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Occhi su Gaza, diario di bordo #119

Bir Zeit, mattina. Dentro l’università. Le lezioni in corso. I blindati entrano nel campus, i lacrimogeni riempiono i viali, i colpi partono. La Mezzaluna Rossa conta undici feriti: cinque colpiti da proiettili veri, quattro intossicati dal gas, due caduti durante la fuga. È la Cisgiordania, oggi. Un’università trattata come un obiettivo. Il luogo in cui si forma il futuro trasformato in teatro operativo.

Nello stesso giorno, a Gerusalemme, lo Stato di Israele difende davanti alla Corte Suprema il divieto di accesso dei media internazionali a Gaza. La motivazione resta la stessa: sicurezza. Vale anche durante la tregua. Vale anche mentre si dice che il cessate il fuoco è in corso. Così il quadro si compone: colpire chi studia e impedire a chi racconta di entrare. Territorio e narrazione tenuti insieme, sotto controllo.

A Gaza, intanto, la tregua ha un bilancio che non assomiglia a una tregua. Dall’11 ottobre, secondo fonti mediche locali, i morti sono 424 e i feriti 1.199. I soccorritori parlano di corpi ancora sotto le macerie, ambulanze bloccate, protezione civile che arriva tardi perché spesso non arriva affatto. Un bambino di otto anni muore con il padre nel crollo di un edificio già colpito. La tregua lascia intatti i danni, li fa solo cedere con più lentezza.

L’Unione europea prova a rientrare in scena con una dichiarazione: chiede a Israele di consentire l’accesso alle Ong, di garantire aiuti “salvavita”, di tenere conto dell’inverno, delle scuole chiuse, degli ospedali al minimo. Parole scritte mentre, sul terreno, l’accesso resta selettivo e l’informazione resta fuori.

E poi c’è la mappa che si muove. I blocchi di cemento della cosiddetta “yellow line” lungo la costa di Gaza che, secondo reporter palestinesi, vengono spostati in avanti. Centimetri alla volta. Senza annunci. Senza conferenze stampa. Il genocidio che continua anche quando si chiama tregua, fatto di campus occupati, telecamere spente e confini che avanzano in silenzio.

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Che gliene fotte, a Trump

Tutto nel giro di poche ore. Ieri negli Usa si celebrava l’anniversario dell’assalto dei trumpiani a Capitol Hill: cinque anni fa lo sconfitto Donald Trump sguinzagliava i suoi seguaci per provare a rovesciare il risultato delle democratiche elezioni statunitensi. Cinque anni dopo quel cencio imperialista e psicopatico vorrebbe insegnare al mondo cosa sia la democrazia, con il diritto internazionale impiastricciato sotto le sue suole.

È il nuovo mondo, quello dell’imperialismo cleptocratico che scalda i cuori dei cialtroni innamorati della forza. E nell’anniversario di Capitol Hill il Dipartimento di giustizia americano registra una clamorosa marcia indietro sulla dubbia accusa nei confronti del leader venezuelano Nicolás Maduro che l’amministrazione Trump aveva promosso lo scorso anno per preparare il terreno per rimuoverlo dal potere: guidare un cartello della droga chiamato Cartel de los Soles.

Tutta feccia buona per la propaganda. Ora il “cartello di Maduro” per cui si sono strappati le vesti Meloni e i suoi compari è diventato un “sistema di patronato” e una “cultura della corruzione” alimentata dal denaro della droga. A loro interesserà pochissimo: essere ignoranti in diritto consente illimitata felicità ignorante. Interesserà poco anche a coloro che intravedevano María Corina Machado alla guida del Venezuela: alla Casa Bianca la fresca vincitrice del Nobel per la pace “non gode di sufficiente rispetto” per guidare il Paese. Carta straccia anche le previsioni di qualche liberale nostrano. Parlando ai deputati repubblicani al Kennedy Center, Donald Trump ha annunciato che incontrerà presto le compagnie petrolifere. Questo conta, solo questo. Che gliene fotte del ripristino della democrazia e del diritto.

Buon mercoledì.

Foto WP

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Meloni e il blitz Usa in Venezuela, l’Italia difende Trump: il diritto internazionale conta solo quando conviene

C’è un imbarazzo che nessun comunicato di Palazzo Chigi riesce a dissimulare, un vuoto pneumatico tra la “storica posizione dell’Italia” e la realtà dei fatti che si è consumata a Caracas. Mentre il mondo osserva attonito il blitz delle forze speciali statunitensi che ha prelevato, impacchettato e spedito a New York un capo di Stato straniero, il governo italiano si è esibito in una acrobatica contorsione diplomatica. La nota ufficiale della Presidenza del Consiglio, e le successive dichiarazioni del Ministro degli Esteri Tajani, definiscono l’azione “legittima” in quanto “intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi”. È la dottrina della “sicurezza nazionale” estesa fino a comprendere qualsiasi cosa disturbi il sonno di Washington. Meloni, nel suo atlantismo senza se e senza ma, si ritrova così a dover riscrivere i manuali di giurisprudenza per compiacere il nuovo inquilino della Casa Bianca, Trump.

Il diritto internazionale sequestrato insieme a Maduro

Eppure, la carta parla chiaro. Come ha spiegato con cristallina precisione Marina Castellaneta, ordinaria di Diritto internazionale, sulle colonne del Corriere della Sera, quanto accaduto è una “grave violazione del diritto internazionale, una forma di aggressione a uno Stato sovrano”. L’articolo 2, paragrafo 4 della Carta Onu è una norma cogente: il divieto dell’uso della forza è inderogabile, salvo legittima difesa per un attacco armato già sferrato. Il narcotraffico, sventolato da Trump e ripreso a pappagallo da Roma come casus belli, non è una motivazione valida: esistono convenzioni Onu, esiste la cooperazione giudiziaria, non i Navy SEALs che sfondano le porte di un palazzo presidenziale. Quello di Maduro, tecnicamente, non è un arresto: è un sequestro di persona.

Il garantismo a targhe alterne dell’ex Terzo Polo

Ma se la postura prona di Meloni era prevedibile, lo spettacolo più interessante lo offrono le macerie del cosiddetto Terzo Polo. È qui, tra i banchi di chi si autodefinisce liberale e garantista, che il governo trova la sua stampella più solida, senza nemmeno dover offrire un sottosegretariato.

Renzi, intervistato dal Quotidiano Nazionale, ammette con un cinismo disarmante che il diritto internazionale è ormai una “pia illusione” sostituita dalla “legge del più forte”, ma liquida la questione: “È la fine di un regime, questo è sicuro. Il Venezuela senza Maduro sarà un Paese migliore”. Sulla stessa linea Gelmini (Noi Moderati), per la quale l’operazione “non ha forse rispettato i canoni del diritto internazionale ma può aprire le porte a una transizione democratica”. Il fine giustifica i mezzi, il garantismo vale a targhe alterne. Ecco i perfetti alleati di Meloni: pronti a sacrificare lo Stato di diritto sull’altare della realpolitik e dell’allineamento atlantico, fornendo quella copertura “moderata” che rende digeribile l’illegalità internazionale.

Opposizioni, silenzi e affari energetici

Dall’altra parte della barricata, le opposizioni provano a tenere il punto. Il Movimento 5 Stelle, con gli eurodeputati Gaetano Pedullà e Andrea Della Valle, parla esplicitamente di “neocolonialismo energetico” e chiede che Meloni riferisca in Aula, definendola “cheerleader di Trump”. La preoccupazione non è solo per Caracas. Se la “minaccia alla sicurezza nazionale” giustifica l’invasione, cosa dire delle mire di Trump sulla Groenlandia, territorio della Danimarca (Ue e Nato)? Fratoianni (AVS) denuncia l’incredibile silenzio del governo italiano sulle “minacciose farneticazioni” verso un partner europeo.

Il Partito Democratico, con Boldrini, attacca duramente le parole di Tajani: “Si legittimano aggressioni militari e colpi di Stato, si creano i presupposti per la legge della giungla”. Ma la sensazione è che il governo abbia già scelto la sua rotta, e non è quella del diritto. È quella indicata, forse con troppa sincerità, dal Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, che in un’intervista collega la crisi venezuelana alla possibilità per l’Italia di diventare hub del gas, rilanciando le trivellazioni. Mentre a New York si celebra il processo a Maduro, a Roma si fanno i conti sulle riserve di petrolio. Il diritto internazionale può attendere, o meglio, può essere riscritto dai “volenterosi” alleati di Trump, dentro e fuori la maggioranza.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #117

A Gaza la guerra ha smesso di chiedere attenzione. È questo il salto compiuto nelle ultime ore. I colpi continuano, i morti arrivano a piccoli gruppi, abbastanza radi da non fare titolo, abbastanza regolari da costruire una normalità. A Khan Younis tre palestinesi uccisi in episodi separati, un quindicenne e un pescatore. Non “raid”, non “offensiva”: episodi. La tregua funziona così, non ferma la violenza, la spezzetta fino a renderla digeribile.

Il mare è il luogo perfetto per questo nuovo equilibrio. Non è città, non è confine, non è campo profughi. È una zona grigia dove tutto può accadere senza dover essere spiegato troppo. I video che circolano vanno trattati con cautela, perché la propaganda vive anche di immagini. Ma il contesto è solido: a Gaza la sopravvivenza viene spinta sempre un passo più in là, fino a sembrare una colpa.

Il vero scatto politico arriva però altrove, nei palazzi. Israele ha revocato le licenze a decine di organizzazioni umanitarie. Dal primo marzo, senza registrazione, niente aiuti. Non è un atto militare, è una procedura. E proprio per questo è più pericolosa. Quando l’assedio diventa amministrazione, smette di sembrare guerra e diventa gestione. Non chiede consenso, chiede solo silenzio.

Intanto la diplomazia internazionale lavora con metodo su altri tavoli. A Parigi si discute di Israele e Siria, di confini e stabilità regionale, con mediazione statunitense. Gaza resta fuori, non perché sia irrisolvibile, ma perché è già stata archiviata. Non come problema, come metodo.

È qui che la partita è già stata vinta. La forza ha imposto il suo linguaggio e l’Occidente lo ha accettato. I diritti diventano selettivi, le emergenze stagionali, le vittime numeri da diluire nel tempo. Gaza non è più una ferita aperta. È un precedente. E i precedenti, quando passano, non tornano indietro.

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Dal Venezuela alla Groenlandia: le mire di Trump svelano l’irrilevanza politica dell’Ue

Alle due del mattino del 3 gennaio 2026, mentre Bruxelles dormiva il sonno dei giusti (o forse solo degli inconsapevoli) a tremila chilometri di distanza il cielo di Caracas si illuminava per l’effetto combinato di 150 velivoli dell’aeronautica statunitense. L’obiettivo era prelevare un capo di stato, Nicolás Maduro, caricarlo su un volo diretto a New York e processarlo per narcotraffico come un criminale comune.

Di fronte a quello che storici e giuristi faticheranno a non definire un atto di guerra unilaterale contro uno stato sovrano, l’Europa si è svegliata e ha guardato l’orologio, incerta se fosse l’ora di indignarsi o quella di tacere. La cronaca delle ore successive al blitz è il referto medico di un continente politicamente afono.

Bruxelles tra comunicati inconsistenti e formule di rito

La prima reazione ufficiale dell’Unione Europea è arrivata per bocca dell’Alto Rappresentante Kaja Kallas. In un comunicato limato fino all’inconsistenza, Bruxelles ha chiesto “moderazione” e ha ricordato che i principi della Carta delle Nazioni Unite “devono essere rispettati”. Nessuna condanna, nessun cenno alla violazione dei confini, nessuna menzione del fatto che un alleato NATO avesse appena deposto un governo straniero con la forza bruta.

La Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, si è rifugiata in una formula di rito: “Siamo solidali con il popolo venezuelano e sosteniamo una transizione pacifica”. Una transizione che, nei fatti, è avvenuta sotto la minaccia dei fucili d’assalto americani e senza che l’Europa fosse nemmeno avvertita. 

Berlino prende tempo, Washington decide

Mentre a Washington si decideva il destino del Sud America, a Berlino il Cancelliere tedesco Friedrich Merz offriva ai giornalisti una dichiarazione che fotografa la paralisi strategica tedesca: “La valutazione legale dell’intervento è complessa e richiede tempo”.

La Germania, motore economico del continente, di fronte al più grande stravolgimento dell’ordine internazionale degli ultimi anni, ha scelto di “prendersi del tempo”. Quel tempo che Donald Trump non ha concesso a nessuno.

Machado, Trump e l’irrilevanza europea

Ancora più rivelatrice è la vicenda di María Corina Machado. L’Unione Europea aveva investito tutto su di lei, conferendole il Premio Sakharov e riconoscendola come l’unica interlocutrice legittima per la democrazia venezuelana. La strategia di Bruxelles era chiara: caduto Maduro, tocca a lei.

Ma Donald Trump ha stracciato questo copione con una singola frase pronunciata durante la sua conferenza stampa: “Non ha il supporto o il rispetto all’interno del paese”. Il Presidente degli Stati Uniti ha scelto invece di dialogare con Delcy Rodríguez, la vicepresidente del regime chavista, avvertendola che se non avesse fatto “la cosa giusta” avrebbe pagato un prezzo più alto di Maduro.

Così l’Europa, con i suoi premi e le sue risoluzioni, è stata semplicemente tagliata fuori dalla stanza dei bottoni. Ancora una volta.

L’Italia rompe il fronte e la Groenlandia entra nel mirino

In questo quadro di irrilevanza collettiva, l’Italia ha deciso di giocare una partita a sé stante, rompendo l’unità di facciata del blocco continentale. Giorgia Meloni è stata l’unica leader di un grande paese europeo a definire l’operazione “legittima”, inquadrandola come un “intervento difensivo” contro la minaccia del narcotraffico.

Una posizione che allinea Roma perfettamente alla “Dottrina Donroe” della Casa Bianca e la distanzia anni luce da Madrid, dove il governo di Pedro Sánchez ha parlato apertamente di “attacco imperialista” e violazione del diritto internazionale. L’asse franco-tedesco tace o balbetta, l’asse mediterraneo si spacca: l’Europa non esiste più come entità politica unitaria sullo scacchiere globale.

Ma se il Venezuela è lontano, la minaccia successiva è arrivata direttamente nel cortile di casa. Poche ore dopo il raid a Caracas, Katie Miller, moglie del vice capo staff di Trump, ha pubblicato sui social media una mappa della Groenlandia – territorio autonomo della Danimarca, stato membro dell’Ue e della Nato – coperta dalla bandiera americana con una sola parola sovrimpressa: “SOON” (PRESTO).

Non era una battuta. Trump ha rincarato la dose dichiarando che gli Usa “hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale” e che la Danimarca “non è in grado di gestirla”.

Solidarietà senza forza

La reazione di Copenaghen è stata di puro panico diplomatico. La Premier Mette Frederiksen ha dovuto ribadire l’ovvio: “Non potete annettere altri paesi”. L’intelligence danese ha classificato gli Stati Uniti come un potenziale fattore di rischio per la sicurezza e ha istituito una “guardia notturna” per monitorare le mosse dell’alleato.

E Bruxelles? Bruxelles ha espresso solidarietà. Un concetto nobile, ma che non ferma le portaerei. L’articolo 5 della Nato protegge l’Europa dai nemici esterni, ma i trattati non prevedono clausole di salvaguardia quando a minacciare l’integrità territoriale di uno stato membro è il capo dell’Alleanza stessa.

L’imbarazzo come presa d’atto

La cronaca di questi primi giorni del 2026 ci restituisce un’immagine nitida e impietosa. L’imbarazzo Ue nasce dalla consapevolezza. La consapevolezza che nel nuovo mondo del “might makes right”, la forza fa il diritto, l’Europa è diventata un osservatore.

Kaja Kallas ha detto che l’Ue sta “monitorando la situazione”. È la frase che si usa quando non si ha più il potere di influenzarla.

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Il neocolonialismo ha cambiato nome, non la sostanza

Neocolonialisti, nient’altro. Non c’è differenza tra Donald Trump, Benjamin Netanyahu e Vladimir Putin. Neocon che costruiscono la propria carriera sulla demolizione del diritto internazionale perché quest’ultimo avrebbe dovuto essere l’unico intralcio a una visione della forza come bussola della politica estera ed economica del proprio Paese.

Tutti e tre intendono il mondo come un piatto ricco da agguantare pezzo per pezzo. Il premier israeliano fagocita per cancellare, il russo usa l’invasione come merce di scambio e l’inquilino della Casa Bianca è un rabdomante di petrolio e di terre rare.

La vera differenza tra le tre metastasi di questo tempo incerto sta nell’accoglienza delle loro azioni criminali. Putin è considerato dall’Italia e **dall’**Europa un criminale da sconfiggere per disfarsene. In quel caso il diritto internazionale viene sventolato come stella cometa da seguire a ogni costo. Netanyahu è maledetto per l’evidenza della sua fame genocidiaria. La sensazione è che se fosse stato solo un po’ più furbo, solo un po’ più cauto, l’Ue e il governo italiano non avrebbero nemmeno dovuto fingere di imbarazzarsi per il genocidio.

Trump invece è addirittura adulato. Circolano in questi giorni sui giornali italiani svalvolate ipotesi di lotta al narcotraffico. A Giorgia Meloni nessuno ha mai raccontato che Trump è lo stesso che un mese fa ha graziato l’ex presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere per traffico di droga: aveva portato 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti.

Altri sottolineano come conti il fine e non il mezzo e che l’avere tolto di torno l’autocrate Maduro sia l’unica cosa che conta. Il fine giustifica i mezzi, dicono, dimenticando che la politica invece sta tutta lì: perseguire gli obiettivi nel rispetto della legge.

«State difendendo Maduro!», titolano certi giornalacci. No, vi sbagliate: ci fate schifo, semplicemente.

Buon lunedì.

Foto di Pau Casals su Unsplash

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Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate -Lettera43

Il decreto sicurezza e la legge di bilancio non hanno cambiato nulla. La novità della patente a crediti? Inutile. Così nel 2025 le vittime sono rimaste, in media, tre al giorno. E non si può parlare più di un’emergenza improvvisa.

Tra gennaio e ottobre 2025 le denunce di infortunio sul lavoro sono arrivate a 497.341: 5.902 casi in più rispetto allo stesso periodo del 2024, pari a un aumento dell’1,2 per cento. Le morti accertate sono cresciute da 890 a 896. Le denunce di malattia professionale hanno fatto un salto più netto: da 73.922 a 81.494, con un incremento del 10,2 per cento. La media è rimasta invariata: tre lavoratori morti al giorno. Il 2025 si è chiuso così, senza scarti, senza inversioni, senza alibi. Il manifesto della distanza tra i buoni propositi e i fatti.

La retorica della fatalità perde consistenza

L’Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro (Anmil) ha parlato di «anno delle stragi» e di occasione mancata. I numeri non raccontano un’emergenza improvvisa, ma una continuità. Quando crescono insieme infortuni, morti e malattie professionali, la retorica della fatalità perde consistenza. Qui il tema è l’organizzazione del lavoro, il modo in cui si produce, si appalta, si risparmia.

Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate
Una manifestazione contro le morti sul lavoro davanti al ministero del Lavoro (foto Ansa).

La misura simbolo del 2025 doveva essere la patente a crediti. Il bilancio reale è minimo: tre ritiri effettivi in un anno. Tre. Un deterrente che resta sulla carta, mentre la sua applicazione si trasforma in burocrazia. Le risorse utilizzate arrivano dall’Inail, quindi dai contributi dei lavoratori. La sicurezza viene finanziata da chi subisce il rischio, non da chi lo genera.

Corsi sulla sicurezza in video: un paradosso operativo

Nel frattempo la formazione sulla sicurezza viene spinta verso modalità a distanza, anche per attività ad alto rischio. Un paradosso operativo: corsi seguiti in video mentre si lavora. La tutela diventa un adempimento, perde fisicità, perde efficacia. Nello stesso pacchetto restano esclusioni che segnano un arretramento dei diritti, come quella delle coppie di fatto dalle tutele previste in caso di morte sul lavoro.

Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate
Un vecchio flash mob “Basta morti sul lavoro” organizzato dai sindacati in piazza Montecitorio (foto Ansa).

Il decreto sicurezza e la legge di bilancio non intervengono sul nodo centrale. Il modello produttivo resta quello che ha già mostrato i suoi effetti: precarietà strutturale, subappalti a cascata, compressione dei costi, contratti collettivi aggirati. Lo stop ai subappalti multipli nei cantieri resta fuori dall’agenda. La procura nazionale del lavoro resta una proposta. Il reato di omicidio sul lavoro continua a non esistere. Le famiglie delle vittime restano senza patrocinio automatico. Tutto rimane com’era.

Gli irregolari che non entrano nelle statistiche

Il numero ufficiale delle 896 vittime racconta solo una parte della storia. L’aggettivo “accertate” segnala un confine. Oltre ci sono i morti che non entrano nelle statistiche: lavoratori irregolari, sfruttati, spesso vittime di caporalato, che muoiono nel silenzio o vengono cancellati. È una strage che procede senza nemmeno il riconoscimento pubblico, senza nome, senza conteggio. Qui il problema diventa anche linguaggio: ciò che non viene contato tende a non esistere.

Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate
Corteo contro le morti sul lavoro (foto Ansa).

La distribuzione delle vittime ha un profilo netto. Si muore nei cantieri, nei capannoni, nei magazzini, nei campi agricoli, sulle strade percorse per lavorare. Dentro questa mappa rientrano anche i lavoratori (come i rider) gestiti dalle piattaforme digitali, formalmente autonomi, sostanzialmente esposti agli stessi rischi. Chi muore appartiene sempre allo stesso perimetro sociale: chi non può permettersi di rifiutare una mansione pericolosa, chi non può dire no.

L’allungamento della vita lavorativa e le mansioni pensate per corpi giovani

Nel 2025 pesa anche l’età. Un morto su tre ha più di 60 anni. Nel 2024 erano 315 su 1.090. Nel 2025 il rapporto resta simile: 323 vittime over 60 su 962 (sono le vittime totali, fino a dicembre), con una presenza significativa di lavoratori oltre i 70 anni. L’allungamento della vita lavorativa incontra mansioni pensate per corpi giovani. Il rischio cresce, l’organizzazione del lavoro resta ferma.

Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate
Circa 200 bare, di cartone, posizionate in piazza della Signoria a Firenze, di fronte a Palazzo Vecchio, per commemorare le vittime sul lavoro in Toscana (foto Ansa).

Si muore in agricoltura, edilizia, autotrasporto, industria, taglio della legna. Si muore anche nei servizi, nel commercio, nel giardinaggio, fino agli infortuni domestici legati ad attività lavorative. Il rischio aumenta con l’età, ma non viene compensato da tutele aggiuntive. Si continua a lavorare come prima, più a lungo.

A morire sono sempre gli stessi, non certo gli amministratori delegati

Il bilancio del 2025 è tutto qui. Più infortuni, più malattie, più morti. In mezzo, decreti che non toccano il cuore del problema e un sistema produttivo che resta identico. A morire sono sempre gli stessi. Gli amministratori delegati restano fuori dalla conta. I nomi dei luoghi si accumulano: Calenzano, Brandizzo, Firenze, Suviana, Casteldaccia, Bologna. Cambiano le città, resta la stessa responsabilità rimossa.

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A Gaza si muore di freddo, ma le Ong vengono cancellate

Stanotte a Gaza si muore di freddo. Una madre e suo figlio sono morti a Gaza City nell’incendio di una tenda, acceso da una candela usata per scaldarsi durante un blackout. A Nuseirat una neonata è morta per ipotermia. La tregua promette quiete, produce combustione domestica. È la morte minuta che accompagna ogni cessate il fuoco raccontato come normalità ritrovata.

Nello stesso tempo Israele ha notificato la revoca delle licenze a 37 organizzazioni non governative operative nella Striscia. Dal primo gennaio le autorizzazioni decadono, dal primo marzo le attività dovranno cessare. Medici Senza Frontiere parla di criteri opachi e assenza di garanzie. Oxfam valuta ricorsi. Caritas richiama gli accordi internazionali che tutelano la presenza umanitaria. L’ONU avverte che l’impatto sarà immediato su acqua, elettricità, assistenza sanitaria di base. La macchina dell’aiuto viene ridotta per atto amministrativo, mentre le tende bruciano.

Dieci Paesi occidentali hanno firmato un appello congiunto per chiedere a Israele di garantire l’operatività delle ONG a Gaza. L’Italia non ha aderito. L’assenza pesa perché arriva mentre il governo rivendica centralità diplomatica e rispetto del diritto internazionale. Qui il diritto resta evocato, mai praticato. Poi c’è il cielo. Mentre a terra si chiudono le ONG e si muore per il freddo, l’aereo di Benjamin Netanyahu ha attraversato lo spazio aereo italiano senza ostacoli, con l’assenso del nostro governo. Non è un dettaglio logistico. È una scelta politica. La stessa Italia che resta fuori dall’appello umanitario apre i propri cieli al primo ministro accusato di crimini internazionali. Netanyahu non passa: viene lasciato passare.

Intanto la cronaca continua. A Jabalia al Nazla un minore è stato ucciso dalle forze israeliane. Dall’11 ottobre, secondo fonti palestinesi, i morti “durante la tregua” sono 417, i feriti 1.153. È un bilancio che racconta attrito, non pace. La tregua assume così una forma precisa: meno bombe, più burocrazia; meno rumore, più freddo. Le candele restano accese. Le ONG vengono spente. I cieli restano aperti.

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Aumenti scritti in piccolo, famiglie spremute in grande

Nel 2026 il carrello della spesa, il pieno di carburante, la polizza auto e perfino il pacchetto di sigarette costeranno di più. Non c’è stata una crisi improvvisa e nemmeno uno shock esterno. Accade per una scelta politica precisa: rinviare oggi, scaricare domani. La legge di Bilancio ha scritto aumenti ordinari, automatici, programmati. Invisibili singolarmente, pesanti quando si sommano.

Il gasolio salirà per la rimodulazione delle accise, colpendo pendolari e lavoratori che già pagano il prezzo più alto della mobilità. Le autostrade adegueranno i pedaggi, con rincari diffusi e qualche punta più alta sulle tratte strategiche. Le assicurazioni aumenteranno attraverso la tassazione sulle garanzie accessorie, trasformando una tutela in un lusso mascherato. Il fumo e le sigarette elettroniche diventeranno più care per scelta fiscale, mentre lo Stato incasserà e si dirà virtuoso.

Il filo che lega tutto è la prevedibilità. Nulla è emergenziale. Tutto era noto, tutto è stato rinviato. Il governo ha scelto di non dire la verità oggi per evitare il costo politico, caricando il conto sul 2026. È una strategia che protegge i saldi di bilancio e lascia scoperti i bilanci familiari. I redditi restano fermi, le tariffe salgono. La propaganda parla di stabilità, la realtà consegna un’inflazione quotidiana, fatta di centesimi che diventano euro.

Così l’anno nuovo si aprirà con una certezza: pagheranno sempre gli stessi. Senza annunci roboanti, senza titoli allarmistici. Solo con una normalità più cara. E con un governo che potrà dire di non avere aumentato nulla, mentre avrà aumentato quasi tutto.

Buon venerdì.

Foto Gov

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Buon 2026, dissenso

Se sei contro la guerra sei un pacifinto. Capita di venire circondato, letteralmente e metaforicamente, da guerriglieri da divano oppure da zimbelli retorici rimasti allo slogan dei fiori e dei cannoni. Irresistibili anche i presunti competenti: stanno in partiti che non vota quasi nessuno, scrivono su giornali che non legge nessuno, si stimano tra loro come fedelissimi massoni in fila indiana e hanno coniato l’equazione “guerra uguale serietà”. Sono rottami smentiti dalla storia, fermi sulle stesse posizioni che da mesi vengono smentite alla luce dei fatti. 

Se sei schifato dalle azioni del governo di Israele sei un amico dei terroristi. Se lecchi il deretano di Netanyahu sei un campione di antisemitismo. Se invece lecchi quello di Putin allora lì no, sei un nemico dell’Occidente. Se chiedi un Paese meno diseguale sei un invidioso, se rivendichi la priorità della sanità pubblica su quella privata sei un illiberale, se chiedi la patrimoniale sei un sabotatore del Pil nazionale, se ritieni indispensabile un salario minimo legale sei un fottutto sindacalista. Ma attenzione: i sindacati non funzionano perché si occupano dei poveri – dicono loro – perdendo di vista i problemi reali, come la nuova acconciatura di Santanché o la temperatura del Prosecco alle prossime Olimpiadi. 

Se chiedi il rispetto della laicità sei un nemico di dio ma se chiedi il rispetto delle vite umane per mare e per terra sei un buonista nemico della patria. Se dissenti sei un nemico delle Forze dell’ordine, se chiedi il rispetto della legge sei un manettaro, e per fortuna c’è il referendum. 

Buon 2026, dissenso. Che l’anno nuovo ti preservi in questo Paese. 

Foto di Marioluca Bariona

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