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Non si muore di freddo. Si muore di povertà.

Ci pensavo già da ieri ma quello anche avrei voluto scrivere l’ha detto meglio di me Leonardo Palmisano:

«Il freddo? No, la povertà. La povertà di diritti, di case, di lavoro, di calore umano e istituzionale. Viviamo in un Paese che concentra la ricchezza nelle mani di pochissimi strati parassitari della popolazione, che non agisce efficacemente nel contrasto all’evasione fiscale, che non tassa i grandi patrimoni e che, soprattutto, non procede a rinnovare ed aumentare le risorse per l’occupazione e le politiche sociali. Se non ci fossero le reti associative laiche e cattoliche, i senza fissa dimora a morire sarebbero molti di più.

Esseri umani trattati come scarto o sottoprodotto da un governo che investe in armi e relazioni privilegiate con le peggiori dittature mediterranee: Erdogan e Al Sisi. Un governo che dovrebbe subito mettere in campo un piano per il lavoro e che si accontenta di portare tende ai terremotati e di aprire le stazioni per i senzatetto. Non può essere la carità la risposta della politica.»

(Il suo post è qui sui Quaderni di Possibile. Leonardo è una ricchezza della nostra piccola comunità. Se volete unirvi vi basta andare qui.)

«vivere/ in un mondo prenatale/ dove stare insieme sia/ un immenso esser perduti/ l’un nell’altro, indivisibili…».

È stato un regalo e io di poesia ne leggo poca, pochissima. Chissà poi perché. La poesia mi riporta a un tempo e un modo che mi rincuora. E Salinas è rifocillante.

Se vi capita di essere sommersi leggere Salinas è un balsamo e forse questo libro andrebbe tenuto così, come si tengono in un cassetto le reliquie rinfrescanti contro una voce che tende sempre a uniformare e uniformarsi.

«vivere/ in un mondo prenatale/ dove stare insieme sia/ un immenso esser perduti/ l’un nell’altro, indivisibili…».

Lo potete comprare qui, nella nostra piccola Bottega dei Mestieri Letterari, dove appoggiamo alcuni dei miei libri e i libri che vale la pena leggere. Una piccola libreria a chilometro zero. Il nostro covo di brigantaggio culturale.

Presentazione dell’editore:

La relazione amorosa con l’ispanista americana Katherine Reding fu alla base delle tre principali raccolte di poesie d’amore di Pedro Salinas: “La voce a te dovuta” (1933), “Ragioni d’amore” (1936) e “Lungo lamento”. Dopo “Amore, mondo in pericolo”, con “Il corpo, favoloso” pubblichiamo la seconda e ultima parte di questa grande raccolta che doveva costituire il terzo anello della trilogia amorosa, ma che venne pubblicata integralmente soltanto dopo la morte dell’autore. Se da un lato è sempre difficile sapere con sicurezza quale fosse la reale intenzione del poeta rispetto all’insieme di questi testi, dall’altro è ben evidente che appartengono tutti ad una stessa atmosfera poetica e hanno una medesima scaturigine affettiva, tanto da far ipotizzare che l’interruzione di questo suo progetto, che la sorte renderà poi definitiva, possa essere ricollegata al declino ormai irrimediabile di quel grande suo sogno d’amore. Scriveva Salinas a Katherine il 16 novembre 1935: “Non mi serve a nulla un modo speciale di sentire il mio amore per te se tu non lo senti con me”; fu forse proprio la mancanza di quella condivisione a far sì che il libro perdesse, per il suo autore, il senso di essere concluso e infine pubblicato. Ma forse è anche per questo motivo che oggi possiamo leggere un’opera di grande poesia densissima e sfumata allo stesso tempo, come di un amore che non vuole morire.

Perché a Napoli la camorra spara agli ambulanti. Spiegato bene.

(Lo racconta un ex ambulante, Amadou, intervistato (qui) da Fabrizio Geremicca)

«Gli estorsori si mangiano la mucca, il latte e il burro di latte». Amadou, 52 anni, senegalese di Dakar, usa un proverbio del suo paese e la pronuncia in francese per sintetizzare il dramma degli ambulanti della Maddalena – immigrati ed italiani – taglieggiati dalla camorra. Vicenda che si trascina da anni e che è ritornata di attualità dopo la spedizione punitiva contro un senegalese di mercoledì scorso a mezzogiorno, durante la quale sono rimasti feriti da colpi di pistola tre migranti ed una bimba di dieci anni che passeggiava insieme a suo padre. Amadou accetta di raccontare la realtà del racket grazie ai buoni uffici di Gianluca Petruzzo, il referente campano dell’associazione 3 febbraio, da tempo in prima linea nella difesa dei migranti. Proprio Petruzzo lancia un appello alla mobilitazione a favore degli ambulanti: «I fratelli immigrati che hanno avuto il coraggio di ribellarsi e di non sottostare al pizzo non devono essere lasciati da soli. La città deve stringersi al loro fianco».

Amadou, cosa intende dire con l’espressione che ha usato poco fa?

«La camorra lucra su noi ambulanti tre volte. La prima quando ci vende la merce all’ingrosso che noi poi esponiamo sulle bancarelle. La seconda quando ci impone il pizzo. La terza quando ci costringe ad acquistare a prezzi assurdi le buste per la mercanzia».

Cominciamo dal pizzo. Quanto pagano gli ambulanti della Maddalena?
«Le bancarelle più grandi 150 euro a settimana. Quelle più piccole 80».

Subiscono solo i migranti?

«No, tutti. Italiani ed immigrati».

Come avviene la richiesta estorsiva?
«Passano due o tre persone e dicono al venditore che dovrà pagare la cifra stabilita».

Minacciano?
«Non serve. Si presentano come i referenti del clan e raramente incontrano resistenza. Quando accade, come mercoledì, passano a vie di fatto. Il mio connazionale ferito è a Napoli da poco e non riusciva proprio a capire perché avrebbe dovuto pagare il racket. Non fa parte della nostra mentalità. Gli ambulanti più anziani si sono adattati. Lui no».

Centocinquanta euro a settimana non è poco. Quanto guadagna un ambulante?
«Raramente supera 800 euro al mese. Accade spesso che per pagare la camorra non si riesca a dare i soldi al proprietario di casa».

Lei prima accennava ad una vicenda di buste. Può spiegare cosa accade?
«Gli stessi personaggi che incassano il pizzo impongono agli ambulanti di comperare le buste nelle quali mettere la mercanzia. Estorcono dieci euro per tre buste, laddove una confezione di 50 non costerebbe più di sette euro. Se il pizzo è per tutti, quello delle buste è un trattamento riservato agli ambulanti immigrati. Analogamente non è raro che gli estorsori pretendano di prendere qualcosa dalla bancarella dei migranti e di non pagare».

Gli ambulanti della Maddalena dove acquistano la merce che poi rivendono?
«I grossisti sono personaggi noti della zona. Consegnano la merce ed il saldo avviene dopo una settimana o una decina di giorni. Se nel frattempo l’ambulante ha guadagnato abbastanza per pagare la mercanzia, tutto bene. Se non ci è riuscito, magari perché ha subito il sequestro della bancarella dai vigili urbani, per sdebitarsi deve chiedere soldi in prestito agli altri immigrati, altrimenti sono guai».

Dove sono i depositi della merce che acquistate ed esponete?
«Non li vediamo mai. I grossisti ci danno appuntamento in un punto del quartiere che cambia sempre e ci consegnano la mercanzia stabilita».

Quanto guadagna un migrante sui capi che vende?
«Una borsa comprata all’ingrosso a 10 euro ne frutta 12,50. Una cinta che l’ambulante paga 3,50 euro è venduta a 5 euro. Un paio di scarpe all’ingrosso ci costa 15 euro e lo rivendiamo per 20 euro».

Quanti sono i migranti alla Maddalena?
«Ne sono rimasti una cinquantina, tutti abusivi. Tunisini, marocchini, senegalesi, algerini. Tanti sono andati via proprio per questa faccenda del pizzo. C’è chi ha preferito tornare in Africa e qualcuno è riuscito perfino a scappare senza saldare il conto dell’ultima partita di merce acquistata».

Lei oggi vende ancora per strada?
«No, sono riuscito a tirarmi fuori da questo inferno. Lavoro come lavapiatti in un ristorante. Guadagno 800 euro al mese».

Due e tre cose su Roberto e Luigi. Sparse. E magari sbagliate.

Voglio bene a sia a Luigi De Magistris che a Roberto Saviano, con entrambi ho condiviso dure esperienze personali e (a differenza di entrambi) ritengo il mio giudizio fallibilissimo. Ma un paio di cose forse varrebbe la pena provare a metterle in fila:

Entrambi parlano di se stessi. In questa polemica di Napoli e di camorra se ne sente appena l’odore. Da una parte il sindaco mette sul tavolo la propria storia personale e dall’altra lo scrittore risponde con la propria esperienza come testimonianza. I dati sulla criminalità, il trend dei delitti, le indagini in corso, le sentenze recenti e le relazioni della Direzione Antimafia (o eventualmente i risultati di inchieste personali) non ci sono. Quindi non è una discussione sulla camorra a Napoli, basta saperlo.

De Magistris ha risposto ricalcando gli stessi temi dei peggiori detrattori di Saviano e questo pesa evidentemente al di là del senso e dell’obiettivo della sua uscita. Anche il modo è politica, del resto. Ma risponde non al Saviano tutto tondo (a cui questo Paese non può non esser grato, al di là delle simpatie o antipatie) ma risponde a un’intervista in cui Roberto dice “Questa città non è cambiata. Illudersi di risolvere problemi strutturali urlando al turismo o alle feste di piazza è da ingenui. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore diventa connivenza”. Il connivente, ci vuole poco a capirlo, è De Magistris. Entrambi non sono stati esempio di misura, diciamo.

Gli scrittori scrivono e i politici amministrano. Che piaccia o no. E gli scrittori, come Roberto, hanno il diritto di scegliere i propri temi. I loro giudici sono i lettori e il pubblico. Questo significa che chi ha milioni di lettori o spettatori sia inattaccabile e abbia sempre ragione? No, per niente. Significa semplicemente che Roberto e Luigi operano su due campi diversi in cui (spesso e non solo a loro) ci si “infastidisce” (o si diventa servili) nonostante le diverse funzioni. Ci sta: è il ruolo pubblico, appunto. E se qualche personaggio pubblico sceglie (io personalmente lo amo moltissimo) di ruzzolare nella realtà e nella politica accetta gli schizzi, eccome. Che piaccia o no.

Non c’è niente di più deleterio e scemo di parteggiare in questa ultima polemica nell’ottica dei propri interessi personali: l’Unità aveva definito Saviano “mafiosetto” e ora diventa savianista per cercare di demolire De Magistris così come gli antisavianisti diventano improvvisamente “vicini” al sindaco di Napoli. Il nemico del mio nemico è mio amico: come stiamo messi. E anche le difese apologetiche come quella di Montanari mi lasciano perplesso.

La realtà è complessa (ne scrivevo giusto qui) e il mondo non si divide tra chi ha ragione o chi ha torto ma si perde nei rivoli di mille sfaccettature. Una città non ci sta mai in una narrazione univoca. Mai. E nemmeno le persone. Nel nostro Paese ognuno combatte un propria battaglia personale, ognuno ha a che fare con le proprie miserie e prova a rimanere in piedi nonostante le sue paure. Basta con la guerra con chi ha l’antimafia più lunga, la morale più appuntita o l’eroismo più peloso. In Italia ci sono imbecilli sotto scorta e magistrati (e ex magistrati) incapaci. Per dire.

Secondo me De Magistris ha sbagliato a argomentare le proprie accuse cavalcando la delegittimazione popolare che contro Saviano è in atto da sempre. E, come scrive Bolzoni, ha superato un confine. Ma si ama troppo per accorgersene.

Secondo me Saviano ha banalizzato il proprio giudizio su Napoli risultando fastidiosamente assoluto nella visione. Ma si ama troppo per accorgersene.

Di sicuro non prendere posizioni scomode è il modo migliore per stare tranquilli e piacere a tutti. E Roberto ha il coraggio di essere libero.

Di sicuro, ancora una volta, la camorra un po’ gode e ride sotto i baffi.

Educarsi alla complessità, ad esempio

(rimetto qui il mio buongiorno per Left di qualche giorno fa perché il dibattito che ne è seguito è vivace e importante, quindi vale la pena riprenderne le fila)

Non è questione di post-verità, ministeri della verità o giudici popolari per il giornalismo: siamo un Paese disabituato alla complessità. Ed è un analfabetismo coltivato scientemente e chirurgicamente da chi, nel corso di tutti questi ultimi anni, ha lavorato duramente per banalizzare tutto ciò che si poteva banalizzare.

Una semplificazione ossessiva che consente a chi tiene le redini del gioco di ritrovarsi raramente a dovere dare delle spiegazioni: in epoca di turbobanalizzazione o si è a favore o si è contro perché il dibattito è solo un’inutile perdita di tempo e i tifosi bramano il goal o il prossimo fallo da dietro per falciare l’avversario.

Eppure la solidarietà, l’accoglienza del nuovo e del diverso, l’ascolto dei bisogni periferici e la gestione delle paure (anche quelle più insensate, che comunque hanno dignità quando non sono strumentali) richiedono l’abitudine alla complessità, la voglia (e l’alfabetizzazione) di scorgere le sfumature e l’amore per lo studio.

Ma ci vogliono tempo e coraggio: bisogna preferire la costruzione di un’etica collettiva alla più facile mitizzazione dell’io o alla fideistica passione per il leader. C’è da innamorarsi dei dubbi e da allenarsi all’essere terribilmente fallibili. Un popolo incapace di leggere le complessità sarà sempre arido, inumano, sloganizzato e continuerà a sentirsi comodo solo dentro il perimetro stretto di un commento sui social o un luogocomunismo da aperitivo.

Piuttosto che cercare un leader a sinistra, ad esempio, si potrebbe smettere di ambire a diventare banalizzatori “etici” e capovolgere il paradigma. Certo, ci vogliono tempo e coraggio. Tempo e coraggio.

Niente, non ce la fanno. Conflitto d’interessi anche sul piano nazionale dell’energia

Il comunicato stampa di Civati e Annalisa Corrado (portavoce di Green Italia) dice tutto:

«Questi erano i Governi (il ministro responsabile è sempre Calenda) che dovevano riscrivere la Strategia energetica nazionale. Ma a quanto si apprende stanno riscrivendo solo la strategia del conflitto di interessi nazionale. Il Ministro ha infatti affidato la consulenza su questo progetto a una società esterna, la Boston Consulting Group nella quale lavorava, fino a pochi mesi fa, proprio il capo segreteria del Ministro Calenda, Francesco Cuccia, e che annovera tra i propri clienti diverse aziende del settore energetico .
In tempi di spending review e di continui tagli, appare assolutamente incomprensibile il perché di una tale scelta, visto che in Italia ci sarebbero agenzie come l’Enea, il GSE e il CNR in grado di lavorare sul tema dell’energia senza spreco ulteriore di risorse pubbliche.

Quali sono stati i criteri di selezione che hanno portato alla scelta del Boston Consulting Group? Perché non è stato fatto un bando? Chiederemo al ministro Calenda di riferire su questo tema in Parlamento.

Basta operazioni opache al servizio degli amici.»

Noi non possiamo essere imparziali.

“Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere”

(Gaetano Salvemini)

Un bambino siriano di 7 anni senza documenti muore per le cure negate

Un irregolare, insomma. Ecco qui la notizia:

Un piccolo rifugiato siriano di 7 anni è morto per le conseguenze di una grave influenza dopo essere stato rifiutato da 4 diversi ospedali nella provincia meridionale turca di Antalya perché sprovvisto di documenti. A raccontare la vicenda è l’agenzia Dogan. Il bimbo, Ali Izzetin Ahmed, ha perso la vita nell’abitazione familiare, in cui era stato riportato dal padre dopo le cure negate. L’uomo, che ha altri 2 figli, ha annunciato che intende sporgere denuncia contro gli ospedali. Secondo l’Unhcr, la Turchia ospita oltre 2,8 milioni di rifugiati siriani. Di questi, solo circa il 10% riceve accoglienza nei campi profughi.

(fonte Ansa)

Quanto ci manchi Pippo Fava

(scritto per Fanpage)

Trentatré anni che Pippo Fava è stato ammazzato. Trentatré anni di resistenza etica da parte dei suoi carusi per non lasciare che la morte di Fava si atrofizzasse in un santino antimafioso buono per una commemorazione all’anno, trentatré anni a lavorare perché Pippo Fava non è solo un giornalista ammazzato dalla mafia ma è soprattutto un modello di giornalismo e una forma mentale di una curiosità che sembra così difficile provare ad immaginare ancora. Ammazzato, certo. Quei cinque colpi sparati da dietro (senza farsi vedere in faccia, come nella migliore tradizione della vigliaccheria mafiosa) sono il morso di una belva che non riesce a immaginare altro modo per farlo stare zitto: Pippo Fava viene assassinato in via dello Stadio, di fronte al Teatro Verga di Catania dove era appena arrivato, cronicamente in ritardo, per vedere recitare il nipote in Pensaci, Giacomino! Cinque colpi ordinati da quel Nitto Santapaola che di Catania era il “padrone” oltre che il boss di Cosa Nostra e che stupidamente pensò che davvero la polvere da sparo bastasse per spegnere una storia oltre che uccidere una persona.

Un penna eretica, quella di Fava, per niente ubbidiente ai poteri e ai pensieri che garantiscono una carriera tranquilla, una casa, uno stipendio e la gratitudine di chi guadagna grazie anche alla disattenzione della stampa tutto intorno. «A volte basta omettere una sola notizia – scriveva Fava – e un impero finanziario si accresce di dieci miliardi; o un malefico personaggio che dovrebbe scomparire resta sull’onda; o uno scandalo che sta per scoppiare viene risucchiato al fondo»: il senso del suo scrivere è tutto qui, nell’inseguire ciò che non si vorrebbe detto. Quando nel 1956 viene assunto da “Espresso sera” per occuparsi da caporedattore di calcio e cinema non riesce a tacere di fronte alla cronaca e alla mafia: le sue interviste ai boss di Cosa Nostra Giuseppe Genco Russo e Calogero Vizzini sono i segnali di un’ossessione (per la legalità, la libertà e la giustizia) che non riesce a trattenere.

Quando nel 1980 diventa direttore del “Giornale del Sud” (portandosi in redazione come giovani collaboratori Rosario Lanza, Antonio Roccuzzo, Michele Gambino, Riccardo Orioles e suo figlio Claudio Fava) il quotidiano abbandona i lidi della sopravvivenza tranquilla per affrontare i temi più spinosi: si comincia a leggere dei traffici di droga su Catania gestiti da Cosa Nostra, si alza la voce contro la costruzione della base missilistica americana di Comiso, si osteggia apertamente il boss Alfio Ferlito invocandone l’arresto e si comincia a curiosare lì dove politica, imprenditoria e mafia si incontrano oscenamente per convergere nei loro affari. È il giornalismo che non teme nemmeno i suoi padroni, il giornalismo che non balbetta quando c’è da mettere in pagina i cognomi che contano; e infatti arriva il tritolo (con l’attentato fallito), la censura (di una prima pagina tutta sugli affari illeciti di Ferlito) e infine il licenziamento.

E che fa Pippo Fava? Si rimette in moto, instancabile: con il mensile “I Siciliani” (stampato con due rotative Roland comprate usate con cambiali) insiste e alza il tiro. La storia antimafiosa di questo Paese è segnata da chi piuttosto che farsi intimidire dalle minacce ne trae linfa per una lotta ancora più intensa contro le ingiustizie: accade con Fava, con Peppino Impastato, con Beppe Alfano. Lo storico primo articolo di Fava su I Siciliani (“I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, in cui attacca la borghesia mafiosa catanese) è giornalismo color cristallo: c’è dentro la cronaca, l’inchiesta e la chiave di lettura di una città e di un’epoca. Perché Pippo Fava, nonostante si dimentichi in fretta, è stato un intellettuale a tutto tondo: dalla narrativa, alla saggistica, al teatro, alla televisione fino alla sceneggiatura cinematografica è stato uno sperimentatore in tutti i campi. Ha osato la penna, oltre che usarla. E ha osato la parola. Sempre.

Per questo Pippo Fava ci manca tantissimo: per quel suo essere capace di raccontare un Paese intero dalla cronaca di un vicolo di Catania, per quel suo intravedere un futuro terribile ma mantenere intatta la voglia di raccontarcelo con pazienza e arte. Un intellettuale, insomma. E quanto ci manca, oggi.

‘Ndrangheta: il pentito Mantella racconta l’asse Vibo-Lamezia

Gettano un fascio di luce anche sulle dinamiche criminali sviluppatesi negli ultimi anni sull’asse Vibo-Lamezia Terme le ultime dichiarazioni del pentito vibonese Andrea Mantella. Verbali del tutto inediti, depositati nel procedimento nato dall’operazione antimafia denominata “Andromeda” contro i clan lametini. E’ dinanzi al pm della Dda Elio Romano, affiancato da alcuni investigatori della Squadra Mobile di Catanzaro, che il nuovo collaboratore di giustizia mette a verbale dichiarazioni pesanti che vanno ad “irrobustire” l’impalcatura accusatoria nei confronti delle cosche di Lamezia Terme.

“Già dalla fine degli anni ’90 – ha spiegato l’ex esponente di vertice del clan Lo Bianco di Vibo – durante la mia permanenza nel carcere di Siano, ho conosciuto vari elementi della cosca Iannazzo e nello specifico Francesco Iannazzo, detto “Cafarone”, Giovannino Iannazzo, Pietro Iannazzo, già presidente del Sambiase-calcio, Gino Daponte e Peppino Daponte”. Secondo Andrea Mantella, i Daponte di Sambiase sarebbero stati “da sempre vicini alla cosca Iannazzo”, la consorteria storica del Lametino ritenuta la più potente e quella più legata ai clan vibonesi ed in particolare ai Mancuso di Limbadi e Nicotera. “Una volta uscito dal carcere – ha riferito Mantella – ho conosciuto anche Antonio Davoli con il quale ho intrattenuto rapporti diretti. Gli incontri, con una cadenza di almeno due volte al mese, avvenivano presso l’abitazione di Domenico Bonavota a Sant’Onofrio”. Ad avviso del collaboratore di giustizia vibonese, in tali incontri Antonio Davoli sarebbe intervenuto “in rappresentanza della cosca Iannazzo ed in particolare di Vincenzino Iannazzo”, quest’ultimo ritenuto al vertice dell’omonimo clan di Sambiase.

I legami fra i Iannazzo ed i Vallelunga. Andrea Mantella ricorda quindi di aver incontrato Antonio Davoli anche in alcune proprietà del boss Damiano Vallelunga (foto a destra), ubicate in contrada Ninfo a Serra San Bruno. A convocare Mantella nell’abitazione del boss dei “Viperari” delle Serre, Damiano Vallelunga (poi ucciso nei pressi del santuario di Riace nel settembre 2009), sarebbe stato – a detta dello stesso collaboratore – Domenico Bonavota. “Gli incontri erano stati richiesti – sottolinea Mantella – in quanto la cosca Iannazzo aveva saputo che io ero stato delegato a compiere degli omicidi a Lamezia Terme”. Alla presenza del boss Damiano Vallelunga, Andrea Mantella avrebbe quindi confermato di essere stato avvicinato dalla cosca Giampà di Lamezia Terme, ed in particolare da Vincenzo Bonaddio, per procedere all’eliminazione di Gennaro Pulice (pure lui ora collaboratore di giustizia) e Bruno Gagliardi di Sambiase “che pretendevano di effettuare estorsioni nella zona di Nicastro di competenza della cosca Giampà”.

Gli scambi di favori fra i clan ed i lavori sull’A3. Mantella riferisce poi che dopo la morte del proprio cognato Pasquale Giampà (alias “Boccaccio”) di Lamezia Terme, in varie circostanze i vibonesi avrebbero rifornito di armi i clan lametini. In particolare, lo stesso Mantella avrebbe ceduto diverse armi ad elementi di spicco del clan Giampà di Lamezia Terme. “La cosca Iannazzo – riferisce infine Mantella – aveva inoltre grossi interessi economici con riferimento alle imprese che effettuavano i lavori di ammodernamento dell’autostrada nella zona di loro competenza. In particolare, i Iannazzo gestivano direttamente i lavori che ricadevano nei territori comunali di San Mango d’Aquino, Nocera Terinese, Falerna, Gizzeria, Maida e la zona della Sir sino ai confini con Acconia di Curinga”.

(fonte)