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Diritti umani, allarme di Amnesty International: cosa dice davvero il rapporto della Ong sul governo Meloni

«Un governo di centrodestra non limiterà mai le libertà esistenti». Giorgia Meloni lo dice il 25 ottobre 2022, nell’aula della Camera dei deputati, durante il discorso programmatico per la fiducia al suo governo, il primo atto politico formale della XIX legislatura. La libertà come bussola,  promette, la tutela dei diritti come promessa fondativa. Tre anni dopo, l’analisi di Amnesty International consegna una fotografia opposta: uno spazio civico ristretto, diritti erosi, categorie sociali colpite in modo sistematico. Il titolo scelto dall’organizzazione parla da solo: Il governo Meloni al giro di boa. Il contenuto è una smentita puntuale della retorica inaugurale dell’esecutivo.

Le promesse solenni in Aula

Nello stesso intervento di fiducia, Meloni rivendica la propria adesione ai valori europei: «Libertà e democrazia sono gli elementi distintivi della civiltà europea contemporanea nei quali da sempre mi riconosco». Amnesty certifica invece una produzione normativa centrata sulla sicurezza punitiva, con un ricorso sistematico alla decretazione d’urgenza e una sequenza di provvedimenti che hanno colpito il diritto di manifestare, la libertà di associazione e la solidarietà sociale. Dal decreto cosiddetto anti-rave, approvato nel primo Consiglio dei ministri dell’ottobre 2022, fino al pacchetto sicurezza convertito in legge negli anni successivi, le nuove fattispecie di reato e l’inasprimento delle pene hanno avuto un bersaglio preciso: il dissenso.

Sempre in quel discorso di insediamento, Meloni definisce la libertà come «libertà di essere, di fare, di produrre». Ma secondo Amnesty, nel triennio della XIX legislatura lo Stato ha rafforzato strumenti amministrativi e di polizia per limitare le proteste pacifiche, facendo ricorso a fogli di via, identificazioni di massa e uso sproporzionato della forza durante le manifestazioni, in particolare quelle di solidarietà con la popolazione palestinese di Gaza. La libertà evocata resta astratta, mentre la compressione dello spazio civico diventa prassi documentata.

I diritti sociali erosi nei numeri

Sul terreno dei diritti sociali, la distanza tra parole e realtà si allarga ulteriormente. Il governo ha rivendicato attenzione ai più fragili, ma i dati ufficiali richiamati da Amnesty mostrano una povertà assoluta stabile su livelli altissimi: oltre 5,7 milioni di persone coinvolte, con un impatto crescente sulle famiglie con cittadinanza straniera. Nel frattempo, 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a cure mediche nel solo 2024 per motivi economici o per l’impossibilità di accesso. Anche qui, la promessa di libertà si infrange contro liste d’attesa e barriere finanziarie.

Meloni aveva assicurato, sempre nel passaggio parlamentare del 25 ottobre 2022, che il suo governo non avrebbe toccato i diritti civili esistenti. Amnesty documenta invece un arretramento netto sui diritti sessuali e riproduttivi. L’accesso all’aborto resta ostacolato da percentuali di obiezione di coscienza tra le più alte d’Europa, con punte superiori all’80 per cento in alcune regioni, mentre consultori e servizi territoriali vengono progressivamente indeboliti. Parallelamente, il Parlamento ha consentito l’ingresso strutturato di associazioni antiabortiste nei presidi sanitari pubblici, legittimando una pressione ideologica che incide sull’autonomia delle donne.

La libertà negata nei diritti civili e internazionali

Sul fronte dei diritti civili, la promessa di «non limitare le libertà» si rovescia nella discriminazione delle famiglie omogenitoriali. La legge che rende la gestazione per altri un reato perseguibile universalmente, l’interruzione delle trascrizioni automatiche degli atti di nascita, l’assenza di una normativa contro i crimini d’odio: per Amnesty si tratta di un attacco diretto ai diritti dei minori e alla parità davanti alla legge. A certificare la frattura è intervenuta la Corte costituzionale, costretta più volte a colmare vuoti lasciati dalla politica.

Anche sul piano internazionale, la retorica dei valori entra in collisione con i fatti. Il governo ha rivendicato il rispetto del diritto internazionale in più sedi istituzionali, ma Amnesty segnala una progressiva delegittimazione dei meccanismi di giustizia globale, culminata nel sostegno politico al governo israeliano anche dopo il mandato di arresto della Corte penale internazionale e nell’accompagnamento in Libia di un miliziano ricercato. Scelte che, secondo l’organizzazione, violano obblighi internazionali formalmente assunti dall’Italia.

Alla fine del bilancio, resta una costante: le parole. Pronunciate solennemente in Parlamento, ripetute nei passaggi ufficiali, celebrate come cifra identitaria del governo. Poi smentite da leggi, decreti, omissioni e silenzi. L’analisi di Amnesty International non esprime un giudizio politico, ma una verifica documentata di atti e conseguenze. E certifica che sotto il governo Meloni i diritti umani in Italia non sono stati rafforzati, ma compressi. Così la distanza tra le promesse e la realtà è diventata la costante del governo. Lo dicono i fatti, mica le parole. 

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L’Italia va ancora a carbone: ecco perché il phase-out 2025 si è trasformato in riserva strategica

Nel 2025 il carbone avrebbe dovuto essere un residuo del passato. In Italia, almeno sulla carta. Invece resta acceso, pagato e giustificato e ce lo ritroveremo sotto l’albero di Natale. I dati diffusi dall’Agenzia internazionale per l’energia raccontano un paradosso che travolge anche il racconto italiano: il consumo globale di carbone ha raggiunto un nuovo massimo storico, 8,85 miliardi di tonnellate, con un aumento dello 0,5 per cento rispetto all’anno precedente. Un picco che l’Aie definisce “plateau”, ma che certifica il fallimento delle promesse politiche di uscita rapida dal combustibile più inquinante.

E in questo scenario globale, l’Italia è un caso emblematico. Il phase-out dal carbone fissato al 2025 nella Strategia energetica nazionale del 2017 e ribadito nel Pniec del 2019 è stato rispettato solo formalmente. Le centrali hanno smesso di produrre per il mercato, ma restano operative come riserva strategica, mantenute in vita con risorse pubbliche.

Dallo stop solenne alla riserva strategica

Nel 2017 il ministro Carlo Calenda annunciava l’uscita dal carbone come scelta irreversibile. Nel 2021 Roberto Cingolani ribadiva che sarebbe avvenuta «senza se e senza ma». Poi la guerra in Ucraina, nel 2022, ha aperto una parentesi presentata come temporanea. Nel 2024 e nel 2025 quella parentesi è diventata struttura. Con il governo Meloni, il lessico cambia: il ministro Gilberto Pichetto Fratin introduce la categoria della “sicurezza nazionale”, confermando lo stop alla produzione commerciale ma legittimando il mantenimento degli impianti in stand-by.

A fine 2025 centrali come Torrevaldaliga Nord a Civitavecchia e Federico II a Brindisi risultano in riserva strategica, remunerate per restare disponibili. In Sardegna, Fiume Santo e Grazia Deledda restano operative per l’assenza delle interconnessioni necessarie, con il phase-out rinviato ufficialmente al 2028-2029 in attesa del Tyrrhenian Link. Solo La Spezia rappresenta un vero spegnimento fisico, con lo smantellamento della ciminiera in corso.

Il meccanismo che tiene in piedi questo sistema è il Capacity Market: nell’asta per il 2025 Terna ha assegnato contratti per circa 1,72 miliardi di euro, quasi interamente destinati a capacità esistente, inclusi carbone e gas. Costi che finiscono in bolletta: il perno resta il Capacity Market, con contratti assegnati per il 2025 pari a 1.723,6 milioni di euro secondo il rendiconto ufficiale di Terna.

Ritardi, alibi e nuova domanda energetica

Il caso sardo chiarisce il nodo politico: il phase-out era subordinato a infrastrutture mai arrivate in tempo. Il Tyrrhenian Link, decisivo per chiudere il carbone nell’isola, entrerà in esercizio solo nel 2028. Nel frattempo il governo ha certificato la proroga con un DPCM, trasformando un impegno climatico in un problema amministrativo.

A rafforzare questa inerzia arriva la nuova domanda elettrica. Terna segnala richieste di connessione per data center tra 30 e 44 GW, legate all’espansione dell’intelligenza artificiale. Consumi continui, incompatibili con un sistema basato solo su fonti intermittenti. Negli Stati Uniti questa pressione ha già rallentato le chiusure delle centrali a carbone. In Italia offre un argomento solido a chi difende la necessità di mantenere capacità termoelettrica programmabile, anche a carbone, come garanzia estrema.

Il risultato è una transizione sospesa. Il carbone esce dal mercato elettrico, resta come garanzia di potenza. È diventato un servizio di sicurezza pagato collettivamente, mentre i fondi europei per la riconversione, dal Sulcis a Taranto, restano in larga parte inutilizzati. Così l’Italia che prometteva di essere all’avanguardia si ritrova allineata, nei fatti, a chi aveva scelto di rinviare. E il carbone, anziché uscire di scena, resta in attesa dietro le quinte.

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Mentre Gaza congela, il mondo si chiude

Il freddo a Gaza è diventato una linea del fronte. Mohammed Khalil Abu al-Khair aveva due settimane. È morto di ipotermia dopo giorni di pioggia e vento, in una tenda che non proteggeva più. I medici parlano di altri casi simili, di bambini che arrivano negli ospedali con il corpo già freddo. Le forniture per i ripari entrano a singhiozzo, il maltempo fa il resto. L’assedio passa anche dalla temperatura.

Mentre Gaza congela, il mondo si chiude. L’amministrazione Trump ha annunciato un’estensione del travel ban che colpisce anche i palestinesi titolari di documenti dell’Autorità nazionale. Dal primo gennaio, visti e ingressi diventano un privilegio revocabile. Viene chiamato “piano di pace”. È, più semplicemente, una frontiera spostata più avanti, lontano dalla Striscia, per impedire qualsiasi uscita, qualsiasi futuro.

La stessa logica attraversa la Cisgiordania. Sei parlamentari canadesi sono stati respinti al valico, accusati di rappresentare un rischio per la “sicurezza”. Deputati eletti, fermati perché osservare, visitare, testimoniare viene trattato come una minaccia. La parola sicurezza continua a funzionare come un interruttore: spegne diritti, cancella diplomazia, normalizza l’isolamento.

Dentro questo quadro, la Corte penale internazionale smette di essere una notizia e diventa un attrito. Il rigetto del ricorso israeliano non ha fermato la guerra, ma ha incrinato la strategia di congelare il diritto. Il procedimento resta aperto, il tempo giudiziario continua a scorrere mentre quello politico prova a serrarsi. È un dettaglio che pesa più delle dichiarazioni: qualcosa, fuori dal controllo militare, non si è fermato.

Intanto a Gaza si annunciano nuove operazioni, demolizioni mirate, tunnel evocati come giustificazione permanente. Hamas parla di negoziati indiretti, di fasi future. Parole che galleggiano sopra le tende bagnate, sopra i neonati avvolti in coperte sottili. I piani hanno sempre nomi ambiziosi. Il freddo, invece, arriva senza annunci. E uccide.

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Dal ponte sullo Stretto al plauso di Mosca: la giornata tipo di Salvini

Nel giro di poche ore Matteo Salvini incassa due colpi. Ora sta lì, stordito all’angolo, anche se conoscendolo si può scommettere che sia convinto di avere vinto ai punti.

La Corte dei conti ha ripetuto per l’ennesima volta che il ponte sullo Stretto di Messina, quel ponte sullo Stretto di Messina, è un guazzabuglio da dilettanti. I problemi economici, strutturali e ambientali del progetto del MIT non sono un’invenzione dei comitati e dei cittadini che da mesi scendono in piazza (grazie!). Quel progetto è fatto male. Non sta in piedi, verrebbe da dire. Figuratevi il ponte che aveva in mente. Così, alla seconda bocciatura (l’altra era del 17 novembre), i soldi destinati al circo di propaganda del leader della Lega (780 milioni) vengono spostati al 2033. Tanti saluti da Messina.

Nel frattempo Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri del criminale Vladimir Putin, esprime la sua più ampia soddisfazione per avere in Italia un alleato come Salvini che non nasconde la sua irrefrenabile piaggeria per la Russia. L’imbarazzo è tale che perfino il leghista, presidente della Camera, Lorenzo Fontana decide di intervenire per smentire il suo segretario.

La maggioranza di questo governo è una combriccola scassata tenuta insieme dalla recitazione bifronte di Giorgia Meloni che per ora ancora funziona. Tajani è già stato congedato dai Berlusconi, anche se finge di non avere sentito. La Lega sfaldata attende il suo segretario sulla riva del fiume. Fratelli d’Italia è unita dall’abbuffata di prebende.

Basterebbe avere qualcosa di appena più credibile.

Buon mercoledì.

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Giovani di periferia, tra povertà educativa e futuro negato: quando la geografia pesa sulle diseguaglianze

Crescere in Italia significa sempre più spesso crescere in periferia. Non solo per chi vive ai margini geografici delle città, ma per un’intera generazione che sperimenta condizioni di accesso diseguali all’istruzione, al lavoro, alle opportunità sociali. L’analisi di Openpolis sulla condizione dei giovani nelle periferie urbane restituisce un quadro netto: il luogo in cui nasci pesa ancora in modo decisivo sul tuo destino. E pesa di più se sei giovane.

Nel 2024 il 13,8% dei minori vive in povertà assoluta, una quota molto più alta della media nazionale. Nelle aree urbane la situazione si aggrava: il 16,1% delle famiglie con figli nei comuni centro di area metropolitana si trova in povertà assoluta. È qui che prende forma quella che gli studiosi definiscono “trappola della povertà educativa”, dove le difficoltà economiche limitano l’accesso a esperienze culturali, sociali ed educative, incidendo direttamente sui percorsi scolastici e sulle prospettive future.

La scuola come linea di frattura

Il primo terreno su cui la disuguaglianza diventa strutturale è la scuola. L’abbandono scolastico precoce tra i 18 e i 24 anni è sceso sotto il 10% a livello nazionale, ma resta più alto nelle città densamente popolate, dove sfiora l’11%. Ancora più insidiosa è la dispersione scolastica implicita: studenti che arrivano al diploma con competenze insufficienti. Nel 2025 questo fenomeno è tornato a crescere, segnalando che gli effetti della pandemia non sono stati assorbiti.

I dati sulle competenze mostrano una frattura netta. Tra gli studenti provenienti da famiglie con status socio-economico più basso, la dispersione implicita raggiunge quasi il doppio rispetto ai coetanei più avvantaggiati. In alcune regioni del Mezzogiorno la percentuale supera ampiamente il 10%, con punte che segnalano un ritardo strutturale che si consolida negli anni. È una frattura che si apre già alle medie e si allarga alle superiori, indirizzando i figli delle famiglie meno istruite verso percorsi più brevi e meno tutelanti.

All’interno delle stesse città convivono mondi opposti. Quartieri dove l’abbandono scolastico supera il 30% e altri in cui scende sotto il 5%. Le periferie diventano così spazi di concentrazione del rischio, anche in città che nel dato medio appaiono virtuose. È il caso di aree come Marghera, a Venezia: contesti segnati da disagio economico, inattività giovanile e uscita precoce dal sistema educativo, pur all’interno di comuni complessivamente meno fragili.

Dalla dispersione ai Neet

La scuola non è un capitolo isolato. Le carenze educative si riflettono direttamente sulla vita adulta. La quota di Neet, giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano, resta altissima in molte città del Sud: oltre un terzo a Catania, quasi un terzo a Palermo e Napoli. Al Centro-Nord le percentuali scendono, ma non spariscono: anche nelle città considerate più dinamiche un giovane su cinque resta ai margini.

È un percorso che si ripete con regolarità: famiglie in difficoltà economica, scuole meno attrezzate come presidi sociali, maggior rischio di abbandono, ingresso nel mondo adulto segnato dall’inattività. La periferia diventa così una condizione permanente, non un passaggio. Un luogo che concentra povertà educativa, isolamento sociale, mancanza di spazi di aggregazione.

Un dato simbolico racconta meglio di altri questa trasformazione: negli ultimi vent’anni la quota di adolescenti che vede i propri amici ogni giorno si è dimezzata. Le tecnologie spiegano solo in parte questa dinamica. Il resto riguarda la progressiva scomparsa di luoghi sicuri e accessibili dove stare, incontrarsi, costruire relazioni.

In questo quadro la scuola aperta nel pomeriggio assume un valore che va oltre la didattica. È un presidio territoriale, un argine alla marginalità, soprattutto dove mancano alternative. Eppure l’accesso al tempo pieno resta profondamente diseguale, penalizzando proprio le aree che avrebbero più bisogno di continuità educativa.

Il ritratto che emerge è quello di un paese che tratta i giovani come una variabile dipendente dal contesto, lasciando che la nascita in un quartiere invece che in un altro determini opportunità e fallimenti. Un’Italia che assomiglia sempre più a una grande periferia, dove l’età giovane smette di essere una promessa e diventa una fragilità strutturale.

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A Gaza si discute la fase 2 mentre si viola la prima

La pioggia arriva quando le bombe rallentano. A ovest di Gaza City le tende degli sfollati si allagano, diventano pozzanghere abitate. All’ospedale Al Shifa l’acqua filtra nei corridoi dell’accoglienza e del pronto soccorso, già ridotti al minimo dopo mesi di assedio. Il cessate il fuoco promette sollievo, il meteo lo smentisce. La guerra continua anche così: freddo, fango, infezioni.

Le agenzie raccontano famiglie che scavano canali con le mani, bambini avvolti nella plastica perché le coperte non bastano. I convogli entrano a intermittenza: il novantaquattresimo dall’Egitto passa da Rafah, viene ispezionato a Kerem Abu Salem e poi avanza. Le tende arrivano, ma costano cifre proibitive. L’emergenza diventa mercato, il mercato seleziona chi può restare asciutto.

La tregua resta fragile anche sul piano politico. Da Washington filtra irritazione verso Netanyahu per un raid nel fine settimana, l’uccisione di Raed Saad pesa come una violazione dell’accordo mediato dagli Stati Uniti mentre si discute la fase successiva. A Doha venticinque Paesi parlano di una forza internazionale di stabilizzazione, catene di comando, risoluzioni ONU. Sopra le teste dei civili si disegnano mappe.

Sul piano giuridico, intanto, la Corte penale internazionale respinge il ricorso israeliano che chiedeva di bloccare l’indagine sui crimini commessi a Gaza. La giurisdizione resta confermata, il percorso giudiziario resta aperto. È una decisione che non ferma la pioggia, ma tiene accesa la questione delle responsabilità.

In questo clima si inserisce anche l’annuncio della Hind Rajab Foundation, che deposita in Italia una denuncia contro un soldato israeliano, invocando le Convenzioni di Ginevra e lo Statuto di Roma. È un segnale, ancora da verificare nei suoi passaggi formali, di una giustizia cercata altrove mentre la politica prende tempo. A Gaza l’acqua sale. Nei palazzi si discute il futuro, sotto le tende si prova a sopravvivere al presente.

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Francesca Albanese, la delegittimazione come metodo: processo in tre fasi per neutralizzare i suoi rapporti alla fonte

Ma davvero sono solo polemiche quelle contro Francesca Albanese? Non proprio. Bisogna partire dall’inizio per provare a fare un po’ di chiarezza. Nel maggio 2022 Francesca Albanese assume l’incarico di Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati.

È un mandato strutturalmente esposto allo scontro politico: unico incarico geografico a tempo indeterminato, destinato a durare fino alla fine dell’occupazione israeliana, con il compito esplicito di indagare le violazioni della potenza occupante. In questa cornice, la reazione ostile era più che prevedibile, praticamente scontata. Ma quello che si è dispiegato nei tre anni successivi segue invece una traiettoria diversa: una strategia coerente, progressiva, riconoscibile, che non mira a contestare i rapporti ma a svuotare di legittimità chi li produce.

La delegittimazione di Albanese procede per accumulo. Ogni passaggio prepara il successivo, ogni attacco rende plausibile quello dopo. Non è una polemica. È un’architettura.

Il meccanismo della delegittimazione sistemica

Il primo livello è reputazionale. La campagna prende avvio con la riesumazione di un post social del 2014, scritto durante l’operazione militare israeliana “Margine di Protezione”. L’operazione è condotta in modo sistematico da organizzazioni come UN Watch, diretta da Hillel Neuer, e rilanciata da network affini come NGO Monitor e International Legal Forum.

Una frase infelice, già chiarita e corretta dalla stessa Albanese, viene isolata dal contesto e trasformata in prova permanente di antisemitismo. Il tempo trascorso, il chiarimento successivo, la distinzione tra critica politica e odio antiebraico diventano irrilevanti. L’obiettivo è fissare un’etichetta, a nessuno interessa realmente discutere del contenuto. E così l’etichetta rimane, come un’ombra, la prima. Missione compiuta. 

Il secondo livello è mediatico e politico. I dossier prodotti da queste Ong vengono amplificati da diverse testate fino a diventare argomento di interrogazioni parlamentari e richieste formali di rimozione. Negli Stati Uniti la pressione arriva fino a dichiarazioni pubbliche di funzionari e parlamentari; in Europa coinvolge direttamente governi come quelli di Germania e Francia, che nel 2024 sollecitano chiarimenti al Segretario generale Onu António Guterres. La critica si sposta definitivamente dal merito dei rapporti alla presunta inaffidabilità morale della Relatrice. In questa fase il nome di Albanese viene reso “tossico”: chi la invita, chi la ascolta, chi la difende è a sua volta sospetto.

Il terzo livello è istituzionale. Israele le nega l’accesso ai Territori occupati, consolidando una prassi già applicata ai predecessori Richard Falk e Michael Lynk, ma estendendo l’ostracismo anche dopo il 7 ottobre 2023. Negli Stati Uniti la pressione diplomatica si traduce in un salto di qualità: nel luglio 2025 il Dipartimento del Tesoro inserisce Albanese nella lista Ofac – Specially Designated Nationals, attivando l’Executive Order 14203, lo stesso strumento usato contro la Corte penale internazionale. È la criminalizzazione finanziaria di un mandato ONU.

Un protocollo collaudato per rendere irrilevante chi indaga

Dentro questo schema si inserisce il caso italiano. Nel dicembre 2025, dopo incontri con studenti in scuole superiori toscane per presentare il libro “Quando il mondo dorme”, il ministero dell’Istruzione dispone ispezioni ministeriali citando articoli di stampa e ipotizzando profili di reato. L’innesco arriva da una campagna mediatica di alcuni organi di stampa di area centrodestra, rilanciata politicamente dalla Lega. La sequenza è lineare: attacco mediatico, reazione politica, intervento amministrativo. L’autonomia scolastica viene sospesa in nome di un controllo che non riguarda la didattica ma il contenuto politico di una voce ritenuta scomoda.

L’effetto va oltre il singolo episodio. Anche in assenza di sanzioni formali, l’ispezione produce un messaggio chiaro: invitare Albanese comporta un rischio. Il procedimento diventa esso stesso punizione, deterrente, avvertimento preventivo rivolto a dirigenti, docenti, amministrazioni locali che le avevano conferito cittadinanze onorarie.

Nel frattempo la pressione si estende alla sfera privata. UN Watch apre un fronte contro il marito di Albanese, Massimiliano Calì, economista alla Banca Mondiale, accusandolo di conflitto di interessi per precedenti consulenze con l’Autorità nazionale palestinese e chiedendone pubblicamente il licenziamento al presidente Ajay Banga. Anche qui il messaggio è esplicito: il prezzo del mandato ricade anche sui familiari.

II punto di rottura arriva con il rapporto Onu del 2 luglio 2025, “From Economy of Occupation to Economy of Genocide”, in cui Albanese cita un elenco di aziende per il loro ruolo economico e tecnologico nell’occupazione e nella guerra a Gaza. Quando l’analisi tocca le corporation e i flussi finanziari globali, la risposta diventa immediata e sproporzionata. Neutralizzare la fonte è la soluzione più veloce e più comoda. 

E siamo a oggi. Non si tratta solo di Francesca Albanese: la sua vicenda mostra un modello ripetibile. Scavo nel passato, etichettatura morale, isolamento fisico, lawfare, pressione economica, attacco ai familiari. Una sequenza che trasforma il diritto internazionale in un terreno ad alto costo personale. Il messaggio è rivolto al futuro: chi esercita quel mandato sa cosa lo aspetta. Non per quello che dirà, ma per il solo fatto di dirlo.

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Per loro il Paese sicuro è quello senza dissenso

Nel mondo ideale di Giorgia Meloni e Matteo Salvini un ministro qualsiasi, perfino Piantedosi, deve essere libero di acciuffare un imam a caso, rinchiuderlo in un Cpr e poi firmare un foglio di via per l’Egitto. Se quell’imam si chiama Mohamed Shahin, sta a Torino da decenni con la sua famiglia, è stimato anche da ambienti cattolici (“buonisti”, scrive stamattina Il Giornale) e in Egitto rischia la vita, sono fatti suoi.

Del resto, sempre il quotidiano diretto ora da Tommaso Cerno definisce il presidente Al Sisi “un moderato”. Quindi, ricapitolando: Shahin brutto sporco cattivo, il carnefice di Giulio Regeni invece è una brava persona. Il manicheismo di governo funziona così: buoni e cattivi, bianco o nero. Il mondo è così meravigliosamente semplice, da quelle parti.

Nel Paese democratico che il governo vorrebbe scassare via referendum invece la detenzione e l’espulsione rimangono, seppur flebilmente, ancorati a quel vecchio vizio del diritto. Così quando un giudice mette nero su bianco che non basta essere antipatico al governo (e utile ai suoi giornali) per essere un terrorista, la dirimpettaia di Garbatella che sta a Palazzo Chigi strepita. «Con questi giudici la sicurezza è impossibile!», ha dettato ieri ai suoi editorialisti proni. E loro, stamattina, furiosi a vergare titoli dalla fine del mondo.

Era prevedibile. Per questa destra il Paese sicuro è quello in cui non c’è possibilità di incorrere nel dissenso, nemmeno in un’argomentata obiezione. È la sicurezza della rendita delle proprie idee, oltre alle posizioni. Per questo l’istinto di comandare si mangia qualsiasi possibilità di provare a governare.

Buon martedì.

In foto fiaccolata a Torino per la scarcerazione di Mohamed Shahin, imam della moschea Omar Ibn Al Khattab di San Salvario, Torino, novembre 2025. foto di Marioluca Bariona Crediti: M.Bariona

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Conte-Schlein, dopo l’assemblea Pd inizia la sfida: la partita per la leadership dem è chiusa, quella per la guida della coalizione è appena iniziata

Da oggi il Partito democratico cambia fase. L’assemblea nazionale del 14 dicembre, che ha approvato la relazione di Elly Schlein con 225 voti favorevoli e 36 astensioni, archivia il tempo della contendibilità interna e apre quello della verifica esterna. La questione non è più chi guida il Pd, ma che cosa succede ora nel campo progressista. E con i 5 Stelle di Giuseppe Conte.

Il voto dell’Antonianum consegna una segretaria politicamente rafforzata, ma soprattutto vincolata. Una leadership consolidata riduce gli alibi interni e sposta l’intero peso della partita sulle scelte politiche che verranno. Solo le prossime settimane diranno se l’unità del Pd diventerà leva di coalizione o fattore di attrito.

Il Pd dopo la diarchia: meno mediazioni, più responsabilità

L’ingresso dell’area di Stefano Bonaccini nella maggioranza schleiniana produce un effetto immediato: la minoranza riformista perde capacità di interdizione negli organismi del partito. Da domani questo significa una cosa sola: Schlein potrà muoversi con maggiore coerenza politica, ma non potrà più attribuire ad altri eventuali ambiguità o rallentamenti.

Il ridimensionamento delle correnti non elimina il dissenso, ma lo trasforma in pressione sui contenuti, soprattutto su politica estera, giustizia e alleanze. I riformisti restano nel partito e sanno che i prossimi passaggi parlamentari saranno il terreno su cui misurare la linea della segreteria.

Conte e Schlein: il confronto vero comincia adesso

Giuseppe Conte ha scelto Atreju per ribadire un messaggio che peserà da domani in avanti. Nessuna alleanza automatica, prima il programma e solo dopo il candidato. È una linea che congela la leadership del campo largo e sposta il confronto su singoli dossier.

Per Schlein questo significa una sfida doppia. Da un lato dimostrare che l’unità parlamentare già esiste, come nel caso dei sedici emendamenti unitari alla manovra 2026. Dall’altro evitare che il metodo “programma prima di tutto” diventi uno strumento di veto permanente del M5S.

La scelta di Conte di parlare dal palco della destra non è un episodio isolato. Segnala che il leader M5S intende giocare una partita autonoma, mantenendo il Pd come interlocutore necessario ma non dominante. Da domani questa ambiguità non potrà più essere elusa.

I prossimi passaggi che possono avvicinare Pd e M5S

Il primo banco di prova immediato resta l’iter della legge di bilancio. La convergenza su sanità, salari e lavoro povero è destinata a proseguire. Ogni voto comune rafforzerà l’idea che un’alternativa di governo sia praticabile, almeno sul piano sociale.

Subito dopo arriverà il terreno delle riforme istituzionali, a partire dal premierato. Qui Pd e M5S condividono l’opposizione di fondo, anche se con motivazioni diverse. La battaglia parlamentare e comunicativa contro la riforma della destra può diventare un collante politico.

Un terzo fronte è quello delle amministrative del 2026, che da domani entrano nella fase di preparazione. Le grandi città saranno il laboratorio reale del campo largo: candidature condivise o competizione aperta diranno molto più di mille dichiarazioni.

Le mine che rischiano di far saltare l’asse

Il calendario, però, è carico di rischi. Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, previsto per la primavera 2026, è il primo. Il M5S sarà su un no radicale, il Pd ufficialmente contrario ma internamente diviso. Una campagna referendaria disallineata potrebbe esporre pubblicamente le fratture.

Ancora più delicata è la politica estera. Ogni voto su Ucraina, Nato e spese militari può produrre uno strappo. Qui la distanza tra la linea atlantista del Pd e quella del M5S resta strutturale. Da domani il problema non sarà più rinviabile.

Infine c’è il nodo della leadership della coalizione. Schlein esce dall’assemblea come leader indiscussa del Pd, ma Conte non riconosce alcuna primazia automatica. Il rischio è una lunga sospensione, in cui l’assenza di una guida condivisa indebolisce l’alternativa prima ancora di costruirla.

Da domani in poi: gli scenari aperti

E ora Uno scenario è la convergenza progressiva, costruita su atti parlamentari comuni e su alleanze locali che anticipano l’intesa nazionale. Un altro è la competizione controllata, con Pd e M5S alleati su singoli temi ma divisi sulla prospettiva di governo. Il terzo, più instabile, è la frizione permanente, in cui ogni dossier diventa un campo di battaglia e il campo largo resta una formula incompiuta.

L’assemblea ha chiarito una cosa: Elly Schlein ha il controllo del Pd. Da domani, però, il giudizio sulla sua leadership non dipenderà più dagli equilibri interni, ma dalla capacità di governare un rapporto complesso con Giuseppe Conte e di tenere insieme un’opposizione che rischia di dividersi proprio mentre prova a diventare alternativa. La partita vera comincia adesso.

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Fine cantiere mai per i lavoratori anziani dell’edilizia: le pensioni slittano e il rischio di morire sul lavoro cresce

A Roma, nel crollo della Torre dei Conti, muore un operaio di 66 anni. Poche settimane dopo, nel Frusinate, un altro lavoratore di 66 anni precipita da un’impalcatura e muore sul colpo. Episodi diversi, stesso dettaglio: l’età. Serve però mettere insieme cronaca e contabilità e consegnare un dato che pesa: le Casse edili stimano circa 44 mila operai dai 63 anni in su, con 16 mila oltre i 65. A questi si aggiunge la quota del lavoro irregolare, che in edilizia resta una presenza costante.

L’età che cambia il rischio

Le cause degli incidenti in cantiere, come spiega la Cgil nel suo reportage sul sito Collettiva, hanno una grammatica ripetitiva: lavori in quota, ponteggi, scale, aperture, coperture. Le analisi sugli infortuni nelle costruzioni indicano la caduta dall’alto come dinamica prevalente negli esiti mortali. L’altezza resta la stessa, però il corpo cambia. Dopo i sessant’anni diminuiscono equilibrio e prontezza, aumenta la fragilità, si allungano i tempi di recupero. Ogni errore diventa più pesante.

Anche le denunce di infortunio, lette per classi di età, segnalano movimenti coerenti con questo quadro: la crescita riguarda fasce mature. Qui sta il punto: il cantiere sta invecchiando. E in un lavoro dove il margine di tolleranza è minimo, l’invecchiamento diventa fattore di rischio.

La pensione come traguardo che si sposta

Il paradosso vive dentro i contributi. L’edilizia produce carriere spezzate: stagionalità, subappalti, micro-imprese, periodi vuoti. Milioni di lavoratori restano sotto il minimale contributivo: persone che lavorano senza vedersi riconosciuto un anno pieno ai fini pensionistici. Nel comparto edile questa dinamica pesa più che altrove, perché la discontinuità è parte del mestiere. Il risultato è semplice: l’età pensionabile diventa una soglia teorica, l’età reale di uscita scivola in avanti.

Le scelte di bilancio mantengono la traiettoria di innalzamento dei requisiti, con correttivi limitati per i lavori gravosi. Nel frattempo il settore prova a costruire soluzioni di protezione interna: il sistema delle Casse edili gestisce strumenti di accompagnamento al pensionamento, una toppa collettiva messa su una ferita aperta. La sua esistenza racconta la natura del problema: l’uscita va finanziata e organizzata, perché la normalità lascia scoperti proprio i lavori più duri.

Sul fondo restano i numeri generali delle denunce di infortunio mortale. Sono conteggi prudenti, soggetti a consolidamento successivo, però delineano una costante. In edilizia quella costante ha un nome: caduta dall’alto.

La Cgil chiede pensione a 62 anni o con 41 anni di contributi, indipendentemente dall’età. È una richiesta che lega previdenza e salute, salario e sicurezza. La politica ragiona per saldi e rinvii; i cantieri ragionano per turni e scadenze. Nel mezzo ci sono migliaia di lavoratori anziani che continuano a salire e scendere, ogni giorno, come se la fine della corsa fosse sempre domani.

Limiti di età e mansioni pericolose

C’è poi un ultimo dato che raramente entra nel racconto pubblico: l’assenza di limiti operativi legati all’età per le mansioni più pericolose. Nei cantieri italiani un sessantacinquenne può lavorare in quota alle stesse condizioni di un trentenne. La norma ignora il fattore anagrafico, la realtà lo rende decisivo. È qui che la sicurezza diventa una formula vuota e la prevenzione una parola stanca.

Questo è il tono amaro dei ponteggi: chi resta in cantiere oltre i sessanta anni paga due volte, con la schiena e con il tempo. L’allungamento della vita lavorativa produce un invecchiamento reale dei rischi. Le impalcature restano, i corpi cedono prima. La pensione arriva tardi, a volte per vie indirette. Fine cantiere mai.

Dentro la filiera del subappalto la responsabilità si sbriciola: un datore formale, un capocantiere di passaggio, controlli a campione. L’operaio anziano resta l’anello più esposto. La logica dei ribassi accorcia le pause, allunga i turni, riduce i margini. E ogni metro in alto diventa una lotteria.

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