Vai al contenuto

M5S: a forza di forzare la politica poi la magistratura diventa una segreteria (politica)

Leggere prima di commentare compulsivamente. Vale per tutti: per i piddini antigrillo che in queste ore sono diventati feticisti di quelle stesse Procure che tutti i giorni gli stanno decimendo il partito e, d’altra parte, i piè veloci grillini che commentano partendo dal titolo come fanno gli ultrà che scambiano strisce pedonali per bandiere.

Dunque: che una sentenza possa essere strumentalizzata come ente decisionale ultimo della candidatura a sindaco per un città come Genova mette i brividi. Gli anti-Travaglio in pratica sono diventati per un giorno dei ciucciamanette pur di attaccare il nemico senza rendersi conto della goffaggine messa in scena. Si tenta (male) di convincere una schiera di fideisti che la Cassimatis (bocciata da Grillo e il fantomatico staff) debba essere la candidata del Movimento 5 Stelle. Si racconta, insomma, che un tribunale abbia ordinato a Grillo di perdere. E c’è gente che ci crede, pure. Come se domani Emiliano vincesse le primarie del PD per sentenza (sì, ciao) e Renzi venisse condannato di essere il tesoriere del circolo di Canicattì e niente di più.

 

(continua su Left)

Giovanardi indagato per mafia. E fa già ridere così.

(l’articolo è di Giovanni Tizian per l’Espresso)

L’ultima crociata del senatore Carlo Giovanardi sarà, forse, la più difficile da affrontare. Dovrà infatti difendersi dalle pesanti accuse che gli contestano i magistrati di Bologna. L’attuale membro della commissione antimafia – già ministro e sottosegretario berlusconiano – è indagato per rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio e minaccia o violenza a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. Il tutto con l’aggravante di aver rafforzato l’associazione mafiosa, agevolandola. In questo caso specifico, l’associazione, risponde al nome di ‘ndrangheta emiliana.

Giovanardi, in pratica, avrebbe utilizzato notizie riservate e fatto pressioni indebite per salvare dall’interdittiva antimafia del prefetto una società di costruzioni modenese, esclusa dai lavori pubblici perché condizionata dalle cosche. Il titolare dell’azienda Bianchini costruzioni è sotto processo per concorso esterno alla mafia a Reggio Emilia, insieme ai capi bastone dell’organizzazione criminale. Ma il senatore, è l’ipotesi degli inquirenti, non si è fatto alcuno scrupolo nel montare una campagna contro prefetti, investigatori e magistratura, per tutelare un imprenditore che con gli uomini del padrino Nicolino Grande Aracri andava a braccetto.

Con i titolari di questa azienda di San Felice, paesone colpito pesantemente dal sisma del 2012, l’ex ministro si è incontrato varie volte. Anche nel suo studio. Per il politico modenese i Bianchini sono imprenditori seri, guai a chi lo mette in dubbio. E per questo vanno difesi senza remore, nonostante le pesanti accuse dell’antimafia e il primo pentito della cosca emiliana che ha riempito decine di verbali sugli affari portati avanti con la complicità dell’imprenditore modenese, che oltre a fare la parte del leone nella ricostruzione post terremoto aveva ottenuto lavori anche nei cantieri Expo di Milano.

A Giovanardi l’avviso è stato notificato lo scorso venerdì, alla vigilia del primo congresso provinciale del nuovo movimento politico, Idea popolo e libertà, di cui è fondatore insieme a Eugenia Roccella e Gaetano Quaglieriello. Tra gli indagati altre tre persone, che lo stesso giorno hanno ricevuto il medesimo avviso, tra questi c’è il capo di gabinetto della prefettura di Modena, Mario Ventura.

Oltre all’informazione di garanzia gli indagati hanno ricevuto la notifica della fissazione dell’udienza davanti al gip, chiesta dai pm Beatrice Ronchi e Marco Mescolini, a maggiore tutela del parlamentare. Infatti, in base all’articolo 6 della normativa sulle «disposizioni in materia di processi penali nei confronti di alte cariche dello Stato», per utilizzare le intercettazioni che riguardano deputati e senatori è necessario chiedere il via libera alla giunta per le autorizzazioni. Nel caso di Giovanardi i pm hanno preferito adottare una cautela ulteriore, e far decidere a un giudice terzo la rilevanza o meno di quelle telefonate “indirette” in cui spunta il senatore, membro peraltro della commissione antimafia. Solo se il gip dovesse ritenerle rilevanti verranno inviate al Senato.

Sempre lo stesso gip dovrà valutare anche i tabulati acquisiti durante i due anni di indagine riservatissima condotta dal nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri di Modena coordinati dai pm che hanno firmato la maxi inchiesta Aemilia, quella sulla ‘ndrangheta emiliana appunto. Non è un caso ovviamente che il filone “Giovanardi” scaturisca da questa indagine.

I sospetti sull’ex ministro iniziano a prendere forma proprio nei giorni immediatamente successivi alla retata “Aemilia”. Da quando cioè l’allora procuratore capo di Bologna, Roberto Alfonso, si recò in gran segreto negli uffici della prefettura modenese per sentire quale persona informata dei fatti l’attuale capo di gabinetto del prefetto, Mario Ventura, indagato ora insieme al politico. Dopo di lui, tenendo sempre un bassissimo profilo, la procura ha ascoltato diversi testimoni: dagli ex prefetti di Modena fino ad arrivare al capo del Girer, il poliziotto Cono Incognito, che guida il gruppo di indagine creato ad hoc per vigilare sulla ricostruzione del dopo sisma.

Sotto i riflettori la strategia per far rientrare alcune aziende storiche del territorio sospettate di vicinanza ai clan negli elenchi “mafia free” della prefettura. Ventura, quando fu ascoltato dai magistrati, definì il suo amico senatore «un martello pneumatico» per le pressioni continue che esercitava con il fine di convincere a riabilitare l’impresa Bianchini. Società attivissima in regione e nella ricostruzione post terremoto, poi bloccata perché condizionata dal clan Grande Aracri, famiglia di ‘ndrangheta con cuore a Cutro, provincia di Crotone, ma testa e cassaforte tra Modena, Reggio Emilia e Parma, da ormai quasi 40 anni.

I video sequestrati
Tra il materiale acquisito dagli investigatori, in parte già mostrato durante il dibattimento in corso a Reggio Emilia contro la ‘ndrangheta emiliana, c’è un video registrato da Alessandro Bianchini, il figlio di Augusto. Entrambi sotto processo per complicità con la cosca, godono di un un ottimo rapporto con Giovanardi. Tuttavia è nella natura dei Bianchini non fidarsi di nessuno. Per questo Alessandro ha l’abitudine di registrare tutti gli incontri che organizza. Così tra i segreti archiviati custodisce nell’hard disk del pc anche i dialoghi con il senatore.

Per i pm un video più degli altri ha un’importanza fondamentale. Porta la data del 18 ottobre 2014: I Bianchni ammettono davanti a Giovanardi di avere fatto fatture false con il gruppo dei “cutresi” e non nascondono il rapporto con Bolognino, il braccio operativo del grande capo don Nicolino Grande Aracri. Confermano in pratica quanto gli contesta la procura. Da questo momento in poi Giovanardi è, secondo i pm, consapevole del ruolo di Bianchini. Ma nonostante ciò ha proseguito nella sua opera di pressing sulle istituzioni. Il pressing, è bene sottolinearlo, secondo Giovanardi rientrava nelle prerogative di un parlamentare, a tutela dell’economia del territorio e per cambiare una legge, quella sulle interdittive antimafia, secondo lui inefficiente e pericolosa.

C’è poi un secondo audio ritenuto di grande interesse. Perché qui il senatore usa parole molto forti. Arrivando persino a dire davanti agli imprenditori che: «A quelli ho detto che se fossi in Bianchini verrei qua con una rivoltella e ammazzo tutti, creando un precedente… folli…folli…».

Le minacce
L’altro capitolo riguarda le minacce di Giovanardi nei confronti di chi non sottostava alle sue richieste. Su sollecitazione di Bianchini, Giovanardi prendeva contatti con tutte le autorità coinvolte: prefetto, capo di gabinetto, questore, comandanti provinciali di carabinieri e finanza, con i loro superiori gerarchici anche a Roma, con stretti collaboratori del ministero interni, e con Bruno Frattasi, direttore ufficio legislativo e relazioni parlamentari.

Tutto con il fine di condizionare l’attività della prefettura, per indirizzare future decisioni e ottenere la revisione del provvedimento su Bianchini. Il senatore ha proseguito la battaglia per mesi. Con modalità tali, sostengono gli inquirenti, da generare preoccupazione in chi riceveva le richieste. Soprattutto in relazione alle ripercussioni cui sarebbero andati incontro qualora non avessero aderito ai desiderata di Giovanardi in merito alla revisione del provvedimento.

Ecco qualche esempio in mano a chi indaga: agli ultimi due prefetti di Modena, il prefetto Benedetto Basile e Michele Di Bari, gli sarebbe stata prospettata l’adozione di un trasferimento ad altra sede o incarico attraverso interventi diretti presso il ministero dell’Interno; agli ufficiali dei Carabinieri è stata paventata la presentazione di esposti all’autorità giudiziaria, e l’avvio di un’incisiva azione parlamentare nel tentativo di influenzare le decisioni di chi avrebbe poi dovuto decidere delle sorti di Bianchini.

Un clima di tensione
Il comportamento e l’atteggiamento di Giovanardi hanno creato un clima di forte tensione all’interno della Prefettura. Tensione soprattuto attorno al prefetto dell’epoca Michele di Bari. Che ha resistito alla richieste continue del senatore, più che certo di centrare l’obiettivo e regalare a Bianchini la nuova iscrizione nelle white list prefettizie.

L’ex ministro berlusconiano non poteva imbarcasi in questa avventura tutto solo. Così all’interno di questo quadro è emerso il ruolo di altri personaggi che a vario titolo si sono spesi per vincere la partita. Un quadro, sostengono i magistrati, in cui la prefettura appare vulnerabile alle interferenze esterne. E in cui l’allora prefetto si è trovato stretto tra l’ ingerenza di Giovanardi, l’intransigenza degli investigatori e un funzionario disponibile ad ascoltare le pretese del politico, che solo tre giorni fa lanciava l’allarme su sicurezza e immigrazione dal palco del congresso provinciale del suo nuovo partito “Idea”.

Negli USA invece gli spari sono “liti domestiche”

Blitz in classe a colpi d’arma da fuoco in una scuola elementare della California. Terrore e sangue stamani, intorno alle 10.30 del mattino locali, le 19.30 in Italia, a San Bernardino. Un uomo ha fatto irruzione in classe e ha ucciso a colpi d’arma da fuoco una docente e poi, secondo la ricostruzione della polizia, si è tolto la vita. Colpiti anche due scolari e sarebbero in gravi condizioni in ospedale. Dopo i primi concitati momenti in cui si è temuto qualunque cosa, la portavoce del distretto scolastico ha dato una prima interpretazione dell’accaduto: all’origine del blitz la volontà dell’uomo di uccidere la donna, una violentissima “lite domestica”. Quando le forze dell’ordine hanno preso il controllo della situazione, il bilancio è stato finalmente accertato. “Sono morti due adulti – ha dichiarato il capo della polizia Jarrod Burguan – e due alunni feriti sono stati trasportati in ospedale”.

In un tweet, il capo della polizia Jarrod Burguan spiega: “Crediamo che si tratti di omicidio-suicidio. E’ avvenuto in classe. Due scolari sono stati trasportati in ospedale”.

La scuola North Park Elementary è stata isolata dalle forze dell’ordine. Burguan ha intimato ai residenti di tenersi lontani dalla scuola durante l’investigazione. Gli scolari della North Park sono stati trasferiti in un vicino liceo, la Cajon High School, dove i genitori stanno accorrendo per recuperarli.

(fonte: Repubblica)

‘Ndrangheta: arrestato il latitante Facchineri, tradito dall’irrefrenabile “pisellino”

L’operazione «Alcova» è stata così denominata in quanto trae origine dal luogo dove è stato catturato Giuseppe Facchineri, classe 1970, personaggio di spicco dell’omonima cosca di ‘ndrangheta operante a Cittanova (RC), gravato da numerosi precedenti di polizia per associazione di tipo mafioso, omicidio, strage, rapina, porto abusivo di armi, violenza e minaccia a Pubblico Ufficiale, furto aggravato, ricettazione, già sorvegliato speciale.

Le vicissitudini giudiziarie più recenti di Facchineri Giuseppe risalgono al 2014, allorquando era stato tratto in arresto unitamente alla madre Facchineri Caterina classe 1943 e al fratello Facchineri Salvatore classe 1974, in esecuzione di un’Ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Palmi per estorsione e rapina in concorso aggravate.

Le indagini, inizialmente coordinate dalla Procura della Repubblica di Palmi e successivamente proseguite dalla Direzione Distrettuale Antimafia, con il coordinamento del Procuratore Federico Cafiero De Raho, erano state avviate a seguito di una perquisizione di iniziativa effettuata nell’abitazione di un residente del luogo.

In quella circostanza i militari avevano rinvenuto un’agenda e alcuni documenti contabili riferiti a rapporti economici non meglio precisati con componenti della famiglia Facchineri.

Tale materiale era infatti apparso subito molto sospetto, soprattutto in ragione del fatto che l’interessato non era stato in grado di fornire alcuna plausibile spiegazione in merito al contenuto e alla natura del rapporti in questione.

Infatti, solo le investigazioni che ne sono conseguite hanno permesso di riscontrare che alla base vi erano delle richieste estorsive, derivanti dalla vendita di dieci bovini (per un importo di 10.000 euro) risalente al 2009 tra Facchineri Caterina e la vittima: quest’ultima, pur avendo regolarmente pagato a suo tempo la cifra pattuita, era poi stata comunque oggetto di continue richieste di danaro, avanzate a titolo di pretesi interessi sul pagamento del bestiame acquistato.

Pertanto, dopo alcuni mesi in carcere, Facchineri Giuseppe era stato ammesso a beneficiare degli arresti domiciliari presso l’abitazione di alcuni familiari in provincia di Arezzo.

Tuttavia, non appena ha avuto inizio il processo in cui era imputato per le citate vicende, le varie testimonianze che si sono susseguite ne hanno evidenziato una posizione sempre più grave, che lasciava presagire ad un’elevata probabilità di riportare una pesante condanna.

Difatti, proprio nel corso dell’udienza del processo celebrata il 16 gennaio 2016, Facchineri aveva addirittura inveito e minacciato di morte la persona offesa.

A quel punto, i reati di cui era già chiamato a rispondere, uniti alla condotta assunta nel corso del processo e alla pericolosità evidenziata, avevano così determinato il ripristino della custodia cautelare in carcere, che però era rimasta ineseguita in quanto Facchinieri non aveva più fatto rientro presso l’abitazione dove scontava gli arresti domiciliari.

Da quel momento sono iniziate le indagini dei Carabinieri della Compagnia di Taurianova, che dopo quasi un anno e mezzo di attività incessanti sono così riusciti a risalire al covo ove il latitante Facchineri continuava ad incontrarsi periodicamente con la moglie.

Infatti, proprio la necessità e il desiderio di continuare a mantenere comunque il contatto con la donna cui era più legato, gli sono stati fatali: alle ore 03.45 circa di questa notte, è stato tratto in arresto al termine di un blitz portato a termine dai Carabinieri di Taurianova, con l’ausilio dei militari dello Squadrone Eliportato Cacciatori e dell’8° Nucleo Elicotteri CC di Vibo Valentia.

(fonte)

È che ci vuole il fisico, per sapere non fare la guerra

Angelino Alfano, ministro agli Esteri: «L’Italia comprende le ragioni di un’azione militare USA proporzionata nei tempi e nei modi, quale risposta a un inaccettabile senso di impunità nonché quale segnale di deterrenza verso i rischi di ulteriori impieghi di armi chimiche da parte di Assad, oltre a quelli già accertati dall’ONU».

Paolo Gentiloni, Presidente del Consiglio: «L’azione ordinata dal presidente Trump. È una risposta motivata a un crimine di guerra. L’uso di armi chimiche non può essere circondato da indifferenza e chi ne fa uso non può contare su attenuanti o mistificazioni».

Nicola La Torre, senatore del PD, presidente della Commissione Difesa al Senato: «L’azione USA è un’opportunità. Obama con Mosca sbagliava strategia. Ogni sforzo diplomatico era azzerato. L’attacco ha fermato la china criminale e può riaprire il negoziato».

Queste le dichiarazioni. E il commento, alla fine, non c’è nemmeno bisogno di scriverlo perché l’ha già detto come meglio non si poteva dire George Orwell nel 1938:

(continua su Left)

Se la guerra è «un’opportunità»

Forte la questione siriana: uno di quegli spettacoli in cui già dopo pochi minuti del primo atto sai come andrà a finire il film e ti convinci che poi qualcuno troverà il coraggio di giustificare le azioni di guerra. E eccolo qua. Leggere per credere:

 

23 aprile, con Santamamma a Milano per Tempo di Libri

“Meraviglie di primavera”. L’ha chiamata così le foto che mi ha mandato, Claudia. Ditemi voi se non ci commuove, ad avere lettori così.

Eccoci a Milano. Il mio libro Santamamma comincia a viaggiare e io, al solito, dietro a lui. Si riattivano le vene che mi legano alle città in giro per l’Italia ed è un viaggio che avevo sperato da tempo. Senza sovrastrutture, senza croste, senza feticismi antimafiosi: con Santamamma in fondo ho la sensazione di tornare a fare il mio lavoro di dieci anni fa quando le storie da raccontare erano il punto centrale.

Basta pruriti di solidarietà: mi arrivano messaggi bellissimi di chi mi racconta quanto ci si è rivisto, di chi mi sottolinea una passaggio o un aggettivo e le osservazioni tornano a essere genuine. Non so se riesco a spiegare che con Santamamma mi scrollo questi ultimi dieci anni: questo sono io. Questo è il mio mestiere.

Nei prossimi giorni aggiorneremo il calendario delle presentazioni (lo trovate qui) ma intanto segnatevi una data: il 23 aprile sarò a Milano per Tempo di Libri, alle 13.30, Sala Tahoma del padiglione 4, alla Fiera di Milano (trovate tutto qui). Poi arriverà Napoli, poi Roma e così un po’ dappertutto. Per organizzare la presentazione vi basta scrivere a spettacoli@giuliocavalli.net.

Mi ha scritto Claudia, una lettrice:

Che dire quando alla fine di un libro lo chiudi e te lo stringi al cuore?
Un libro farcito di frasi “a forma di” sentiero sconnesso, che inciampano pensieri e liberano sospiri…
Caro Giulio, di certo non corri quel “doppio rischio” del “lettore annoiato su una storia che è costata sangue e cuore”.
Nessuna noia a rincorrere quelle parole che si mettono in fila veloci, dando vita ad espressioni che non ti aspetti, eppure perfettamente “calzanti” all’emozione da esprimere.
È stato un piacere. Grazie!

Ed ora io che, distratta dalla mia vita, ho scoperto Giulio Cavalli da poco (mi pare proprio sia stato un regalo del Referendum Costituzionale: doppia vittoria!), dopo aver letto due libri speciali (“Mio padre in una scatola da scarpe” il 28 febbraio, d’un fiato, e “Santa Mamma” in questi giorni) resterò qui in spasmodica attesa del prossimo.

Ecco. Anch’io sono in spasmodica attesa di incontrarvi. Tutti.

Marciamo contro il caporalato

(scritto per i Quaderni di Possibile qui)

Si chiama caporalato ma c’è dentro un bel mazzo di questioni che ci stanno terribilmente a cuore: c’è il lavoro svilito che considera le persone un tanto al chilo, c’è la criminalità che si organizza tra i buchi dei mancati controlli, c’è l’immigrazione che diventa manovalanza a disposizione delle mafie e c’è l’indifferenza intorno che consuma senza porsi troppe domande.

Lo chiamiamo caporalato ma coinvolge una schiera che non sta solo in mezzo ai campi. Come abbiamo scritto nel nostro appello (firmato da noi con Leonardo Palmisano e Marco Omizzolo che di caporalato si occupano tutti i giorni da anni): “il caporale è l’ultimo anello di una catena che salda diversi interessi all’insegna della riduzione dei costi: dalla grande distribuzione che stabilisce il prezzo, passando per i mediatori e i produttori che cercano di massimizzare il loro profitto. E spesso nell’affare entrano anche le mafie, che controllano buona parte della filiera, a partire dai mercati ortofrutticoli, le grandi centrali di raccolta, smistamento e trasporto dei prodotti ortofrutticoli coltivati in Italia o importati dall’estero. Talvolta con la complicità della politica locale”.

Per questo Possibile aderisce alla Marcia nazionale contro la mafia del caporalato di lunedì 17 aprile: perché noi in marcia ci siamo da tempo e non abbiamo nessuna intenzione di fermarci. Chiediamo il ritorno alla centralità del collocamento pubblico; una procura nazionale anticaporalato; una procura antimafia a Foggia; l’aumento del numero degli ispettori del lavoro; una legge che consenta di creare anche in agricoltura cooperative di produzione lavoro; un sistema di accoglienza diffuso nei centri urbani che coinvolga direttamente le comunità; la traduzione in lingue straniere della legge contro il caporalato; l’abolizione del reato di clandestinità; il superamento della Bossi-Fini, prevedendo strumenti di ingresso per la ricerca di lavoro e modalità di regolarizzazione attraverso il lavoro; meccanismi che permettano alle vittime di sfruttamento di avere accesso rapido a indennizzi, risarcimenti e retribuzioni arretrate; misure che rendano estremamente trasparente la filiera produttiva, a partire da un’etichettatura che tracci i singoli fornitori; progetti di assistenza e formazione a livello nazionale e regionale qualificati a sostegno dei percorsi di emancipazione dei lavoratori e delle lavoratrici; politiche di welfare a sostegno dei lavoratori e delle lavoratrici, soprattutto se costrette a subire oltre allo sfruttamento anche violenze fisiche, sessuali e ricatti di varia natura.

Per aderire all’appello basta andare qui. Mentre qui trovate l’evento Facebook.

Giulio Cavalli

Stefano Catone