Vai al contenuto

Giovani di periferia, tra povertà educativa e futuro negato: quando la geografia pesa sulle diseguaglianze

Crescere in Italia significa sempre più spesso crescere in periferia. Non solo per chi vive ai margini geografici delle città, ma per un’intera generazione che sperimenta condizioni di accesso diseguali all’istruzione, al lavoro, alle opportunità sociali. L’analisi di Openpolis sulla condizione dei giovani nelle periferie urbane restituisce un quadro netto: il luogo in cui nasci pesa ancora in modo decisivo sul tuo destino. E pesa di più se sei giovane.

Nel 2024 il 13,8% dei minori vive in povertà assoluta, una quota molto più alta della media nazionale. Nelle aree urbane la situazione si aggrava: il 16,1% delle famiglie con figli nei comuni centro di area metropolitana si trova in povertà assoluta. È qui che prende forma quella che gli studiosi definiscono “trappola della povertà educativa”, dove le difficoltà economiche limitano l’accesso a esperienze culturali, sociali ed educative, incidendo direttamente sui percorsi scolastici e sulle prospettive future.

La scuola come linea di frattura

Il primo terreno su cui la disuguaglianza diventa strutturale è la scuola. L’abbandono scolastico precoce tra i 18 e i 24 anni è sceso sotto il 10% a livello nazionale, ma resta più alto nelle città densamente popolate, dove sfiora l’11%. Ancora più insidiosa è la dispersione scolastica implicita: studenti che arrivano al diploma con competenze insufficienti. Nel 2025 questo fenomeno è tornato a crescere, segnalando che gli effetti della pandemia non sono stati assorbiti.

I dati sulle competenze mostrano una frattura netta. Tra gli studenti provenienti da famiglie con status socio-economico più basso, la dispersione implicita raggiunge quasi il doppio rispetto ai coetanei più avvantaggiati. In alcune regioni del Mezzogiorno la percentuale supera ampiamente il 10%, con punte che segnalano un ritardo strutturale che si consolida negli anni. È una frattura che si apre già alle medie e si allarga alle superiori, indirizzando i figli delle famiglie meno istruite verso percorsi più brevi e meno tutelanti.

All’interno delle stesse città convivono mondi opposti. Quartieri dove l’abbandono scolastico supera il 30% e altri in cui scende sotto il 5%. Le periferie diventano così spazi di concentrazione del rischio, anche in città che nel dato medio appaiono virtuose. È il caso di aree come Marghera, a Venezia: contesti segnati da disagio economico, inattività giovanile e uscita precoce dal sistema educativo, pur all’interno di comuni complessivamente meno fragili.

Dalla dispersione ai Neet

La scuola non è un capitolo isolato. Le carenze educative si riflettono direttamente sulla vita adulta. La quota di Neet, giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano, resta altissima in molte città del Sud: oltre un terzo a Catania, quasi un terzo a Palermo e Napoli. Al Centro-Nord le percentuali scendono, ma non spariscono: anche nelle città considerate più dinamiche un giovane su cinque resta ai margini.

È un percorso che si ripete con regolarità: famiglie in difficoltà economica, scuole meno attrezzate come presidi sociali, maggior rischio di abbandono, ingresso nel mondo adulto segnato dall’inattività. La periferia diventa così una condizione permanente, non un passaggio. Un luogo che concentra povertà educativa, isolamento sociale, mancanza di spazi di aggregazione.

Un dato simbolico racconta meglio di altri questa trasformazione: negli ultimi vent’anni la quota di adolescenti che vede i propri amici ogni giorno si è dimezzata. Le tecnologie spiegano solo in parte questa dinamica. Il resto riguarda la progressiva scomparsa di luoghi sicuri e accessibili dove stare, incontrarsi, costruire relazioni.

In questo quadro la scuola aperta nel pomeriggio assume un valore che va oltre la didattica. È un presidio territoriale, un argine alla marginalità, soprattutto dove mancano alternative. Eppure l’accesso al tempo pieno resta profondamente diseguale, penalizzando proprio le aree che avrebbero più bisogno di continuità educativa.

Il ritratto che emerge è quello di un paese che tratta i giovani come una variabile dipendente dal contesto, lasciando che la nascita in un quartiere invece che in un altro determini opportunità e fallimenti. Un’Italia che assomiglia sempre più a una grande periferia, dove l’età giovane smette di essere una promessa e diventa una fragilità strutturale.

L’articolo Giovani di periferia, tra povertà educativa e futuro negato: quando la geografia pesa sulle diseguaglianze sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

A Gaza si discute la fase 2 mentre si viola la prima

La pioggia arriva quando le bombe rallentano. A ovest di Gaza City le tende degli sfollati si allagano, diventano pozzanghere abitate. All’ospedale Al Shifa l’acqua filtra nei corridoi dell’accoglienza e del pronto soccorso, già ridotti al minimo dopo mesi di assedio. Il cessate il fuoco promette sollievo, il meteo lo smentisce. La guerra continua anche così: freddo, fango, infezioni.

Le agenzie raccontano famiglie che scavano canali con le mani, bambini avvolti nella plastica perché le coperte non bastano. I convogli entrano a intermittenza: il novantaquattresimo dall’Egitto passa da Rafah, viene ispezionato a Kerem Abu Salem e poi avanza. Le tende arrivano, ma costano cifre proibitive. L’emergenza diventa mercato, il mercato seleziona chi può restare asciutto.

La tregua resta fragile anche sul piano politico. Da Washington filtra irritazione verso Netanyahu per un raid nel fine settimana, l’uccisione di Raed Saad pesa come una violazione dell’accordo mediato dagli Stati Uniti mentre si discute la fase successiva. A Doha venticinque Paesi parlano di una forza internazionale di stabilizzazione, catene di comando, risoluzioni ONU. Sopra le teste dei civili si disegnano mappe.

Sul piano giuridico, intanto, la Corte penale internazionale respinge il ricorso israeliano che chiedeva di bloccare l’indagine sui crimini commessi a Gaza. La giurisdizione resta confermata, il percorso giudiziario resta aperto. È una decisione che non ferma la pioggia, ma tiene accesa la questione delle responsabilità.

In questo clima si inserisce anche l’annuncio della Hind Rajab Foundation, che deposita in Italia una denuncia contro un soldato israeliano, invocando le Convenzioni di Ginevra e lo Statuto di Roma. È un segnale, ancora da verificare nei suoi passaggi formali, di una giustizia cercata altrove mentre la politica prende tempo. A Gaza l’acqua sale. Nei palazzi si discute il futuro, sotto le tende si prova a sopravvivere al presente.

L’articolo A Gaza si discute la fase 2 mentre si viola la prima sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Francesca Albanese, la delegittimazione come metodo: processo in tre fasi per neutralizzare i suoi rapporti alla fonte

Ma davvero sono solo polemiche quelle contro Francesca Albanese? Non proprio. Bisogna partire dall’inizio per provare a fare un po’ di chiarezza. Nel maggio 2022 Francesca Albanese assume l’incarico di Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati.

È un mandato strutturalmente esposto allo scontro politico: unico incarico geografico a tempo indeterminato, destinato a durare fino alla fine dell’occupazione israeliana, con il compito esplicito di indagare le violazioni della potenza occupante. In questa cornice, la reazione ostile era più che prevedibile, praticamente scontata. Ma quello che si è dispiegato nei tre anni successivi segue invece una traiettoria diversa: una strategia coerente, progressiva, riconoscibile, che non mira a contestare i rapporti ma a svuotare di legittimità chi li produce.

La delegittimazione di Albanese procede per accumulo. Ogni passaggio prepara il successivo, ogni attacco rende plausibile quello dopo. Non è una polemica. È un’architettura.

Il meccanismo della delegittimazione sistemica

Il primo livello è reputazionale. La campagna prende avvio con la riesumazione di un post social del 2014, scritto durante l’operazione militare israeliana “Margine di Protezione”. L’operazione è condotta in modo sistematico da organizzazioni come UN Watch, diretta da Hillel Neuer, e rilanciata da network affini come NGO Monitor e International Legal Forum.

Una frase infelice, già chiarita e corretta dalla stessa Albanese, viene isolata dal contesto e trasformata in prova permanente di antisemitismo. Il tempo trascorso, il chiarimento successivo, la distinzione tra critica politica e odio antiebraico diventano irrilevanti. L’obiettivo è fissare un’etichetta, a nessuno interessa realmente discutere del contenuto. E così l’etichetta rimane, come un’ombra, la prima. Missione compiuta. 

Il secondo livello è mediatico e politico. I dossier prodotti da queste Ong vengono amplificati da diverse testate fino a diventare argomento di interrogazioni parlamentari e richieste formali di rimozione. Negli Stati Uniti la pressione arriva fino a dichiarazioni pubbliche di funzionari e parlamentari; in Europa coinvolge direttamente governi come quelli di Germania e Francia, che nel 2024 sollecitano chiarimenti al Segretario generale Onu António Guterres. La critica si sposta definitivamente dal merito dei rapporti alla presunta inaffidabilità morale della Relatrice. In questa fase il nome di Albanese viene reso “tossico”: chi la invita, chi la ascolta, chi la difende è a sua volta sospetto.

Il terzo livello è istituzionale. Israele le nega l’accesso ai Territori occupati, consolidando una prassi già applicata ai predecessori Richard Falk e Michael Lynk, ma estendendo l’ostracismo anche dopo il 7 ottobre 2023. Negli Stati Uniti la pressione diplomatica si traduce in un salto di qualità: nel luglio 2025 il Dipartimento del Tesoro inserisce Albanese nella lista Ofac – Specially Designated Nationals, attivando l’Executive Order 14203, lo stesso strumento usato contro la Corte penale internazionale. È la criminalizzazione finanziaria di un mandato ONU.

Un protocollo collaudato per rendere irrilevante chi indaga

Dentro questo schema si inserisce il caso italiano. Nel dicembre 2025, dopo incontri con studenti in scuole superiori toscane per presentare il libro “Quando il mondo dorme”, il ministero dell’Istruzione dispone ispezioni ministeriali citando articoli di stampa e ipotizzando profili di reato. L’innesco arriva da una campagna mediatica di alcuni organi di stampa di area centrodestra, rilanciata politicamente dalla Lega. La sequenza è lineare: attacco mediatico, reazione politica, intervento amministrativo. L’autonomia scolastica viene sospesa in nome di un controllo che non riguarda la didattica ma il contenuto politico di una voce ritenuta scomoda.

L’effetto va oltre il singolo episodio. Anche in assenza di sanzioni formali, l’ispezione produce un messaggio chiaro: invitare Albanese comporta un rischio. Il procedimento diventa esso stesso punizione, deterrente, avvertimento preventivo rivolto a dirigenti, docenti, amministrazioni locali che le avevano conferito cittadinanze onorarie.

Nel frattempo la pressione si estende alla sfera privata. UN Watch apre un fronte contro il marito di Albanese, Massimiliano Calì, economista alla Banca Mondiale, accusandolo di conflitto di interessi per precedenti consulenze con l’Autorità nazionale palestinese e chiedendone pubblicamente il licenziamento al presidente Ajay Banga. Anche qui il messaggio è esplicito: il prezzo del mandato ricade anche sui familiari.

II punto di rottura arriva con il rapporto Onu del 2 luglio 2025, “From Economy of Occupation to Economy of Genocide”, in cui Albanese cita un elenco di aziende per il loro ruolo economico e tecnologico nell’occupazione e nella guerra a Gaza. Quando l’analisi tocca le corporation e i flussi finanziari globali, la risposta diventa immediata e sproporzionata. Neutralizzare la fonte è la soluzione più veloce e più comoda. 

E siamo a oggi. Non si tratta solo di Francesca Albanese: la sua vicenda mostra un modello ripetibile. Scavo nel passato, etichettatura morale, isolamento fisico, lawfare, pressione economica, attacco ai familiari. Una sequenza che trasforma il diritto internazionale in un terreno ad alto costo personale. Il messaggio è rivolto al futuro: chi esercita quel mandato sa cosa lo aspetta. Non per quello che dirà, ma per il solo fatto di dirlo.

L’articolo Francesca Albanese, la delegittimazione come metodo: processo in tre fasi per neutralizzare i suoi rapporti alla fonte sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Per loro il Paese sicuro è quello senza dissenso

Nel mondo ideale di Giorgia Meloni e Matteo Salvini un ministro qualsiasi, perfino Piantedosi, deve essere libero di acciuffare un imam a caso, rinchiuderlo in un Cpr e poi firmare un foglio di via per l’Egitto. Se quell’imam si chiama Mohamed Shahin, sta a Torino da decenni con la sua famiglia, è stimato anche da ambienti cattolici (“buonisti”, scrive stamattina Il Giornale) e in Egitto rischia la vita, sono fatti suoi.

Del resto, sempre il quotidiano diretto ora da Tommaso Cerno definisce il presidente Al Sisi “un moderato”. Quindi, ricapitolando: Shahin brutto sporco cattivo, il carnefice di Giulio Regeni invece è una brava persona. Il manicheismo di governo funziona così: buoni e cattivi, bianco o nero. Il mondo è così meravigliosamente semplice, da quelle parti.

Nel Paese democratico che il governo vorrebbe scassare via referendum invece la detenzione e l’espulsione rimangono, seppur flebilmente, ancorati a quel vecchio vizio del diritto. Così quando un giudice mette nero su bianco che non basta essere antipatico al governo (e utile ai suoi giornali) per essere un terrorista, la dirimpettaia di Garbatella che sta a Palazzo Chigi strepita. «Con questi giudici la sicurezza è impossibile!», ha dettato ieri ai suoi editorialisti proni. E loro, stamattina, furiosi a vergare titoli dalla fine del mondo.

Era prevedibile. Per questa destra il Paese sicuro è quello in cui non c’è possibilità di incorrere nel dissenso, nemmeno in un’argomentata obiezione. È la sicurezza della rendita delle proprie idee, oltre alle posizioni. Per questo l’istinto di comandare si mangia qualsiasi possibilità di provare a governare.

Buon martedì.

In foto fiaccolata a Torino per la scarcerazione di Mohamed Shahin, imam della moschea Omar Ibn Al Khattab di San Salvario, Torino, novembre 2025. foto di Marioluca Bariona Crediti: M.Bariona

.

L’articolo proviene da Left.it qui

Conte-Schlein, dopo l’assemblea Pd inizia la sfida: la partita per la leadership dem è chiusa, quella per la guida della coalizione è appena iniziata

Da oggi il Partito democratico cambia fase. L’assemblea nazionale del 14 dicembre, che ha approvato la relazione di Elly Schlein con 225 voti favorevoli e 36 astensioni, archivia il tempo della contendibilità interna e apre quello della verifica esterna. La questione non è più chi guida il Pd, ma che cosa succede ora nel campo progressista. E con i 5 Stelle di Giuseppe Conte.

Il voto dell’Antonianum consegna una segretaria politicamente rafforzata, ma soprattutto vincolata. Una leadership consolidata riduce gli alibi interni e sposta l’intero peso della partita sulle scelte politiche che verranno. Solo le prossime settimane diranno se l’unità del Pd diventerà leva di coalizione o fattore di attrito.

Il Pd dopo la diarchia: meno mediazioni, più responsabilità

L’ingresso dell’area di Stefano Bonaccini nella maggioranza schleiniana produce un effetto immediato: la minoranza riformista perde capacità di interdizione negli organismi del partito. Da domani questo significa una cosa sola: Schlein potrà muoversi con maggiore coerenza politica, ma non potrà più attribuire ad altri eventuali ambiguità o rallentamenti.

Il ridimensionamento delle correnti non elimina il dissenso, ma lo trasforma in pressione sui contenuti, soprattutto su politica estera, giustizia e alleanze. I riformisti restano nel partito e sanno che i prossimi passaggi parlamentari saranno il terreno su cui misurare la linea della segreteria.

Conte e Schlein: il confronto vero comincia adesso

Giuseppe Conte ha scelto Atreju per ribadire un messaggio che peserà da domani in avanti. Nessuna alleanza automatica, prima il programma e solo dopo il candidato. È una linea che congela la leadership del campo largo e sposta il confronto su singoli dossier.

Per Schlein questo significa una sfida doppia. Da un lato dimostrare che l’unità parlamentare già esiste, come nel caso dei sedici emendamenti unitari alla manovra 2026. Dall’altro evitare che il metodo “programma prima di tutto” diventi uno strumento di veto permanente del M5S.

La scelta di Conte di parlare dal palco della destra non è un episodio isolato. Segnala che il leader M5S intende giocare una partita autonoma, mantenendo il Pd come interlocutore necessario ma non dominante. Da domani questa ambiguità non potrà più essere elusa.

I prossimi passaggi che possono avvicinare Pd e M5S

Il primo banco di prova immediato resta l’iter della legge di bilancio. La convergenza su sanità, salari e lavoro povero è destinata a proseguire. Ogni voto comune rafforzerà l’idea che un’alternativa di governo sia praticabile, almeno sul piano sociale.

Subito dopo arriverà il terreno delle riforme istituzionali, a partire dal premierato. Qui Pd e M5S condividono l’opposizione di fondo, anche se con motivazioni diverse. La battaglia parlamentare e comunicativa contro la riforma della destra può diventare un collante politico.

Un terzo fronte è quello delle amministrative del 2026, che da domani entrano nella fase di preparazione. Le grandi città saranno il laboratorio reale del campo largo: candidature condivise o competizione aperta diranno molto più di mille dichiarazioni.

Le mine che rischiano di far saltare l’asse

Il calendario, però, è carico di rischi. Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, previsto per la primavera 2026, è il primo. Il M5S sarà su un no radicale, il Pd ufficialmente contrario ma internamente diviso. Una campagna referendaria disallineata potrebbe esporre pubblicamente le fratture.

Ancora più delicata è la politica estera. Ogni voto su Ucraina, Nato e spese militari può produrre uno strappo. Qui la distanza tra la linea atlantista del Pd e quella del M5S resta strutturale. Da domani il problema non sarà più rinviabile.

Infine c’è il nodo della leadership della coalizione. Schlein esce dall’assemblea come leader indiscussa del Pd, ma Conte non riconosce alcuna primazia automatica. Il rischio è una lunga sospensione, in cui l’assenza di una guida condivisa indebolisce l’alternativa prima ancora di costruirla.

Da domani in poi: gli scenari aperti

E ora Uno scenario è la convergenza progressiva, costruita su atti parlamentari comuni e su alleanze locali che anticipano l’intesa nazionale. Un altro è la competizione controllata, con Pd e M5S alleati su singoli temi ma divisi sulla prospettiva di governo. Il terzo, più instabile, è la frizione permanente, in cui ogni dossier diventa un campo di battaglia e il campo largo resta una formula incompiuta.

L’assemblea ha chiarito una cosa: Elly Schlein ha il controllo del Pd. Da domani, però, il giudizio sulla sua leadership non dipenderà più dagli equilibri interni, ma dalla capacità di governare un rapporto complesso con Giuseppe Conte e di tenere insieme un’opposizione che rischia di dividersi proprio mentre prova a diventare alternativa. La partita vera comincia adesso.

L’articolo Conte-Schlein, dopo l’assemblea Pd inizia la sfida: la partita per la leadership dem è chiusa, quella per la guida della coalizione è appena iniziata sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Fine cantiere mai per i lavoratori anziani dell’edilizia: le pensioni slittano e il rischio di morire sul lavoro cresce

A Roma, nel crollo della Torre dei Conti, muore un operaio di 66 anni. Poche settimane dopo, nel Frusinate, un altro lavoratore di 66 anni precipita da un’impalcatura e muore sul colpo. Episodi diversi, stesso dettaglio: l’età. Serve però mettere insieme cronaca e contabilità e consegnare un dato che pesa: le Casse edili stimano circa 44 mila operai dai 63 anni in su, con 16 mila oltre i 65. A questi si aggiunge la quota del lavoro irregolare, che in edilizia resta una presenza costante.

L’età che cambia il rischio

Le cause degli incidenti in cantiere, come spiega la Cgil nel suo reportage sul sito Collettiva, hanno una grammatica ripetitiva: lavori in quota, ponteggi, scale, aperture, coperture. Le analisi sugli infortuni nelle costruzioni indicano la caduta dall’alto come dinamica prevalente negli esiti mortali. L’altezza resta la stessa, però il corpo cambia. Dopo i sessant’anni diminuiscono equilibrio e prontezza, aumenta la fragilità, si allungano i tempi di recupero. Ogni errore diventa più pesante.

Anche le denunce di infortunio, lette per classi di età, segnalano movimenti coerenti con questo quadro: la crescita riguarda fasce mature. Qui sta il punto: il cantiere sta invecchiando. E in un lavoro dove il margine di tolleranza è minimo, l’invecchiamento diventa fattore di rischio.

La pensione come traguardo che si sposta

Il paradosso vive dentro i contributi. L’edilizia produce carriere spezzate: stagionalità, subappalti, micro-imprese, periodi vuoti. Milioni di lavoratori restano sotto il minimale contributivo: persone che lavorano senza vedersi riconosciuto un anno pieno ai fini pensionistici. Nel comparto edile questa dinamica pesa più che altrove, perché la discontinuità è parte del mestiere. Il risultato è semplice: l’età pensionabile diventa una soglia teorica, l’età reale di uscita scivola in avanti.

Le scelte di bilancio mantengono la traiettoria di innalzamento dei requisiti, con correttivi limitati per i lavori gravosi. Nel frattempo il settore prova a costruire soluzioni di protezione interna: il sistema delle Casse edili gestisce strumenti di accompagnamento al pensionamento, una toppa collettiva messa su una ferita aperta. La sua esistenza racconta la natura del problema: l’uscita va finanziata e organizzata, perché la normalità lascia scoperti proprio i lavori più duri.

Sul fondo restano i numeri generali delle denunce di infortunio mortale. Sono conteggi prudenti, soggetti a consolidamento successivo, però delineano una costante. In edilizia quella costante ha un nome: caduta dall’alto.

La Cgil chiede pensione a 62 anni o con 41 anni di contributi, indipendentemente dall’età. È una richiesta che lega previdenza e salute, salario e sicurezza. La politica ragiona per saldi e rinvii; i cantieri ragionano per turni e scadenze. Nel mezzo ci sono migliaia di lavoratori anziani che continuano a salire e scendere, ogni giorno, come se la fine della corsa fosse sempre domani.

Limiti di età e mansioni pericolose

C’è poi un ultimo dato che raramente entra nel racconto pubblico: l’assenza di limiti operativi legati all’età per le mansioni più pericolose. Nei cantieri italiani un sessantacinquenne può lavorare in quota alle stesse condizioni di un trentenne. La norma ignora il fattore anagrafico, la realtà lo rende decisivo. È qui che la sicurezza diventa una formula vuota e la prevenzione una parola stanca.

Questo è il tono amaro dei ponteggi: chi resta in cantiere oltre i sessanta anni paga due volte, con la schiena e con il tempo. L’allungamento della vita lavorativa produce un invecchiamento reale dei rischi. Le impalcature restano, i corpi cedono prima. La pensione arriva tardi, a volte per vie indirette. Fine cantiere mai.

Dentro la filiera del subappalto la responsabilità si sbriciola: un datore formale, un capocantiere di passaggio, controlli a campione. L’operaio anziano resta l’anello più esposto. La logica dei ribassi accorcia le pause, allunga i turni, riduce i margini. E ogni metro in alto diventa una lotteria.

L’articolo Fine cantiere mai per i lavoratori anziani dell’edilizia: le pensioni slittano e il rischio di morire sul lavoro cresce sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Si scava tra le macerie e ciò che rimane di Gaza

A Gaza le squadre della protezione civile scavano tra le macerie delle case colpite, recuperano i resti di famiglie sepolte sotto muri che avevano ancora un indirizzo. La casa degli Abu Ramadan, che ospitava decine di persone, è diventata un cumulo di cemento e silenzio. È il lessico della fine che convive con l’annuncio della pausa.

Intanto la mappa si allarga. A nord-est di Qalqilya, a Jayyous, bulldozer e mezzi militari abbattono serre e strutture agricole. Plastica strappata, colture schiacciate, un’economia domestica cancellata in poche ore. La Cisgiordania entra nel racconto come un fronte parallelo, dove la guerra prende la forma dell’amministrazione della terra e della punizione collettiva.

A Gaza si discute di “fasi”, di condizioni, di disarmo e di garanzie. Le parti si accusano a vicenda di violazioni, si contano i morti, si annunciano funerali e nuove nomine militari. La tregua diventa un campo di battaglia semantico: dichiarata, contestata, sospesa. Nel frattempo Rafah resta strozzata, i valichi diventano argomento di scontro diplomatico, la vita quotidiana rimane appesa a decisioni prese altrove.

Sul tavolo internazionale scorrono cifre che fanno tremare: quartieri distrutti, infrastrutture annientate, decine di miliardi stimati per una ricostruzione che ancora non ha un perimetro politico. Mentre si scavano le macerie, altrove si preparano dossier, proposte, appetiti. La guerra produce rovine e, insieme, opportunità.

Dall’Italia arrivano appelli alla de-escalation, rivendicazioni di aiuti, corridoi umanitari, disponibilità dentro cornici multilaterali. Parole necessarie, che però faticano a tenere il passo con le immagini di oggi. Perché la tregua, quando esiste davvero, smette di essere un annuncio e diventa una pratica. Qui, per ora, restano le pale, i bulldozer e la polvere.

L’articolo Si scava tra le macerie e ciò che rimane di Gaza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ben venga Atreju

Ben venga Atreju, anzi, raddoppiamola se possibile. Ben venga Atreju per dissipare vicinanze scambiate per opposizione. Ci sono i giovani meloniani che gridano «Bravo!» a Calenda mentre attacca Salvini, chiedendogli di sostituire il leghista nella compagine di maggioranza. C’è Matteo Renzi che improvvisa lazzi con Crosetto e Donzelli.

Come scrive il giornalista Simone Alliva, «Atreju è la foto dell’opposizione italiana: invitata, ordinata, parlante. Sale sul palco della destra, litiga un po’, punge a turno, poi scende. Non sfida il potere: lo arreda».

Ben venga un’altra Atreju, presto, prestissimo, per ascoltare Giorgia Meloni che vorrebbe citare per danni i giudici che hanno fatto rispettare la legge su quell’immondizia legale e morale che sono i centri in Albania. Ben venga Atreju per riportare Meloni al suo primo amore, il fantasy di cui scriveva nel suo blog agli albori di internet: una presidente del Consiglio che emette una contro-sentenza sul delitto di Garlasco per scaldare gli sfinteri è una scena da Checco Zalone.

Ben venga Atreju per sentire una capa di governo invocare il «buon senso» per una famiglia nel bosco, con il retequattrismo da nuovo codice civile e codice penale. Ben venga Atreju per smutandare Meloni nella sua ossessione per Francesca Albanese. Ben venga Atreju per mostrare il suo digrignare di denti verso Elly Schlein, che ha deciso di non essere un complemento d’arredo alla sagra dei Fratelli d’Italia.

Ben venga tutto. Anzi, ne serve di più, ancora di più. Così, anche se la presidente del Consiglio non si degna di parlare con i giornalisti, basterà osservarla alla sua fiera per trarne le conclusioni.

Buon lunedì.

Giorgia Meloni alla manifestazione Atreju Foto Di it:indeciso42 – archivio personale, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=145096404

L’articolo proviene da Left.it qui

Feltri condannato per le frasi sui musulmani: quando lo scudo della «battuta» non regge – Lettera43

Il giornalista e consigliere regionale di FdI in Lombardia aveva detto a La Zanzara: «Gli sparerei in bocca, li considero razze inferiori». Hai voglia ad appellarsi alla satira e alla libertà di espressione. È solo l’ultima puntata della sagra del grottesco che farcisce il nostro dibattito politico.

Ma dai, dicono, «è solo una battuta». Nella sagra del grottesco che farcisce il dibattito politico italiano la «battuta» viene sempre sfoderata quando bisogna seppellire la responsabilità. È come borotalco: copre, asciuga, promette leggerezza. Solo che poi capita che arrivi in un’aula di tribunale e cambia consistenza. Diventa oggetto giuridico, danno, misura. E restituisce il reale spessore dei cosiddetti battutisti e dei loro difensori.

La cornice è servita: battuta, quindi scherzo, quindi libertà

Daniela Santanchè ha scelto la scorciatoia più comoda: «Vittorio Feltri condannato per una battuta sui musulmani». La cornice è servita: battuta, quindi scherzo; scherzo, quindi libertà. Nel racconto che circola in queste ore si è aggiunto il neo direttore de il Giornale Tommaso Cerno, che nel suo commento ha chiuso la questione con una riga secca: «E Feltri paga. Per un paio di parole forti». Il giornalista Paolo Bracalini si è spinto ancora oltre con un titolo di trincea: L’attacco alla libertà di stampa: “Odio dai giornali, non dall’imam”.

Secondo il giudice, quella di Feltri è stata «molestia discriminatoria»

Poi basta ficcare il naso nelle sentenze e ci si accorge che quelle etichette perdono utilità. Il tribunale ordinario di Torino, giudice Ludovico Sburlati, ha condannato l’82enne Vittorio Feltri, totem del giornalismo di destra nonché consigliere regionale in Lombardia con Fratelli d’Italia, qualificando le frasi pronunciate durante La Zanzara del 28 novembre 2024 come «molestia discriminatoria» e le riporta parola per parola: «…già, non amo i musulmani… Ma io gli sparerei in bocca»; «Tutti, tutti. Io non mi vergogno affatto di considerare i musulmani delle razze inferiori».

La differenza fra una provocazione e un’etichetta addosso a una comunità

Qui la battuta smette di essere un tono e diventa un fatto. La sentenza parte da una regola semplice, scritta nella legge e ripetuta dalla giurisprudenza: la discriminazione si misura per effetto, oltre l’intenzione. Il giudice richiama l’articolo 2, comma 3, del decreto legislativo 215/2003 e la Cassazione 14836/2023: rientrano nella molestia anche i casi in cui un gruppo viene associato in blocco al reato o a un disvalore sociale, perché quell’associazione alimenta un clima ostile. È la differenza fra una provocazione e un’etichetta che resta addosso a una comunità.

«Che me ne frega, sostengo quello che voglio»: consapevolezza della condotta

Per questo la parola “battuta” serve a poco. La domanda del tribunale riguarda la lesione della dignità e la creazione di un contesto intimidatorio, degradante, offensivo. Il mezzo di diffusione (la radio) conta, la notorietà conta, la platea colpita conta. E conta anche la consapevolezza che traspare dalla frase riportata in motivazione: «Ma che me ne frega a me, ma io sostengo quello che voglio», valorizzata dal giudice come indice di consapevolezza della condotta.

Feltri condannato per le frasi sui musulmani: quando lo scudo della «battuta» non regge
Vittorio Feltri (foto Ansa).

La satira colpisce i potenti, non infierisce sulle categorie deboli

La difesa ha invocato lo stile provocatorio del format della trasmissione La Zanzara condotta da Giuseppe Cruciani e David Parenzo, appellandosi all’area della satira. Il tribunale ha risposto con un perimetro già tracciato: la satira resta sottoposta al limite della continenza e della funzionalità, come ricorda la sentenza della Cassazione penale 12101/2023; inoltre, dalle pronunce europee e da Cassazione 6960/2024 emerge una distinzione decisiva fra satira che colpisce i potenti e parole che infieriscono su «categorie deboli, oggetto di discriminazione», producendo «semplice dileggio o disprezzo».

Feltri condannato per le frasi sui musulmani: quando lo scudo della «battuta» non regge
David Parenzo e Giuseppe Cruciani (foto Imagoeconomica).

Il giudice ha aggiunto un dettaglio che inchioda il dibattito alla concretezza: «Le frasi in esame non risultano pronunciate in tono ironico». Nel momento in cui il contesto smette di funzionare come scudo, resta soltanto il contenuto.

Dall’Agcom sanzione di 150 mila euro a Il Sole 24 Ore S.p.A. per Radio24

Prima della condanna civile era già arrivata la delibera dell’Agcom, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, del 16 aprile 2025: 150 mila euro di sanzione a Il Sole 24 Ore S.p.A. per Radio24, con la valutazione che quelle espressioni risultavano «suscettibili di diffondere, propagandare o istigare l’odio e la discriminazione» e in contrasto con l’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. La delibera sostiene che la conduzione, «pur distinta e differenziata», è risultata incapace di fermare gli effetti di quelle affermazioni.

Feltri condannato per le frasi sui musulmani: quando lo scudo della «battuta» non regge
Vittorio Feltri (foto Imagoeconomica).

La libertà di espressione, spesso invocata come scudo, ha precisi limiti

Poi è arrivata Torino e ha messo i numeri sul tavolo: 20 mila euro che Feltri deve versare ad Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, pubblicazione del dispositivo sul Corriere della Sera, spese di lite liquidate e motivate anche con la «carica pubblica e il ruolo professionale» dell’autore e con l’ampiezza dei soggetti colpiti. È un passaggio che pesa, perché collega linguaggio e responsabilità, frase e conseguenza. Asgi, nel comunicato che accompagna la decisione, lo dice senza giri di parole: la libertà di espressione, spesso invocata come scudo, ha precisi limiti.

La dignità, nel diritto, pesa più del rumore di uno studio radiofonico

Santanchè ha parlato di battuta. Cerno ha liquidato tutto sotto la voce «parole forti». Bracalini ha invocato la libertà di stampa. Le carte però descrivono un’altra scena: una frase che prepara il terreno, un clima che si allarga, un diritto che interviene quando il linguaggio diventa pratica di esclusione. E ogni volta che la parola «scherzo» viene usata per cancellare il danno, resta un fatto semplice: la dignità, nel diritto, pesa più del rumore di uno studio radiofonico. E resta scritta, nero su bianco. Anche se intorno si ostinano a negare.

L’articolo proviene da Lettera43 qui https://www.lettera43.it/feltri-condannato-frasi-musulmani-scudo-battuta-non-regge/

Pd, l’assemblea che chiude la diarchia: Bonaccini verso la maggioranza di Schlein, riformisti ridimensionati

Per due anni il Partito democratico ha rinviato una decisione che diventa inevitabile. Dalla vittoria di Elly Schlein alle primarie del febbraio 2023, ottenuta contro Stefano Bonaccini ribaltando il voto degli iscritti, il partito ha vissuto in una condizione di doppio equilibrio. La segreteria ha imposto una linea politica netta su lavoro, sanità e diritti, mentre la presidenza ha continuato a garantire una gestione attenta ai rapporti interni e ai territori. Una convivenza che ha funzionato finché nessuno ha preteso di trasformarla in direzione.

La fine della diarchia silenziosa

Il passaggio di Stefano Bonaccini nella maggioranza che sostiene la segretaria potrebbe arrivare ufficialmente nell’assemblea di domani (domenica 14 dicembre), proprio alla fine di questo percorso. La decisione non nasce in queste ore e non è una scelta estemporanea. Già nella primavera del 2025, durante la campagna referendaria promossa dalla Cgil su lavoro e cittadinanza, l’ex governatore dell’Emilia-Romagna aveva scelto di non distinguersi dalla linea della segreteria, evitando prese di posizione sui quesiti che avrebbero inciso direttamente sul Jobs Act, approvato quando il Pd era guidato da Matteo Renzi. Una scelta confermata nei mesi successivi, con l’assenza di interventi critici sulla linea internazionale del partito e sul posizionamento europeo definito da Schlein.

Tra ottobre e novembre il quadro si è chiarito. Il 24 ottobre a Milano, ai Bagni Misteriosi, Giorgio Gori, Lorenzo Guerini e Pina Picierno hanno promosso l’incontro “Crescere”, rivendicando apertamente una piattaforma alternativa su crescita economica, politica industriale e politica estera. A fine novembre, a Prato, lo stesso gruppo ha rilanciato il messaggio, parlando esplicitamente della necessità di discutere non la segreteria ma la candidatura alla guida del governo. In quei giorni Bonaccini ha scelto di non partecipare e di non commentare. Il silenzio è stato il primo atto politico.

Il correntone e la messa in sicurezza della segreteria

Nel frattempo, il 29 e 30 novembre, a Montepulciano, le aree che sostengono Schlein hanno dato vita a un coordinamento stabile: AreaDem di Dario Franceschini, l’area di Andrea Orlando, gli ex Articolo Uno guidati da Roberto Speranza. Un’operazione esplicita di rafforzamento della maggioranza, rivendicata come sostegno alla segreteria in vista delle scadenze del 2026 e del 2027. In quell’occasione, più interventi hanno richiamato lo statuto del partito e la coincidenza tra segreteria e leadership elettorale.

La settimana successiva, Bonaccini ha sciolto la riserva. In un’intervista televisiva ha parlato di «condizioni per lavorare ancora più uniti», anticipando la decisione poi condivisa con i delegati di Energia Popolare convocati alla vigilia dell’assemblea. Il passaggio non comporta nuovi ingressi in segreteria né modifiche formali agli assetti. Segna però la fine di una minoranza organizzata che, nei fatti, aveva già smesso di esercitare una funzione di opposizione.

L’effetto è immediato. L’assemblea nazionale di domani, formalmente chiamata a votare la relazione della segretaria e il rendiconto amministrativo, diventa il luogo in cui viene certificato un nuovo equilibrio. Con Bonaccini dentro la maggioranza, la leadership di Schlein smette di essere contendibile negli organismi del partito. Non serve un voto sulla candidatura a Palazzo Chigi: la direzione politica è già tracciata.

La minoranza riformista e il fattore territoriale

La frattura si sposta altrove. L’area riformista che si è riunita a Milano e Prato resta fuori da questo perimetro e sceglie una strategia diversa: non lo scontro frontale sulla segreteria, ma il logoramento sulla prospettiva di governo. È una minoranza che parla soprattutto al Nord, che insiste su produttività, impresa, atlantismo, e che concentra il tiro sulla figura della candidata premier, giudicata inadatta a competere su quel terreno. I numeri negli organismi non sono dalla loro parte, ma la pressione mediatica è destinata a continuare.

Le ricadute territoriali sono già visibili e vanno oltre il caso piemontese. In Piemonte, dove Energia Popolare esprime il segretario regionale Domenico Rossi e quello metropolitano Marcello Mazzù, l’equilibrio costruito prima del congresso del 2023 perde copertura nazionale. Il gruppo consiliare a Palazzo Lascaris, diviso tra l’area guidata da Gianna Pentenero e i riformisti, si trova ora senza una mediazione romana. Dinamiche simili si registrano in altre regioni del Nord, dalla Lombardia al Veneto, dove il riformismo amministrativo aveva trovato spazio proprio nella protezione garantita dall’asse con Bonaccini. Al contrario, in Emilia-Romagna, Toscana e in larga parte del Centro-Sud, l’allineamento tra segreterie regionali e linea nazionale risulta già consolidato. La fine dell’eccezione piemontese segnala dunque un passaggio più ampio: la riduzione delle autonomie territoriali costruite su equilibri correntizi non più riconosciuti a livello nazionale.

Domani il Pd arriva quindi a una scelta che non riguarda solo i rapporti interni. Decide se archiviare definitivamente la stagione delle correnti come luoghi di veto e presentarsi come un partito con una linea riconoscibile, anche a costo di restringere il campo. È una decisione che rafforza la segreteria e mette alla prova chi, dentro il partito, continua a parlare di pluralismo mentre lavora per consumare la leadership dall’esterno.

L’articolo Pd, l’assemblea che chiude la diarchia: Bonaccini verso la maggioranza di Schlein, riformisti ridimensionati sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui