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Hamas come pretesto, Gaza come alibi

Eccoci qui. Con due giorni di ritardo, come mi scrive, quasi accusa, qualcuno. Ma se non dovessi mai prendermi pause dalla merda sarei qui a scrivere ventiquattr’ore su ventiquattro, sempre in giro a parare gli schizzi a mani nude. La direzione nazionale antimafia, con perfetto tempismo sulla breccia politica, ha ordinato arresti di presunti affiliati ad Hamas. Soldi ai terroristi invece che agli affamati, agli orfani e ai bisognosi. Sarebbe vergognoso.

Dentro l’indagine c’è tutto quello che fa venire l’acquolina in bocca ai fiancheggiatori del genocidio: c’è un importante esponente della comunità palestinese in Italia, Mohamed Hannoun, che è il boccone perfetto per un po’ di islamofobia e per il percorso marcio di israelizzazione del nostro diritto.

I giornali di destra con la bava alla bocca che si accaniscono a trafugare foto per condannare, come se fosse Cassazione. Questi sono i cosiddetti garantisti, quelli di Ruby nipote di Mubarak, quelli di Berlusconi che pagava la mafia senza saperlo.
Peggio di loro sono i presunti esponenti di centrosinistra, vicepresidenti inclusi, che hanno stretto le mani ai barboncini del genocidio e ora si ergono a moralizzatori con qualche intervista a qualche quotidiano con più direttori che lettori, o a qualche sito aspirante gemello. Fantastici, quelli. Per loro il genocidio a Gaza è solo un ambito dialettico da attraversare per sembrare competenti. Il mondo è un carpet, nero, su cui sculettare per piacersi tra loro.


Dice quel ministro dell’Interno (che ha rinchiuso un antipatico islamico in un Cpr per calcolo politico) che questa è un’operazione che farà la storia. Non ha torto: scegliere i terroristi sulla base delle classificazioni di un governo come quello israeliano, zeppo di accusati di crimini internazionali, è già un bel capolavoro di servilismo. Avventarsi come sciacalli su presunte responsabilità personali per accusare milioni di persone del resto è la cifra di questo governo. 

Siamo tornati dalle vacanze. Eccoci qui. Buon lunedì.

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La semantica del manganello

“Disperato gesto di un disoccupato. Si brucia vivo padre di cinque figli”. Una lezione di semantica applicata all’informazione. Ma mi pare evidente che la parola “disperato” è gonfia di valori polemici. Se poi me la unisce alla parola “disoccupato”, beh allora ci troviamo di fronte a una vera e propria provocazione, ma compiuta la quale tu prendi questo povero uomo di lettore e gli sbatti in faccia cinque orfani e un cadavere carbonizzato. No, dico, cosa vogliamo farne di questo povero uomo di lettore? Un nevrotico? Che dia fuoco a lui, al giornale, a tutto quanto?

La scena qui sopra è del film “Sbatti il morto in prima pagina”, diretto da Marco Bellocchio, uscito nel 1972. Questo povero uomo di lettore ieri è stato coperto da titoli che hanno raccontato come Greta Thunberg sia stata arrestata a Londra “durante una manifestazione pro-Pal”. È il titolo perfetto. C’è l’evocazione di sedicenti manifestazioni con il retrogusto di disordini e devastazioni e c’è la faccia di Thunberg che solletica i mostri da tastiera. Tutto a puntino. 

Peccato che Thunberg fosse semplicemente seduta sul marciapiede tenendo un cartello in mano: “I support the Palestine Action prisoners. I oppose genocide” (“Sostengo i prigionieri di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio”). La polizia è intervenuta appellandosi al Terrorism Act britannico  che ha messo fuori legge il gruppo Palestine Action. 

L’arresto per opinione pericolosa è solo l’ultimo atto di un gorgo di autoritarismo repressivo che soffia sull’Europa. Qualcuno l’ha introiettato, il genocidio. 

Buon mercoledì. 

foto wikipedia

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A Gaza la morte non è un incidente, spesso lo è solo la verità

A Qabatiya, in Cisgiordania, un ragazzo di sedici anni viene ucciso durante un raid. L’esercito israeliano parla di un gesto minaccioso. Un video di sorveglianza racconta altro: Rayyan Mohammad Abu Mualla cammina, poi cade. Le immagini smentiscono la versione ufficiale. Succede spesso che la verità emerga per incidente, quando una telecamera resta accesa. Succede meno spesso a Gaza, dove lo sguardo viene sistematicamente respinto.

Mentre un filmato incrina una dichiarazione, Gaza continua a vivere senza immagini sufficienti. La parola “tregua” circola nelle capitali, ma sul terreno resta una formula astratta. I negoziati promettono una seconda fase a inizio 2026, dicono i mediatori. È un calendario diplomatico. Intanto il tempo reale è quello dei raid che proseguono, dei corpi che non tornano, delle famiglie che aspettano.

La tregua raccontata fuori è una pausa amministrativa. Dentro, Gaza è un luogo dove la scuola è sparita per centinaia di migliaia di bambini, al terzo anno senza istruzione formale. Dove le chiese diventano rifugi e il Natale si celebra sotto protezione armata, con la consapevolezza che basta poco perché la protezione svanisca. La normalità ridotta a eccezione.

Ogni volta che un video smonta una versione ufficiale, il problema si sposta altrove: quante storie restano invisibili perché non c’è una telecamera, perché l’accesso è negato, perché il racconto arriva filtrato? L’assedio funziona anche così: comprimendo lo sguardo, rallentando la verifica, rendendo ogni morte una cifra.

La politica internazionale continua a parlare di fasi, di tavoli, di date future. Gaza resta inchiodata al presente. Un presente fatto di fame, macerie e silenzio. Quando la tregua diventa una parola che non ferma i fatti, resta solo la cronaca dei dettagli che sfuggono. E ogni dettaglio, quando emerge, pesa come un atto d’accusa.

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La deterrenza che funziona sempre, soprattutto dopo

Lunedì Giorgia Meloni, dal Comando operativo di vertice interforze, ha legato per l’ennesima volta la pace alla deterrenza militare. Una forza «credibile», ha detto, serve a «tenere lontana la guerra». È la stessa formula che accompagna da mesi l’aumento delle spese per la difesa e il racconto di una sicurezza fondata sull’equilibrio armato. È la formula magica che piace all’Ue. 

Il problema è che la deterrenza, fuori dal linguaggio politico, è da tempo un concetto instabile. Richard Ned Lebow e Janice Gross Stein, in un saggio pubblicato su World Politics nell’aprile 1990, la definiscono una «variabile dipendente elusiva» e osservano che le analisi empiriche «dedicano attenzione insufficiente alla validità e all’affidabilità dei dati». Ne deriva, spiegano, una difficoltà strutturale nel dimostrare che l’assenza di un conflitto sia effettivamente causata dalla deterrenza.

Nello stesso anno, Paul Huth e Bruce Russett, sempre su World Politics, mettono in guardia da conclusioni automatiche. «Fra gli studiosi manca un consenso su come testare in modo sistematico le ipotesi sulla deterrenza», scrivono, mostrando come gli esiti delle crisi dipendano anche da fattori difficilmente controllabili: percezioni dei leader, credibilità politica, pressioni interne, possibilità di arretrare senza pagare costi simbolici eccessivi. E qui, sulla percezione e sulla credibilità dei leader non serve aggiungere altro. 

Anche il terreno spesso indicato come prova definitiva, quello nucleare, presenta crepe documentate. Nina Tannenwald, in un articolo pubblicato su International Organization nel 1999, ricostruisce l’emergere di «una proibizione normativa sull’uso delle armi nucleari», spiegando che il mancato impiego dal 1945 si lega anche a stigma morale e costi reputazionali. Attribuire il non-uso esclusivamente alla deterrenza militare, avverte, rischia di semplificare il quadro.

Una cautela simile emerge in ambiti istituzionali. Michael J. Mazarr, in uno studio del 2018 per la RAND Corporation, sottolinea che la deterrenza «dipende in modo decisivo dalla motivazione dell’aggressore» e opera in un contesto segnato da psicologia, errori di calcolo e politica interna. Trattarla come un meccanismo automatico, scrive, porta a sottovalutare la probabilità di fallimenti.

Insomma, la deterrenza è un argomento efficace nei discorsi pubblici, molto meno una garanzia. Funziona come titolo di apertura ma convince inevitabilmente con la possibilità di errore. E quando l’errore arriva, la spiegazione è già pronta.

Buon martedì.

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L’assedio come metodo: demolire e spostare

A Gerusalemme Est la polvere arriva prima delle parole. A Silwan un edificio residenziale viene abbattuto, decine di persone costrette a lasciare casa, ruspe e agenti a fare da cornice. È una scena che sembra periferica rispetto a Gaza e invece la spiega. L’assedio esce dalla Striscia e diventa metodo: demolire, spostare, registrare, revocare. Tutto con moduli, ordinanze, comunicati. Nelle stesse ore, a Gaza, l’emergenza umanitaria viene ricondotta a una questione amministrativa. Medici Senza Frontiere avverte che le nuove regole di registrazione imposte da Israele mettono a rischio la presenza delle Ong dal primo gennaio. Senza licenza, senza accesso. Senza accesso, senza cure.

Sembra un dettaglio tecnico, produce amputazioni, infezioni, reparti chiusi. Intanto le agenzie Onu rilanciano un dato che pesa come una sentenza: oltre centomila bambini rischiano la malnutrizione acuta nei prossimi mesi. La fame come effetto collaterale di una firma. Il controllo passa anche dai corpi. Dal carcere di Damon arrivano denunce sulle detenute palestinesi: perquisizioni violente, umiliazioni, rimozione forzata dell’hijab. La disciplina si fa gesto fisico, esposizione pubblica, punizione simbolica. Casa e corpo, la stessa grammatica. A Silwan si rade al suolo un edificio, a Damon si spezza una persona. Cambia il luogo, resta il dispositivo.

Sul fondo, la regione trattiene il respiro. Israele informa Washington di possibili mosse iraniane mascherate da esercitazioni militari. La tensione sale, i vertici parlano di deterrenza, di scenari. È il rumore geopolitico che copre tutto il resto e rende normale l’anomalia: mentre si invocano equilibri regionali, l’assedio quotidiano procede senza ostacoli. Si continua a discutere di fasi, di tregue, di calendari. Sulla carta. Sul terreno avanza un’altra fase, già operativa: demolizioni, permessi revocati, aiuti condizionati, carceri come laboratori di controllo. Oggi la notizia sta qui. La tregua resta una bozza, l’assedio resta un sistema. E la polvere di Silwan arriva prima delle spiegazioni.

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La manovra presenta il conto ai più stanchi

Il maxi-emendamento alla legge di bilancio parla, come nella smorfia napoletana. Non se ne conosce il numero corrispondente ma è chiesto il messaggio: fare cassa dove il costo politico sembra minore. A pagare, ancora una volta, sono i lavoratori che hanno iniziato presto e quelli impiegati nelle mansioni usuranti. Persone che hanno già consegnato allo Stato anni di vita, salute e contributi, e che ora si vedono presentare il conto finale come se fosse una voce residuale di bilancio.

Il governo ha scelto di intervenire sui requisiti di accesso alle pensioni anticipate, irrigidendo le condizioni e restringendo le platee. La misura viene raccontata come un “aggiustamento”, un allineamento necessario per la sostenibilità dei conti pubblici. Ma nei fatti. Sotto la coltre della propaganda, è una sottrazione secca di diritti maturati, costruiti su percorsi lavorativi segnati dalla fatica fisica, dalla discontinuità e spesso da salari bassi. Chi ha cominciato a lavorare da minorenne o appena maggiorenne scopre che quell’anticipo sulla vita adulta diventa ora un anticipo di sacrificio senza compensazione.

La logica del resto è sempre la stessa: si sposta l’onere su chi ha meno margini di difesa individuale e collettiva. I lavori usuranti, riconosciuti come tali da anni, vengono trattati come una variabile contabile da comprimere. La retorica del “premio al merito” e della “valorizzazione del lavoro” evapora davanti a un bilancio che chiede sacrifici selettivi. Non a caso il provvedimento arriva dopo settimane di confusione politica e smentite, dentro una maggioranza incapace di assumersi apertamente la responsabilità delle proprie scelte.

In questa manovra c’è una verità che il governo evita di nominare: il risanamento dei conti viene perseguito attraverso una redistribuzione al contrario. Si risparmia sulle schiene già piegate, si rinvia il problema strutturale del lavoro povero e discontinuo, si consolida l’idea che la fatica precoce sia una colpa da pagare due volte. La prima in fabbrica, in cantiere, in corsia. La seconda al momento di uscire, quando la pensione diventa un traguardo che arretra di nuovo.

Buon lunedì.  

 

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La mossa dell’Ue sull’aborto sicuro e la distanza politica con l’arretratezza italiana – Lettera43

Ok del parlamento europeo a una risoluzione che punta a garantire l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza nei Paesi dove viene ostacolato. Noi invece siamo impantanati tra obiettori di coscienza e “stanze dell’ascolto”.

Il parlamento europeo ha approvato una risoluzione che sostiene l’iniziativa dei cittadini “My Voice, My Choice”, chiedendo alla Commissione di costruire un meccanismo di solidarietà per garantire l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza nei Paesi dove viene ostacolato o del tutto negato. A Strasburgo il dibattito si è mosso sul terreno dei diritti fondamentali, della salute pubblica, dell’eguaglianza sostanziale. Da Roma lo sguardo appare più corto, ripiegato su una gestione difensiva, quando non apertamente ideologica, della legge 194. Un solco.

Oltre 20 milioni di donne nell’Ue senza aborto sicuro

La risoluzione europea nasce da un dato di realtà: secondo la stessa documentazione della Commissione, oltre 20 milioni di donne nell’Unione europea vivono in Paesi dove l’accesso all’aborto sicuro è vietato o fortemente limitato da barriere legali e pratiche. L’Europa, pur priva di competenze dirette in materia sanitaria, sceglie una via indiretta ma politica: usare fondi comuni e cooperazione transfrontaliera per ridurre le disuguaglianze. È una modernità imperfetta, ma dichiarata. La salute riproduttiva viene trattata come prerequisito di cittadinanza, non come concessione morale.

Il 63,4 per cento dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza

Il confronto con l’Italia è impietoso. Formalmente, il diritto esiste dal 1978. Nella pratica, la sua applicazione è diventata una corsa a ostacoli. L’ultima relazione ufficiale del ministero della Salute sull’attuazione della legge 194, basata sui dati 2022 e presentata con due anni di ritardo, certifica che il 63,4 per cento dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza. In alcune regioni la percentuale supera l’80 per cento, con punte che arrivano oltre il 90. In Molise l’accesso all’IVG è garantito da un solo medico non obiettore sull’intero territorio regionale. In Sicilia e Abruzzo intere province risultano prive di un servizio continuativo. Il risultato è una geografia organica del diniego che costringe alla mobilità sanitaria o, nei casi peggiori, alla rinuncia.

Spalancata la porta ad associazioni apertamente anti-scelta

L’Europa, nella sua risoluzione, indica esplicitamente queste barriere come problemi da rimuovere: abuso dell’obiezione di coscienza, ritardi procedurali, ostacoli amministrativi privi di giustificazione clinica. In Italia, la risposta politica segue una traiettoria opposta. L’emendamento al decreto Pnrr approvato nel 2024 consente alle Regioni di coinvolgere soggetti del Terzo settore nei consultori pubblici, spalancando la porta ad associazioni apertamente anti-scelta. La misura non rafforza i servizi, non prevede nuove assunzioni, non riduce le liste d’attesa. Sposta il baricentro culturale dei consultori, nati come presidi laici di prevenzione e informazione, verso una funzione di dissuasione morale.

La polemica sulla “stanza dell’ascolto” dentro l’ospedale Sant’Anna di Torino

Il Piemonte è diventato un caso emblematico. La “stanza dell’ascolto” affidata al Movimento per la vita dentro l’ospedale Sant’Anna di Torino, il più grande presidio ostetrico d’Europa, è stata dichiarata illegittima dal Tar nel luglio 2025. I giudici hanno rilevato l’incompatibilità tra le finalità statutarie dell’associazione e la funzione di un servizio pubblico sanitario, oltre all’assenza di garanzie professionali per le persone coinvolte. La politica regionale ha minimizzato, parlando di stop temporaneo e di riscrittura della convenzione. Il segnale resta chiaro: l’intervento giudiziario argina, ma non corregge l’impostazione.

La mossa dell’Ue sull’aborto sicuro e la distanza politica con l’arretratezza italiana
Sottoscrizione dell’apertura di una stanza ascolto al Sant’Anna di Torino per chi pensa all’aborto (Ansa).

Ritardi e scarsa trasparenza nelle relazioni annuali sull’attuazione della 194

C’è poi la questione strutturale della trasparenza. Le relazioni annuali sull’attuazione della 194 arrivano sistematicamente in ritardo e senza dati disaggregati per singola struttura sanitaria. Questo rende impossibile sapere in anticipo dove il servizio è realmente disponibile. L’associazione Luca Coscioni ha definito questa opacità una forma di ostacolo amministrativo strutturale. Anche qui la distanza con il dibattito europeo è evidente: a Bruxelles la trasparenza è parte integrante della garanzia dei diritti, in Italia resta un elemento marginale.

L’Italia non segue le raccomandazioni dell’Oms

Sul fronte dell’aborto farmacologico il quadro non migliora. Le linee di indirizzo del ministero della Salute del 2020 consentono l’uso della pillola RU486 fino alla nona settimana e in regime ambulatoriale. Eppure diverse Regioni continuano a imporre ricoveri ordinari di tre giorni o limitazioni temporali più restrittive, in contrasto con le indicazioni cliniche e con le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità. Una procedura semplice viene così trasformata in un percorso medicalizzato e scoraggiante. Nello stesso periodo, il parlamento europeo discute di telemedicina e accesso diffuso ai servizi di salute riproduttiva.

La mossa dell’Ue sull’aborto sicuro e la distanza politica con l’arretratezza italiana
Manifestazione per il diritto all’aborto (Ansa).

Siamo tra i Paesi che rallentano l’evoluzione dei diritti riproduttivi

Il voto di Strasburgo ha messo in scena anche l’imbarazzo della delegazione italiana, tra errori, rettifiche e spaccature nella maggioranza. Ma il dato politico va oltre la cronaca parlamentare. L’Italia si colloca sempre più spesso sul fronte dei Paesi che rallentano l’evoluzione dei diritti riproduttivi, mentre Francia, Spagna e Germania spingono per un riconoscimento pieno e strutturale, arrivando a iscrivere l’accesso all’aborto nel perimetro delle garanzie fondamentali.

L’Unione indica una direzione: meno retorica, più accesso reale

Vista dall’Europa, l’Italia appare piccola perché difende una formalità svuotata invece di misurarsi con l’effettività dei diritti. La legge 194 resta in piedi, ma circondata da barriere amministrative, culturali e organizzative che ne riducono la portata. L’Unione, con tutti i suoi limiti, indica una direzione chiara: meno retorica, più accesso reale. Potrebbe sembrare una distanza tecnica. È una distanza profondamente politica. È piccola, piccolissima, l’Italia vista da qui.

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Scuole private, esenzione IMU e voucher: chi ha firmato il regalo nella Manovra 2026

Nella manovra 2026 il regalo alle scuole private ha un nome, un cognome politico e una firma. È l’emendamento che apre all’esenzione IMU per gli immobili delle scuole paritarie, inserito tra i “segnalati” della maggioranza e riconducibile alla Lega, con il sostegno esplicito del viceministro dell’Economia Maurizio Leo, che da mesi lavora a una “soluzione” fiscale per il settore. Le associazioni dei gestori, in testa AGIDAE, lo hanno ringraziato pubblicamente. Il governo ha eseguito.

La norma consente ai Comuni di esentare dall’IMU gli edifici scolastici utilizzati da istituti paritari del sistema nazionale di istruzione, prevedendo un ristoro statale di due milioni di euro annui a partire dal 2026. Una cifra simbolica, fissata a forfait, che non tiene conto della reale perdita di gettito per le amministrazioni locali. La misura viene presentata come tecnica. In realtà interviene su uno dei punti più sensibili del rapporto fra fisco e scuole private, riscrivendo un equilibrio costruito negli anni da sentenze e contenziosi.

L’emendamento IMU e lo strappo alla giurisprudenza

Fino a oggi la linea era chiara. La Corte di Cassazione, da ultimo con l’ordinanza n. 6501 del marzo 2024, aveva stabilito che l’esenzione fiscale spetta solo quando l’attività educativa è svolta a titolo gratuito o dietro un corrispettivo simbolico. Per la Consulta rette in grado di coprire una parte significativa dei costi qualificano l’attività come economica. Proprio su questa base molti Comuni avevano chiesto e ottenuto il pagamento dell’IMU da parte delle paritarie.

L’emendamento voluto dalla Lega cambia il criterio. L’asticella viene spostata sul “costo medio per studente”calcolato dal Ministero dell’Istruzione: una soglia che per la scuola primaria supera gli ottomila euro annui. In pratica, una scuola può chiedere rette pienamente in linea con i costi di gestione e continuare a godere dell’esenzione fiscale. È una sanatoria politica di fatto, che chiude il contenzioso a favore dei gestori e scarica sui Comuni il peso della scelta, compensandoli con un fondo largamente insufficiente.

L’emendamento è una decisione coerente con una linea che il viceministro Leo rivendica da tempo nei rapporti con il mondo delle scuole cattoliche e paritarie. La manovra semplicemente traduce quella linea in norma.

Voucher, fondi e un sistema sbilanciato

Ma attenzione, l’esenzione IMU non arriva da sola, non è l’unico regale alle scuole private. Nella stessa manovra compare il voucher da 1.500 euro per le famiglie che iscrivono i figli alle scuole paritarie, sostenuto da esponenti di maggioranza e finanziato con risorse pubbliche. Un sussidio alla domanda che rende più competitivo il privato, senza intervenire sulle disuguaglianze di partenza: il bonus copre una quota della retta, il resto resta a carico delle famiglie. Un meccanismo che sostanzialmente premia chi può già permetterselo.

Sul fronte dei trasferimenti diretti, il Ministero dell’Istruzione ha portato i contributi alle paritarie oltre i 750 milioni di euro per l’anno scolastico 2024-2025, con un forte incremento delle risorse destinate alla disabilità. A questo si aggiunge l’accesso ai fondi del PNRR per progetti su STEM, dispersione scolastica e filiere tecnologiche, e l’equiparazione del servizio svolto nelle paritarie ai fini delle nuove abilitazioni dei docenti. Denaro pubblico, infrastrutture pubbliche, titoli pubblici.

Nel frattempo la scuola statale affronta il taglio di migliaia di posti, il dimensionamento degli istituti, contratti rinnovati con risorse che coprono solo una parte dell’inflazione. I sindacati parlano apertamente di drenaggio di risorse. I costituzionalisti richiamano l’articolo 33 della Costituzione, dove la libertà di istituire scuole private è esplicitamente separata dagli oneri per lo Stato. Fiato perso.

La manovra 2026 è un timbro sulla direzione intrapresa. L’emendamento IMU firmato dalla Lega e sostenuto dal MEF certifica una scelta politica: costruire un sistema di scuole private sussidiate, alleggerite fiscalmente e finanziate dal bilancio pubblico. La scuola statale resta il servizio universale ma viene amministrata in regime di scarsità. I numeri, e le firme sotto gli emendamenti, raccontano tutto il resto.

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A Gaza anche l’orrore ha smesso di sorprendere

Oggi Gaza entra nelle notizie in punta di piedi. Una riga, un aggiornamento, un dato incastrato fra altro. Nessun titolo grande. Nessuna parola nuova. È il segno più chiaro di ciò che è diventata: un luogo dove l’orrore ha smesso di sorprendere.

Nelle ultime ventiquattr’ore arrivano notizie che un tempo avrebbero imposto silenzio. Pazienti che attendono evacuazioni che restano sulla carta. Ospedali che continuano a funzionare per inerzia, finché regge il carburante rimasto. Valichi che rallentano, poi si fermano, poi forse riaprono. Tutto raccontato con il tono dell’aggiornamento tecnico, come se fosse manutenzione ordinaria. Gaza scorre così, come un bollettino amministrativo.

La trasformazione è compiuta quando la tragedia diventa sfondo. Le cifre smettono di essere scandalo e diventano contesto. Le parole si accorciano, si asciugano, perdono attrito morale. Si parla di “fasi”, di “meccanismi”, di “attese”. La fame resta fame, il dolore resta dolore, ma il linguaggio lo addomestica. L’assedio continua, però entra nel lessico della normalità.

Questa assuefazione riguarda chi decide, chi racconta, chi legge. Riguarda tutti. Quando ogni giorno somiglia al precedente, il presente perde urgenza. Gaza viene percepita come una crisi stabile, una sofferenza gestibile, un problema cronico. In questo spazio anestetizzato l’eccezione scompare. Restano vite sospese, senza scatto, senza svolta, senza rottura.

Oggi, a Gaza, accade esattamente questo: nulla interrompe il flusso. Ed è proprio questa continuità a fare più paura. Perché un orrore che scorre senza più fare rumore diventa parte dell’arredo del mondo. E quando succede, guardare smette di bastare.

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Morti giusti e sbagliati: il doppio standard dell’Europa

A Bruxelles l’Europa si è rimessa l’elmetto buono. Consiglio europeo sull’Ucraina, ore di vertici, bozze riscritte, comunicati cesellati parola per parola. Putin come nemico sistemico, Zelensky come causa comune. Eppure, dentro quella stessa stanza, l’Europa ha confermato anche un’altra cosa: il suo doppio standard. Giorgia Meloni si presenta come alleata leale di Kiev. A parole. Nei fatti, l’Italia è stata decisiva per frenare l’uso degli asset russi congelati a favore dell’Ucraina. Prudenza giuridica, si dice. Stabilità finanziaria. Legalità. Tutto vero.

Ma allora la domanda diventa inevitabile: perché questa cautela selettiva vale solo quando conviene? Perché mentre l’Europa corre, si agita, discute, litiga per l’Ucraina, su Gaza regna il silenzio amministrato. Gaza è una nota a piè di pagina. Gaza si accontenta di una “tregua”. Una tregua di cosa, esattamente? Lì non ci sono due eserciti che si fronteggiano. Lì c’è una popolazione civile schiacciata da uno degli eserciti più potenti del mondo. E questa tregua, celebrata come successo diplomatico, ha prodotto centinaia di morti. Bombardamenti, raid, fame, ospedali senza elettricità, convogli umanitari bloccati. Tutto documentato.

Avete mai visto i leader europei litigare per Gaza come litigano per Kiev? Avete mai sentito ministri minacciare ritorsioni politiche per i civili palestinesi? Avete mai visto vertici straordinari convocati per “alzare il velo” su ciò che accade nella Striscia No. Perché Gaza è l’eccezione permanente. Provate a immaginarlo: un paese europeo che continua a vendere armi a Putin mentre condanna la Russia. Impensabile. Eppure è ciò che accade con Israele. Armi, cooperazione militare, affari. Tutto mentre si finge di “monitorare” la situazione umanitaria.

E poi l’ultima ipocrisia, quella che nessuno osa nemmeno formulare: qualcuno ha mai proposto di usare gli asset israeliani per la ricostruzione di Gaza Qualcuno ha mai messo sul tavolo sanzioni vere? No. Perché lo standard europeo non è universale. È geopolitico. L’Europa che si indigna selettivamente smette di essere credibile. Difendere l’Ucraina e voltarsi dall’altra parte davanti a Gaza non è realismo. È una scelta politica. E fa schifo proprio per questo.

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