende Trump: il diritto internazionale conta solo quando conviene

C’è un imbarazzo che nessun comunicato di Palazzo Chigi riesce a dissimulare, un vuoto pneumatico tra la “storica posizione dell’Italia” e la realtà dei fatti che si è consumata a Caracas. Mentre il mondo osserva attonito il blitz delle forze speciali statunitensi che ha prelevato, impacchettato e spedito a New York un capo di Stato straniero, il governo italiano si è esibito in una acrobatica contorsione diplomatica. La nota ufficiale della Presidenza del Consiglio, e le successive dichiarazioni del Ministro degli Esteri Tajani, definiscono l’azione “legittima” in quanto “intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi”. È la dottrina della “sicurezza nazionale” estesa fino a comprendere qualsiasi cosa disturbi il sonno di Washington. Meloni, nel suo atlantismo senza se e senza ma, si ritrova così a dover riscrivere i manuali di giurisprudenza per compiacere il nuovo inquilino della Casa Bianca, Trump.

Il diritto internazionale sequestrato insieme a Maduro

Eppure, la carta parla chiaro. Come ha spiegato con cristallina precisione Marina Castellaneta, ordinaria di Diritto internazionale, sulle colonne del Corriere della Sera, quanto accaduto è una “grave violazione del diritto internazionale, una forma di aggressione a uno Stato sovrano”. L’articolo 2, paragrafo 4 della Carta Onu è una norma cogente: il divieto dell’uso della forza è inderogabile, salvo legittima difesa per un attacco armato già sferrato. Il narcotraffico, sventolato da Trump e ripreso a pappagallo da Roma come casus belli, non è una motivazione valida: esistono convenzioni Onu, esiste la cooperazione giudiziaria, non i Navy SEALs che sfondano le porte di un palazzo presidenziale. Quello di Maduro, tecnicamente, non è un arresto: è un sequestro di persona.

Il garantismo a targhe alterne dell’ex Terzo Polo

Ma se la postura prona di Meloni era prevedibile, lo spettacolo più interessante lo offrono le macerie del cosiddetto Terzo Polo. È qui, tra i banchi di chi si autodefinisce liberale e garantista, che il governo trova la sua stampella più solida, senza nemmeno dover offrire un sottosegretariato.

Renzi, intervistato dal Quotidiano Nazionale, ammette con un cinismo disarmante che il diritto internazionale è ormai una “pia illusione” sostituita dalla “legge del più forte”, ma liquida la questione: “È la fine di un regime, questo è sicuro. Il Venezuela senza Maduro sarà un Paese migliore”. Sulla stessa linea Gelmini (Noi Moderati), per la quale l’operazione “non ha forse rispettato i canoni del diritto internazionale ma può aprire le porte a una transizione democratica”. Il fine giustifica i mezzi, il garantismo vale a targhe alterne. Ecco i perfetti alleati di Meloni: pronti a sacrificare lo Stato di diritto sull’altare della realpolitik e dell’allineamento atlantico, fornendo quella copertura “moderata” che rende digeribile l’illegalità internazionale.

Opposizioni, silenzi e affari energetici

Dall’altra parte della barricata, le opposizioni provano a tenere il punto. Il Movimento 5 Stelle, con gli eurodeputati Gaetano Pedullà e Andrea Della Valle, parla esplicitamente di “neocolonialismo energetico” e chiede che Meloni riferisca in Aula, definendola “cheerleader di Trump”. La preoccupazione non è solo per Caracas. Se la “minaccia alla sicurezza nazionale” giustifica l’invasione, cosa dire delle mire di Trump sulla Groenlandia, territorio della Danimarca (Ue e Nato)? Fratoianni (AVS) denuncia l’incredibile silenzio del governo italiano sulle “minacciose farneticazioni” verso un partner europeo.

Il Partito Democratico, con Boldrini, attacca duramente le parole di Tajani: “Si legittimano aggressioni militari e colpi di Stato, si creano i presupposti per la legge della giungla”. Ma la sensazione è che il governo abbia già scelto la sua rotta, e non è quella del diritto. È quella indicata, forse con troppa sincerità, dal Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, che in un’intervista collega la crisi venezuelana alla possibilità per l’Italia di diventare hub del gas, rilanciando le trivellazioni. Mentre a New York si celebra il processo a Maduro, a Roma si fanno i conti sulle riserve di petrolio. Il diritto internazionale può attendere, o meglio, può essere riscritto dai “volenterosi” alleati di Trump, dentro e fuori la maggioranza.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #117

A Gaza la guerra ha smesso di chiedere attenzione. È questo il salto compiuto nelle ultime ore. I colpi continuano, i morti arrivano a piccoli gruppi, abbastanza radi da non fare titolo, abbastanza regolari da costruire una normalità. A Khan Younis tre palestinesi uccisi in episodi separati, un quindicenne e un pescatore. Non “raid”, non “offensiva”: episodi. La tregua funziona così, non ferma la violenza, la spezzetta fino a renderla digeribile.

Il mare è il luogo perfetto per questo nuovo equilibrio. Non è città, non è confine, non è campo profughi. È una zona grigia dove tutto può accadere senza dover essere spiegato troppo. I video che circolano vanno trattati con cautela, perché la propaganda vive anche di immagini. Ma il contesto è solido: a Gaza la sopravvivenza viene spinta sempre un passo più in là, fino a sembrare una colpa.

Il vero scatto politico arriva però altrove, nei palazzi. Israele ha revocato le licenze a decine di organizzazioni umanitarie. Dal primo marzo, senza registrazione, niente aiuti. Non è un atto militare, è una procedura. E proprio per questo è più pericolosa. Quando l’assedio diventa amministrazione, smette di sembrare guerra e diventa gestione. Non chiede consenso, chiede solo silenzio.

Intanto la diplomazia internazionale lavora con metodo su altri tavoli. A Parigi si discute di Israele e Siria, di confini e stabilità regionale, con mediazione statunitense. Gaza resta fuori, non perché sia irrisolvibile, ma perché è già stata archiviata. Non come problema, come metodo.

È qui che la partita è già stata vinta. La forza ha imposto il suo linguaggio e l’Occidente lo ha accettato. I diritti diventano selettivi, le emergenze stagionali, le vittime numeri da diluire nel tempo. Gaza non è più una ferita aperta. È un precedente. E i precedenti, quando passano, non tornano indietro.

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