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Centrosinistra, la rete dei sindaci sfida la leadership di Schlein: il messaggio recapitato dal civico Onorato

Ieri mattina in un’intervista si risente la voce di Alessandro Onorato, assessore ai Grandi Eventi di Roma, mentre ricorda che la rete dei sindaci «può valere il 10%». Una frase da campagna permanente, confezionata per apparire tecnica, e invece carica di politica. Onorato parla di astensione, di radicamento, di liste civiche capaci di superare i partiti tradizionali. Poi arriva al punto: «Se ci saranno le primarie, ci sarà un candidato che rappresenterà questa rete».

Qui la cronaca si trasforma in segnale. La premiership del centrosinistra entra ufficialmente nella disponibilità di un soggetto diverso dal Pd. Un passaggio lessicale che nessun dirigente dem può ignorare. Non è un affondo contro Schlein, è qualcosa di più sottile: l’annuncio pubblico che la partita della leadership non è affatto chiusa, e che il Pd non è più il solo attore legittimato a indicare la direzione.

Onorato veste il ruolo di messaggero. Ogni sua parola è calibrata per non apparire ostile e produrre lo stesso effetto dell’ostilità. Il linguaggio del civismo consente di spostare il baricentro politico senza doverne pagare il prezzo.

La rete dei sindaci come nuovo baricentro del centrosinistra

Il progetto nasce settimane fa all’Hotel Parco dei Principi, luogo scelto apposta per le atmosfere da operazione politica. In sala c’erano Gaetano Manfredi, Silvia Salis, Roberto Gualtieri, Stefano Bonaccini, Giuseppe Conte, Goffredo Bettini. L’assenza di Schlein non fu incidente, fu cornice: l’alternativa si costruisce anche scegliendo chi non invitare.

Quel giorno si è capito che la rete dei sindaci era l’inizio di un’architettura politica. Il civismo diventava infrastruttura di un campo largo diverso, non più guidato dal partito più grande ma da chi governa i territori. Una coalizione verticale, più amministrativa che ideologica, più istituzionale che identitaria. Una coalizione che parla al voto mobile, al voto intermittente, a quel pezzo di Paese che alle politiche non entra nei gazebo del Pd ma alle comunali sì.

Il dopo-Salis a Genova ha accelerato tutto. In quella elezione i promotori del progetto hanno visto la conferma della propria tesi: un profilo civico e istituzionale può conquistare un’area moderata che il Pd nazionale non sfiora. I numeri di Manfredi, il ruolo dell’Anci, la capacità di Decaro di trasformare consenso locale in capitale politico rafforzano la percezione che la leadership del centrosinistra sia contendibile da figure che non hanno bisogno del partito per esistere. La premessa è chiara e silenziosa: la forza non arriva dal Nazareno, arriva dai territori.

Un Pd attraversato da correnti che cercano un altro equilibrio

Dentro il Pd questo movimento trova terreno fertile. L’area riformista ha rotto gli indugi da mesi. Guerini, Gori, Picierno, Delrio e altri dirigenti hanno smesso di fingere una sintonia che non c’è. Il tentativo fallito di modificare lo statuto per blindare Schlein come candidata premier ha rivelato un dato essenziale: la segretaria non controlla più il recinto che dovrebbe proteggerla.

Il “correntone” Franceschini-Orlando-Speranza offre un appoggio che non ha nulla di gratuito. Sostiene la segreteria chiedendo in cambio la gestione dei dossier più sensibili e l’ultima parola sulle liste. Una maggioranza che aiuta, ma delimita. Una maggioranza che non permette slanci.

Nel frattempo i sindaci avanzano. Manfredi controlla la rete dei Comuni, Gualtieri si muove come garante istituzionale della capitale, Salis incarna la narrazione del successo civico al Nord. E Onorato oggi traduce tutto in una formula: la rete può valere il 10%. Ciò che non dice è ciò che tutti deducono: quel 10% può diventare decisivo solo se usato per spostare l’asse della leadership.

Le regionali del 2025 hanno aggravato la sproporzione. La coalizione vince grazie ai candidati territoriali, non per effetto della linea nazionale. La fotografia mette in ombra la segreteria e illumina un gruppo di amministratori che ora rivendica voce nella scelta del candidato a Palazzo Chigi.

L’obiettivo: spostare la premiership fuori dal perimetro del Pd

La strategia si concentra sulle primarie di coalizione. Il fronte civico conosce bene la dinamica: un voto d’opinione aperto privilegia la figura che parla al centro del campo, non chi guida un partito. È il meccanismo che due anni fa aveva premiato Schlein contro gli iscritti. Ora il dispositivo si capovolge.

L’asse civico-riformista-M5S può orientare il voto verso un profilo amministrativo e istituzionale in grado di incarnare il racconto della concretezza. Manfredi, Salis, eventualmente Decaro: nomi che non polarizzano e che, proprio per questo, raccolgono. La logica è semplice: se la coalizione deve sfidare Meloni, serve un candidato capace di non spaventare nessun pezzo dell’elettorato.

Il messaggio vero dell’intervista di Onorato è qui. La frase sul candidato “da Bolzano a Caltanissetta” è il punto di svolta. È l’annuncio che il progetto entrerà nella partita. È la scelta di portare allo scoperto ciò che finora si muoveva sul fondale.

Il centrosinistra, da oggi, ha una competizione interna per la leadership. E quella competizione non nasce in un congresso del Pd: nasce in una rete civica che ha costruito il proprio spazio fuori dal partito e ora si prepara a usarlo contro la sua guida formale.

Un finale ancora da scrivere

La segreteria può provare a contenere l’avanzata o a rinegoziare gli equilibri, ma il terreno si sta muovendo. La rete dei sindaci non è più un fenomeno amministrativo. È il veicolo con cui una parte del centrosinistra sta costruendo la sua alternativa.

Le parole di Onorato lo certificano. La leadership del centrosinistra non è più un recinto del Pd. E la contesa per il 2027 comincia oggi.

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Gli Usa parlano di fase due, ma a Gaza si continua a morire

I corpi arrivano prima delle parole. Aws Bani Harith, vent’anni, steso su un lettino con la pelle incisa come un terreno devastato: racconta la tortura dei coloni meglio di qualsiasi testimonianza. Jamal Shtiw, la testa bendata, ripete che erano più di trenta, armati di pietre, bastoni, spray, e che sua figlia urlava mentre gli incendiavano l’auto. Nour al-Din Dawood esce dal carcere irriconoscibile, un’ombra del ragazzo che era. In mezzo scorrono le raffiche dei droni su Gaza City est, quelle che nei video illuminano il buio come se cercassero di cancellarlo.

Intorno ai volti c’è la mappa della violenza: nella Cisgiordania di queste ore i coloni entrano nei villaggi a est di Ramallah, bruciano veicoli, lasciano scritte sui muri, attraversano le strade come pattuglie autonome. I numeri delle agenzie non hanno più nulla di astratto: cinque attacchi al giorno dall’inizio dell’anno, uliveti devastati, famiglie spinte via con la certezza dell’impunità. In quelle statistiche c’è Aws, c’è Jamal, c’è chi non ha una telecamera accanto.

E poi Gaza, dove i progetti sul “dopo” vengono annunciati mentre il “durante” non si arresta. La Casa Bianca parla di una nuova fase entro due settimane, un’architettura di sicurezza per la Gaza che verrà; intanto a Tuffah saltano case, a Maghazi si scava tra le macerie, a Khan Yunis continuano i colpi delle navi al largo. Le tregue future vivono separate dalle esplosioni presenti.

Sul confine nord UNIFIL denuncia tre nuovi attacchi israeliani in Libano, un’altra violazione della 1701. In Europa si discute di boicottaggi, presepi che mettono Gaza al centro, gesti che sembrano minuscoli mentre tutto continua a franare. Resta la distanza tra ciò che si annuncia e ciò che accade. La diplomazia scrive il futuro, i corpi raccontano il presente. E nessuno dei due coincide con la parola “pace”.

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Scuola di guerra

È nelle ore in cui gli studenti tedeschi marciano in più di sessanta città contro la riforma della leva che si misura la profondità della frattura europea. «Non vogliamo diventare carne da cannone!» è il coro che attraversa Berlino mentre il Bundestag approva una legge che obbliga tutti i maschi nati nel 2008 a rispondere ai formulari militari dal 2026 e a presentarsi alla visita di leva dal 2027. L’obiettivo è portare la Bundeswehr fino a circa 260mila soldati entro il 2035, con altri 200mila riservisti pronti all’attivazione. Non è amministrazione: è un destino immaginato per una generazione.

Intanto, a Torino, l’industria della difesa festeggia la sua edizione “dei record”: oltre tremila partecipanti, più di ottocento aziende, trecento buyer. Tra caccia in scala reale, droni per l’addestramento e componenti per missili, i rappresentanti del settore spiegano che la domanda “cresce rapidamente” e che i conflitti aperti stanno accelerando gli affari. Fuori, gli attivisti incatenati ai cancelli ricordano che la filiera militare prospera sempre quando il mondo brucia.

In Italia, il ministro della Difesa Guido Crosetto ripete che vanno aumentate le forze armate e che serve una parte kombat sempre più ampia. Nello stesso discorso evoca la necessità di nuove missioni all’estero, di riserve civili integrate, di meccanismi di reclutamento più flessibili. La prospettiva è chiara: costruire un Paese che considera il ricorso alla forza una normalità operativa, un requisito strutturale.

È questo l’orizzonte in cui l’Europa continua a muoversi: dichiara di volere la pace mentre rialza la leva, ingrassa l’industria militare, organizza la gioventù come un database da cui attingere in tempi di crisi. Non c’è discussione pubblica, solo la retorica dell’“inevitabile”, che trasforma ogni passo verso la militarizzazione in un obbligo morale.

Eppure, nelle piazze tedesche, una generazione sta mostrando di aver capito prima degli adulti. Rifiuta la logica del sacrificio come condizione d’ingresso nella cittadinanza. Si sottrae al ruolo di combustibile. E indica l’unica verità che l’Europa si ostina a non vedere: giocare con il fuoco resta il modo più sicuro per bruciarsi.

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Troppe anime, nessuna vergogna: il cortocircuito dem su Israele

Nelle ultime ore abbiamo assistito all’ennesima recita di ipocrisia interna al Partito Democratico. Quando Piero Fassino, in collegamento dalla Knesset, ha dichiarato che “Israele è una democrazia, società aperta, libera, con una dialettica democratica anche negli ultimi due anni” – il riferimento neppure troppo sottinteso alle atrocità commesse in Gaza e Cisgiordania – molti nel suo partito si sono affrettati a prendere le distanze. E tra questi Giuseppe Provenzano ha tuonato: “Non era lì per il Pd”.

Si tratta però di una dicotomia fittizia. Perché nel frattempo un gruppo di “riformisti dem”, molto attivo come guastatore interno, ha depositato un ddl contro l’antisemitismo – a prima firma Graziano Delrio – che rischia di diventare uno strumento per censurare ogni critica radicale al governo di Benjamin Netanyahu e alle politiche di Israele. Per molti se la legge passasse “chi contesta radicalmente i comportamenti dello Stato di Israele verrebbe definito antisemita e quindi sanzionato”.

Fassino e i riformisti dem si presentano come sostenitori della “democrazia” e dell’“antirazzismo” ma la contraddizione è evidente. Come si può chiamare democrazia un regime che bombarda un intero popolo, pratica un’occupazione militare, e su questa base pretende un silenzio assoluto? Come si può presentare una legge come antidoto all’odio mentre serve a coprire crimini di guerra e impedire ogni critica

Nel Pd le molte anime non sono una ricchezza quando convivono nell’ambiguità e nella latitanza morale. Certo, la pluralità è stata spesso rivendicata come elemento di apertura, un modo per offrire più motivi per essere votati. Eppure – ed è una differenza sostanziale – non tutte le anime sono uguali: alcune sonoinfarcite di conflitti di interesse con la verità e con la giustizia.

Oggi – oltre la cronaca, oltre la tattica parlamentare – è il momento di chiedere una cosa semplice: che la segreteria del Pd e i suoi deputati prendano una posizione netta, chiara, inequivocabile. Non una mediazione timorosa, non una sfumatura diplomatica: una condanna aperta del governo criminale di Israele, una denuncia del genocidio in corso, e il ritiro di ogni norma che possa trasformare la critica in reato. Perché non basta dichiararsi “partito largo”: se quelle anime rappresentano in realtà la legittimazione politica di un massacro, diventano un’emorragia morale.

Buon venerdì. 

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La verità della Cassazione: la giustizia non può essere un bavaglio permanente

Nel 2013 Marina Berlusconi, presidente di Fininvest, ha promosso un’azione per diffamazione legata al libro Io so, edito da Chiarelettere, citando in giudizio gli autori Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco e l’intervistato Antonio Ingroia. Dodici anni dopo, il 3 dicembre 2025, un’ordinanza della Cassazione chiude la vicenda: nessuna diffamazione. Per cogliere il significato di questa decisione bisogna tornare al nodo che rese Io so un caso nazionale: l’origine dei primi capitali Fininvest e il loro intreccio con la storia giudiziaria italiana.

Secondo Fininvest, scrive la Suprema Corte nel provvedimento, il libro instillava nel lettore “il sospetto che la fortuna economica di Berlusconi derivasse dal riciclaggio di capitali mafiosi del narcotraffico e detto sospetto era supportato facendo riferimento alle indagini parziali e mai concluse affidate al C.T.U. (Francesco, ndr) Giuffrida (funzionario di Bankitalia, ndr), nominato dal procuratore presso il Tribunale di Palermo nel processo a carico di Marcello Dell’Utri, il quale, in particolare, non sarebbe riuscito a portare a compimento l’accertamento sulla provenienza di ben 92 miliardi di lire, per essere stato raggiunto da una richiesta risarcitoria da parte di Fininvest S.p.A. che lo aveva impensierito al punto da indurlo ad una ritrattazione in merito ai dubbi sulla provenienza di quei 92 miliardi”.

L’origine dei capitali e il diritto di critica

Su questo terreno si è costruita l’azione civile di Fininvest. La tesi dei legali di Marina Berlusconi sosteneva che richiamare la non tracciabilità dei 92 miliardi equivalesse a suggerire un’origine criminale delle somme; che gli autori avessero “forzato” le conclusioni peritali dal momento che “la perizia Giuffrida non era affatto rimasta “in sospeso”, ma era stata oggetto di puntuale esame nel corso del dibattimento del processo di primo grado contro Marcello Dell’Utri e in esso le otto operazioni di cui il consulente della procura non era riuscito ad identificare la provvista (per 37 miliardi e non per 92) erano state interamente ricostruite, tanto che i pubblici ministeri (tra cui lo stesso Ingroia), con la requisitoria finale, avevano rinunciato all’accusa di riciclaggio” e il Tribunale di Palermo (con sentenza dell’11 dicembre 2004) aveva accertato che “tutte le provviste utilizzate erano interne e lecite”.

In sintesi, secondo Fininvest, il libro avrebbe trasformato un dato neutro in un sospetto diffamatorio. La Cassazione ha respinto questo impianto. Richiamare un dato ufficiale di una consulenza depositata in un procedimento pubblico, e cioè l’impossibilità di ricostruire l’origine di una parte rilevante dei capitali iniziali di un grande gruppo, viene riconosciuto come esercizio del diritto di critica, fondato su dati ufficiali ricavati da una consulenza depositata in un procedimento pubblico.

In questo senso, sebbene “nella transazione intervenuta tra la ricorrente (Fininvest, ndr) e il Giuffrida, quest’ultimo avesse negato la persistenza di dubbi sulla provenienza dei flussi finanziari utilizzati nelle 8 operazioni che inizialmente aveva considerato oscure”, la Cassazione rileva che “ciò non inficiava ‘le conclusioni contenute nell’accertamento peritale’…”. 

Giudizio storico-politico

La critica di Ingroia viene considerata dalla Corte un giudizio storico-politico fondato su atti e sentenze, quindi protetto dalle garanzie del diritto di critica. Il libro-intervista, osserva infatti la Suprema Corte, “è stato ritenuto non un semplice articolo di cronaca giudiziaria, in relazione al quale si richiede una fedele ed asettica riproduzione dei fatti appresi dalle fonti, ma un articolo di approfondimento giornalistico contenente tesi di carattere politico, volte a criticare ed analizzare gli esiti processuali delle vicende giudiziarie di cui l’Ingroia si era personalmente occupato o con cui era venuto a contatto”.

Non si chiede al giornalista di dimostrare una verità penale oltre ogni ragionevole dubbio, ma di mostrare che il proprio racconto è sorretto da fonti verificabili e da una ricostruzione coerente. Racconto che, peraltro, scrive la Cassazione, “era volto non a ricostruire fatti di cronaca giudiziaria, bensì a fornirne una rappresentazione critica”.

Come del resto si chiariva già nell’introduzione, dove “era dato leggere ‘per questo rivendichiamo come giornalisti e come cittadini il diritto di interrogarci e di riflettere, senza l’onere della prova, sul ventennio berlusconiano e sulla sua origine…’ e ciò confermava che l’intento degli autori non era quello di descrivere i fatti, ma quello di proporre un loro ripensamento critico” anche per “suscitare un dibattito”.

Il ruolo di Dell’Utri e la sconfitta della strategia Fininvest

La decisione della Suprema Corte si inserisce nel solco già tracciato nel 2021, quando un’altra causa civile promossa da Fininvest contro Luca Tescaroli per il libro Colletti sporchi si era chiusa con il rigetto del ricorso in Cassazione. In quell’occasione i giudici avevano considerato legittimo, se ancorato ad atti processuali e a dichiarazioni di collaboratori di giustizia riscontrate, scrivere di “versamenti periodici di somme a titolo di contributo effettuati a Cosa nostra da persone fisiche appartenenti al gruppo Fininvest”.

Il nuovo verdetto sul libro Io so conferma questa impostazione e ne amplia la portata: l’opacità di una parte dei capitali iniziali diventa a sua volta un fatto di interesse pubblico, che può essere raccontato e criticato.

Una sentenza che ridisegna i confini del dibattito pubblico

La sconfitta di Fininvest chiude anche una stagione di cause considerate da molti osservatori come strumenti di pressione giudiziaria. Nel corso di oltre un decennio, la società ha trascinato in tribunale giornalisti, magistrati, editori, chiedendo risarcimenti milionari per libri che ricostruivano, su base documentale, i rapporti fra il gruppo berlusconiano e la mafia siciliana. Le sentenze definitive su Colletti sporchi e Io so stabiliscono che questo uso della giustizia civile non può trasformarsi in un bavaglio permanente sulla ricerca della verità storica.

Il punto fermo, oggi, è duplice. Da un lato, la giurisdizione penale non ha mai accertato un reato di riciclaggio nei capitali originari di Fininvest, e questo resta un dato giudiziario. Dall’altro, la giurisprudenza di Cassazione ha ritenuto legittimo che, alla luce di fondi non interamente tracciabili e dei rapporti con Cosa Nostra accertati in sede penale, si svolga un’analisi severa sul piano storico-politico. È esattamente lo spazio in cui si muove Io so, ed è questo spazio che la Cassazione ha deciso di difendere.

La conseguenza è chiara: dopo Colletti sporchi e Io so diventa molto più difficile usare le aule civili per provare a espungere dal dibattito l’esistenza di quei 92 miliardi dal profilo opaco o per far passare come diffamatorio il racconto del patto di protezione tra Berlusconi e Cosa Nostra ricostruito nelle sentenze penali su Dell’Utri. La storia non viene scritta in una sola sentenza, ma le sentenze possono stabilire fino a che punto la storia ha diritto di essere raccontata. In questo caso, il limite lo ha provato a fissare una grande azienda. Lo ha tracciato, invece, la Cassazione.

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Rinnovabili, l’Italia rallenta nei primi dieci mesi del 2025: cause, effetti e rischi per gli obiettivi 2030

La corsa alle rinnovabili si arresta all’improvviso. Nei primi dieci mesi del 2025 l’Italia installa 5,4 GW di nuova potenza rinnovabile, con un calo del 10% rispetto allo stesso periodo del 2024. Gli impianti sono il 27% in meno. I dati elaborati per il Forum QualEnergia mostrano un Paese che rallenta proprio quando avrebbe dovuto accelerare e mantenere quegli otto gigawatt l’anno necessari per avvicinarsi agli obiettivi europei. È una frenata che pesa più dei numeri: racconta un clima politico e amministrativo che ha perso direzione.

Il ritmo che si spezza

Il governo rivendica la «messa in ordine» della materia, ma i fatti restituiscono un quadro ingolfato. La sentenza del Tar Lazio che ha bocciato parti del decreto sulle aree idonee ha costretto l’esecutivo a rivedere la mappa dei territori. Intanto il nuovo decreto Energia restringe ancora i margini, autorizzando vincoli e fasce di rispetto che appaiono più come freni che come regole. Le Regioni oscillano tra ricorsi e richieste di chiarezza. Gli operatori attendono norme definitive per investire e nell’attesa rinviano.

Sullo sfondo ci sono i numeri del fabbisogno: per arrivare agli 80 GW di rinnovabili al 2030, l’Italia avrebbe dovuto essere oggi ben oltre il trenta per cento del percorso. Invece è ferma poco sotto il 29%. Dodici Regioni sono al di sotto della media nazionale; due non superano il quindici per cento. È una geografia disomogenea che rivela il peso dei conflitti tra governo centrale e territori, con una pianificazione che cambia di continuo e non permette programmazione né fiducia.

I nodi politici e le scelte mancate

Nel mezzo della transizione il governo ha alimentato una narrativa ambivalente: l’elogio pubblico delle rinnovabili accompagnato dalla difesa del gas e dal rilancio del nucleare. Una prospettiva che non ha portato maggiore chiarezza. Il decreto Agricoltura ha vietato il fotovoltaico a terra su gran parte dei suoli agricoli, senza distinguere tra aree produttive e terreni marginali. L’effetto è tangibile nelle procedure autorizzative, più complicate proprio mentre la domanda cresce.

Il taglio delle risorse del PNRR per le comunità energetiche – da 2,2 miliardi a poco meno di 800 milioni – ha fatto il resto. Nel momento in cui enti locali, scuole, famiglie e imprese presentavano richieste per oltre 1,4 miliardi, il governo ha ridotto i fondi. Il risultato è una fotografia chiara: dei 5 GW incentivabili entro il 2027 ne sono attivi poco più di 100 MW. Le comunità energetiche, che avrebbero potuto ridurre le bollette e rafforzare il tessuto sociale, procedono in un labirinto di norme e risorse insufficienti.

Sul piano amministrativo i segnali non sono migliori. Gli uffici regionali per le autorizzazioni sono sotto organico, la Commissione PNRR-PNIEC procede a velocità ridotta, i tempi di connessione alla rete restano lunghi. Nel complesso i processi sono talmente farraginosi da vanificare la crescita tecnologica: il fotovoltaico produce di più, gli accumuli aumentano, ma la rete non è pronta a integrare ciò che il Paese sarebbe già in grado di installare. A questo si aggiunge un ulteriore paradosso: mentre gli impianti domestici rallentano, le grandi aziende energetiche spostano investimenti all’estero, dove i quadri normativi sono più stabili.

Il rallentamento del 2025 è quindi un fatto politico prima ancora che tecnico. Dopo due anni di espansione, la traiettoria si appiattisce mentre l’Europa chiede di accelerare. La dipendenza dal gas resta elevata, i rischi di mancato raggiungimento degli obiettivi 2030 diventano concreti, e la filiera industriale che negli ultimi anni aveva ricominciato a crescere ora teme un nuovo stop.

In questa contraddizione vive la transizione italiana: un Paese che potrebbe correre ma sceglie un passo più lento, intrappolato tra vincoli che produce e obiettivi che continua a proclamare.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #93

La foto della famiglia sterminata ieri a Gaza è l’ennesimo frammento di un archivio che cresce mentre il cessate il fuoco resta appeso a comunicati sempre più vuoti. Le squadre di recupero continuano a estrarre corpi da Khan Younis e Daeri, i coloni in Cisgiordania registrano nuovi assalti nella zona di Shilo, e l’Onu parla apertamente di una «pratica sistemica» che ignora ogni obbligo delle misure provvisorie della Corte internazionale di giustizia.

Nelle stesse ore è arrivato il nuovo rapporto Don’t Buy Into Occupation. Non parla più di “economia dell’occupazione”: adotta la definizione di «economia del genocidio» mutuata dal lavoro di Francesca Albanese. Dentro ci sono 104 aziende globali e più di 1.100 istituzioni finanziarie europee che alimentano la macchina militare israeliana, con oltre 1.500 miliardi di dollari di esposizione. Il capitolo italiano è nitido, dalle banche ai grandi player energetici e del comparto militare.

Su quest’ultimo, otto associazioni e una cittadina palestinese hanno depositato un ricorso al tribunale civile di Roma. Chiedono di dichiarare illegittimi i contratti che forniscono componenti per F-35, sistemi radar, parti del Trophy installato sui Merkava. È il primo tentativo formale di forzare l’Italia a misurarsi con il proprio ruolo nella filiera che sostiene la guerra.

Nel frattempo un’altra filiera scorre silenziosa: quella dei dati. L’inchiesta che coinvolge Microsoft e l’Unità 8200 apre un fronte europeo sul trattamento di materiale di sorveglianza raccolto nei territori palestinesi e archiviato su server Ue. Anche questo è parte dell’infrastruttura del conflitto.

E mentre tutto questo si muove, in Parlamento il Pd presenta un disegno di legge che lega critica a Israele e antisemitismo. Una norma che arriva proprio quando l’Onu e DBIO documentano il contrario: la necessità di guardare in faccia la catena che rende possibile ciò che vediamo ogni giorno nelle macerie di Gaza.

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Zerocalcare lascia “Più libri più liberi” per la presenza dell’editore neofascista. Il fumettista: “Non condivido spazi con i nazisti”

Nuvole nere sull’editoria italiana. Il 2 dicembre 2025 la crepa si apre all’improvviso. A due giorni dall’inaugurazione di “Più libri più liberi”, la lettera firmata da oltre ottanta autori arriva sul tavolo dell’Aie con un’accusa precisa: la fiera ospiterà “Passaggio al bosco”, editore dell’estrema destra fiorentina vicino al gruppo Casaggì, con un catalogo che espone Mussolini, Léon Degrelle, Corneliu Zelea Codreanu, Clemente Graziani, testi sulla Decima Mas e titoli come “Il razzismo contro i bianchi”.

Gli scrittori firmatari dell’appello chiedono se questa presenza sia compatibile con il regolamento della fiera, che vincola agli articoli della Costituzione e ai diritti fondamentali dell’Unione Europea. La risposta dell’Aie arriva subito: la fiera non valuta gli orientamenti politici e controlla solo la conformità alle leggi Scelba e Mancino. In quel momento la vicenda esce dall’ambito procedurale e investe il senso stesso delle regole che la fiera dichiara di voler tutelare.

Il video, le defezioni, la reazione delle istituzioni

Il 3 dicembre il quadro cambia ritmo. Il fumettista Zerocalcare pubblica un reel che diventa immediatamente decisivo: «Quindici anni fa mi sono dato una regola: non condividere spazi con i nazisti». L’autore non convoca boicottaggi e non distribuisce patenti morali: espone una soglia personale e la trasforma in una domanda collettiva. È davvero neutrale uno spazio istituzionale che considera la propaganda delle SS un’opinione tra le altre?

Nel giro di poche ore la sua rinuncia ridisegna le posizioni. Il 4 dicembre, il Comune di Roma, tramite l’assessore Massimiliano Smeriglio, annuncia che non prenderà parte all’inaugurazione ufficiale e parla di un catalogo «neofascista, razzista e antisemita». Le Biblioteche di Roma mantengono la presenza ma prendono le distanze dalla direzione della fiera. Alessandro Barbero comunica il ritiro, altri editori indipendenti restano rivendicando la scelta di contestare “da dentro”.

Sul fronte opposto Giordano Bruno Guerri e Massimo Cacciari intervengono in difesa della partecipazione universale, nonostante la rinuncia di Zerocalcare non configuri alcuna richiesta di esclusione.

La strategia culturale della destra e l’ipocrisia di fondo

La polemica ovviamente si inserisce in un panorama più ampio: l’estrema destra ha costruito negli ultimi anni un ecosistema culturale che comprende editori come Altaforte, fumetti identitari come quelli di Ferrogallico, librerie specializzate che espongono iconografie delle SS come fossero materiale di consumo. Un lavoro costante che punta a spostare i confini del dicibile e a trasformare l’estetica del fascismo storico in una proposta culturale stabile.

La fiera romana non è nuova a tensioni. Nel 2024 era stata travolta dal caso Leonardo Caffo, poi condannato per maltrattamenti sulla sua ex compagna, con polemiche che avevano investito programmazione e governance. Nell’edizione 2025 l’ingresso di un editore apertamente neofascista all’interno dello spazio istituzionale conferma un indebolimento dei criteri che la fiera afferma di voler difendere. Il richiamo al “pluralismo” diventa una formula che tende a dissolvere qualsiasi confine tra responsabilità culturale e mercato.

Il resto lo mostra il contesto nazionale. Lo stesso paese che il 27 gennaio proclama la lotta all’antisemitismo «con ogni mezzo» e che da mesi usa l’antisemitismo come clava contro chi chiede giustizia in Palestina a dicembre discute della libertà commerciale di promuovere – in uno spazio finanziato anche con risorse pubbliche – le unità che quegli ebrei li sterminarono davvero. Le posture cambiano a seconda del calendario, a seconda della cornice, a seconda dell’occasione utile.

E la storia si chiude qui: tra una fiera che apre gli spazi a un editore neofascista e un autore che decide di rinunciare per non esserne complice. In mezzo, un paese che denuncia ogni giorno l’odio antiebraico e il giorno successivo difende la sua rappresentazione più brutale negli stand della sua capitale.

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Difesa, Crosetto in Commissione illustra il piano pluriennale. Tra riarmo e scudo spaziale, l’opposizione contro il ministro

Si spande, come sempre, un meraviglioso profumo di guerra. In Senato, davanti alle Commissioni Esteri e Difesa riunite, Guido Crosetto presenta il Documento di pianificazione pluriennale della Difesa per il triennio 2025-2027. Il linguaggio è quello delle grandi svolte: «profondo rinnovamento», «salto di qualità», la richiesta che il Parlamento approvi «in tempi rapidi» un ridisegno complessivo delle Forze armate. Il Dpp diventa la cornice tecnica di una scelta politica: consolidare la centralità militare nelle strategie del governo.

Il ministro rivendica il rifinanziamento del Fondo investimenti difesa con 1,5 miliardi l’anno e mette «al centro» le priorità legate al fianco sud della Nato, allo spazio, al capitolo cyber. Ricorda che per lo scudo spaziale-antimissile serviranno 4,4 miliardi l’anno, che i 500 milioni destinati alla sicurezza cibernetica e i 200 per lo spazio sono «troppo pochi» rispetto agli obiettivi dell’Alleanza. Insiste sulla necessità di superare la «frammentazione» dell’industria europea della difesa per non restare, sul piano tecnologico, «il vaso di coccio» tra Stati Uniti e Cina.

Nel passaggio sulla leva, Crosetto parla di «dibattito innescato», definisce la leva stessa un «bacino formato» utile anche in caso di calamità naturali e indica come obiettivo «aumentare qualità e quantità» del personale militare, rendendo la Difesa più attrattiva per i giovani. È la fotografia di un sistema che non si limita a pianificare armamenti ma ridisegna il proprio peso nella società.

Opposizioni in trincea tra riarmo, segretezza e democrazia

Le opposizioni usano la stessa audizione per rovesciare lo sguardo. Il Movimento 5 Stelle parla apertamente di «problema di democrazia e trasparenza». I capigruppo nelle Commissioni Difesa, Arnaldo Lomuti e Bruno Marton, contestano la «segretezza dei target capacitivi concordati con la Nato», cioè gli obiettivi operativi su cui si fondano gli impegni di spesa. Per il M5S non è accettabile che la corsa al riarmo si basi su richieste definite “cifre folli” senza che il Parlamento conosca nel dettaglio le esigenze che le motivano.

I pentastellati attaccano anche il mega-programma GCAP/Tempest, il caccia di sesta generazione italo-anglo-giapponese, destinato a diventare «il programma più costoso, surclassando l’F-35»: oltre 10 miliardi di euro solo per la fase di ricerca e sviluppo. Chiedono se ci saranno fondi europei, se l’eventuale ingresso della Germania ridurrebbe la quota italiana, se per i droni gregari del GCAP – su cui lavora la joint venture Leonardo-Baykar – siano allo studio soluzioni «made in Usa» dopo le pressioni di Washington. Da Crosetto, raccontano, «nessuna risposta».

Ancora più netta è la lettura di Alleanza Verdi e Sinistra. Il capogruppo al Senato Peppe De Cristofaro parla di «avventura del riarmo» e di «militarizzazione della società italiana». Ricorda che, secondo i calcoli dell’Osservatorio Milex, i programmi di investimento per i prossimi quindici anni valgono 130 miliardi in nuovi sistemi d’arma, più 9 miliardi per le infrastrutture militari, di cui 35 già stanziati con le precedenti leggi di Bilancio. Per Avs l’audizione certifica una “politica di riarmo strutturale”, con risorse pubbliche impegnate per decenni e un Parlamento relegato a passacarte.

De Cristofaro mette in fila i punti più controversi: la «leva volontaria» evocata dal ministro come strumento per aumentare i reclutamenti, la disponibilità del governo ad accedere a prestiti europei per rispondere alle richieste della Nato quando l’Italia uscirà dalla procedura per deficit eccessivo, il rischio che in uno scenario di «guerra mondiale a pezzi» queste scelte «aumentino e non diminuiscano» l’insicurezza. E richiama esplicitamente l’articolo 11 della Costituzione, il ripudio della guerra che dovrebbe guidare anche le politiche di difesa.

Sul fondo resta il nodo politico che nessun tecnicismo del Dpp cancella. Il governo rivendica una Difesa «più moderna», agganciata alla competizione industriale e tecnologica globale; le opposizioni vedono in quelle stesse scelte un salto di qualità nel militarismo italiano, una spesa destinata a crescere proprio mentre la manovra taglia su altri fronti. Nella sala del Senato, dietro le cifre e gli acronimi, si misura la distanza tra chi affida la sicurezza all’espansione dell’apparato militare e chi teme che, ancora una volta, la democrazia arrivi quando i giochi di bilancio sono già chiusi.

L’articolo Difesa, Crosetto in Commissione illustra il piano pluriennale. Tra riarmo e scudo spaziale, l’opposizione contro il ministro sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

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L’Italia del sospetto: la destra e l’allucinazione gender

In questo Paese il governo vede «gender» ovunque. Basta aprire un libro, accendere la tv, attraversare un corridoio scolastico: per la destra è tutto un complotto di drag queen, “bolla woke” e presunti indottrinamenti. L’ultimo esempio è il disegno di legge sul consenso informato, approvato alla Camera, che vieta l’educazione sessuo-affettiva alle primarie e la subordina all’autorizzazione delle famiglie alle medie e alle superiori.

Il racconto costruito è sempre lo stesso. C’è una minaccia invisibile che incombe sui figli, ci sono “attivisti travestiti da esperti” pronti a colonizzare le scuole e perfino – hanno detto ieri in Aula – «pornoattori che parlano di fluidità sessuale». È una caricatura che funziona: più è irreale, più alimenta paura. E la paura, si sa, è la leva politica preferita da chi non ha altro da offrire.

Il paradosso è che mentre il governo proclama di voler “proteggere i giovani”, i fatti raccontano un’altra urgenza: nelle scuole compaiono liste di stupri, le denunce di violenza aumentano, la cultura del rispetto resta fragile. Ma invece di investire in educazione scientifica e strumenti per riconoscere la violenza, la maggioranza erige un muro ideologico e consegna alle famiglie un potere di veto che svuota l’autonomia scolastica.

Ogni volta che la realtà bussa, rispondono con uno slogan: «Dio, patria e famiglia». Una formula che diventa grimaldello per controllare ciò che si può insegnare e ciò che si deve tacere. Il risultato è una scuola più povera, più impaurita, più ricattabile. Forse è proprio questo il punto: meno conoscenza, più propaganda.

Buon giovedì.

Foto Camera dei deputati

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