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«Tu sei quel decimo tentativo»: l’amore secondo Jack London

«Cara Anna, ti ho detto che gli esseri umani possono essere ordinati in categorie? Bene, se l’ho detto, lasciami precisare – non tutti gli esseri umani. Tu mi sfuggi. Non riesco a classificarti, non riesco ad afferrarti. Posso indovinare, nove volte su dieci, a seconda delle circostanze, posso prevedere le loro azioni, quelle nove volte su dieci, dalle loro parole o atti, e posso sentirne il cuore pulsare. Ma al decimo tentativo, rinuncio. Va al di là di me. Tu sei quel decimo tentativo.»

(Jack London, lettera a Anna Strunsky, 1901)

«Secretare l’avviso di garanzia? Solo una scorciatoia»: parla Gratteri

“Intervenire sull’avviso di garanzia, secretandolo, è una scorciatoia: per evitare la gogna mediatica, ci sono altre modifiche da fare. La prima riguarda la stesura delle ordinanze di custodia cautelare e le informative, che non devono contenere nulla che non sia strettamente legato col reato e nulla che abbia a che fare con la vita privata delle persone”. E’ l’opinione di Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro, in merito all’appello lanciato da Stefano Graziano, ex parlamentare Pd, che dal Lingotto, dove è in corso la convention di Renzi, ha chiesto una legge che imponga di mantenere segreto l’avviso di garanzia fino al rinvio a giudizio. Graziando fu indagato per concorso esterno alla camorra e poi le accuse furono archiviate.

“Si devono evitare – aggiunge Gratteri, che tra l’altro fu indicato come possibile ministro della Giustizia, nella fase di formazione del governo Renzi, a elaborato una sua proposta in materia di giustizia – provvedimenti che intervengono solo su singoli punti, per cui ogni volta che c’è un problema si cambia la norma: quando c’è un problema con l’avviso di garanzia si chiede un intervento su questo aspetto, quando si prescrive un processo importante si chiede a gran voce di modificare la prescrizione. Così non va. Alla giustizia, quando la politica avrà la voglia e la libertà di farlo, serve invece, e innanzitutto, un intervento complessivo e strutturale che informatizzi i passaggi e abbatta tempi e costi”.

Torre annunziata: i carabinieri al servizio del boss

(un gran pezzo di Rosaria Federico per Cronache della Campania)

Torre Annunziata. Mazzette dai gestori della piazza di spaccio, orologi, penne: sul libro paga del boss, Franco Casillo, c’erano 11 carabinieri. Dieci rischiano l’arresto o la sospensione dal servizio. Uno è finito già ai domiciliari. Una storia, quella che si è consumata nella compagnia carabinieri di Torre Annunziata, durata almeno fino al 2010 e che ora rischia minare il lavoro di anni di investigazioni nella città del boss Valentino Gionta e nei paesi limitrofi. La richiesta di arresto dell’antimafia napoletana nei confronti di 10 carabinieri, un avvocato e tre camorristi è in calendario la prossima settimana dinanzi ai giudici del Tribunale del Riesame.

I fatti. ‘Ha ditt ‘a zia, tutto a posto’ è il messaggio quello dello chaffeur di donna Gemma Donnarumma, moglie dell’irriducibile boss Valentino Gionta, per consentire la cattura di Carmine Maresca, figlio di Luigi ‘o trippone, assassino del Tenente Marco Pittoni. Il tenente è stato ucciso a Pagani nel corso di una rapina il 6 giugno del 2008. Una cattura, quella di Maresca jr avvenuta con l’intermediazione di Francesco Casillo, énfant prodige della criminalità vesuviana, che era riuscito a instaurare rapporti di corruttela con esponenti delle forze dell’ordine e in particolare con i carabinieri. In quella occasione condusse la trattativa tra la camorra assassina e lo Stato.

Una storia, quella della cattura di Carmine Maresca, all’epoca minorenne, che si interseca con un’altra storia quella raccontata da Francesco Casillo ‘a vurzella, ‘finto collaboratore di giustizia’ di Boscoreale, inserito nel clan Aquino-Annunziata e con forti legami con il clan Gionta di Torre Annunziata.

Una storia che parla di carabinieri ‘infedeli’, di inquinamento delle prove, di regali (orologi marca Buti del valore di 5mila euro, penne Mont Blanc) e mazzette per coprire un traffico di stupefacenti e lo spaccio nella Scampia boschese del Piano Napoli di Via Passanti Scafati, ma anche armi e soffiate per evitare guai giudiziari, o verbali fasulli e finti controlli. Oppure, le soffiate ai carabinieri per far arrestare – con prove false – gli esponenti dei clan avversari.

Un quinquiennio, o forse più, di vita da ‘caserma’ border line – quella della Compagnia di Torre Annunziata, poi divenuta Gruppo – raccontata dai magistrati della Dda di Napoli nella richiesta di arresto riformulata al Riesame nei confronti di dieci carabinieri e quattro tra avvocati e pregiudicati.

Una storia che approderà davanti ai giudici del Riesame di Napoli la prossima settimana con l’Appello del sostituto procuratore Raffaele Falcone e del procuratore aggiunto Filippo Beatrice della Dda di Napoli, contro il mancato arresto in carcere e ai domiciliari o la sospensione dal servizio, di 14 persone: carabinieri, un avvocato e pregiudicati dell’area vesuviana, accusati a vario titolo di falso, favoreggiamento, traffico di stupefacenti e corruzione, aggravati dal fatto di aver agevolato la camorra.

La ricostruzione. Nel 2015 i magistrati antimafia di Napoli chiedono misure restrittive nei confronti di sedici persone, tre vengono arrestate: sono il pluripregiudicato Vincenzo Casillo, a vurzella, 44 anni di Boscoreale e il suo complice Orazio Bafumi, 42 anni originario di Catania, entrambi già detenuti, che ricevono un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Sandro Acunzo, 46 anni, originario di Trecase, maresciallo dei carabinieri in congedo, all’epoca in servizio alla Compagnia di Torre Annunziata va ai domiciliari, mentre al suo collega Gaetano Desiderio, 46 anni di Salerno, maresciallo in servizio attualmente al Comando provinciale di Salerno, viene applicato l’obbligo di residenza.

Ma la richiesta del pm Raffaele Falcone riguarda anche altre persone, per la maggior parte carabinieri come l’ex comandante della Compagnia di Torre Annunziata, il maggiore Pasquale Sario per il quale il giudice per le indagini preliminari nega l’arresto. Decisione che non è stata, però, Appellata dalla Dda di Napoli. Arresto mancato e rinnovata richiesta di arresti ai domiciliari o sopensione dall’esercizio della professione di avvocato per Giovanni De Caprio, difensore di Francesco Casillo che avrebbe avuto il ruolo di riciclare parte dei proventi delle attività e avrebbe fatto da trait d’union tra i militari infedeli e il suo assistito.

Nell’articolato ricorso, presentato il 1 dicembre del 2016, contro l’ordinanza del Gip Anna Laura Alfano del Tribunale di Napoli, emessa a novembre scorso, i pm Falcone e Beatrice chiedono l’arresto in carcere per Sandro Acunzo (già finito ai domiciliari): gli arresti domiciliari o la sospensione dal servizio per Gaetano Desiderio; per Francesco Vecchio (già luogotenente del Nucleo radiomobile di Torre Annunziata oggi in congedo); Franco De Lisio (appuntato in servizio all’aliquota radiomobile di Torre Annunziata); Antonio Formicola (appuntato attualmente in servizio a Castellammare di Stabia); Catello Di Maio (maresciallo oggi in congedo); Antonio Paragallo (in servizio all’epoca dei fatti a Torre Annunziata); Santo Scudieri (appuntato in servizio a Torre Annunziata); Antonio Santaniello, originario di Sarno (brigadiere in servizio alla Compagnia di Nola). Richiesta di arresto in carcere invece per il pregiudicato di Boscoreale Luigi Izzo, alias ufariello, complice di Francesco Casillo.

I magistrati napoletani nel loro Appello ripercorrono parte di un procedimento aperto nel 2010 sulle cointeressenze a partire dagli anni precedenti tra i militari in servizio a Torre Annunziata e noti esponenti della criminalità dei paesi vesuviani. Sotto accusa un sistema di corruttela che vedeva Acunzo tra i principali protagonisti che – mentre era in servizio presso la Compagnia di Torre Annunziata – spartiva con Francesco Casillo e addirittura lo coadiuvava nel traffico di stupefacenti. Un patto di corruttela che Casillo, gestore della piazza di spaccio del Piano Napoli, aveva instaurato con alcuni esponenti dell’Arma dei carabinieri per garantirsi l’impunità.

Nell’emettere l’ordinanza di custodia cautelare il Gip di Napoli muta l’originaria accusa per alcuni dei militari coinvolti di concorso esterno nell’associazione criminale. L’indagine si è arricchita delle dichiarazioni, seppure reticenti, di Francesco Casillo, aspirante collaboratore di giustizia che con la complicità del suo avvocato, Giovanni De Caprio, avrebbe architettato il falso pentimento per poi fuggire all’estero alla prima occasione. Sul libro paga di Casillo numerosi carabinieri che lo avrebbero aiutato, in più occasioni nel suo disegno criminale. In primis Acunzo che avrebbe venduto a Casillo droga per un milione di euro. Droga frutto di parziali sequestri come quelli avvenuti nel Porto di Napoli, il 19 gennaio del 2009, di 257 chili di cocaina. Quel sequestro -secondo i magistrati – doveva essere parzialmente eseguito. Sessantasei chili furono fatti sparire con la complicità di Acunzo per essere restituiti a Casillo. Il patto era questo. I sequestri parziali di grossi quantitativi di droga servivano a Casillo a truffare i narcos che avrebbero pensato di aver perso il carico e contemporaneamente a immettere sul mercato lo stupefacente che avrebbe fruttato milioni di euro. Quel sequestro nel Porto di Napoli del 2009, secondo l’antimafia, che ha arricchito gli elementi in suo possesso con le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia ma anche di testimoni e esponenti dell’arma dei carabinieri integerrimi, fu effettuato dall’allora Maggiore Sario – oggi tenente colonnello – con i suoi uomini del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata tra i quali anche gli infedeli. Serviva a far bella figura visto che in quei giorni vi sarebbe stata la visita in caserma di un alto esponente dell’Arma dei carabinieri. Ma mentre, Sario – sostengono i magistrati – voleva accrescere il suo prestigio, c’era chi invece accresceva solo i suoi guadagni.

La conoscenza tra Sario e Casillo – è il pregiudicato a raccontarlo – avviene in occasione dell’uccisione del tenente Marco Pittoni. Quando Casillo chiede all’allora maresciallo dei carabinieri di Boscoreale, Varriale, di parlare con il suo superiore per concordare quella trattativa tra camorra e Stato per la cattura del killer dei Gionta. Storie nella storia che si intrecciano.

Chi smentisce Renzi? L’ISTAT

(Andrea Del Monaco per HP)

Perché non credere a Matteo Renzi? Lo dice l’Istat.
Nel 2016 abbiamo pagato 17 miliardi di tasse in più che con Monti, 50 miliardi in più che con Berlusconi.
Il rapporto Debito/PIl continua a salire: dal 129% nel 2013 al 132,6% nel 2016.
Renzi, come Monti e Letta, ha continuato la riduzione del deficit (e degli investimenti) per raggiungere il pareggio di bilancio.
La pressione fiscale sale e poi scende di poco:
41,6% nel 2010
43,6% nel 2013
43,3% nel 2015
42,9% nel 2016
I redditi da lavoro dipendente scendono da 169,6 miliardi nel 2011 a 161,9 miliardi nel 2015.

Secondo Matteo Renzi “ci sono stati premier che andavano in Europa con la giustificazione, come a scuola, premier tecnici animati da sentimento antipatriottico e antitaliano”. Secondo i dati dell’Istat anche Renzi è andato in Europa con la giustificazione: l’austerità europea impone l’aumento delle entrate.

Per Tomaso Montanari non si può credere a Matteo Renzi. Vediamo perché: con il suo Governo nel 2016, rispetto al 2014, abbiamo pagato più tasse, imposte e contributi speciali per 14,69 miliardi. 17 miliardi in più rispetto al 2013. 36 miliardi in più rispetto al 2011. Il prelievo fiscale, ovvero la somma in termini assoluti di tasse, imposte e contributi speciali, è aumentato costantemente: 667,6 miliardi nel 2010, 681 miliardi nel 2011, 700 miliardi nel 2013, 702,59 miliardi nel 2014, 713 miliardi nel 2015, 717,28 miliardi nel 2016. Che significa? Che con la sua manovra del 2015, nel 2016 Matteo Renzi ci ha fatto pagare 14 miliardi di tasse e imposte in più di Enrico Letta, 17 miliardi in più di Mario Monti, 50 miliardi in più di Berlusconi nel 2010.

L’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi dovrebbe rammentarlo quando ripete di aver abbassato le tasse. E anche quando dice: “Se non fossi stato anche segretario del Pd, non avrei vinto sulla flessibilità: è successo perché dietro avevo il consenso al 41 per cento!”. Purtroppo la flessibilità sul deficit è una briciola: poiché ci siamo impegnati con Bruxelles alla riduzione progressiva del deficit strutturale di bilancio fino al suo azzeramento nel 2019 (il pareggio di bilancio) Matteo Renzi spaccia per flessibilità una minore riduzione del deficit rispetto a quanto chiesto da Bruxelles.

L’1 marzo 2017 l’Istat ha pubblicato il Report su PIL e indebitamento. La tabella riporta i dati dal 2010 estratti da tale documento e dal Report analogo del 2 marzo 2015. Il Governo Renzi ha continuato le politiche di austerità iniziate da Berlusconi nel 2010 perché non ha cambiato il pacchetto normativo architrave dell’austerità (l’Italia nel 2011-2013 redige e poi sottoscrive con Monti il Two Pack, il Six Pack e il Fiscal Compact).

Osserviamo cosa è successo ricordando una cosa: i dati di un anno sono la conseguenza del ciclo economico dell’anno stesso e della manovra effettuata dal governo nell’anno precedente. Così i dati del 2010 sono la conseguenza del ciclo economico del 2010 e della manovra del governo Berlusconi dell’anno 2009.

1) Il Governo Renzi riduce l’indebitamento netto più dei suoi predecessori: lo deve fare perché l’Italia, dopo l’uscita dalla Procedura per disavanzi eccessivi, si è impegnata a raggiungere il pareggio di bilancio nel 2019. Importante: riducendo il deficit tagliamo gli investimenti e ci avvitiamo nella crisi.
Nel 2010 il Pil sale dell’1,7% e il deficit netto è del 4,2% del Pil.
Nel 2011 il Pil sale dello 0,6% e il deficit netto scende al 3,5% del Pil.
Nel 2012, anno peggiore della crisi internazionale, il Pil crolla del 2,8% e il deficit netto si riduce al 2,9%.
Nel 2013, dopo la manovra di Monti del 2012, il Pil cala ancora dell’1,7% e il deficit netto rimane al 2,9% del Pil.
Nel 2014, dopo la manovra di Letta nel 2013, il Pil sale solo dello 0,1% e il deficit netto è al 3% del Pil.
Nel 2015, dopo la manovra di Renzi nel 2014 e grazie alla ripresa del Pil mondiale, il Pil italiano sale dello 0,8% e il deficit netto scende al 2,7%.
Nel 2016, dopo la manovra di Renzi nel 2015 e la continua ripresa del Pil mondiale, il Pil italiano sale solo dello 0,9% e il deficit netto si riduce al 2,4% del Pil.
Quindi Renzi è stato più austero di Monti sul deficit.

2) Il Governo Renzi aumenta il prelievo fiscale come tutti i suoi predecessori; aumenta la pressione fiscale rispetto a quella dell’ultimo Berlusconi e la riduce di poco rispetto a quella di Enrico Letta. Vediamo dopo la manovra di Berlusconi nel 2009 cosa è successo:
Nel 2010 la pressione fiscale è al 41,6% e abbiamo pagato complessivamente 667,6 miliardi tra tasse, imposte e contributi speciali (il prelievo fiscale).
Nel 2011, dopo la manovra di Berlusconi, la pressione fiscale rimane al 41,6% e il prelievo fiscale sale a 681,2 miliardi.
Nel 2012 la pressione fiscale è salita di due punti percentuali al 43,6%, e addirittura abbiamo versato allo Stato 703,86 miliardi: il prelievo è aumentato di 22 miliardi (ricordate l’Imu?).
Nel 2013, dopo la manovra del Governo Monti, la pressione fiscale è rimasta stabile al 43,6% e il prelievo fiscale è sceso a 700 miliardi.
Nel 2014, dopo la manovra di Enrico Letta, la pressione fiscale scende dello 0,3% al 43,3% e il prelievo fiscale sale a 702,59 miliardi.
Nel 2015, dopo la manovra del Governo Renzi, la pressione fiscale rimane la stessa del governo Letta, il 43,3%, e il prelievo fiscale balza di 10,5 miliardi arrivando a 713,1 miliardi.
Nel 2016, dopo la manovra Renzi del 2015, la pressione fiscale scende dal 43,3% al 42,9% e il prelievo fiscale sale a 717,2 miliardi.
In conclusione, da Monti (secondo Renzi antipatriottico) all’ultimo Renzi 17 miliardi di tasse e imposte in più.

3) L’aumento del prelievo fiscale colpisce maggiormente i lavoratori dipendenti il cui reddito cala. Gli ottimisti che avversano i gufi diranno: il PIL sale degli zero virgola, e, seppur di poco, la pressione fiscale dal 43,3% di Letta scende al 42,9% nel 2016. Vero! Ma la pressione fiscale scende per chi? Per Flavio Briatore? O per l’operaio? Per la segretaria d’azienda o per il professionista titolare di un grande studio? Purtroppo sia il dato della pressione fiscale sia il dato del Pil comprendono tutti contribuenti e non esiste un’analisi differenziata per classi economiche e classi sociali. Può essere interessante vedere i redditi da lavoro dipendente; essi scendono costantemente di alcuni miliardi dal 2010.
Nel 2011 erano pari a 169,6 miliardi.
Nel 2012 scendono a 166,1 miliardi, nel 2013 calano a 164,7 miliardi.
Nel 2014 scendono ancora a 163,4 miliardi.
Nel 2015 calano ancora a 161,9 miliardi.
Purtroppo non sono presenti i dati del 2010 e del 2016. Urge una banale considerazione su cosa accade dal 2011 al 2015: la pressione fiscale sale dal 41,6% al 43,3% e il prelievo fiscale da 681 a 713 miliardi; i redditi da lavoro dipendente scendono da 169,6 a 161,9 miliardi. Quindi, i lavoratori dipendenti, in cinque anni, con un reddito che scende e la pressione fiscale che sale, hanno sentito duramente il peso dell’austerità.

4) L’11 ottobre 2016 Renzi su Rai 3 nella trasmissione Politics aveva assicurato che il rapporto Debito/PIL sarebbe diminuito nel 2016. Al contrario è salito.
Vediamo i dati:
Nel 2010 il rapporto Debito/PIL era al 115,3%, nel 2011 è sale al 116,4%, nel 2012 balza al 123,3%, nel 2013 aumenta ancora al 129%, nel 2014 sale al 131,8%, nel 2015 arriva al 132% e nel 2016 aumenta ancora al 132,6%.
La previsione di Renzi era impossibile da verificarsi in quanto le regole dell’austerità sono rimaste uguali: poiché dobbiamo azzerare il deficit, tagliamo gli investimenti e il nostro Pil cresce poco trainato solo dalla crescita mondiale. E quindi quel rapporto è destinato ad aumentare. Renzi e Padoan si sarebbero dovuti ricordare Keynes: al contrario hanno perseguito il consolidamento fiscale per obbedire al mercantilismo della Merkel. In conclusione Monti e Letta hanno perseguito le politiche di austerità rivendicando l’obbedienza al Fiscal Compact. Renzi ha continuato le stesse politiche e ha dichiarato di combattere l’austerità.

istat

La moda del “non partito”. Ora anche Pisapia.

Ne scrive bene Silvia Bianchi per Gli stati Generali che in riferimento alle frasi di Giuliano Pisapia (che dice che un partito “sarebbe contrario al mio modo” e poi “i partiti oggi non hanno quell’appeal, secondo i sondaggi hanno un livello di fiducia del 3%“):

Schifare la “forma partito” è molto di moda, da Mani Pulite in avanti: non lo era quello di Berlusconi; non lo è il M5S; persino i fuoriusciti del Pd, frammenti del suo organigramma, si definiscono pudicamente “Movimento” (anche se, per ora, l’unico movimento percettibile è lo spostamento dei parlamentari da un punto all’altro degli emicicli di Camera e Senato). Ma ammantarsi dell’aura del “civismo” può diventare un trucco per nascondere la polvere dei dissensi sotto al tappeto, per camuffare una macchina elettorale messa al servizio di un autoproclamato leader e dei suoi cooptati o per ingentilire un’ammucchiata di ceto politico in cerca di seggi parlamentari.

Spero che i tanti che – a dire di Pisapia – si stanno avvicinando con entusiasmo al Campo Progressistasiano consapevoli di questi rischi e che qualcuno intenda mettere il problema sul tavolo. Certamente la costruzione di un partito è un lavoro lungo, poco affascinante e complicato, soprattutto se il tempo a disposizione è poco (anche per questo sarebbe meglio che le fasi fondative non avvenissero in vista delle elezioni…); ma è l’unico modo per garantire che le idee di ciascuno abbiano una chance democratica di affermarsi.

(l’articolo è qui)

Arrestato dopo 20 anni il boss Perrone, tradito dal suo profilo facebook

Incastrato dal profilo Facebook dopo 20 anni di latitanza. È stato arrestato venerdì sera all’aeroporto di Fiumicino a Roma Giulio Perrone, 65 anni, latitante dal 1998: deve scontare una condanna definitiva a 22 anni di carcere per associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di droga. Era nella lista dei latitanti più ricercati d’Italia. Attraverso Facebook è stata scoperta la sua falsa identità, Saverio Garcia Galiero (quest’ultimo era il vero cognome della madre) con cui viveva a Tampico, in Messico, dove si era ricostruito una vita nell’anonimato, con una nuova moglie e figli messicani. Fermato ed espulso dalle autorità locali, è arrivato così a Roma per scontare la sua pena.

Di Perrone, nato a Gragnano in provincia di Napoli, si erano perse le tracce già nel1994. All’epoca dei fatti era considerato un elemento di spicco della criminalità organizzata attiva nell’importazione di consistenti quantitativi di droga, come la cocaina, dalla Germania. La merce trasportata in Italia veniva poi ceduta a più committenti appartenenti a importanti cartelli camorristici del napoletano, tra cui i clan Mazzarella, Formicola, Polverino, Tolomelli. Perrone era stato arrestato il 13 gennaio 1993 insieme alla moglie e a un’altra persona, mentre stava portando in Italia oltre 16 chilogrammi di cocaina destinati alla vendita al dettaglio da parte delle famiglie camorristiche.

Dove trovare i soldi? Da una carbon tax arrivano almeno 8 miliardi di euro.

(ne scrive Luca Alterini per Greenreport)

Lo stato insulare di Singapore è piccolo (neanche il triplo dell’isola d’Elba) ma economicamente assai agguerrito. Rappresenta uno dei principali snodi commerciali al mondo e una piazza finanziaria di livello globale, ma è anche sede di una florida attività di raffinazione petrolifera. Sono ben tre gli impianti presenti, tra i quali – oltre a quello della Singapore refining company – si annoverano le più grandi raffinerie possedute da Shell (500mila barili il giorno) ed ExxonMobil (600mila barili).

Una presenza ingombrante che non ha impedito al governo della città-stato di annunciare l’introduzione di una carbon tax a partire dal 2019 per ridurre l’impatto dei grandi emettitori di gas serra, come le centrali elettriche e le raffinerie. I margini di profitto delle multinazionali petrolifere presenti a Singapore, già pressate da una crescente concorrenza, saranno limati: i costi a barile si stima saliranno di 3,5-7 dollari, ma ridurre le emissioni di COeq viene ritenuto più importante. Singapore mira a ridurre del 36% rispetto al 2005 le proprie emissioni di gas serra entro il 2030, con l’obiettivo di raggiungere il picco in quell’anno. La carbon tax rappresenta l’asso nella manica calato dal governo, e verrà fissata attorno ai 7-14 dollari per tonnellata di CO2. Non molto, ma è un inizio.

Possiamo imparare qualcosa da quest’iniziativa? Il ministro dell’Economia italiano, Pier Carlo Padoan, è appena rientrato da un duro confronto con la Commissione Ue, che impone al Paese un ulteriore manovra finanziaria pari allo 0,2% del Pil, circa 3,4 miliardi di euro, pena l’attivazione della procedura d’infrazione. Dove trovare i soldi? Il ritocco all’insù delle accise sui carburanti – sui quali ancora grava il tributo per la guerra d’Abissinia – è inviso alla maggioranza di governo, contraria per il pessimo appeal che una simile decisione avrebbe sull’elettorato.

Una scelta più lungimirante sarebbe quella di guardare ad esempi come quello di Singapore, non certo il primo a introdurre una carbon tax: secondo la Banca mondiale sono ormai 40 i paesi e 20 tra città e province ad aver introdotto una tassazione sul carbonio.

Sulle pagine di Possibile è Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto club a sottolineare che «questa sarebbe l’occasione giusta per una revisione della fiscalità che coinvolga tutti i combustibili fossili utilizzati nel Paese, includendo anche la generazione elettrica, favorendo quindi gli interventi di efficienza delle rinnovabili e, indirettamente, del metano. Considerando infatti che il prezzo della CO2 nell’ambito dell’ETS (European Emission Trading Scheme, ndr) è sceso a 5 €/t, è evidente che questo strumento non è assolutamente in grado di fornire segnali di mercato, con una decisa penalizzazione degli efficientissimi impianti a gas a ciclo combinato rispetto alle centrali a carbone».

Secondo Silvestrini, ipotizzando una carbon tax in Italia pari a «20 €/t, le entrate sarebbero dell’ordine di 8 miliardi, una cifra che consentirebbe di far fronte agli impegni europei, di tagliare del 10% le bollette elettriche grazie ad un alleggerimento della componente A3 e di ridurre il costo del lavoro». Un intervento, dunque, che al rispetto degli aridi meccanismi di austerità europei aggiungerebbe almeno una rilevante componente di politica industriale, utile per affrontare anche la spinosa partita della globalizzazione: «Per quanto riguarda le industrie energivore – aggiunge infatti Silvestrini – va appoggiata la richiesta inviata da più parti a Bruxelles (ultima quella del produttore di acciaio ArcelorMittal) di introdurre una tassa sui beni importati in Europa in relazione al contenuto di carbonio. Una Border Tax di questo tipo, contenuta anche nella citata proposta degli ex ministri del Tesoro Usa, andrebbe mantenuta fino all’introduzione di una carbon tax a livello mondiale».

In attesa che la comunità internazionale si impegni a muoversi nella direzione giusta, già a livello nazionale è possibile fare molto. Una revisione ad ampio raggio della fiscalità italiana, che vada oltre l’introduzione di una carbon tax per incentivare un impiego più efficiente delle risorse naturali (ad esempio con un credito di imposta sugli acquisti di prodotti realizzati in materiale riciclato), offrirebbe nuovo slancio alla competitività economica del Paese insieme alla possibilità di ridurre le imposte sul lavoro: come già mostrato da autorevoli economisti, il potenziale delle tasse verdi in Italia ammonta almeno a 25 miliardi di euro. Peccato che nessun governo abbia finora spinto per attivarle.

L’unità solo professata e l’alibi della complessità

Non so se ne rendano conto, là a sinistra di quel che resta del Partito Democratico, di come appaia qui fuori il can can del movimento apparente di queste ultime settimane. Non so soprattutto se qualche sprovveduto possa sinceramente sperare che il Paese reale, quello che prende di rincorsa la coincidenza pendolare ogni mattina, abbia il tempo e la voglia di studiare ogni posizionamento tattico di ciò che avviene nel quadro politico del Paese.

In un’Italia storicamente bipolare scissa tra i filo governativi e quegli altri (e, ultimamente con l’aggiunta di quelli “contro tutti”, poi volendo essere ottimisti ancora tra destra e sinistra) il frastagliamento partitico e parlamentare ingenera una confusione pericolosamente funzionale. A sinistra, per esempio, i fuoriusciti da PD (sotto l’immediata sigla di “Articolo 1 – Movimento Democratico e Progressista”) ci tengono a dirci che sono contrari alle politiche renziane (che hanno tutti votato), di ritenere il PD un partito irredimibile (altrimenti ovviamente se la sarebbero giocata al congresso, verrebbe da dire) ma di volere sostenere il governo Gentiloni (che di Renzi è la naturale prosecuzione) dimenticandosi di dirci esattamente cosa farebbero loro e come. E, che a loro piaccia o no, la sensazione è che si siano seduti in un angolo in attesa della caduta dell’ex presidente del consiglio in posizione di concorso esterno congressoso.

Ieri Giuliano Pisapia (capo putativo di un movimento putativo come ‘Campo Progressista’) ci ha tenuto a dirci ancora una volta che il suo non sarà un partito (secondo la solita formula dell’antipolitica ma in salsa raffinata e borghese) ma che la sua missione sarà “federare”. Chi con chi, oltre a se stesso, rimane un mistero.

(continua su Left)

Parabita: il Comune finanzia la mafia con i voucher

(Piccole storie ignobili. Ne parla Il Fatto)

Lo strumento con cui il governo Renzi avrebbe dovuto combattere il lavoro nero, nel Salento, è finito nelle tasche delle cosche di mafia. A Parabita (Lecce) il clan Giannelli, sodalizio storico della Sacra Corona Unita, ha sostenuto nel 2015 l’ultima campagna elettorale di alcuni esponenti politici locali, ricevendo in cambio una serie di favori. Ma risalgono a prima ancora gli scambi tra l’amministrazione e il clan che in città tutto poteva: dall’assunzione di sodali nella ditta che gestisce la raccolta dei rifiuti all’occupazione abusiva di case popolari, dalla gestione di negozi per investire il denaro sporco fino, appunto, all’assegnazione (viziata) di voucher per prestazioni lavorative occasionali. È tutto documentato nella relazione che il prefetto di Lecce Claudio Palomba ha inviato a novembre 2016 al ministero dell’Interno e che ha costituito parte integrante della proposta di scioglimento del consiglio comunale di Parabita, consegnata il 15 febbraio scorso dal ministro Marco Minniti al presidente della Repubblica. Il consiglio dei ministri ha poi deliberato lo scioglimento per infiltrazioni da parte della criminalità organizzata dell’assise cittadina il 17 febbraio e Sergio Mattarella ha firmato il decreto il 4 marzo.

“Ex vicesindaco può favorire ancora il clan”. Il sindaco fa ricorso
La commissione straordinaria (composta dai viceprefetti Andrea Cantadori, Gerardo Quaranta e al dirigente Sebastiano Giangrande) per i 18 mesi di incarico, fino alle prossime elezioni, avrà il compito di “rimuovere gli effetti pregiudizievoli per l’interesse pubblico”, ma dalla relazione del prefetto e dalla proposta del ministro emergono nuovi dettagli. Non si parla solo dell’ex vicesindaco di Parabita ed ex assessore ai Servizi sociali Giuseppe Provenzano, lista civica Uniti per Parabita (centrodestra), accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e già arrestato a dicembre 2015 nell’ambito della maxi-operazione “Coltura”, insieme ad altre 21 persone. Se lo stesso Provenzano, infatti, come documentato dalle intercettazioni, si autodefiniva il “santo in Paradiso” del clan, è anche vero che Minniti ha ricordato come sia stata la stessa Corte di Cassazione, in una sentenza dell’aprile 2016 (quindi successiva al blitz), a sottolineare il rischio che l’ex vicesindaco “potesse continuare a favorireesponenti del sodalizio criminale, anche grazie ai contatti con amministratori ancora in carica e indicati come vicini all’associazione mafiosa”. Eppure il primo cittadino Alfredo Cacciapaglia non ci sta e, ritenendo di aver agito sempre all’insegna della legalità, già nei giorni scorsi ha annunciato ricorso contro il decreto di scioglimento.

L’indagine e i rapporti con il clan Giannelli
La maxioperazione fu l’epilogo di un’indagine condotta dai carabinieri del Ros, che fecero luce sui rapporti tra l’amministrazione e il clan Giannelli, sodalizio legato al boss storico Luigi Giannelli (condannato all’ergastolo). A gestire gli affari di famiglia era Marco Antonio Giannelli (tra gli arrestati), al secolo “il Direttore“, figlio del boss. L’inchiesta è alla base anche della relazione della commissione d’inchiesta che ha indagato proprio sul rapporto tra il clan e l’amministrazione comunale di Parabita. Nel frattempo, il 12 ottobre scorso, nel giudizio abbreviato il gup Michele Toriello ha inflitto 18 condanne (20 anni a Marco Giannelli). Provenzano ha scelto il rito ordinario. Nella proposta del ministro Minniti “si dà atto della sussistenza di concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti e indiretti degli amministratori locali con la criminalità organizzata di tipo mafioso e su forme di un loro condizionamento” e della capacità del sodalizio “di inquinare l’amministrazione comunale di Parabita”.

“Il patto col gruppo mafioso per la campagna elettorale”
Nella relazione del ministro si sottolinea il ruolo dell’ex vicesindaco Provenzano, come “veicolo consapevole per favorire gli interessi criminali, sulla base di un vero e proprio patto di scambio politico-mafioso”. Secondo questa tesi, “pur non essendo inserito organicamente nel sodalizio”, l’amministratore “si è dimostrato a completa disposizione del clan”. Si parte dal voto di scambio: il gruppo mafioso, infatti, “ha pubblicamente e palesemente sostenuto la campagna elettorale di alcuni esponenti politici locali”. Una vicinanza evidente anche dalle esternazioni che i vertici del sodalizio hanno pubblicato in rete sulla vittoria elettorale incassata a maggio 2015.

Voucher, rifiuti, alloggi popolari: i presunti favori
Nella proposta di scioglimento si fa poi riferimento all’assegnazione di contributi economici e voucher per prestazioni lavorative occasionali avvenuta con “procedura viziata”, ossia dopo un sorteggio pubblico che si svolgeva alla presenza di dipendenti del Comune o di soggetti non identificati. Tra i beneficiari, i soliti esponenti della criminalità organizzata, loro familiari o persone frequentate abitualmente dai sodali. Il prefetto Palomba ha descritto l’impegno dell’amministrazione ad assumere appartenenti al clan presso la ditta che gestisce la raccolta dei rifiuti solidi urbani del Comune.

Anche la commissione d’indagine ha messo in luce “le discutibili modalità di affidamento del servizio di igiene urbana” a una ditta che si è aggiudicata l’appalto alla fine di un procedimento che si era concluso a favore di un’altra impresa, la cui offerta è stata poi ritenuta anomala dalla commissione di gara. E, sempre, in tema, c’è la questione delle assunzioni del capoclan e di due sodali all’interno della stessa ditta, dal gennaio 2010 (poco prima dell’insediamento del sindaco, all’epoca al suo primo mandato). I tre sono stati poi stabilizzati il 3 aprile 2013, cosa che ha comportato “un aumento del costo annuale del servizio”. Si è passati dai 945mila euro del 2012 (con 27 dipendenti a tempo indeterminato) a un milione e 45mila euro del 2013 (con 33 dipendenti), per un costo di 100mila euro per l’ente. Tuttora l’impresa in questione svolge la propria attività grazie a diverse proroghe, disposte dal Comune con ordinanze sindacali e delibere di giunta in attesa delle procedure di gara dell’ambito.

Ma il Comune non avrebbe fatto nulla nemmeno per contrastare l’occupazione abusiva degli edifici pubblici, permettendo anzi che esponenti del clan utilizzassero senza alcun diritto gli alloggi popolari. Il sindaco avrebbe, invece, “requisito con propria ordinanza alcuni beni, destinandoli a soggetti che non rientravano nella graduatoria ufficiale degli aventi diritto”. Tra queste persone, anche un pregiudicato che era solito frequentare il clan. Ci sarebbero, poi, stati dei contatti tra l’amministrazione e il sodalizio affinché Marco Antonio Giannelli potesse riciclare il denaro sporco in attività commerciali, attraverso un prestanome.

E mentre il 10 gennaio 2016, in occasione di un incontro di calcio al campo sportivo comunale, un gruppo di tifosi ha inneggiato slogan in favore del vicesindaco che era stato arrestato poche settimane prima, il sindaco e alcuni assessori si sono guardati bene dal partecipare alla marcia per la legalità, organizzata a Parabita in concomitanza con l’incontro di calcio ed alla quale erano invece presenti i consiglieri di minoranza e tre di maggioranza.

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