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Licenziato dopo un trapianto: bastardi al lavoro

Non è tanto la notizia a provocare la pelle d’oca quanto i commenti: sull’altare della produttività (presunta, tra l’altro, poiché non c’è progresso senza dignità) questo Paese sta scivolando in una patetica deriva di affezione e mitizzazione per i bastardi. E noi chissà se ce ne stiamo accorgendo.

I fatti: Antonio Forchione ha 55 anni e fa l’operaio alla Oerlikon Graziano, un’azienda metalmeccanica di Rivoli (Torino) con 700 dipendenti nella sede piemontese e ben 1500 in tutta Italia. Attenzione: la Oerlikon Graziano era già entrata nelle cronache (quelle melmose) per la “pause collettive” di nove minuti che concede ai propri dipendenti che avevano provocato già un certo disgusto. Ma torniamo a noi: Antonio qualche tempo fa si ritrova con in mano una brutta cartella clinica che gli racconta di un tumore dentro il suo fegato e pochi mesi di vita.

Per fortuna un trapianto riesce ad avere un insperato successo e a gennaio, dopo sei mesi di “malattia”, Antonio ha potuto rientrare in fabbrica. Gli chiedono di usare tutte le ferie arretrate. Accetta. Sa, Antonio, che non potrà rientrare nella sua posizione lavorativa abituale ed è pronto a un demansionamento pur di arrivare alla pensione. Del resto riciclarsi per tornare utili è l’unica strada per molti lavoratori della sua generazioni. L’azienda invece lo licenzia: “inabile al lavoro” c’è scritto nel suo foglio di via.

Inabile al lavoro oggi significa irrimediabilmente inutile. Non ci sono mediazioni. La dignità dell’uomo è tutta nella sua realizzazione. Anche professionale. Così Antonio oggi è ufficialmente “malato”, colpevole di essere guarito. Non c’è posto, tra mille e cinquecento persone, per un trapiantato. Che schifo.

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Dovremmo essere tutti femministi

(Terrorizzato dall’idea di essere oggi l’ennesimo uomo che si infila nella retorica dell’8 marzo lascio lo spazio del mio buongiorno alle parole che la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie pronunciò nel 2013 durante una TED Talk. Molto meglio lei, credetemi.)

 

Dovremmo essere tutti femministi.

Dunque, mi piacerebbe iniziare parlandovi di uno dei miei più grandi amici, Okuloma Mmaduewesi. Okuloma viveva nella mia strada e si prendeva cura di me come un fratello maggiore. Se mi piaceva un ragazzo, chiedevo l’opinione di Okuloma. Okuloma è morto nel tristemente noto incidente aereo di Sosoliso, in Nigeria, nel dicembre del 2005. Esattamente quasi sette anni fa. Okuloma era una persona con cui potevo discutere, ridere e parlare apertamente. È stata anche la prima persona a chiamarmi femminista. Avevo circa quattordici anni, eravamo in casa sua, discutevamo. Entrambi infervorati con informazioni a metà prese dai libri che avevamo letto. Non mi ricordo su cosa vertesse questa discussione in particolare, ma ricordo che mentre continuavo ad argomentare, Okuloma mi guardò e disse: “Sai, tu sei una femminista.” Non era un complimento. Potevo capirlo dal suo tono, lo stesso tono che si usa per dire cose del tipo “Sei una sostenitrice del terrorismo.” Non sapevo esattamente cosa questa parola “femminista” significasse e non volevo che Okuloma capisse che non ne avevo idea. Allora l’ho messa da parte e ho continuato a discutere. E la prima cosa che avevo intenzione di fare, quando sono tornata a casa, era di cercare la parola “femminista” nel dizionario.

Ora, andando velocemente avanti, arriviamo a qualche anno più tardi. Ho scritto un romanzo su un uomo che, tra le altre cose, picchia la moglie e la cui storia non finisce molto bene. Mentre stavo promuovendo il romanzo in Nigeria, un giornalista, un uomo gentile, ben intenzionato, mi ha detto che voleva darmi un consiglio. E, mi rivolgo ai nigeriani qui, sono sicura che abbiamo tutti familiarità con la velocità con cui le persone forniscono consigli non richiesti. Mi disse che la gente riteneva che il mio romanzo fosse femminista e il suo consiglio per me – e stava scuotendo la testa tristemente mentre parlava – era che non mi sarei mai dovuta definire una femminista, perché le femministe sono donne infelici che non riescono a trovare marito. Così ho deciso di definirmi una “femminista felice.” Poi una docente, una donna nigeriana, mi disse che il femminismo non era la nostra cultura, che il femminismo non era l’Africa e che mi definivo una femminista perché ero stata corrotta dai libri “occidentali.” E mi ha divertito, perché un sacco della mie prime letture erano decisamente non-femministe. Penso di aver letto ogni singolo romanzo rosa della Mills & Boon prima ancora di avere sedici anni. E ogni volta che provo a leggere quei libri chiamati “classici femministi”, mi annoio e faccio davvero fatica a finirli. Ma ad ogni modo, dal momento in cui il femminismo era non-africano, ho deciso che mi sarei definita una “felice femminista africana.” Ad un certo punto ero una felice femminista africana che non odiava gli uomini, che amava i lucidalabbra e che indossava i tacchi alti per se stessa, ma non per gli uomini. Naturalmente molte di quelle cose erano ironiche, ma la parola “femminista” ha un bagaglio così pesante, un bagaglio negativo. Odiate gli uomini, odiate i reggiseni, odiate la cultura africana, quel genere di cose.

Ora, eccovi una storia della mia infanzia. Quando ero alle elementari, la mia insegnante disse all’inizio del quadrimestre che avrebbe dato alla classe un test, e chi avrebbe realizzato il punteggio più alto sarebbe diventato capoclasse. Bene, essere capoclasse era una cosa importante. Se diventavi capoclasse, dovevi scrivere i nomi di chi faceva rumore, e già soltanto questo dava un grande potere. Ma la mia insegnante dava anche un bastone da tenere in mano mentre si camminava in giro e si controllava la classe da chi faceva rumore. Ecco, naturalmente non era permesso usare il bastone, ma era una prospettiva entusiasmante per la bambina di nove anni che ero. Volevo così tanto essere capoclasse, e ottenni il punteggio più alto nel test. Poi, con mia sorpresa, la mia insegnante disse che il capoclasse doveva essere un ragazzo. Si era dimenticata di fare prima questa precisazione perché riteneva fosse ovvio. Un ragazzo aveva avuto il secondo punteggio più alto nel test e lui sarebbe diventato capoclasse. La cosa ancora più interessante di questa faccenda è che il ragazzo aveva uno spirito dolce e gentile e non aveva alcun interesse nel pattugliare la classe con un bastone. Mentre io, ero piena di ambizioni per farlo. Ma ero femmina e lui era maschio, e così divenne il capoclasse. E non ho mai dimenticato quell’episodio.

Mi capita spesso di fare l’errore di pensare che se qualcosa che è ovvio per me, lo è altrettanto per chiunque altro. Ora, prendete il mio caro amico Louis , ad esempio. Louis è brillante uomo progressista, e facevamo delle conversazioni in cui mi diceva : “Io non so cosa intendi quando dici che le cose sono diverse o più difficili per le donne. Forse in passato, ma non adesso.” E non capivo come Louis non riuscisse a vedere qualcosa che sembrava così evidente. Poi una sera, a Lagos, Louis ed io siamo usciti fuori con degli amici. E per le persone qui che non hanno familiarità con Lagos, ci sono quei meravigliosi soggetti tipici di Lagos, una manciata di uomini energici che si ritrovano fuori dagli edifici e molto platealmente vi “aiutano” a parcheggiare la vostra auto. Ero rimasta colpita dalla particolare teatralità dell’uomo che ci aveva trovato un posto auto quella sera. E così, mentre ce ne stavamo andando, ho deciso di lasciargli una mancia. Ho aperto la mia borsa, ho messo la mano dentro la mia borsa, tirato fuori i soldi che avevo guadagnato facendo il mio lavoro, e li ho dati all’uomo. E lui, quest’uomo molto riconoscente e molto felice, ha preso i soldi da me, ha guardato Louis e ha detto: ” Grazie, signore! ” Louis mi ha guardato sorpreso e ha chiesto: “Perché mi ringrazia ? Non gli ho dato io i soldi”. Poi ho visto che Louis stava cominciando a rendersi conto. L’uomo credeva che, qualsiasi soldi avessi, in fin dei conti provenissero da Louis, perché Louis è un uomo.

Ora, gli uomini e le donne sono diversi. Abbiamo ormoni diversi, abbiamo diversi organi sessuali, abbiamo diverse abilità biologiche; le donne possono avere bambini, gli uomini non possono. Almeno, non ancora. Gli uomini hanno il testosterone, e sono in genere fisicamente più forti delle donne. Ci sono leggermente più donne che uomini nel mondo. Circa il 52% della popolazione mondiale è di sesso femminile. Ma la maggior parte delle posizioni di potere e prestigio sono occupate da uomini. La Premio Nobel per la Pace, recentemente scomparsa, Wangari Maathai, lo ha descritto in termini semplici e efficaci quando ha detto:

“Più alto si va, meno donne ci sono.”

Nelle recenti elezioni americane abbiamo sentito più volte della legge Lilly Ledbetter. E se andiamo oltre il bel nome allitterativo di questa legge, vedremmo che trattava di un uomo e una donna che fanno lo stesso lavoro, ugualmente qualificato e dove l’uomo viene pagato di più perché è un uomo. Così, in modo letterale, gli uomini governano il mondo. E questo aveva senso migliaia di anni fa. Perché gli esseri umani vivevano allora in un mondo in cui la forza fisica era l’attributo più importante per la sopravvivenza. La persona fisicamente più forte era la più adatta a comandare. E gli uomini in generale sono fisicamente più forti; naturalmente, ci sono molte eccezioni. Ma oggi viviamo in un mondo molto diverso. La persona con più probabilità di comandare non è la persona fisicamente più forte, è la persona più creativa , la persona più intelligente, la persona più innovativa, e non ci sono ormoni per questi attributi. Un uomo ha le stesse probabilità di una donna di essere intelligente, di essere creativo, di essere innovativo. Ci siamo evoluti, ma mi sembra che le nostre idee sul genere non si siano evolute.

Qualche settimana fa sono entrata nella hall di uno dei migliori alberghi nigeriani. Ho pensato di dire il nome dell’hotel, ma probabilmente non dovrei. E un guardiano all’ingresso mi ha fermato e mi ha rivolto delle domande irritanti. Poiché si suppone automaticamente che se una donna nigeriana cammina in un albergo da sola, allora è una prostituta. E, a proposito, perché questi hotel si concentrano sull’apparente offerta, piuttosto che sulla domanda, di prostitute? A Lagos, non posso andare da sola in molti bar rinomati e nei club. Semplicemente non ti lasciano entrare se sei una donna sola. Devi essere accompagnata da un uomo. Ogni volta che entro in un ristorante nigeriano con un uomo, il cameriere saluta l’uomo e ignora me. E qui qualche donna avrà detto: “Sì, anch’io l’ho pensato!” I camerieri sono prodotti di una società che ha insegnato loro che gli uomini sono più importanti rispetto alle donne. E so che i camerieri non intendono fare uno sgarbo, ma una cosa è saperlo razionalmente, e un’altra è sentirlo emotivamente. Ogni volta che mi ignorano, mi sento invisibile. Mi sento turbata. Voglio dire loro che sono tanto umana quanto un maschio, che sono altrettanto meritevole di riconoscimento. Queste sono piccole cose, ma a volte sono le piccole cose che pungono di più.

Non molto tempo fa ho scritto un articolo su cosa significa essere una giovane ragazza a Lagos e un conoscente mi ha detto: “Era così rabbioso.” Certo che era rabbioso. Io sono arrabbiata. Il genere, per come funziona oggi, è una grave ingiustizia. Noi tutti dovremmo essere arrabbiati. La rabbia ha una lunga storia nell’apportare un cambiamento positivo, ma oltre ad essere arrabbiata, io sono anche fiduciosa perché credo profondamente nella capacità degli esseri umani nel rinnovare se stessi per il meglio.

Il genere conta ovunque nel mondo, ma voglio concentrarmi sulla Nigeria e sull’Africa in generale, perché la conosco e perché è dove sta il mio cuore. E vorrei chiedere di cominciare adesso a fare sogni e progetti per un mondo diverso. Un mondo più giusto. Un mondo di uomini più felici e donne più felici, più onesti verso se stessi. Ed è così che bisogna iniziare. Dobbiamo crescere le nostre figlie in modo diverso. Dobbiamo crescere anche i nostri figli in modo diverso. Facciamo un pessimo lavoro con i ragazzi, nel modo in cui noi li alleviamo. Noi soffochiamo l’umanità dei ragazzi. Definiamo la virilità in modo molto limitato. La virilità diventa questa piccola gabbia rigida e noi mettiamo i ragazzi dentro la gabbia. Insegniamo ai ragazzi ad essere spaventati dalla paura. Insegniamo ai ragazzi ad essere spaventati dalla debolezza, dalla vulnerabilità. Noi gli insegniamo a mascherare la loro vera essenza, perché devono essere, come dicono in Nigeria, ” uomini duri!”.

Alle scuole superiori, se un ragazzo e una ragazza, entrambi adolescenti, entrambi con la stessa quantità di soldi, uscissero fuori, ci si aspetta che sia sempre il ragazzo a pagare, per dimostrare la sua virilità. E ancora ci chiediamo perché i ragazzi sono più propensi a rubare i soldi dai loro genitori. Che cosa accadrebbe se sia i ragazzi che le ragazze venissero educati a non collegare la virilità con i soldi? Cosa succederebbe se l’atteggiamento non fosse: “Il ragazzo deve pagare “, ma piuttosto: “Chi ha di più, dovrebbe pagare.” Ora, naturalmente a causa del vantaggio storico, sono quasi sempre gli uomini ad averne di più oggi. Ma se cominciamo a crescere i figli in modo diverso, allora in cinquant’anni, in un centinaio di anni, i ragazzi non sentiranno più la pressione di dover dimostrare questa virilità.

 

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Aziende in crisi per truffare i fornitori: così la ‘ndrangheta si prende il Nord Est

Acquisivano aziende in difficoltà economica, poi le intestavano a dei prestanome e così realizzavano delle truffe ai danni di ditte fornitrici di diversi prodotti ma anche a banche ed istituti finanziari. Il volume d’affari che erano riusciti a far “girare” con le truffe è stato stimato intorno alla cifra di 12 milioni di euro.

Stamani però è scattato il blitz durante il quale i carabinieri di Venezia, coordinati dalla Dda del capoluogo lagunare, hanno eseguito una decina di misure cautelari e una sessantina di perquisizioni, nell’ambito di un’indagine che farebbe luce sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta calabrese nel tessuto economico del Nord Italia.

Per gli inquirenti i destinatari dei provvedimenti farebbero parte di un sodalizio criminale contiguo proprio alla ‘ndrangheta. Agli indagati vengono contestati i reati di violenza aggravata dal metodo mafioso, truffa, bancarotta fraudolenta, ricettazione e riciclaggio.

I DETTAGLI DELL’OPERAZIONE “NUOVA FRONTIERA”

Le misure cautelari eseguite stamani, nell’ambito dell’operazione denominata “Nuova Frontiera”, sono sette in tutto, e l’indagine è scattata nell’area di San Donà di Piave. Una sessantina, invece, le persone iscritte nel registro degli indagati a cui si contesta, a vario titolo, i reati con l’aggravante, per diversi di loro, di aver agito avvalendosi di metodi mafiosi e per agevolare la ‘ndrangheta calabrese, attraverso le sue articolazioni.

Le perquisizioni – che sono ancora in corso – sono state effettuate in varie regioni d’Italia nei confronti dei presunti ricettatori e fiancheggiatori. Dalle indagini è emerso che oltre 150 imprese siano state truffate con un danno stimato intorno ai 5 milioni di euro.

Sono state individuate diverse società e imprese individuali in Veneto che erano divenute obiettivo del gruppo e utilizzate per mettere in atto le truffe ai danni di imprenditori di diverse regioni della Penisola, ad eccezione della Calabria che sarebbe stato invece il luogo di destinazione dei beni ottenuti illecitamente.

Documentate, poi, truffe ai danni di società di leasing e ad istituti bancari, ma anche reati relativi all’utilizzo indebito di carte di pagamento così come casi di bancarotta fraudolenta, patrimoniale e documentale. Quasi tutte le aziende acquisite, difatti, venivano portate al fallimento.

IL MODUS OPERANDI

Da quanto accertato dai carabinieri, il gruppo individuava ed acquisiva le società in difficoltà finanziaria intestandole a dei prestanome così da presentarsi sul mercato come affidabili partner commerciali; tramite le ditte effettuava le truffe e poi le faceva fallire; le aziende si mandavano in bancarotta nel volgere di brevi periodi (circa 90 giorni) così di sfuggire alla reazione delle vittime e alle ricerche degli investigatori; successivamente si ricollocava sul mercato centinaia di tonnellate di prodotti della più disparata tipologia (generi alimentari, latticini, frutta, materiali per l’edilizia e l’idraulica, gruppi elettrogeni, container refrigeranti, ecc.); il ricollocamento avveniva in particolare in Calabria grazie ad una vasta rete di ricettatori del posto(alcuni dei quali contigui alle cosche); i proventi illeciti venivano poi riciclati attraverso delle società di leasing inconsapevoli, cui si chiedevano servizi funzionali alle attività; inoltre si utilizzavano carte carburanti intestate a flotte aziendali inesistenti, utilizzate per l’effettuazione dei rifornimenti e la rivendita clandestina del prodotto petrolifero acquisito illecitamente.

IL COMMESSO MINACCIATO ED IL MARKET SVUOTATO

Le indagini evidenzierebbero dunque un “metodo mafioso” adottato da alcuni componenti del sodalizio, tra i quali uno dei due arrestati, accusati di aver minacciato e percosso un giovane commesso stagionale, dopo averlo condotto di forza nel retrobottega di un supermercato di Jesolo Lido (VE), unità gestita in affitto d’azienda attraverso una società che sarebbe stata asservita alla compagine criminale.

La punizione sarebbe scattata perché il giovane si sarebbe permesso di caldeggiare, legittimamente, la busta paga, paventando, in alternativa, di rivolgersi alle organizzazioni sindacali e così scatenando la capacità intimidatoria del gruppo, che fino ad allora era stata latente. L’episodio risale alla fine di agosto del 2015.

Il supermercato in questione, la notte tra il 30 e 31 agosto di quell’anno, venne svuotato ed abbandonato, suscitando grave apprensione tra i fornitori della zona, raggirati dal sodalizio che da questa operazione ci avrebbe guadagnato di diverse centinaia di migliaia di euro. Il market, secondo quanto accertato dagli inquirenti, riusciva a fruttare almeno cinquemila euro al giorno, al netto delle spese, trattandosi di merce che veniva acquistata con la formula di pagamento a 30, 60 o 90 giorni, tempo sufficiente al gruppo per mettere a segno le eventuali truffe e poi sparire.

L’episodio intimidatorio documentato per gli inquirenti sarebbe “significativo di un innalzamento della pericolosità nel territorio economico veneto manifestata dal gruppo criminale, che pur di realizzare consistenti illeciti profitti” non sarebbe arretrato nei propri propositi “e che, anzi, di fronte agli ostacoli legittimamente posti dal tessuto “sano” della società locale” non avrebbe esitato a utilizzare anche in Veneto metodiche di stampo mafioso.

L’obiettivo di queste condotte sarebbe, evidentemente, quello di condurre ad una posizione di sudditanza il singolo e soprattutto il lavoratore, facendolo diventare un “comodo strumento” non solo dei datori di lavoro ma soprattutto di quei datori “che, per di più avvalendosi di metodiche violente e intimidatorie, hanno danneggiato pesantemente l’economia del territorio veneto”.

I DESTINATARI DEL PROVVEDIMENTO

In arresto sono finiti in due. Si tratta di Michelangelo Garruzzo, 56enne originario di Rosarno (nel reggino) ma da tempo trapiantato in provincia di Treviso; e Antonio Anello, 63enne originario di Curinga (nel catanzarese), che viveva di solito tra la Calabria e il Veneto.

In cinque, invece, considerati come sodali dei due, in pratica il “braccio operativo” del gruppo, sono stati raggiunti dall’obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria: F.S., 70enne di Pescara; A.D., 32enne di Curinga (CZ); P.R., 34enne di Curinga (CZ); G.S., 31enne di Rosarno (RC) e G.C., 47enne di Rosarno (RC),

Quanto alla presunta contiguità con la ‘ndrangheta, in particolare: Garruzzo è ritenuto continua alla cosca Pesce di Rosarno e Anello ai “Fiarè” di San Gregorio d’Ippona (nel vibonese), clan alleato ai Mancuso di Limbadi.

Ad Anello è stata contestata, tra l’altro, anche l’aggravante di aver continuato a commettere reati, sotto il vincolo associativo, nel triennio successivo alla cessazione degli effetti della misura di prevenzione personale, dato che il Tribunale di Catanzaro, fino a settembre del 2011, l’aveva stato sottoposto alla sorveglianza speciale.

I furbi della K-Flex: investire i soldi (pubblici) italiani per andare all’estero. E licenziare qui

Fatelo sapere anche agli innamorati di Marchionne: sventolare italianità per usare i soldi pubblici traslocando all’estero è un metodo che continua a prendere piede qui da noi mentre qualcuno si ostina a urlarci nelle orecchie che le riforme funzionano, che i dati non sono fatti ma gufi e tutto va ben madama la marchesa.

L’ultima in ordine del tempo è la K-Flex, azienda leader nel settore della gomma plastica, che dopo avere intascato qualcosa come dodici milioni di euro (12.000.0000) ha pensato bene di investirli all’estero (l’ha ammesso la figlia del proprietario, Marta Spinelli, durante un incontro in Assolombarda) dove ha intenzione di spostare la produzione lasciando a casa 187 lavoratori.

A nulla sono valsi i tentativi di mediazione di Regione Lombardia e del Governo: da più di un mese il presidio permanente dei lavoratori si scontra contro il muro di gomma dell’azienda. «Siamo imprenditori e andiamo dove il mercato ce lo chiede» ci spiega sornione il fondatore Amedeo Spinelli.

 

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Parla il boss Abbatino: «Sono un morto che cammina. Carminati mi vuole morto»

(Un articolo di Emiliano Luzzi di qualche anno fa che vale la pena ripescare)

“Sono un morto che cammina”, dice da una località protetta che si guarda bene da rivelare. “Ho una taglia sulla testa, metto il piede a Roma e mi ammazzano”. Ai tempi, lo chiamavano Il Crispino, per via dei capelli riccioluti. Poi, per ragioni romanzesche, è diventato Il Freddo. Oggi, Maurizio Abbatino ha 61 anni. Per la prima volta da quando non è più in carcere accetta di parlare con un giornale. E’ un signore che, dopo una vita passata con generalità false o protette, ha ritrovato il suo vecchio nome, quello che fece di lui il re della peggiore malavita romana. La Banda della Magliana: che con Franco Giuseppucci, Il Negro (Il Libanese nella fiction), ha formato e guidato.

Da allora, però, Roma è cambiata: lei è davvero convinto che ci sia chi vuole morto un personaggio senza più potere?
Poi le racconterò quante volte, anche nel corso della mia seconda vita, ci hanno provato. Ma secondo lei Roma è proprio così cambiata? Qualche scemo mi ammazzerebbe solo per prestigio criminale.

Solo per il semplice fatto che lei era il boss della Banda della Magliana?
Non ero il boss.

Insomma, aveva molto potere sugli altri.
Non avevo nessuno sopra di me, ma non ero il capo. Eravamo in molti a decidere.

Quanta gente ha ammazzato?
Tanta. Troppa. Non voglio ricordare.

Chi l’ha ereditato il suo potere?
Un certo Massimo Carminati.

Lo conosce bene lei…
Sì, me lo sono portato dietro quando feci il primo attentato con i tubi innocenti. Un ragazzo serio.

È Carminati a volerla morto?
Anche, ma non solo lui. Nel corso del tempo ho ricevuto molti segnali. Carminati sicuramente è uno di quelli, poi ci sono gli apparati deviati. Quando, dopo la mia confessione, sono stato arrestato, mi hanno spedito a Spoleto, poi volevano mandarmi a Poggioreale. E lì era detenuto Carminati per il furto al caveau della Cassazione. Lo evitai per un soffio. Ma anche quando ero in Sudamerica, sempre in carcere e prima che collaborassi, mi misero in cella con un avvocato che aveva per sé, nella prigione, un appartamento. E sono certo che mi stavano per far fuori.

Lei fu arrestato dopo sei anni di latitanza per una telefonata a casa. La scoprirono così. La rifarebbe quella telefonata?
La feci. Non sono un fesso, sapevo che c’era la possibilità che venissi intercettato. Non avevo chiamato per cinque anni, ma era arrivato il momento. Non potevo vivere con quei pesi, con la droga e con l’alcol. Non mi consegnai, ma non feci nulla per sfuggire alla cattura. Sapevo del rischio, mettiamola così.

Perché decise di collaborare con la giustizia e fece arrestare i suoi ex compagni?
Non ero più protetto. E poi avevano ammazzato mio fratello, lo avrebbero fatto anche con me. Lo faranno, visto che lo Stato mi ha lasciato solo, senza più protezione. E le parla uno che ha un senso di rispetto per la giustizia. Ho collaborato proprio perché non avvenisse più niente di tutto quello che fu. Roma era il Far West.

Secondo lei esiste però una nuova Banda della Magliana?
Esiste Carminati. Che era freddo, lucido. Il più freddo e lucido di noi. E quello con più potere di attrazione. A ogni assoluzione il potere di Carminati è cresciuto. Ha avuto la fortuna di godere di protezioni dall’alto e di essere imputato nell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli insieme a Giulio Andreotti.

Ma lei dalla sua nuova vita e col nome protetto sapeva di Carminati?
Tutti sapevano. Tutti. Non c’era più sangue come allora, come ai tempi in cui la Banda crebbe, ma un altro tipo di potere, e tutto nelle mani di Carminati e dei suoi.

Li hanno arrestati tutti però?
Sì, sono in galera, ma tra pochi anni saranno tutti fuori. E non sono certo che altri non siano liberi.

Secondo lei Carminati uccise Pecorelli?
Non ho le prove. Ho elementi che mi fanno presupporre che fu lui. Non è un mistero che quell’omicidio nacque nel nostro ambiente, nella banda della Magliana. Ordinato da altri, noi lo eseguimmo

Lei era legato a Carminati. Il Cecato o Il Nero, come lo vogliamo chiamare?
Avevo rispetto. Ho messo esplosivi con lui. Era dei nostri, nonostante fosse molto diverso da noi. Comunque sul primo attentato al quale accennavo prima, durante la mia deposizione il nome di Carminati lo lasciai fuori. Ci sono arrivati i magistrati e allora cambiai la mia versione. Ma l’ho anche coperto.

Ci sono persone alle quali il suo ricordo è rimasto legato?
Oltre a mio fratello?

Si, oltre a lui. Parlo dei suoi compagni di malavita.
Franco Giuseppucci.

E Renatino De Pedis?
Anche lui. Ma poi iniziò a fare riferimento alla mafia di Pippo Calò. Era diverso, a modo suo, da noi. De Pedis amava un’altra vita, la bella vita. Pensava ai soldi e li metteva da parte. Agiva con altro spirito, è sempre stato amante dei poteri e della vita da nigth.

Anche lei era pieno di quattrini.
Io avevo la malattia del gioco d’azzardo, li bruciavo, i quattrini. De Pedis no. Non era come me. Ma eravamo legati, certo. Amici.

E’ stato scritto tutto sulla Banda della Magliana?
Una parte di storia. Ma non tutta. Io potrei continuare a parlare, ma a un certo punto mi sono fermato fino al punto in cui avevo le prove. Oltre non sono andato. Non potevo. Ma la storia della banda della Magliana è molto più complessa. E c’entra molto di più con la P2 rispetto a quanto è emerso. Lei tenga conto che ogni tanto il generale Santovito, l’ex capo del Sismi, mi faceva arrivare i saluti. Io non l’avevo neanche mai conosciuto. A un certo punto, non so se per la nostra capacità di uccidere e il controllo del territorio, ma eravamo rispettati dai poteri deviati e da una certa politica, allora molto influente. E se Mafia Capitale, come è stata ribattezzata, è emersa quando ormai tutti sapevano e non potevano fare a meno che esplodesse lo scandalo, qualcuno li aveva coperti. Carminati sapeva benissimo che lo avrebbero arrestato.

Lei parla ancora come un boss.
Sono uno che ha sempre letto i giornali. Tutti sapevano. Tutti conoscono le coperture di Carminati.

Perché lei è così certo che la vogliano morto?
Io non so tutto, ma so molto. Anche di quello che non è emerso. E non credo che sia solo la malavita in giro a volermi far fuori, ma anche alcuni apparati, un tempo servizi segreti, oggi non so più come si chiamano. Nella mia vita blindata mi sono fidato della polizia, certo, ma molto più della squadra mobile che non della Digos.

Però è lei che ha chiesto di uscire dal programma di protezione.
Sì, ma cinque anni fa e comunque non è andata esattamente così. Oggi mi lasciano fuori senza un centesimo in tasca. Vogliono che torni in strada. L’ultima volta mi hanno chiesto l’Iban. L’Iban? Come se io potessi avere un conto corrente. E quelli che guidano il programma protezione lo sanno molto bene. Ma scoppia Mafia Capitale e mi mandano fuori. E’ stata una manovra, non so voluta da chi. Un segnale a coloro che volevano parlare: guardate che fate la fine di Abbatino se collaborate, questo hanno voluto dire.

In Romanzo Criminale lei era Il Freddo. Hanno sbagliato gli sceneggiatori?
Non molto. Io ero quella cosa lì. Forse meno romanzata. Ma quello ero. Poi tutto sommato non ne esco male.

E’ vero che si iniettò il virus dell’Hiv per farsi ricoverare?
Sì, è vero. Nonostante certe cliniche romane fossero praticamente a nostra disposizione, tutti entravamo e uscivamo tutte le volte che volevamo. E tutti sapevano. Io mi iniettai il virus dell’Aids e finsi di non muovere più le gambe ero a Villa Gina. Poi mi sentì come in trappola come se mi si strigesse un cappio al collo. Così decisi di fuggire. Il giorno vivevo su una sedia a rotelle, la notte invece facevo ginnastica in un bagno di un metro per uno, perché non si atrofizzassero i muscoli.

Un romanzo criminale, appunto.
Era Roma in quegli anni. L’Italia di quegli anni. La Magliana.

Il signor M. e il femminismo. Una storia al contrario e un discorso di parità.

(Nel numero di Left che trovate in edicola o in digitale qui c’è un mio racconto per il prossimo 8 marzo. Al di là del fatto che un settimanale italiano che dedica pagine a un racconto è un’ottima notizia per me è stata una bella soddisfazione. Questo che segue ne è l’inizio. Il maglio, come al solito, è nel finale.)

C’era bava sul colletto. La prima sensazione fu quell’umidiccio scivoloso che gli leccava il collo, poi ci fu la bocca bolsa, tutta stracciata, da ricomporre in un morso che fosse almeno civile. Quando aprì gli occhi il Signor M. la prima cosa che fece fu di controllare se fosse stato visto da qualcuno; l’idea di essere stato inconsapevolmente osservato in quel suo sonno gocciolante e piegato in due lo metteva terribilmente a disagio. Pensò anche che, forse, il disagio si potesse vedere.
Poi si disse di smetterla.
Fuori dal finestrino c’era un’alba piuttosto stantia con le luci ancora troppo buie. I campi che passavano in fila con solo qualche curva di una vecchia strada provinciale non suggerivano nessun posto in particolare: avrebbe dovuto arrivare alla stazione di Roma alle otto e undici minuti secondo la tabella ferroviaria e, con un calcolo a spanne, pensò di essere nell’ultima Toscana, forse Umbria.
Due file più avanti la controllora chiacchierava a bassa voce con un’elegante signora. M. ne scorgeva i capelli ramati dal poggiatesta, tenuti insieme da una molletta color avorio. Dalla voce seppur bassa si sarebbe detto che potesse avere una quarantina d’anni. Di certo era presa da qualche preoccupazione.
«Era una decisione che prima o poi si sarebbe dovuta prendere», diceva la controllora, marziale in una divisa che aveva qualcosa di militaresco più che ferroviario.
Dal suo sedile, sporta verso il corridoio centrale in cui sbucavano solo le dita, la signora seduta continuava a ripetere che comunque era importante non arrivare allo scontro, fare tutto con intelligenza e misura. Intelligenza e misura, continuava a ripetere. Anche se ogni volta il tono si faceva più cupo, intenso, infine quasi commosso.
«Certo», le disse la controllora con il tono di chi non vuole disturbare ma comunque farsi sentire, «ma la pazienza ha un limite. Anzi, non è questione di limite. È questione di dignità. Prossima fermata: dignità!» disse in un crescendo che si ruppe dentro una risata chiassosa. Durò qualche minuto, con tutti i rivoli. M. provò un brivido di imbarazzo per quel tono che l’avrebbe svegliato se non fosse stato sveglio.
Dall’altro lato, sulla coppia di sedili oltre al corridoio, una ragazza lo fissava con un libro tenuto sulle gambe solo per posa. A vederla si sarebbe detto che fosse lì dall’inizio del viaggio a vivisezionarne i centimetri di pelle: M. tentò di sostenere lo sguardo, qualche secondo, poi si abbassò. «Cosa guardi» fu il pensiero che fece accompagnandolo con le labbra. Non che non fosse abituato agli sguardi, M., per carità: nel suo lavoro di “selezione del personale” gli capitava di rovistare tutto il giorno in mezzo agli occhi degli altri. Imploranti, arresi, speranzosi, stanchi, liquidi, torvi: la sua carriera era stata tutto uno sfilare di occhi. Ora che l’azienda affrontava la crisi invece si ritrovava a porgere con ferma cortesia la proposta di cassa integrazione, mobilità e tutte quelle altre fregole per camuffare il licenziamento e gli occhi, alla fine, erano diventati tutti spenti. Tutti uguali. I licenziati hanno tutti lo stesso colore addosso, anche in faccia. Pensò. Sbirciò ancora a lato: la cacciatrice era sempre in punta. Per quel poco che riuscì a tenerle lo sguardo si accorse della sua immagine di preda riflessa. Provò imbarazzo. Il caldo gli salì dalla schiena diventando rossore a macchie su per il collo. Pur non vedendosi M. avrebbe potuto disegnarsi il rosso che aveva addosso. Sentiva il fiato di quella che gli evaporava nel naso. Gli venne da allargarsi il colletto del maglione nonostante non fosse stretto. Si sarebbe sbucciato, pur di non essere lì. Ebbe anche l’istinto di sfidare quegli occhi sconci ma quando riguardò la donna se la ritrovò con un’espressione tronfia di chi sapeva che sarebbe tornato. Rinunciò.

(Il racconto prosegue sul numero di Left in edicola. Il sommario è qui. Il numero digitale si può acquistare qui)