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A proposito dei voucher

C’è un video che dura meno di tre minuti e racconta perfettamente quale sia il problema di fondo di questi nuovi voucher che il governo vorrebbe fare rientrare dalla finestra dopo averli cancellati per la paura di un referendum. È un dialogo spelacchiato tra Michele De Palma, coordinatore nazionale Fiat-auto della Fiom-Cgil e Gennaro Migliore, deputato del PD.

Non c’è bisogno di acume politico e nemmeno di studiare troppo la materia per cogliere dove stia il nodo del “lavoro nero” e quanto siano balbettanti le difese d’ufficio. Qui non si tratta di essere “contro i voucher” ma di essere contro questi voucher. Eccolo qui:

“Dobbiamo liberarci dalla scimmia Berlusconi che è sulla nostra spalla”, diceva Renzi

Renzi dixit:

  • “Dopo il governo Berlusconi anche un governo guidato dal pulcino pio sarebbe in grado di fare meglio.”
  • “Un leader è chi, leggendo i sondaggi, prova a cambiarli, non a contestarli.” (Dal libro: Oltre la rottamazione: nessun giorno è sbagliato per provare a cambiare)
  • “Voglio cambiare l’Italia, non cambiare il governo.”
  • “Berlusconi da solo non ce la farebbe. Ha bisogno di qualcuno che cada nel suo trappolone. Ha bisogno che ogni sua dichiarazione – lungamente studiata – sia accolta da un coro di critiche, che i suoi avversari si lancino sul primo cronista Ansa per manifestare tutto il loro sdegno: ma come, proprio lui adesso dice che dobbiamo tagliare le tasse?”  (Dal libro: Oltre la rottamazione: nessun giorno è sbagliato per provare a cambiare )
  • “Dobbiamo abituarci a pensare che le scelte per un Paese non si fanno per le elezioni successive, ma si fanno per le generazioni successive.” (Dal libro: Oltre la rottamazione: nessun giorno è sbagliato per provare a cambiare )
  • “Prima di fare dichiarazioni sulle ultime frasi di Silvio Berlusconi, contiamo fino a dieci. E poi, nel dubbio, è comunque meglio tacere. Nove volte su dieci le uscite del Cavaliere ottengono il proprio scopo solo se qualcuno, rispondendogli, cade nel suo gioco.” (Dal libro: Oltre la rottamazione: nessun giorno è sbagliato per provare a cambiare )
  • “Nessuna intesa tra Letta, Alfano e me. Non voglio assolutamente essere accomunato a loro, integrato come in uno schema: io sono totalmente diverso, per tanti motivi. Ma non ho alcun interesse a mettere pedine e scambiare caselle.” (era il 29 dicembre 2013)
  • “La staffetta Letta-Renzi non è assolutamente all’ordine del giorno. Io, sia chiaro, sto fuori da tutto.” (5 febbraio 2014)
  • “Creiamo un hashtag ‘enricostaisereno’, nessuno ti vuole prendere il posto, vai avanti, fai quel che devi fare, fallo.” (18 gennaio 2014)
  • “Il governo Letta deve lavorare per tutto il 2014.” (13 gennaio 2014)
  • “Per il 2014 il Premier è e sarà Enrico Letta.” (22 dicembre 2013)
  • “Punto a far lavorare il governo, non a farlo cadere. Enrico ci ha chiesto un patto di coalizione e io sono d’accordo.” (10 dicembre 2013)
  • “Da mesi leggo sui giornali che Renzi vuole il posto di Letta: se avessi ambizioni personali, avrei giocato un’altra partita, non mi sarei messo a candidarmi alla segreteria del Pd.” (3 dicembre 2013)
  • ““Il mio partito non ha paura degli altri, è curioso. Il mio partito abbatte i muri, non alza i ponti. Il mio partito accoglie, non respinge gli elettori. Il mio partito si fa giudicare dai cittadini con il voto, non li giudica con moralismo supponente. Il mio partito usa la digitale, non il rullino. Il mio partito non è schizofrenico per cui un giorno vuole arrestare Berlusconi e il giorno dopo lo farebbe presidente della Convenzione costituente. Il mio partito rispetta la magistratura non solo quando manda gli avvisi di garanzia agli avversari. Il mio partito non cambia le regole di una gara perché ha paura di un candidato. Il mio partito prende i voti degli altri. Perché se non prende i voti degli altri, poi gli tocca prendersi i ministri degli altri. Il mio partito difende le donne non una volta l’anno, ma tutti i giorni, con la parità di genere. E sa che le quote rosa sono un sistema grezzo. Ma non ne ha trovato uno migliore. Il mio partito rispetta i referendum. Anche quando dicono che il finanziamento pubblico ai partiti va abolito. Il mio partito crede negli open data. Il mio partito vuole cambiare l’Italia, non gli italiani. Il mio partito non ha la puzza sotto il naso.” (Dal libro: Oltre la rottamazione: nessun giorno è sbagliato per provare a cambiare)
  • “Dobbiamo liberarci dalla scimmia Berlusconi che è sulla nostra spalla, incombente e condizionante. Dobbiamo dimostrare che siamo per il merito, per le capacità individuali. Che non siamo contro la piccola e media impresa o le partite Iva. Arriviamo al governo e cosa scrive Rifondazione sul suo manifesto: “Anche i ricchi piangano”. Anche i ricchi piangano? Il tema della sinistra, deve essere anche i poveri sorridano. È come se avessimo rinunciato a essere il partito delle opportunità.”
  • [Al presidente Berlusconi] “Lei ci prova con tutti”, gli ho detto. La sua concezione della politica mi fa parafrasare una pubblicità: “Ci sono cose che non si possono comprare. Per tutto il resto c’è Berlusconi”.
  • “La sinistra che non cambia si chiama destra.”

Buon mercoledì.

(continua su Left)

Basta con questa sindrome quattrodicembrista. Davvero.

Impossibile non essere d’accordo con quanto scrive Pietro Spataro:

Non si può attribuire, con malcelata irritazione, la responsabilità di tutti i guai che combinate a quelli che il 4 dicembre – e in prima fila ovviamente c’è sempre Massimo D’Alema, seguito da Bersani, Speranza e aggiungete voi chi volete – hanno fermato il Radioso Futuro che Matteo Renzi aveva in serbo per noi. Lo state facendo con la legge elettorale ora proporzionale e non più magnificamente maggioritaria come era l’Italicum per colpa, ripetete in coro, di chi ha votato no; lo fate ogni giorno sulla riforma costituzionale che, secondo gli effetti nefasti della sindrome suddetta, dovrebbe essere presentata in forma nuova in Parlamento da chi non è nemmeno eletto e per di più non è membro del partito di maggioranza; lo fate per giustificare una molto probabile alleanza con Berlusconi dopo il prossimo voto; qualcuno addirittura ha attribuito al “quattrodicembrismo” persino la responsabilità di una sentenza del Tar che ha bloccato la nomina di alcuni direttori di museo. Sono solo alcuni esempi, molti altri se ne potrebbero fare: basterebbe farsi un giro sui profili social di molti dirigenti Pd per vedere come ad ogni inciampo si risponde con la cantilena “ma il quattro dicembre”.


Questi comportamenti sono il sintomo di una malattia: la derealizzazione. Che in politica è assai grave, come si può facilmente immaginare. In questo modo la sconfitta del 4 dicembre – sulla quale peraltro il Pd non ha minimamente fatto una riflessione seria – sembra l’effetto di un Contropotere Malvagio guidato dal Nemico Interplanetario Massimo D’Alema piuttosto che, come realmente è, il risultato di una serie di clamorosi errori politici che hanno spinto il popolo (lo stesso popolo a cui fate spesso riferimento) a dire no, grazie.

Calabria: il presidente della commissione antimafia era socio di un boss

(ne scrive il Corriere della Calabria)

Nei brogliacci dell’inchiesta “Jonny” ci sono passaggi imbarazzanti per il presidente della commissione Antindrangheta del consiglio regionale Arturo Bova. Svelano i suoi rapporti d’affari con un uomo, Leonardo Catarisano, 63 anni, che gli investigatori dell’antimafia catanzarese ritengono uno dei vertici del clan di Roccelletta di Borgia, finito nel mirino dell’operazione coordinata dalla Dda di Catanzaro. Legata agli Arena di Isola Capo Rizzuto, la famiglia, secondo quanto ricostruito in maniera capillare dalla Direzione distrettuale antimafia e dai militari del Nucleo investigativo, sarebbe impegnata in reati «contro il patrimonio, in materia di armi, stupefacenti, estorsioni, nonché acquisire in modo diretto o indiretto, la gestione o comunque il controllo, di attività economiche, infiltrandosi nella relativa gestione nei diversi ambiti commerciali e imprenditoriali, anche nel settore i villaggi turistici e delle attività recettive, forniture per la realizzazione di opere pubbliche o private, forniture per servizi vari sul territorio». L’organizzazione è stata peraltro riconosciuta da due procedimenti penali: 3563/2009 e 3968/2011.

L’IMPRESA GIFE Ma le indagini di Jonny ci mostrano anche un Leonardo Catarisano imprenditore. L’esponente di vertice della cosca viene indicato anche quale amministratore della Gife sas di Catarisano e C, un’azienda di rivendita di materiali edili che subirà dei cambiamenti nel corso del tempo. Istituita il 27 gennaio 1997 – «(socio accomandatario Leonardo Catarisano, soci accomandanti Antonio Severini e Teresa Pilò, Leonardo Catarisano) con sede in via Risorgimento di Roccelletta di Borgia» –, il 5 gennaio 2001 la Gife sas cede l’impresa alla Gife srl (appositamente costituita a novembre del 2000) e passa da società di persone a società di capitali la cui caratteristica principale è quella di avere un patrimonio separato rispetto quello dei singoli soci. La Gife srl risulta attiva nel commercio all’ingros­so e/o al dettaglio del settore non alim­entare; nonché la co­struzione e l’acquis­to di edifici civili, commerciali e indu­striali e di opere connesse; movimento terra, costruzione, gestione di strutture turistico alberghie­re; noleggio a caldo e/o a freddo di automezzi, macchinari ed attrezzature edile. Attualmente la Gife risulta composta da due soci, il socio di maggioranza Antonio Severini, 50 anni, che detiene il 66,67% delle quote e Leonardo Catarisano che ne detiene il 33,33%.

GLI AMMINISTRATORI E IL RUOLO DI ARTURO BOVA La Gife srl da gennaio 2001 a settembre dello stesso anno ha avuto come amministratore unico Giovanni Bova il quale è stato poi sostituito in questo ruolo da Arturo Bova, attuale consigliere regionale di maggioranza in quota Dp e presidente della commissione regionale Antindrangheta. Le visure camerali conducono gli inquirenti al politico, che da settembre 2001 ha ricoperto il ruolo di amministratore unico della Gife srl, ruolo confermato nel 2005 e rimasto invariato fino ad aprile 2008. Bova risulterebbe inoltre già titolare di 6.800,12 quote nominali pari ad un terzo dell’in­tero capitale della Gife srl. Secondo quanto si è potuto apprendere da fonti investigative, il politico avrebbe donato le proprie quote al socio Antonio Severini nel marzo 2012.

CHI È LEONARDO CATARISANO Leonardo Catarisano viene considerato dagli inquirenti «esponente di vertice della cosca di ndrangheta sinteticamente denominata come cosca Catarisano». L’epicentro del territorio controllato dal clan è Roccelletta di Borgia. Per Leonardo Catarisano, 63 anni, detto Nando, il percorso per salire al vertice della cosca non è stato facile e non è avvenuto in tempi brevi ma al termine di una sanguinosa guerra di una «sanguinosa faida scatenatesi tra Borgia e Roccelletta di Borgia, consumatasi negli anni 2000».
Ma il sangue a Borgia ha radici lontane, in un territorio sottomesso alla violenza. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri del Nucleo investigativo «storicamente, il comune di Borgia ricadeva sotto l’influenza criminale di Antonino Giacobbe, classe 1920, che era coadiuvato nella sua attività criminale da Saverio Barbieri, alias “u tirannu”». I due vennero arrestati per omicidio nel 1975 e nel corso della loro assenza le redini della cosca vennero rette da Virgilio La Cava. Quando, nel 1989, i due ottennero la semilibertà e cercarono di riprendere la guida della compagine ‘ndraghetistica, trovarono l’opposizione di La Cava che creò una scissione coi vecchi capi. Nel 1989 si registra la prima faida interna alla cosca che lasciò sul campo i corpi senza vita di otto persone, compreso Virgilio La Cava e suo figlio Antonio. In questo contesto sanguinoso e violento era emersa la figura di Salvatore Pilò, ritenuto vicino alla cosca Arena, che aveva cementato il suo legame col vecchio Giacobbe grazie a matrimoni e vincoli di parentela. La sua presenza e l’influenza che Pilò aveva col boss non piacevano a Barbieri “u tirannu”. Nel 1993 le armi riprendono a farla da padrone nel territorio di Borgia e fino al 1998 si contano otto morti. Nel frattempo, all’interno del gruppo di Salvatore Pilò emergono i nomi di Salvatore Abruzzo e Leonardo Catarisano il quale aveva sposato una nipote di Salvatore Pilò, figlia di suo fratello Francesco, cementando a doppia mandata il suo rapporto con la cosca e avviandosi a diventarne il reggente. Dalle indagini dei carabinieri, coordinati dalla Dda di Catanzaro, emerge che Catarisano «a seguito della sanguinosa faida scatenatesi tra Borgia e Roccelletta di Borgia, consumatasi negli anni 2000, assumeva la reggenza del sodalizio di Roccelletta di Borgia».

LA FAIDA CON I COSSARI A contendere il potere a Salvatore Pilò, soprattutto per assumere il controllo di attività illecite come estorsioni e traffico di droga, c’è un gruppo nel quale emerge il gruppo dei Cossari di cui è a capo Salvatore Cossari. È questa la ragione che farà scoppiare la terza faida, quella degli anni 2000, nella quale il 28 maggio del 2004 verrà assassinato, nel parcheggio del centro commerciale “Le fornaci”, di Catanzaro Lido lo stesso Salvatore Pilò. Non solo. Nel rosario di morti che si susseguono lo stesso Nando Catarisano ha subito un attentato mentre accompagna la figlia a scuola il 23 maggio 2008. Erano le 7:30 del mattino quando, a bordo della sua Nissan Micra viene affiancato da due soggetti a bordo di una moto di cui uno indossava un casco nero. Gli esplodono contro diversi colpi di pistola calibro 9×21. Catarisano rimane ferito e ricoverato all’ospedale Pugliese di Catanzaro mentre sua figlia riporterà lievi ferite a un braccio. I killer non avevano usato particolari “riguardi”  con la loro raffica di proiettili. Sarà comunque il 2008 l’anno decisivo. Pochi giorno dopo l’attentato a Catarisano, il 31 maggio 2008, verrà assassinato Salvatore Cossari e partirà l’ascesa di Nando Catarisano. A quel tempo, quando le pallottole mietono vittime nella jonica catanzarese, il futuro presidente della Commissione antindrangheta Arturo Bova condivide con Catarisano un posto nella compagine sociale della Gife. E ha una carriera politica in rampa di lancio: confermato consigliere comunale ad Amaroni nel 2004, ne diventerà sindaco cinque anni dopo. È il suo trampolino verso lo scranno in consiglio regionale conquistato nel 2014.

Mafia: il disegno della figlia del boss incastra gli assasini

Aveva sette anni, sognava di diventare una ballerina. La sera del 26 ottobre 2000, stava tornando a casa con il suo papà, dopo la lezione di danza. All’improvviso, un posto di blocco. Un uomo che indossava una pettorina con la scritta polizia alzò una paletta e disse: “Deve venire con noi”. Il padre capì: “Non fate del male alla bambina – sussurrò – vi seguo”. E sparirono nel buio di una strada di campagna. Mezz’ora dopo, la bambina stava già disegnando in una caserma dei carabinieri quella scena: l’uomo con la paletta e la pettorina della polizia accanto a tre uomini. Non erano poliziotti, ma killer della mafia inviati a sequestrare il padre della piccola, il mafioso Giampiero Tocco, entrarono in azione a Torretta, alle porte di Palermo.

Diciassette anni dopo, hanno un nome gli assassini: i carabinieri del nucleo Investigativo di Palermo hanno fatto scattare un blitz per quattro persone. Quattro, proprio come diceva il disegno della bambina, che è diventato uno straordinario riscontro alle dichiarazioni dell’ultimo pentito di mafia, Antonino Pipitone. Quattro e non tre, come aveva detto un altro collaboratore di giustizia. L’ordinanza di custodia cautelare è stata firmata dal gip Fabrizio La Cascia. Le indagini dei sostituti procuratori Roberto Tartaglia, Annamaria Picozzi e Amelia Luise accusano adesso Salvatore Gregoli, Giovanbattista e Vincenzo Pipitone, poi anche Freddy Gallina, fermato negli Stati Uniti dall’Fbi per immigrazione clandestina, è già scattato il provvedimento di espulsione verso l’Italia.

“Toco era sospettato di avere avuto  un ruolo nell’omicidio di Peppone Di Maggio”, ha spiegato l’ultimo pentito di mafia. “Prima di essere ucciso, fu interrogato dal boss Salvatore Lo Piccolo, che insisteva per sapere chi avesse organizzato il delitto”. Tocco rispose che l’ordine era venuto da “qualcuno molto in alto”. Lo Piccolo urlò: “Non hai capito, l’alto sono io”. E Giampiero Tocco venne strangolato. Poi, lo sciolsero nell’acido.

“Conta poco che siano trascorsi 17 anni – dice il colonnello Antonio Di Stasio, il comandante provinciale dei carabinieri – il tempo è relativo, il suo unico valore è dato da ciò che facciamo mentre sta passando, diceva Einstein. Ed oggi si è riusciti ad aggiungere all’indefinito puzzle della storia di mafia un altro frammento di verità”.

(fonte)

Non è tanto per Fini. Ma per Genova, la Diaz, Bolzaneto e i suoi luridi scendiletto

Hanno sequestrato un milione di euro a Gianfranco Fini. Un milione di euro diviso in due polizze da 495.000 euro l’una (queste sì, polizze su cui indignarsi) stanate dal Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata come potrebbe succedere a una mafiosetto moccioso, un corrotto provincialotto o un ebete ingordo.

Ma non è il sequestro e nemmeno l’indagine a interessarmi. Non ora. Ci sarà il processo, la giustizia e tutto il resto.

Mi interessa piuttosto un’immagine che non sono mai riuscito a togliermi dalla testa. Accadde a Genova. Nel 2001. Ed era Gianfranco Fini (che diventerà Presidente della Camera dei Deputati, per dire) che pontificava a reti unificate sul G8, la scuola Diaz e Bolzaneto dicendo al mondo che il suo polso aveva permesso di mantenere l’ordine pubblico lì a Genova. Era quella strana idea di sicurezza in salsa parafascista che crea il deserto e lo chiama pace. Come va di moda oggi anche in un certo centrosinistra.

Ed era quel Gianfranco Fini che ci veniva rivenduto come statista, con fior di giornalisti che si stendevano ai suoi piedi per leccargli la bava e con una classe politica che lo adorava come fulgido esempio. Ricordatevi gli editoriali, l’entusiasmo e addirittura un certo complesso di inferiorità di una qualche sinistra (che infatti era di destra). Andate a rileggere i nomi, le firme degli editoriali.

 

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Profumo di elezioni: l’emendamento che ripristina doppi incarichi per 143mila politici locali

(ne scrive Thomas Mackinson per il Fatto Quotidiano)

Zac e zac, un colpo di forbici e una penna. E 143mila politici locali di tutta Italia hanno riacquistato di colpo il diritto al “doppio incarico”, quello di consigliere per il quale ricevono emolumenti e rimborsi dal proprio ente d’elezione e quello ​di consulente geometra, avvocato, progettista o ingegnere collaudatore. Unico limite: non farlo nell’amministrazione in cui occupano​ la poltrona. Ma basta andare in quella a fianco e l’incompatibilità, come d’incanto, non c’è più. E’ una delle sorprese della “manovrina” che in fase emendativa sta funzionando come una macchina del tempo che sposta le lancette della legge secondo i desiderata del momento.

Il Tar ha bocciato le nomine dei nuovi direttori dei musei? L’indomani spunta l’emendamento ad hoc che reinterpreta la legge 16 anni dopo, annullando il divieto. La stessa cosa succede oggi per consiglieri di 6mila comuni ​e 20 regioni d’Italia cui il governo Monti, cinque anni fa aveva messo un freno. A garanzia del risparmio e del buon andamento delle pubbliche amministrazioni, agli eletti venne vietato per legge di svolgere incarichi professionali remunerati. Al massimo, potevano percepire il rimborso delle spese sostenute e gettoni di presenza non superiori a 30 euro ma limitatamente a quelli obbligatori per legge, come il revisore dei conti. Per il resto, niente incarichi.

Quell’impiccio, evidentemente, dà fastidio a molti. Così nella prima versione della manovrina l’incompatibilità è stata rimossa per i 1.117 consiglieri regionali, purché la pubblica amministrazione conferente operi in ambito territoriale diverso da quello dell’ente presso il quale è rivestita la carica elettiva. Per i soli consiglieri comunali la limitazione era estesa all’area provinciale o metropolitana in cui esercita la carica elettiva. Troppo, deve aver pensato il deputato Pd Giuseppe Sanga. Ed ecco che l’onorevole si fa promotore in Commissione Bilancio di un emendamento ad hoc all’articolo 22 che riduce il divieto al solo comune d’elezione.

Così il consigliere o assessore che volesse svolgere incarichi di progettista per un’amministrazione pubblica potrà farlo semplicemente in quella a fianco. Ad esempio un consigliere regionale del Lazio che svolge la professione d’avvocato potrà essere remunerato nel caso in cui sia chiamato ad assistere legalmente in una causa (o incaricato per una consulenza) un ente locale di qualsiasi livello in Liguriao in una qualunque altra Regione diversa dal Lazio. ​Idem per il consigliere comunale di Forlimpopoli che potrà esercitare la sua professione al servizio del comune di Ospedaletto con cui la sua amministrazione confina.

Il blitz a favore del doppio lavoro dei consiglieri passa, ma non inosservato. Attaccano, ad esempio, i deputati di Alternativa Libera: “La scelta del Partito Democratico di cancellare il divieto per le pubbliche amministrazioni di dare incarichi professionali retribuiti a quanti sono già titolari di cariche elettive in enti locali è un vero e proprio insulto ai tanti professionisti, soprattutto giovani, che, in un periodo di crisi come quello attuale, si vedono ridurre le opportunità lavorative e di guadagno in favore dei rappresentati dei partiti”.

Va anche detto che ​dal 2012 ad oggi molti consiglieri avevano fatto ricorso​ e sollevato eccezioni​ contro la legge. I ricorsi erano poi andanti però a sbattere sul portone della Corte Cost​it​uzionale che giusto l’anno scorso si è espressa ​in difesa dei vincoli riferiti a tutte le ipotesi di incarico​. Perché la ratio della legge, spiegava la Corte, non era la “preclusione dello svolgimento degli incarichi in favore delle pubbliche amministrazioni da parte dei titolari di carica” elettiva bensì “escludere che il titolare di tali cariche potesse percepire ulteriori emolumenti”. In pratica che gli incarichi venissero subordinati a logiche politiche anziché di garanzia della buon andamento dell’amministrazione. Con la manovrina quegli incarichi non saranno più vietati ma facoltativi. Basterà spostarsi di qualche chilometro per uscire dal perimetro dei divieti. Magari coperti con rimborso della benzina. E i consiglieri d’Italia, fin d’ora, ringraziano.

La dignità dell’errore. E delle scuse

Filippo Chiarello aveva 38 anni, due bambini piccoli e un intervento da fare alla colecisti in laparoscopia. Nell’ospedale Santa Sofia di Palermo ci è entrato con l’idea di doverne uscire in pochi giorni, pronto ad affrontare una di quelle operazioni che di questi tempi sono routine. E invece è morto. E fino a qui sembrerebbe l’ennesima storia di malasanità pronta a finire sui giornali (locali, perché la sanità è sempre argomento molto poco pop) e ad aprire una sequela giudiziaria tra cartelle cliniche, scarichi di responsabilità e assicurazioni trincerate in difesa.

Invece qui le porte della sala operatoria si sono aperte davanti alla faccia addolorata di un medico che si è dichiarato colpevole di un errore: «Ho spalancato le porte della sala operatoria, ho allargato le braccia e ho detto che era colpa mia. Mi sono sentito morire dentro, sulle facce dei parenti ho visto la disperazione – racconta il medico che ha fatto l’intervento – e mi assumo la responsabilità ma ci tengo a far sapere che non ero distratto, ero concentrato. La verità è che può capitare e i rischi degli interventi in laparoscopia sono dietro l’angolo».

 

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Geni PD: scrivono un emendamento per superare la sentenza del Tar sui musei. E lo sbagliano. Tre volte.

(ne ha scritto Claudio Paudice per l’Huffington)

Un emendamento, tre errori nei riferimenti normativi. La “figuraccia”, per parafrasare le parole del ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, questa volta la fa il Partito Democratico. Dopo aver preso di mira i giudici del Tribunale amministrativo del Lazio per aver bocciato le nomine di cinque direttori dei musei, avvenute per effetto della riforma voluta dal ministro, il Pd è corso ai ripari. In Commissione Bilancio della Camera, il relatore Mauro Guerra ha inserito un emendamento alla “manovrina” che ha poco a che fare con questioni meramente economiche. Ma è sicuramente rilevante per “l’immagine dell’Italia nel mondo”, danneggiata secondo i dem dalla sbagliata interpretazione dei giudici amministrativi laziali.

L’intento quindi è chiaro ed è quello di superare, a distanza di pochi giorni, la sentenza del Tar dando “l’interpretazione autentica” della legge sui musei, derogando così al parziale divieto regolato dal Testo unico sul pubblico impiego per l’assegnazione di incarichi dirigenziali a cittadini stranieri. Di qui l’emendamento “salva-direttori”.

C’è un problema, però. Anzi, ce ne sono tre. Perché il testo dell’emendamento di cinque sole righe, presentato dai dem, contiene ben tre errori nei riferimenti normativi. Un pasticcio a regola d’arte. Riferendosi infatti al decreto di conversione della riforma dei musei (legge 106/2014) viene infatti riportata la data del 31 luglio 2016. Due strafalcioni: la legge non è del 31 luglio ma del 29 luglio, in primis. E soprattutto l’anno di riferimento è il 2014, non il 2016.

Non è finita. Altro errore nel riportare la data del decreto legislativo 165/2001 (il testo unico sul pubblico impiego, approvato dal secondo governo Amato in cui figurava, in qualità di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle riforme, anche Franceschini) del 30 marzo 2001: nell’emendamento-pasticcio viene invece riportata la data del 31 marzo. Per poco.