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La mossa dell’Ue sull’aborto sicuro e la distanza politica con l’arretratezza italiana – Lettera43

Ok del parlamento europeo a una risoluzione che punta a garantire l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza nei Paesi dove viene ostacolato. Noi invece siamo impantanati tra obiettori di coscienza e “stanze dell’ascolto”.

Il parlamento europeo ha approvato una risoluzione che sostiene l’iniziativa dei cittadini “My Voice, My Choice”, chiedendo alla Commissione di costruire un meccanismo di solidarietà per garantire l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza nei Paesi dove viene ostacolato o del tutto negato. A Strasburgo il dibattito si è mosso sul terreno dei diritti fondamentali, della salute pubblica, dell’eguaglianza sostanziale. Da Roma lo sguardo appare più corto, ripiegato su una gestione difensiva, quando non apertamente ideologica, della legge 194. Un solco.

Oltre 20 milioni di donne nell’Ue senza aborto sicuro

La risoluzione europea nasce da un dato di realtà: secondo la stessa documentazione della Commissione, oltre 20 milioni di donne nell’Unione europea vivono in Paesi dove l’accesso all’aborto sicuro è vietato o fortemente limitato da barriere legali e pratiche. L’Europa, pur priva di competenze dirette in materia sanitaria, sceglie una via indiretta ma politica: usare fondi comuni e cooperazione transfrontaliera per ridurre le disuguaglianze. È una modernità imperfetta, ma dichiarata. La salute riproduttiva viene trattata come prerequisito di cittadinanza, non come concessione morale.

Il 63,4 per cento dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza

Il confronto con l’Italia è impietoso. Formalmente, il diritto esiste dal 1978. Nella pratica, la sua applicazione è diventata una corsa a ostacoli. L’ultima relazione ufficiale del ministero della Salute sull’attuazione della legge 194, basata sui dati 2022 e presentata con due anni di ritardo, certifica che il 63,4 per cento dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza. In alcune regioni la percentuale supera l’80 per cento, con punte che arrivano oltre il 90. In Molise l’accesso all’IVG è garantito da un solo medico non obiettore sull’intero territorio regionale. In Sicilia e Abruzzo intere province risultano prive di un servizio continuativo. Il risultato è una geografia organica del diniego che costringe alla mobilità sanitaria o, nei casi peggiori, alla rinuncia.

Spalancata la porta ad associazioni apertamente anti-scelta

L’Europa, nella sua risoluzione, indica esplicitamente queste barriere come problemi da rimuovere: abuso dell’obiezione di coscienza, ritardi procedurali, ostacoli amministrativi privi di giustificazione clinica. In Italia, la risposta politica segue una traiettoria opposta. L’emendamento al decreto Pnrr approvato nel 2024 consente alle Regioni di coinvolgere soggetti del Terzo settore nei consultori pubblici, spalancando la porta ad associazioni apertamente anti-scelta. La misura non rafforza i servizi, non prevede nuove assunzioni, non riduce le liste d’attesa. Sposta il baricentro culturale dei consultori, nati come presidi laici di prevenzione e informazione, verso una funzione di dissuasione morale.

La polemica sulla “stanza dell’ascolto” dentro l’ospedale Sant’Anna di Torino

Il Piemonte è diventato un caso emblematico. La “stanza dell’ascolto” affidata al Movimento per la vita dentro l’ospedale Sant’Anna di Torino, il più grande presidio ostetrico d’Europa, è stata dichiarata illegittima dal Tar nel luglio 2025. I giudici hanno rilevato l’incompatibilità tra le finalità statutarie dell’associazione e la funzione di un servizio pubblico sanitario, oltre all’assenza di garanzie professionali per le persone coinvolte. La politica regionale ha minimizzato, parlando di stop temporaneo e di riscrittura della convenzione. Il segnale resta chiaro: l’intervento giudiziario argina, ma non corregge l’impostazione.

La mossa dell’Ue sull’aborto sicuro e la distanza politica con l’arretratezza italiana
Sottoscrizione dell’apertura di una stanza ascolto al Sant’Anna di Torino per chi pensa all’aborto (Ansa).

Ritardi e scarsa trasparenza nelle relazioni annuali sull’attuazione della 194

C’è poi la questione strutturale della trasparenza. Le relazioni annuali sull’attuazione della 194 arrivano sistematicamente in ritardo e senza dati disaggregati per singola struttura sanitaria. Questo rende impossibile sapere in anticipo dove il servizio è realmente disponibile. L’associazione Luca Coscioni ha definito questa opacità una forma di ostacolo amministrativo strutturale. Anche qui la distanza con il dibattito europeo è evidente: a Bruxelles la trasparenza è parte integrante della garanzia dei diritti, in Italia resta un elemento marginale.

L’Italia non segue le raccomandazioni dell’Oms

Sul fronte dell’aborto farmacologico il quadro non migliora. Le linee di indirizzo del ministero della Salute del 2020 consentono l’uso della pillola RU486 fino alla nona settimana e in regime ambulatoriale. Eppure diverse Regioni continuano a imporre ricoveri ordinari di tre giorni o limitazioni temporali più restrittive, in contrasto con le indicazioni cliniche e con le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità. Una procedura semplice viene così trasformata in un percorso medicalizzato e scoraggiante. Nello stesso periodo, il parlamento europeo discute di telemedicina e accesso diffuso ai servizi di salute riproduttiva.

La mossa dell’Ue sull’aborto sicuro e la distanza politica con l’arretratezza italiana
Manifestazione per il diritto all’aborto (Ansa).

Siamo tra i Paesi che rallentano l’evoluzione dei diritti riproduttivi

Il voto di Strasburgo ha messo in scena anche l’imbarazzo della delegazione italiana, tra errori, rettifiche e spaccature nella maggioranza. Ma il dato politico va oltre la cronaca parlamentare. L’Italia si colloca sempre più spesso sul fronte dei Paesi che rallentano l’evoluzione dei diritti riproduttivi, mentre Francia, Spagna e Germania spingono per un riconoscimento pieno e strutturale, arrivando a iscrivere l’accesso all’aborto nel perimetro delle garanzie fondamentali.

L’Unione indica una direzione: meno retorica, più accesso reale

Vista dall’Europa, l’Italia appare piccola perché difende una formalità svuotata invece di misurarsi con l’effettività dei diritti. La legge 194 resta in piedi, ma circondata da barriere amministrative, culturali e organizzative che ne riducono la portata. L’Unione, con tutti i suoi limiti, indica una direzione chiara: meno retorica, più accesso reale. Potrebbe sembrare una distanza tecnica. È una distanza profondamente politica. È piccola, piccolissima, l’Italia vista da qui.

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Scuole private, esenzione IMU e voucher: chi ha firmato il regalo nella Manovra 2026

Nella manovra 2026 il regalo alle scuole private ha un nome, un cognome politico e una firma. È l’emendamento che apre all’esenzione IMU per gli immobili delle scuole paritarie, inserito tra i “segnalati” della maggioranza e riconducibile alla Lega, con il sostegno esplicito del viceministro dell’Economia Maurizio Leo, che da mesi lavora a una “soluzione” fiscale per il settore. Le associazioni dei gestori, in testa AGIDAE, lo hanno ringraziato pubblicamente. Il governo ha eseguito.

La norma consente ai Comuni di esentare dall’IMU gli edifici scolastici utilizzati da istituti paritari del sistema nazionale di istruzione, prevedendo un ristoro statale di due milioni di euro annui a partire dal 2026. Una cifra simbolica, fissata a forfait, che non tiene conto della reale perdita di gettito per le amministrazioni locali. La misura viene presentata come tecnica. In realtà interviene su uno dei punti più sensibili del rapporto fra fisco e scuole private, riscrivendo un equilibrio costruito negli anni da sentenze e contenziosi.

L’emendamento IMU e lo strappo alla giurisprudenza

Fino a oggi la linea era chiara. La Corte di Cassazione, da ultimo con l’ordinanza n. 6501 del marzo 2024, aveva stabilito che l’esenzione fiscale spetta solo quando l’attività educativa è svolta a titolo gratuito o dietro un corrispettivo simbolico. Per la Consulta rette in grado di coprire una parte significativa dei costi qualificano l’attività come economica. Proprio su questa base molti Comuni avevano chiesto e ottenuto il pagamento dell’IMU da parte delle paritarie.

L’emendamento voluto dalla Lega cambia il criterio. L’asticella viene spostata sul “costo medio per studente”calcolato dal Ministero dell’Istruzione: una soglia che per la scuola primaria supera gli ottomila euro annui. In pratica, una scuola può chiedere rette pienamente in linea con i costi di gestione e continuare a godere dell’esenzione fiscale. È una sanatoria politica di fatto, che chiude il contenzioso a favore dei gestori e scarica sui Comuni il peso della scelta, compensandoli con un fondo largamente insufficiente.

L’emendamento è una decisione coerente con una linea che il viceministro Leo rivendica da tempo nei rapporti con il mondo delle scuole cattoliche e paritarie. La manovra semplicemente traduce quella linea in norma.

Voucher, fondi e un sistema sbilanciato

Ma attenzione, l’esenzione IMU non arriva da sola, non è l’unico regale alle scuole private. Nella stessa manovra compare il voucher da 1.500 euro per le famiglie che iscrivono i figli alle scuole paritarie, sostenuto da esponenti di maggioranza e finanziato con risorse pubbliche. Un sussidio alla domanda che rende più competitivo il privato, senza intervenire sulle disuguaglianze di partenza: il bonus copre una quota della retta, il resto resta a carico delle famiglie. Un meccanismo che sostanzialmente premia chi può già permetterselo.

Sul fronte dei trasferimenti diretti, il Ministero dell’Istruzione ha portato i contributi alle paritarie oltre i 750 milioni di euro per l’anno scolastico 2024-2025, con un forte incremento delle risorse destinate alla disabilità. A questo si aggiunge l’accesso ai fondi del PNRR per progetti su STEM, dispersione scolastica e filiere tecnologiche, e l’equiparazione del servizio svolto nelle paritarie ai fini delle nuove abilitazioni dei docenti. Denaro pubblico, infrastrutture pubbliche, titoli pubblici.

Nel frattempo la scuola statale affronta il taglio di migliaia di posti, il dimensionamento degli istituti, contratti rinnovati con risorse che coprono solo una parte dell’inflazione. I sindacati parlano apertamente di drenaggio di risorse. I costituzionalisti richiamano l’articolo 33 della Costituzione, dove la libertà di istituire scuole private è esplicitamente separata dagli oneri per lo Stato. Fiato perso.

La manovra 2026 è un timbro sulla direzione intrapresa. L’emendamento IMU firmato dalla Lega e sostenuto dal MEF certifica una scelta politica: costruire un sistema di scuole private sussidiate, alleggerite fiscalmente e finanziate dal bilancio pubblico. La scuola statale resta il servizio universale ma viene amministrata in regime di scarsità. I numeri, e le firme sotto gli emendamenti, raccontano tutto il resto.

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A Gaza anche l’orrore ha smesso di sorprendere

Oggi Gaza entra nelle notizie in punta di piedi. Una riga, un aggiornamento, un dato incastrato fra altro. Nessun titolo grande. Nessuna parola nuova. È il segno più chiaro di ciò che è diventata: un luogo dove l’orrore ha smesso di sorprendere.

Nelle ultime ventiquattr’ore arrivano notizie che un tempo avrebbero imposto silenzio. Pazienti che attendono evacuazioni che restano sulla carta. Ospedali che continuano a funzionare per inerzia, finché regge il carburante rimasto. Valichi che rallentano, poi si fermano, poi forse riaprono. Tutto raccontato con il tono dell’aggiornamento tecnico, come se fosse manutenzione ordinaria. Gaza scorre così, come un bollettino amministrativo.

La trasformazione è compiuta quando la tragedia diventa sfondo. Le cifre smettono di essere scandalo e diventano contesto. Le parole si accorciano, si asciugano, perdono attrito morale. Si parla di “fasi”, di “meccanismi”, di “attese”. La fame resta fame, il dolore resta dolore, ma il linguaggio lo addomestica. L’assedio continua, però entra nel lessico della normalità.

Questa assuefazione riguarda chi decide, chi racconta, chi legge. Riguarda tutti. Quando ogni giorno somiglia al precedente, il presente perde urgenza. Gaza viene percepita come una crisi stabile, una sofferenza gestibile, un problema cronico. In questo spazio anestetizzato l’eccezione scompare. Restano vite sospese, senza scatto, senza svolta, senza rottura.

Oggi, a Gaza, accade esattamente questo: nulla interrompe il flusso. Ed è proprio questa continuità a fare più paura. Perché un orrore che scorre senza più fare rumore diventa parte dell’arredo del mondo. E quando succede, guardare smette di bastare.

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Morti giusti e sbagliati: il doppio standard dell’Europa

A Bruxelles l’Europa si è rimessa l’elmetto buono. Consiglio europeo sull’Ucraina, ore di vertici, bozze riscritte, comunicati cesellati parola per parola. Putin come nemico sistemico, Zelensky come causa comune. Eppure, dentro quella stessa stanza, l’Europa ha confermato anche un’altra cosa: il suo doppio standard. Giorgia Meloni si presenta come alleata leale di Kiev. A parole. Nei fatti, l’Italia è stata decisiva per frenare l’uso degli asset russi congelati a favore dell’Ucraina. Prudenza giuridica, si dice. Stabilità finanziaria. Legalità. Tutto vero.

Ma allora la domanda diventa inevitabile: perché questa cautela selettiva vale solo quando conviene? Perché mentre l’Europa corre, si agita, discute, litiga per l’Ucraina, su Gaza regna il silenzio amministrato. Gaza è una nota a piè di pagina. Gaza si accontenta di una “tregua”. Una tregua di cosa, esattamente? Lì non ci sono due eserciti che si fronteggiano. Lì c’è una popolazione civile schiacciata da uno degli eserciti più potenti del mondo. E questa tregua, celebrata come successo diplomatico, ha prodotto centinaia di morti. Bombardamenti, raid, fame, ospedali senza elettricità, convogli umanitari bloccati. Tutto documentato.

Avete mai visto i leader europei litigare per Gaza come litigano per Kiev? Avete mai sentito ministri minacciare ritorsioni politiche per i civili palestinesi? Avete mai visto vertici straordinari convocati per “alzare il velo” su ciò che accade nella Striscia No. Perché Gaza è l’eccezione permanente. Provate a immaginarlo: un paese europeo che continua a vendere armi a Putin mentre condanna la Russia. Impensabile. Eppure è ciò che accade con Israele. Armi, cooperazione militare, affari. Tutto mentre si finge di “monitorare” la situazione umanitaria.

E poi l’ultima ipocrisia, quella che nessuno osa nemmeno formulare: qualcuno ha mai proposto di usare gli asset israeliani per la ricostruzione di Gaza Qualcuno ha mai messo sul tavolo sanzioni vere? No. Perché lo standard europeo non è universale. È geopolitico. L’Europa che si indigna selettivamente smette di essere credibile. Difendere l’Ucraina e voltarsi dall’altra parte davanti a Gaza non è realismo. È una scelta politica. E fa schifo proprio per questo.

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Olimpiadi 2026. Tutto regolare, per definizione

La cancellazione dell’abuso di ufficio smette di essere una discussione astratta e diventa cronaca giudiziaria. A Milano la procura chiede l’archiviazione del filone sulle assunzioni “vip” legate alle Olimpiadi invernali 2026. Le carte parlano di favoritismi, segnalazioni “caldamente” inoltrate, carenze di trasparenza, benefit difficili da giustificare. Le conclusioni restano scritte nero su bianco. La conseguenza penale evapora. L’abuso di ufficio esce dal codice e con lui esce anche il reato. 

La riforma voluta dal ministro Nordio e approvata dalla maggioranza nel luglio 2024 produce così i primi effetti concreti. Indagini che arrivano a un punto fermo, ricostruzioni complete, responsabilità descritte, e poi il vuoto giuridico. I pubblici ministeri lo scrivono con chiarezza: i fatti restano, la sanzione penale cade. Resta solo il possibile giudizio contabile, con gli atti trasmessi alla Corte dei Conti per valutare danni erariali. Sul piano penale la partita si chiude. Anzi, a ben vedere non si apre nemmeno.

Dentro quel vuoto scorrono cognomi pesanti, contratti ben pagati, rimborsi, auto con autista, chiamate che arrivano dal potere. Tutto documentato. Tutto definito “malsano” dagli investigatori. Tutto incapace di superare la soglia del processo. L’abolizione dell’abuso di ufficio agisce come una spugna: pulisce il quadro giudiziario lasciando intatta la fotografia politica.

La promessa era tutelare gli amministratori “inermi” davanti alla firma. Il risultato visibile riguarda grandi eventi, fondazioni opache, reti di relazione. La legge cambia e la realtà si adegua, con una rapidità che impressiona. Le indagini restano come racconti morali, privi di sbocco penale.

Dite la verità. Davanti a questo esito, davanti a inchieste lavate via per scelta legislativa, ora vi sentite davvero più garantiti?

Buon venerdì.

Foto di Wusel007 – Opera propria

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Cucina italiana patrimonio Unesco: come il governo trasforma un riconoscimento culturale in propaganda

Ormai l’abbiamo letto dappertutto. Il 10 dicembre 2025, a Nuova Delhi, il Comitato intergovernativo dell’Unesco ha iscritto la cucina italiana nella Lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Nei documenti ufficiali dell’organizzazione il perimetro è esplicito: pratiche sociali, saperi trasmessi tra generazioni, rituali quotidiani legati ai territori e alle stagioni.

Una definizione che richiama comunità, relazioni e trasmissione culturale, non prodotti o marchi. Poche ore dopo, la comunicazione del governo ha suonato la grancassa. Il riconoscimento è diventato “vittoria nazionale”, consacrazione identitaria, strumento di promozione del made in Italy. Giorgia Meloni, intervenendo ad Atreju, ne ha approfittato per evocare presunti “rosiconi” che “mangiano kebab da una settimana”, spostando il piano dal riconoscimento culturale allo scontro simbolico.

Ma la distanza tra ciò che l’Unesco ha riconosciuto e ciò che il governo racconta va ricostruita con precisione. L’organizzazione internazionale certifica un patrimonio immateriale, per definizione plurale e in continua trasformazione, come chiarito nelle linee guida della Convenzione del 2003. La narrazione ufficiale lo riscrive invece come marchio, bandiera e prova di una sovranità alimentare che nei documenti Unesco non compare. È un salto semantico che altera il senso del riconoscimento e ne riduce la portata culturale.

Dalla pratica sociale al brand di Stato

La campagna istituzionale che ha accompagnato la candidatura è documentata negli atti del Ministero dell’Agricoltura: logo ufficiale, slogan, inno celebrativo, eventi promozionali in Italia e all’estero. La cucina italiana viene incorniciata come prodotto unitario, omogeneo, spendibile sul mercato globale. Una rappresentazione funzionale alla comunicazione politica, ma distante dalla realtà storica.

La cucina italiana, come mostrano studi e ricostruzioni accademiche consolidate, è un insieme di tradizioni locali, frutto di contaminazioni, migrazioni e adattamenti territoriali. È un fatto sociale prima che economico. Lo slittamento diventa ancora più evidente quando il riconoscimento viene presentato come strumento di difesa del made in Italy.

Per statuto, l’Unesco non tutela marchi, ricette o prodotti commerciali. Riconosce pratiche culturali. Trasformare quel riconoscimento in scudo identitario significa usarlo per fini diversi da quelli dichiarati, caricandolo di aspettative economiche e simboliche che nel dossier di candidatura non sono previste.

Filiere, lavoro e accesso al cibo

La retorica celebrativa entra in crisi quando si guarda alla filiera agroalimentare. Secondo i dati dell’Osservatorio Placido Rizzotto e delle principali organizzazioni sindacali, l’agricoltura italiana resta uno dei settori più esposti a lavoro irregolare e caporalato, con centinaia di migliaia di lavoratori coinvolti ogni anno. È una criticità strutturale, rilevata anche da relazioni istituzionali, che convive con la narrazione dell’eccellenza. La cucina elevata a patrimonio dell’umanità continua a poggiare su condizioni materiali che lo Stato conosce e che faticano a trovare risposta.

C’è poi la questione delle materie prime. I dati di Ismea e Istat mostrano che una quota significativa di cereali, mangimi e oli utilizzati dall’industria alimentare italiana proviene dall’estero. La sovranità alimentare evocata nei discorsi ufficiali si scontra con una realtà fatta di catene globali di approvvigionamento e accordi commerciali che aumentano la pressione competitiva sui produttori interni. Anche qui, il patrimonio celebrato come simbolo di autosufficienza vive dentro un sistema aperto e diseguale.

Infine, l’accesso al cibo. Negli ultimi anni, come certificano le rilevazioni Istat, i prezzi dei beni alimentari sono cresciuti più dell’inflazione generale, incidendo in modo diretto sui bilanci familiari. I consumi si sono spostati verso prodotti a minor qualità e verso la grande distribuzione discount, il cui peso è aumentato in modo costante. Il rito del “pranzo della domenica”, spesso evocato nella comunicazione istituzionale, convive con una rinuncia quotidiana sempre più diffusa. La cucina raccontata come patrimonio condiviso si allontana dall’esperienza concreta di una parte del Paese. Anche qui la retorica sovrasta i numeri: più che “stile di vita”, per molti diventa una scelta obbligata di risparmio.

Il riconoscimento Unesco parla di pratiche vive, comunità e trasmissione. La propaganda politica lo usa come certificato identitario e leva promozionale. In mezzo restano le cont

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Una tregua solo sulla carta, ora a Gaza uccide anche il freddo

A Gaza l’assedio oggi passa dal freddo. A Khan Yunis un neonato di un mese è morto nella notte, nelle tende di Al-Mawasi sferzate dal vento e dalla pioggia. Le autorità sanitarie locali parlano di tredici morti legati all’ondata di maltempo e alla mancanza di ripari adeguati. La linea del fronte si è spostata nella sopravvivenza elementare: scaldarsi, asciugarsi, restare vivi.

Il cessate il fuoco continua a reggere come dispositivo di controllo. Sulla carta. Sul terreno si stringe il rubinetto degli aiuti. Israele ha respinto la registrazione a quattordici organizzazioni non governative, imponendo una scadenza operativa che equivale a un ritiro forzato. L’effetto pratico è misurabile: l’accordo del 10 ottobre parlava di 600 camion al giorno; Ong e Nazioni Unite contano flussi reali che oscillano tra 100 e 300, con una quota rilevante di beni commerciali. La fame e il freddo hanno una grammatica amministrativa.

Intanto il lessico bellico lava le mani. Un colpo “mancato” finisce tra i civili, feriti inclusi; parte un’indagine interna. Errore, deviazione, accertamenti. La “linea gialla” che separa e autorizza resta una linea mobile: chi passa, chi resta, chi paga l’errore.

Sul lato israeliano, il potere prova a governare anche la memoria. Benjamin Netanyahu tenta di mettere mano all’inchiesta sul 7 ottobre; le famiglie delle vittime e l’opposizione parlano di conflitto di interessi e di un insulto alla verità. È la stessa architettura che si vede a sud: controllo delle procedure, gestione delle responsabilità, dilazione delle risposte.

Le Nazioni Unite e oltre duecento organizzazioni avvertono che, tra deregistrazioni e scadenze fissate, le operazioni umanitarie rischiano il collasso. La seconda fase dei negoziati resta ostaggio di una prima fase che seleziona chi può stare, chi può curare, chi può distribuire, chi può scaldarsi. 

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Riforma dei condomini, il conto lo pagano gli onesti: la morosità scaricata su chi è in regola. La proposta FdI spacca la maggioranza: la Lega si sfila

Niente, proprio non riescono a non stare dalla parte dei furbi. Montecitorio mette sul tavolo una riforma che promette “ordine” nella vita condominiale. Il testo è la proposta di legge 2692, prima firmataria Elisabetta Gardini di Fratelli d’Italia, con una lunga lista di cofirmatari interni al partito: da Augusta Montaruli a Marco Osnato, da Vincenzo Amich ad Antonio Giordano. Il disegno di legge è stato presentato a novembre ed è ora all’esame della Camera. La narrazione ufficiale parla di trasparenza, professionalità, tutela dei fornitori. Ma leggendo bene le norme, emerge una scelta politica precisa: spostare il peso delle morosità su chi paga.

Nel pacchetto entrano lo stop ai pagamenti in contanti, l’obbligo del conto corrente condominiale, l’elenco nazionale degli amministratori e dei revisori presso il Ministero delle imprese e del made in Italy, requisiti di laurea e formazione obbligatoria. Un impianto che aumenta controlli e adempimenti. Il punto dirimente, però, è un altro.

Il conto comune come bersaglio

La riforma interviene sull’articolo 63 delle disposizioni di attuazione del codice civile. Il nuovo testo consente ai creditori di agire direttamente sulle somme presenti sul conto corrente condominiale per l’intero credito vantato. Solo in un secondo momento, se quelle somme non bastano, il creditore può rivalersi sui singoli condomini in base alla loro morosità.

Tradotto: il primo obiettivo dell’azione esecutiva diventa la cassa comune. In quel conto, però, confluiscono anche le quote versate regolarmente da chi paga puntuale bollette, assicurazioni, manutenzione ordinaria e lavori urgenti. Se il conto viene aggredito, le risorse spariscono subito. Il condominio resta scoperto e il debito residuo viene redistribuito, in proporzione ai millesimi, anche su chi non ha mai saltato una scadenza.

Il testo parla di diritto di regresso verso i morosi. Nella pratica significa cause, pignoramenti, tempi lunghi e spesso patrimoni incapienti. Intanto i soldi escono. Il rischio dell’insolvenza, invece di restare in capo al creditore o al debitore, viene scaricato anche sui condomini diligenti.

Una lettura che trova conferma anche fuori dal perimetro parlamentare. Assoutenti parla apertamente di una norma che introduce una forma di responsabilità collettiva, sollevando dubbi di costituzionalità perché fa ricadere sugli utenti in regola le conseguenze economiche delle inadempienze altrui e incentiva, di fatto, i morosi a continuare a non pagare.

Morosità premiata, conflitto garantito

A rendere il quadro ancora più fragile contribuisce un altro passaggio della riforma: l’amministratore può attivarsi per il recupero delle morosità dopo l’approvazione del rendiconto, che può avvenire fino a 180 giorni. Più tempo quindi per chi non paga, più esposizione per il condominio. La combinazione è esplosiva: conto aggredibile subito dai creditori, azioni di recupero rallentate, tensioni interne inevitabili.

Le associazioni degli amministratori e dei proprietari segnalano da settimane il rischio di un effetto perverso. Il moroso seriale sa che il sistema regge comunque, almeno nell’immediato, grazie a chi versa. Il conflitto quindi si sposta dentro le assemblee, trasformate in luoghi di pressione e di scontro fra chi copre i buchi e chi li crea. E quando il conto si svuota, a saltare per primi sono i servizi essenziali: riscaldamento, luce delle parti comuni, manutenzione degli impianti, polizze, lavori urgenti che diventano emergenze.

La maggioranza si spacca

Il punto politico è che la riforma non convince nemmeno tutta la maggioranza. Fonti della Lega parlano di «evidenti criticità» e di un testo non condiviso, mentre il deputato leghista Alberto Gusmeroli mette in guardia da leggi che «penalizzano i cittadini onesti e premiano i furbetti», aumentando costi e burocrazia senza risolvere il problema della morosità. Anche Matteo Salvini prende le distanze, invocando lo stop a nuove norme e nuovi adempimenti per chi è già in regola.

Dall’opposizione, Giuseppe Conte definisce la proposta «l’ennesimo pasticcio della maggioranza», sottolineando che espone gli inquilini in regola al rischio di pagare anche per i morosi e ironizzando sull’obbligo di laurea per gli amministratori, mentre restano nel cassetto il Piano casa da 15 miliardi annunciato da mesi e vengono tagliati il Fondo affitti e il Fondo morosità incolpevole. Anche il Partito democratico parla di una riforma «gravissima» che colpisce le persone perbene che onorano sempre i propri obblighi.

Il messaggio politico, comunque, è limpido. Chi paga diventa la garanzia del sistema. Chi non paga beneficia di un paracadute collettivo. Anche questa volta il governo sceglie di affrontare un problema premiando i furbi e chiedendo ai diligenti di farsi carico delle conseguenze. Chissà se qualche inviato delle trasmissioni amiche del governo, sempre così impegnate sulle case “occupate”, andrà a rincorrere la presidente del Consiglio per chiederle spiegazioni davanti alle telecamere.

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Prima gli insulti, poi gli errori

Avevano ragione i “poveri comunisti”. La ministra dell’Università aveva definito gli studenti di Medicina che la contestavano ad Atreju “inutili”. Quelli esasperati gridavano che il semestre filtro di medicina ideato dal governo fosse un pasticcio burocratico che rischia di fare perdere un anno di studi (e di progettazione della propria vita), sottolineando che le prove contenessero anche degli errori. “Inutili” e “poveri comunisti” sono state la risposta ufficiale del governo.

Poi la ministra ha detto che sì, c’erano due errori nella prova, spiegando che per tutti «nel caso della seconda domanda sbagliata, verrà riconosciuto un punto. Quindi nel compito di fisica si partirà da un punto. È vero, c’era un errore nel documento».

Infine, dal ministero sono trapelate voci che la ministra starebbe rivedendo il semestre filtro dopo l’incontro con il Consiglio nazionale degli studenti universitari (Cnsu), l’organo consultivo di rappresentanza degli studenti iscritti ai corsi di laurea, di specializzazione e di dottorato di ricerca delle università italiane, composto da 30 membri, che si è insediato qualche giorno fa. Al question time alla Camera Bernini spiega che «questa è una riforma che cammina con gli studenti» e «non vi erano certezze su quello che sarebbe accaduto e su quali sarebbero stati i risultati d’esame». Per questo, spiega la ministra, ci saranno dei «correttivi».

Par di capire quindi che i poveri comunisti avessero buone ragioni. Talmente buone da modificare le posizioni di una ministra che fino a pochi minuti prima li irrideva. Resta quindi una domanda: chi è inutile in tutta questa storia

Buon giovedì.

Foto WP

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Libertà di stampa, l’Unesco certifica il peggior arretramento globale degli ultimi decenni. Democrazie occidentali comprese

Ormai è un genere letterario. L’erosione della libertà di stampa è una costante nazionale e internazionale che va di pari passo con le autarchie. Si moltiplicano i trumpismi (o gli orbanismi o i putinismi) e si riducono gli spazi per l’informazione libera. Il risultato è che da almeno un decennio la libertà di stampa arretra. Il World Trends in Freedom of Expression and Media Development 2022–2025 dell’Unesco certifica che l’attuale regressione rappresenta infatti uno dei momenti più gravi mai registrati al di fuori di contesti bellici globali.

L’indice elaborato sui dati V-Dem segnala un calo del 10 per cento dal 2012, con un’accelerazione evidente dopo il 2020. Per gli autori del rapporto un deterioramento di questa portata trova precedenti solo nella Prima guerra mondiale, nell’ascesa dei regimi autoritari tra le due guerre e nei passaggi più duri della Guerra fredda. Ma il declino della libertà di stampa è solo la parte di una crisi più ampia.

Oggi il 72 per cento della popolazione mondiale vive sotto regimi autoritari o ibridi, il livello più alto dal 1978. Così l’informazione indipendente diventa bersaglio diretto: crescono censura, pressioni politiche e controllo economico, mentre l’autocensura dei giornalisti aumenta del 63 per cento tra il 2012 e il 2024. Anche i governi hanno intensificato le misure di controllo sui media del 48 per cento in dodici anni, erodendo pluralismo e autonomia editoriale.

L’Occidente che arretra

Il rapporto chiarisce che l’arretramento non riguarda soltanto le democrazie fragili. Anche l’Europa occidentale e il Nord America registrano una perdita strutturale di libertà di espressione, con un calo complessivo di circa il 6 per cento tra il 2012 e il 2024, pari a una riduzione media annua dello 0,46 per cento. A peggiorare sono soprattutto gli indicatori legati alla libertà accademica, alla censura indiretta e alle minacce contro i giornalisti, segnali di un clima sempre più ostile al dissenso informato.

C’è ovviamente anche l’Italia. Il report non dedica capitoli monografici al Paese ma lo include tra quelli che, nel triennio 2022-2024, hanno inoltrato richieste di rimozione di contenuti a Facebook. L’Italia sta accanto a Stati Uniti, Germania, Francia e Spagna. Il dato non consente di valutare nel merito la legittimità delle singole richieste ma segnala un passaggio cruciale: una parte crescente della gestione del discorso pubblico avviene tramite interlocuzioni dirette con le piattaforme digitali, in un perimetro di trasparenza ridotta e responsabilità opaca.

Il rapporto dedica ampio spazio a questo slittamento di potere, definito jawboning: pressioni informali esercitate dai governi sulle piattaforme per ottenere rimozioni, de-indicizzazioni o limitazioni della visibilità. È una dinamica che non assume la forma della censura classica ma che incide in modo sostanziale sulla circolazione delle informazioni e sulla possibilità di svolgere un controllo pubblico sul potere.

Giornalisti sotto attacco e informazione impoverita

La crisi assume contorni ancora più netti guardando alla sicurezza dei giornalisti. Tra il 2022 e il settembre 2025 310 operatori dell’informazione sono stati uccisi, oltre la metà in contesti di conflitto. L’impunità resta la regola: più dell’85 per cento dei casi non arriva a una condanna. Le donne risultano colpite in modo sproporzionato da violenze, minacce e campagne di molestie online, descritte come strumenti sistematici di esclusione dallo spazio pubblico.

Accanto alla violenza fisica cresce un fenomeno meno visibile ma altrettanto corrosivo: l’esilio forzato. Redazioni smantellate, giornalisti costretti a lavorare dall’estero, interi territori trasformati in zone di silenzio, dove l’informazione indipendente scompare e i cittadini perdono accesso a notizie affidabili.

Il rapporto riconosce però l’esistenza di contro-tendenze: la crescita dei media comunitari, il giornalismo investigativo collaborativo, l’aumento degli abbonamenti digitali. Tra il 2020 e il 2025 circa 1,5 miliardi di persone hanno avuto accesso ai social network e ai servizi di messaggistica. Ma questi segnali restano fragili, insufficienti a compensare la crisi strutturale della sostenibilità economica dei media e l’impatto delle piattaforme e dell’intelligenza artificiale sul valore del lavoro giornalistico.

La conclusione è netta: senza un rafforzamento immediato delle garanzie per la libertà di stampa, della trasparenza delle piattaforme e della sostenibilità dell’informazione, l’arretramento continuerà. E quando l’informazione smette di essere un diritto universale e diventa un privilegio, la democrazia perde il suo presupposto essenziale: la possibilità di essere raccontata, verificata, messa in discussione.

L’articolo Libertà di stampa, l’Unesco certifica il peggior arretramento globale degli ultimi decenni. Democrazie occidentali comprese sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

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