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Si scava tra le macerie e ciò che rimane di Gaza

A Gaza le squadre della protezione civile scavano tra le macerie delle case colpite, recuperano i resti di famiglie sepolte sotto muri che avevano ancora un indirizzo. La casa degli Abu Ramadan, che ospitava decine di persone, è diventata un cumulo di cemento e silenzio. È il lessico della fine che convive con l’annuncio della pausa.

Intanto la mappa si allarga. A nord-est di Qalqilya, a Jayyous, bulldozer e mezzi militari abbattono serre e strutture agricole. Plastica strappata, colture schiacciate, un’economia domestica cancellata in poche ore. La Cisgiordania entra nel racconto come un fronte parallelo, dove la guerra prende la forma dell’amministrazione della terra e della punizione collettiva.

A Gaza si discute di “fasi”, di condizioni, di disarmo e di garanzie. Le parti si accusano a vicenda di violazioni, si contano i morti, si annunciano funerali e nuove nomine militari. La tregua diventa un campo di battaglia semantico: dichiarata, contestata, sospesa. Nel frattempo Rafah resta strozzata, i valichi diventano argomento di scontro diplomatico, la vita quotidiana rimane appesa a decisioni prese altrove.

Sul tavolo internazionale scorrono cifre che fanno tremare: quartieri distrutti, infrastrutture annientate, decine di miliardi stimati per una ricostruzione che ancora non ha un perimetro politico. Mentre si scavano le macerie, altrove si preparano dossier, proposte, appetiti. La guerra produce rovine e, insieme, opportunità.

Dall’Italia arrivano appelli alla de-escalation, rivendicazioni di aiuti, corridoi umanitari, disponibilità dentro cornici multilaterali. Parole necessarie, che però faticano a tenere il passo con le immagini di oggi. Perché la tregua, quando esiste davvero, smette di essere un annuncio e diventa una pratica. Qui, per ora, restano le pale, i bulldozer e la polvere.

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Ben venga Atreju

Ben venga Atreju, anzi, raddoppiamola se possibile. Ben venga Atreju per dissipare vicinanze scambiate per opposizione. Ci sono i giovani meloniani che gridano «Bravo!» a Calenda mentre attacca Salvini, chiedendogli di sostituire il leghista nella compagine di maggioranza. C’è Matteo Renzi che improvvisa lazzi con Crosetto e Donzelli.

Come scrive il giornalista Simone Alliva, «Atreju è la foto dell’opposizione italiana: invitata, ordinata, parlante. Sale sul palco della destra, litiga un po’, punge a turno, poi scende. Non sfida il potere: lo arreda».

Ben venga un’altra Atreju, presto, prestissimo, per ascoltare Giorgia Meloni che vorrebbe citare per danni i giudici che hanno fatto rispettare la legge su quell’immondizia legale e morale che sono i centri in Albania. Ben venga Atreju per riportare Meloni al suo primo amore, il fantasy di cui scriveva nel suo blog agli albori di internet: una presidente del Consiglio che emette una contro-sentenza sul delitto di Garlasco per scaldare gli sfinteri è una scena da Checco Zalone.

Ben venga Atreju per sentire una capa di governo invocare il «buon senso» per una famiglia nel bosco, con il retequattrismo da nuovo codice civile e codice penale. Ben venga Atreju per smutandare Meloni nella sua ossessione per Francesca Albanese. Ben venga Atreju per mostrare il suo digrignare di denti verso Elly Schlein, che ha deciso di non essere un complemento d’arredo alla sagra dei Fratelli d’Italia.

Ben venga tutto. Anzi, ne serve di più, ancora di più. Così, anche se la presidente del Consiglio non si degna di parlare con i giornalisti, basterà osservarla alla sua fiera per trarne le conclusioni.

Buon lunedì.

Giorgia Meloni alla manifestazione Atreju Foto Di it:indeciso42 – archivio personale, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=145096404

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Feltri condannato per le frasi sui musulmani: quando lo scudo della «battuta» non regge – Lettera43

Il giornalista e consigliere regionale di FdI in Lombardia aveva detto a La Zanzara: «Gli sparerei in bocca, li considero razze inferiori». Hai voglia ad appellarsi alla satira e alla libertà di espressione. È solo l’ultima puntata della sagra del grottesco che farcisce il nostro dibattito politico.

Ma dai, dicono, «è solo una battuta». Nella sagra del grottesco che farcisce il dibattito politico italiano la «battuta» viene sempre sfoderata quando bisogna seppellire la responsabilità. È come borotalco: copre, asciuga, promette leggerezza. Solo che poi capita che arrivi in un’aula di tribunale e cambia consistenza. Diventa oggetto giuridico, danno, misura. E restituisce il reale spessore dei cosiddetti battutisti e dei loro difensori.

La cornice è servita: battuta, quindi scherzo, quindi libertà

Daniela Santanchè ha scelto la scorciatoia più comoda: «Vittorio Feltri condannato per una battuta sui musulmani». La cornice è servita: battuta, quindi scherzo; scherzo, quindi libertà. Nel racconto che circola in queste ore si è aggiunto il neo direttore de il Giornale Tommaso Cerno, che nel suo commento ha chiuso la questione con una riga secca: «E Feltri paga. Per un paio di parole forti». Il giornalista Paolo Bracalini si è spinto ancora oltre con un titolo di trincea: L’attacco alla libertà di stampa: “Odio dai giornali, non dall’imam”.

Secondo il giudice, quella di Feltri è stata «molestia discriminatoria»

Poi basta ficcare il naso nelle sentenze e ci si accorge che quelle etichette perdono utilità. Il tribunale ordinario di Torino, giudice Ludovico Sburlati, ha condannato l’82enne Vittorio Feltri, totem del giornalismo di destra nonché consigliere regionale in Lombardia con Fratelli d’Italia, qualificando le frasi pronunciate durante La Zanzara del 28 novembre 2024 come «molestia discriminatoria» e le riporta parola per parola: «…già, non amo i musulmani… Ma io gli sparerei in bocca»; «Tutti, tutti. Io non mi vergogno affatto di considerare i musulmani delle razze inferiori».

La differenza fra una provocazione e un’etichetta addosso a una comunità

Qui la battuta smette di essere un tono e diventa un fatto. La sentenza parte da una regola semplice, scritta nella legge e ripetuta dalla giurisprudenza: la discriminazione si misura per effetto, oltre l’intenzione. Il giudice richiama l’articolo 2, comma 3, del decreto legislativo 215/2003 e la Cassazione 14836/2023: rientrano nella molestia anche i casi in cui un gruppo viene associato in blocco al reato o a un disvalore sociale, perché quell’associazione alimenta un clima ostile. È la differenza fra una provocazione e un’etichetta che resta addosso a una comunità.

«Che me ne frega, sostengo quello che voglio»: consapevolezza della condotta

Per questo la parola “battuta” serve a poco. La domanda del tribunale riguarda la lesione della dignità e la creazione di un contesto intimidatorio, degradante, offensivo. Il mezzo di diffusione (la radio) conta, la notorietà conta, la platea colpita conta. E conta anche la consapevolezza che traspare dalla frase riportata in motivazione: «Ma che me ne frega a me, ma io sostengo quello che voglio», valorizzata dal giudice come indice di consapevolezza della condotta.

Feltri condannato per le frasi sui musulmani: quando lo scudo della «battuta» non regge
Vittorio Feltri (foto Ansa).

La satira colpisce i potenti, non infierisce sulle categorie deboli

La difesa ha invocato lo stile provocatorio del format della trasmissione La Zanzara condotta da Giuseppe Cruciani e David Parenzo, appellandosi all’area della satira. Il tribunale ha risposto con un perimetro già tracciato: la satira resta sottoposta al limite della continenza e della funzionalità, come ricorda la sentenza della Cassazione penale 12101/2023; inoltre, dalle pronunce europee e da Cassazione 6960/2024 emerge una distinzione decisiva fra satira che colpisce i potenti e parole che infieriscono su «categorie deboli, oggetto di discriminazione», producendo «semplice dileggio o disprezzo».

Feltri condannato per le frasi sui musulmani: quando lo scudo della «battuta» non regge
David Parenzo e Giuseppe Cruciani (foto Imagoeconomica).

Il giudice ha aggiunto un dettaglio che inchioda il dibattito alla concretezza: «Le frasi in esame non risultano pronunciate in tono ironico». Nel momento in cui il contesto smette di funzionare come scudo, resta soltanto il contenuto.

Dall’Agcom sanzione di 150 mila euro a Il Sole 24 Ore S.p.A. per Radio24

Prima della condanna civile era già arrivata la delibera dell’Agcom, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, del 16 aprile 2025: 150 mila euro di sanzione a Il Sole 24 Ore S.p.A. per Radio24, con la valutazione che quelle espressioni risultavano «suscettibili di diffondere, propagandare o istigare l’odio e la discriminazione» e in contrasto con l’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. La delibera sostiene che la conduzione, «pur distinta e differenziata», è risultata incapace di fermare gli effetti di quelle affermazioni.

Feltri condannato per le frasi sui musulmani: quando lo scudo della «battuta» non regge
Vittorio Feltri (foto Imagoeconomica).

La libertà di espressione, spesso invocata come scudo, ha precisi limiti

Poi è arrivata Torino e ha messo i numeri sul tavolo: 20 mila euro che Feltri deve versare ad Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, pubblicazione del dispositivo sul Corriere della Sera, spese di lite liquidate e motivate anche con la «carica pubblica e il ruolo professionale» dell’autore e con l’ampiezza dei soggetti colpiti. È un passaggio che pesa, perché collega linguaggio e responsabilità, frase e conseguenza. Asgi, nel comunicato che accompagna la decisione, lo dice senza giri di parole: la libertà di espressione, spesso invocata come scudo, ha precisi limiti.

La dignità, nel diritto, pesa più del rumore di uno studio radiofonico

Santanchè ha parlato di battuta. Cerno ha liquidato tutto sotto la voce «parole forti». Bracalini ha invocato la libertà di stampa. Le carte però descrivono un’altra scena: una frase che prepara il terreno, un clima che si allarga, un diritto che interviene quando il linguaggio diventa pratica di esclusione. E ogni volta che la parola «scherzo» viene usata per cancellare il danno, resta un fatto semplice: la dignità, nel diritto, pesa più del rumore di uno studio radiofonico. E resta scritta, nero su bianco. Anche se intorno si ostinano a negare.

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Pd, l’assemblea che chiude la diarchia: Bonaccini verso la maggioranza di Schlein, riformisti ridimensionati

Per due anni il Partito democratico ha rinviato una decisione che diventa inevitabile. Dalla vittoria di Elly Schlein alle primarie del febbraio 2023, ottenuta contro Stefano Bonaccini ribaltando il voto degli iscritti, il partito ha vissuto in una condizione di doppio equilibrio. La segreteria ha imposto una linea politica netta su lavoro, sanità e diritti, mentre la presidenza ha continuato a garantire una gestione attenta ai rapporti interni e ai territori. Una convivenza che ha funzionato finché nessuno ha preteso di trasformarla in direzione.

La fine della diarchia silenziosa

Il passaggio di Stefano Bonaccini nella maggioranza che sostiene la segretaria potrebbe arrivare ufficialmente nell’assemblea di domani (domenica 14 dicembre), proprio alla fine di questo percorso. La decisione non nasce in queste ore e non è una scelta estemporanea. Già nella primavera del 2025, durante la campagna referendaria promossa dalla Cgil su lavoro e cittadinanza, l’ex governatore dell’Emilia-Romagna aveva scelto di non distinguersi dalla linea della segreteria, evitando prese di posizione sui quesiti che avrebbero inciso direttamente sul Jobs Act, approvato quando il Pd era guidato da Matteo Renzi. Una scelta confermata nei mesi successivi, con l’assenza di interventi critici sulla linea internazionale del partito e sul posizionamento europeo definito da Schlein.

Tra ottobre e novembre il quadro si è chiarito. Il 24 ottobre a Milano, ai Bagni Misteriosi, Giorgio Gori, Lorenzo Guerini e Pina Picierno hanno promosso l’incontro “Crescere”, rivendicando apertamente una piattaforma alternativa su crescita economica, politica industriale e politica estera. A fine novembre, a Prato, lo stesso gruppo ha rilanciato il messaggio, parlando esplicitamente della necessità di discutere non la segreteria ma la candidatura alla guida del governo. In quei giorni Bonaccini ha scelto di non partecipare e di non commentare. Il silenzio è stato il primo atto politico.

Il correntone e la messa in sicurezza della segreteria

Nel frattempo, il 29 e 30 novembre, a Montepulciano, le aree che sostengono Schlein hanno dato vita a un coordinamento stabile: AreaDem di Dario Franceschini, l’area di Andrea Orlando, gli ex Articolo Uno guidati da Roberto Speranza. Un’operazione esplicita di rafforzamento della maggioranza, rivendicata come sostegno alla segreteria in vista delle scadenze del 2026 e del 2027. In quell’occasione, più interventi hanno richiamato lo statuto del partito e la coincidenza tra segreteria e leadership elettorale.

La settimana successiva, Bonaccini ha sciolto la riserva. In un’intervista televisiva ha parlato di «condizioni per lavorare ancora più uniti», anticipando la decisione poi condivisa con i delegati di Energia Popolare convocati alla vigilia dell’assemblea. Il passaggio non comporta nuovi ingressi in segreteria né modifiche formali agli assetti. Segna però la fine di una minoranza organizzata che, nei fatti, aveva già smesso di esercitare una funzione di opposizione.

L’effetto è immediato. L’assemblea nazionale di domani, formalmente chiamata a votare la relazione della segretaria e il rendiconto amministrativo, diventa il luogo in cui viene certificato un nuovo equilibrio. Con Bonaccini dentro la maggioranza, la leadership di Schlein smette di essere contendibile negli organismi del partito. Non serve un voto sulla candidatura a Palazzo Chigi: la direzione politica è già tracciata.

La minoranza riformista e il fattore territoriale

La frattura si sposta altrove. L’area riformista che si è riunita a Milano e Prato resta fuori da questo perimetro e sceglie una strategia diversa: non lo scontro frontale sulla segreteria, ma il logoramento sulla prospettiva di governo. È una minoranza che parla soprattutto al Nord, che insiste su produttività, impresa, atlantismo, e che concentra il tiro sulla figura della candidata premier, giudicata inadatta a competere su quel terreno. I numeri negli organismi non sono dalla loro parte, ma la pressione mediatica è destinata a continuare.

Le ricadute territoriali sono già visibili e vanno oltre il caso piemontese. In Piemonte, dove Energia Popolare esprime il segretario regionale Domenico Rossi e quello metropolitano Marcello Mazzù, l’equilibrio costruito prima del congresso del 2023 perde copertura nazionale. Il gruppo consiliare a Palazzo Lascaris, diviso tra l’area guidata da Gianna Pentenero e i riformisti, si trova ora senza una mediazione romana. Dinamiche simili si registrano in altre regioni del Nord, dalla Lombardia al Veneto, dove il riformismo amministrativo aveva trovato spazio proprio nella protezione garantita dall’asse con Bonaccini. Al contrario, in Emilia-Romagna, Toscana e in larga parte del Centro-Sud, l’allineamento tra segreterie regionali e linea nazionale risulta già consolidato. La fine dell’eccezione piemontese segnala dunque un passaggio più ampio: la riduzione delle autonomie territoriali costruite su equilibri correntizi non più riconosciuti a livello nazionale.

Domani il Pd arriva quindi a una scelta che non riguarda solo i rapporti interni. Decide se archiviare definitivamente la stagione delle correnti come luoghi di veto e presentarsi come un partito con una linea riconoscibile, anche a costo di restringere il campo. È una decisione che rafforza la segreteria e mette alla prova chi, dentro il partito, continua a parlare di pluralismo mentre lavora per consumare la leadership dall’esterno.

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S.O.S. infanzia, l’allarme Unicef sui bambini a rischio nel mondo: 200 milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria

Sarà che i minori, dalle nostre parti, servono solo quando diventano clava politica. Sarà che i bambini non votano. Così l’S.O.S. infanzia lanciato dai numeri Unicef suonano come flebile rumore di fondo: oltre 200 milioni di bambini avranno bisogno di assistenza umanitaria nel 2026. È una conta che supera la dimensione statistica e fotografa la cedevolezza morale del nostro presente. Conflitti, carestie, instabilità economiche e crisi climatiche convergono nello stesso punto fragile: l’infanzia. Nel nuovo “Humanitarian Action for Children”, l’agenzia chiede 7,66 miliardi di dollari per raggiungere 73 milioni di minori, dai neonati con malnutrizione severa agli adolescenti che vivono tra fronti armati e servizi essenziali in collasso.

Ogni cifra racchiude un mondo perduto. Nelle parole della direttrice Catherine Russell, i bambini sono travolti da dinamiche che non possono governare e che spostano la loro vita come un oggetto trascinato dalla corrente. Gli attacchi a scuole e ospedali continuano senza tregua, mentre nel 2024 le violazioni gravi contro i minori hanno toccato quota 41.370, un record che misura l’intensità del disordine globale. Ne emerge l’immagine di un’infanzia compressa tra violenze, sfollamenti e assenze istituzionali che allargano il vuoto intorno a intere generazioni.

La fame come linea del fronte

La mappa della malnutrizione è un reticolo che si infittisce. Venti milioni di bambini avranno bisogno di assistenza nutrizionale d’emergenza nel 2026, mentre 8,3 milioni risultano esposti a un rischio immediato di carestia in Sudan, Sud Sudan, Yemen e nei Territori palestinesi. In altri Paesi — dalla Somalia alla Nigeria, dalla Repubblica Democratica del Congo all’Etiopia, passando per Haiti, Mali e Myanmar — altri 12 milioni di bambini si trovano sull’orlo dell’insicurezza alimentare. È una fame che non esplode in un istante: avanza in forme lente e quotidiane, consumando i corpi molto prima che le agenzie internazionali la riconoscano come crisi.

In questo scenario si inserisce un paradosso spietato: mentre i bisogni aumentano, gli investimenti globali arretrano. Nel 2025 i programmi nutrizionali dell’UNICEF hanno subito un deficit del 72 per cento, che ha costretto a ridurre gli obiettivi di intervento da 42 a 27 milioni di donne e bambini. Anche la scuola, che rappresenta l’unico presidio possibile di stabilità nelle emergenze, è colpita da un taglio di 745 milioni di dollari. Risultato: aule chiuse, materiali ridotti, insegnanti senza supporti e una generazione che cresce senza nemmeno lo spazio simbolico dell’apprendimento.

Decisioni impossibili, futuro interrotto

La parte più dura del rapporto riguarda ciò che avviene dietro le quinte degli interventi. L’Unicef racconta squadre che, ogni giorno, devono compiere “decisioni impossibili”: concentrare le scorte su una regione lasciandone scoperta un’altra, sospendere attività fondamentali per garantire almeno le terapie salvavita, ridurre la frequenza delle visite nei campi profughi quando il carburante non basta più. È un lavoro che si fonda sulla sottrazione e sulla rinuncia, in cui ogni scelta operativa lascia scoperto un bambino reale, con un nome che non entrerà in alcun comunicato.

In molte aree l’accesso umanitario è quasi del tutto compromesso. Le squadre restano bloccate per giorni; gli operatori diventano bersagli; le comunità vengono raggiunte solo quando la crisi è già maturata. La diplomazia umanitaria — spiegano dall’Unicef — è ormai un elemento essenziale quanto l’acqua o le forniture mediche, perché senza corridoi sicuri anche il miglior programma di aiuti resta una promessa vuota.

Alla fine, la fotografia è questa: un’umanità minorenne che vive con il fiato corto, in una condizione di precarietà permanente. Russell avverte che senza un impegno straordinario il 2026 sarà l’anno in cui il divario tra risorse e sofferenze si trasformerà in una frattura strutturale. Si legge spesso e quasi dappertutto che un mondo che non riesce a proteggere l’infanzia è un mondo che rinuncia a sé stesso. Ma la frase è vuota, ridondante, senza azione. 

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Non esistono zone sicure: a Gaza uccide pure il fango

Il crollo avviene all’alba, nella parte orientale della Striscia di Gaza. Un edificio già lesionato cede sotto la pioggia battente. Il fronte di cemento si accartoccia, schiaccia le tende sistemate ai piedi, inghiotte chi ci dormiva dentro perché altrove non c’era spazio. Le immagini mostrano persone che scavano con le mani nel fango, senza mezzi, senza tempo. Nelle ultime ore le agenzie contano almeno undici morti legati al maltempo: tra loro bambini e un neonato, uccisi dal cedimento di strutture fragili e dal freddo.

Non è cronaca meteo. È la fotografia di una vulnerabilità costruita. Gli edifici colpiti nei mesi scorsi vengono riabitati perché l’alternativa è il nulla; le tende sorgono accanto a muri instabili perché non esistono zone sicure. La pioggia entra nelle crepe già aperte dalla guerra e completa il lavoro. Le Nazioni Unite segnalano che teloni, coperte termiche e tende non reggono alle inondazioni; materiali più solidi restano bloccati o arrivano a intermittenza. Il risultato è visibile: famiglie che cercano di proteggere i figli con ciò che trovano, mentre l’acqua sale.

Intanto i valichi seguono il calendario. Chiusure “ordinarie”, camion in attesa, aiuti che si fermano davanti ai cancelli. Il giorno prima ne sono passati alcuni, il giorno dopo forse altri. Nel mezzo ci sono feriti, malati, sfollati che aspettano autorizzazioni. La pioggia cade senza permessi, i soccorsi no. Ogni ritardo pesa come una scelta.

Sul piano politico, nelle stesse ore rimbalza l’ultimatum sul futuro della Striscia: o una forza internazionale entra sul terreno, oppure l’esercito israeliano resta. È una frase che arriva mentre si contano crolli e ipotermie. Il “dopo” diventa leva negoziale, il presente resta scoperto.

Anche in Israele la stessa tempesta provoca vittime e soccorsi. Stessa pioggia, esiti diversi. La differenza sta nelle infrastrutture, nella protezione, nella continuità dei servizi. Diario di bordo numero cento. La tregua regge nei comunicati. I muri no. E quando crollano, il fango rende tutto più chiaro.

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Ercolano, quando le morti sul lavoro sono omicidio volontario: ecco perché la sentenza può segnare una svolta

Il 18 novembre 2024, a Ercolano, un’esplosione spazza via una fabbrica abusiva di fuochi d’artificio. Tre morti: Sara e Aurora Esposito, gemelle di 26 anni, e Samuel Tafciu, 18 anni. Per loro era il primo giorno. Mercoledì 10 dicembre, in un’aula del Tribunale di Napoli, quella deflagrazione ha cambiato nome giuridico. Il giudice per l’udienza preliminare Federica Girardi ha condannato Pasquale Punzo e Vincenzo D’Angelo a 17 anni e 6 mesi ciascuno per triplice omicidio volontario con dolo eventuale; Raffaele Boccia, indicato come fornitore della polvere pirica, a 4 anni per detenzione di esplosivo. Il rito abbreviato ha ridotto le pene. Il salto sta altrove: nella qualificazione del fatto.

Per le famiglie, in aula, la sentenza ha il peso di una resa dei conti arrivata troppo tardi. Le cronache raccontano di urla, tensioni, perfino l’intervento delle forze dell’ordine. Il dolore resta intero, perché ogni cifra letta dal giudice pesa come una frazione di vita rimasta fuori. La città si ritrova davanti a una scena già vista troppe volte: lavoro irregolare, fretta, margini tagliati, sicurezza trattata come dettaglio. Solo che qui il dettaglio è esplosivo, letteralmente. E quando esplode, fa piazza pulita anche delle formule di comodo.

Perché questa sentenza cambia il perimetro

La formula che regge la condanna – omicidio volontario con dolo eventuale – colloca il caso Ercolano in una zona che il diritto penale attraversa di rado quando si parla di lavoro. Di solito la morte in azienda passa dall’omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme di sicurezza. Qui il giudice ha ritenuto provata l’accettazione del rischio letale: lavorazioni esplosive, contesto clandestino, assenza di presidi e organizzazione della prevenzione. Il rischio diventa prezzo accettato.

Il riferimento tecnico che pesa sullo sfondo è la giurisprudenza della Cassazione a Sezioni Unite del 2014, il caso ThyssenKrupp, che ha tracciato i criteri per distinguere colpa cosciente e dolo eventuale. Ercolano entra in quella cornice: la consapevolezza del pericolo e la scelta di procedere ugualmente, dentro un luogo di produzione che, secondo gli atti e le ricostruzioni, esisteva ai margini della legalità. La sentenza viene definita “storica” dalla CGIL Campania, parte civile, perché indica una strada che porta il profitto illegale fuori dal recinto della colpa. Il sindaco Ciro Buonajuto parla di svolta. Dal Partito democratico arriva una nota di Sandro Ruotolo. Dal livello nazionale, nelle ore successive, si avverte soprattutto assenza: poche parole, nessuna presa in carico politica capace di reggere l’urto di tre bare.

Che cosa può accadere adesso

La prima ricaduta riguarda le indagini. Quando emergono ambienti senza tutele, lavoro irregolare, materiali ad alto rischio, l’ipotesi dolosa entra con più forza nel ventaglio delle contestazioni. Cambiano le strategie, cambiano le soglie di responsabilità, cambiano le misure cautelari: sequestri, perizie, filiere da ricostruire fino alla provenienza delle polveri e alla catena delle decisioni. La seconda ricaduta è politica: la discussione sulla sicurezza del lavoro si misura con pene che diventano certe e severe, oltre la retorica e oltre i comunicati di giornata. La terza è culturale: chiamare le cose con il loro nome sposta l’idea stessa di prevenzione, perché costringe a vedere una continuità fra scelta di risparmiare e possibilità concreta di uccidere.

Restano passaggi decisivi. Le motivazioni della sentenza diranno come il giudice ha ricostruito il nesso tra scelte organizzative e morte. I gradi successivi diranno se il dolo eventuale reggerà. La storia giudiziaria insegna che quel confine è conteso. A Ercolano, tre vite spezzate hanno imposto al diritto una domanda semplice e feroce: quanto vale la sicurezza quando il rischio è consapevole. La risposta, per una volta, pesa come un’esplosione che continua a farsi sentire, anche quando l’aula si svuota.

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Trump punta all’immunità: richiesta di modifica dello Statuto di Roma per impedire alla Corte penale internazionale di perseguirlo

A Washington il diritto internazionale non è nemmeno “fino a un certo punto” (citazione del ministro Tajani). Dalle parti della studio ovale l’unico diritto è quello all’impunità: così gli Stati Uniti chiedono  di modificare lo Statuto di Roma per garantire che Donald Trump e i suoi vertici non possano essere perseguiti dalla Corte penale internazionale (Cpi), né ora né quando il mandato terminerà nel 2029.

È quanto emerge dallo scoop di Reuters, che ricostruisce negoziati riservati e la minaccia di nuove sanzioni contro giudici e funzionari dell’Aja se la Corte non accetterà di blindarsi da eventuali indagini future. Le richieste statunitensi sono tre: lo stop formale all’indagine sui militari americani in Afghanistan, la chiusura del fascicolo sui leader israeliani per la guerra a Gaza e un emendamento che impedisca di processare il presidente.

È l’ultima richiesta, naturalmente, quella che orienta tutto il resto. Nelle conversazioni informali del diritto internazionale compare l’idea che la Cpi potrebbe valutare un’azione su Trump nel 2029, e a Washington nessuno vuole correre il rischio.

La minaccia delle sanzioni e il precedente afghano

L’amministrazione Trump ha già colpito duramente la Corte in passato. All’inizio dell’anno ha imposto sanzioni personali a nove giudici della Cpi, accusati di voler esercitare una giurisdizione «illegittima» sugli Stati Uniti e su Israele. Adesso il livello sale: prendere di mira la Corte come istituzione, congelandone conti, software, operatività quotidiana. Una misura che paralizzerebbe il tribunale proprio mentre indaga su crimini di guerra commessi in territori che fanno parte dello Statuto.

Dentro lo scoop c’è un dettaglio decisivo. L’emendamento richiesto richiederebbe l’approvazione dei due terzi degli Stati parte, e persino maggioranze più alte se la modifica toccasse la giurisdizione. Washington sta chiedendo al mondo di cambiare le regole per garantire un’eccezione personale a un presidente. È un intervento che incide sul principio cardine della Cpi: la possibilità di perseguire chiunque, anche capi di Stato.

Lo scenario del 2029 e la tentazione dell’immunità

La preoccupazione non nasce dal nulla. Da settembre 2025 le forze armate statunitensi conducono una campagna di attacchi contro presunte imbarcazioni di narcotrafficanti nei Caraibi e nel Pacifico latinoamericano: oltre ottanta morti, due sopravvissuti che secondo alcune ricostruzioni sarebbero stati uccisi dopo il bombardamento, un’inchiesta annunciata al Congresso. La Casa Bianca difende l’operazione come rispettosa del diritto internazionale, ma il quadro alimenta interrogativi sul futuro giudiziario della catena di comando.

Nel frattempo la Corte mantiene il profilo istituzionale: ricorda che gli emendamenti allo Statuto sono prerogativa degli Stati parte e non commenta altro. Ma il silenzio non elimina la domanda che attraversa l’Aja. Cosa resta della responsabilità internazionale se un presidente chiede garanzie di impunità prima ancora che esista un’indagine?

La storia recente mostra rapporti oscillanti tra Washington e la Cpi, fra distanza e ritorsione. Questa volta, però, la mossa è più netta. Non si tratta di una disputa giuridica ma della costruzione preventiva di un perimetro di immunità personale. Quando una democrazia comincia a modulare le norme globali per proteggere il proprio leader da possibili processi futuri, racconta molto della traiettoria che ha imboccato. Anche più di quanto dichiara. Forse anche per questo Trump è così invidiato dai governanti delle nostre parti.

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L’Europa in armi e a corto di realtà

Sentite qua: «È possibile che la priorità di chi ci governa oggi sia affrontare tutti i giorni il tema di come reagire alla minaccia della guerra».
E poi: «Se guardate l’Unione europea, oggi abbiamo molti più poveri e disuguaglianze rispetto ai rischi potenziali che derivano da una minaccia reale – non percepita o teorica – della guerra. Forse l’Europa si sta concentrando su priorità che non sono quelle che consentono di costruire un futuro a medio-lungo termine. La parte di difesa è indispensabile, ma se diventa l’unico argomento di discussione, si perde il contatto con la realtà, con le persone che vivono i nostri Paesi».

A pronunciare queste parole ieri, durante l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Luiss di Roma, non è stato un brigante pacifista e nemmeno un classificato “putiniano”. È lo stralcio di un discorso a braccio, pubblicato dal quotidiano Il Domani, di Carlo Messina, consigliere delegato e amministratore delegato del gruppo Intesa Sanpaolo. Un gruppo bancario tutt’altro che santo quando si parla di interessi trasversali sugli armamenti e quindi anche sulle guerre.

Che la guerra sia l’ultimo rifugio degli incapaci non lascia dubbi. Ma in questi mesi stiamo assistendo anche alla guerra come bromuro di qualsiasi altra istanza, comprese le più fondamentali per la dignità – se non addirittura la sopravvivenza – dei cittadini europei.

Che Trump sogni lo sbriciolamento dell’Europa non lascia molti dubbi. Farlo diventare l’unico punto dell’agenda politica è il miglior regalo che gli si possa fare.

Buon venerdì.

 

Foto di Jørgen Håland su Unsplash

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Caso Moussa Diarra, l’opposizione all’archiviazione dei legali della famiglia prova a ribaltare la ricostruzione della Polfer

Chissà quante volte deve morire ancora Moussa Diarra, giovane maliano caduto sotto i colpi della Polfer alla stazione di Verona il 20 ottobre 2024. La richiesta di archiviazione sembrava l’ultimo capitolo. L’opposizione presentata dagli avvocati della famiglia – Paola Malavolta e Francesca Campostrini del Foro di Verona, Fabio Anselmo e Silvia Galeone del Foro di Ferrara – costruisce invece un contro-racconto che rilegge ogni dettaglio di quelle ore.

Le immagini che circolano prima dell’interrogatorio

Il punto cruciale, per i legali di Diarra, arriva dalle analisi sul telefono dell’agente che ha sparato. I video della stazione risultano condivisi in una chat WhatsApp interna già alle 7.50, molto prima dell’interrogatorio e molto prima che quei filmati venissero depositati nel fascicolo e messi a disposizione della difesa. Le sequenze che dovrebbero guidare un’indagine terza scorrono negli smartphone degli stessi agenti coinvolti. L’ipotesi di versioni allineate diventa, per i difensori, una traccia digitale verificabile.

Secondo la ricostruzione ufficiale l’intervento scatta all’improvviso, alla vista di Moussa nel salone della stazione. I messaggi interni raccontano altro: foto del ragazzo inviate alle 6.38, immagini dei danneggiamenti, indicazioni operative, scambi continui nella chat di reparto. L’inseguimento appare, nella lettura dell’opposizione, come esito di una ricerca mirata, costruita minuto dopo minuto, più che come reazione istintiva di due agenti colti di sorpresa.

In questo contesto la decisione di uscire solo con la pistola assume, per i legali della famiglia, un peso drammatico. Gli ordini di servizio indicano l’agente che ha sparato come operatore designato al taser, eppure taser, sfollagente e radio di reparto restano in armadietto. La Polizia Locale, aggredita due ore prima dallo stesso Moussa, sceglie protezioni e distanze, un assetto prudente persino dopo un contatto fisico diretto.

La dinamica dei sette secondi e il coltello che non taglia la narrazione

Anche le immagini delle telecamere stridono con il racconto accolto dalla Procura. Lo spazio alle spalle dell’agente risulta ampio, libero, ben visibile nei frame. Il tempo utile alla ricostruzione è una clessidra spietata: sette secondi dal momento in cui il poliziotto esce sul piazzale a quello in cui Moussa cade a terra. In quei sette secondi la versione dell’agente Polfer concentra valutazioni, avvertimenti verbali, un colpo “fuori sagoma”, una pausa, la mira al torace, un terzo colpo presentato come “ragionato”. Per i difensori, osservata con rigore, la sequenza perde credibilità. Anche il consulente tecnico della Polizia Scientifica, nelle conclusioni citate dall’opposizione, registra la rapidità dei tre spari.

Poi c’è il coltello. L’oggetto impugnato da Moussa viene descritto nell’atto come posata seghettata in plastica e metallo, utensile domestico con capacità lesiva limitata. Sulla reale portata di un oggetto simile contro una divisa spessa come quella degli agenti ferroviari, l’opposizione segnala un vuoto nell’accertamento tecnico. Per i legali della famiglia, proprio su questo terreno si incrinano le basi della proporzione tra offesa e difesa, cardine della legittima difesa.

L’ultima immagine arriva ancora da un telefonino di un collega: Moussa a terra, ancora vivo, e l’agente che invita a riprendere il coltello prima di tutto. Nelle carte l’episodio viene indicato come prova dell’urgenza di registrare la scena mentre la vita scivola via davanti alla telecamera.

Gli avvocati chiedono l’imputazione coatta per omicidio colposo con ipotesi di eccesso colposo in legittima difesa. Il giudice dovrà decidere se aprire un varco dentro un’indagine che, sin dalle prime ore, si era chiusa su una sola versione.

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