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Carceri che esplodono, le opposizioni contro Nordio: sovraffollamento, suicidi e promesse mancate nel mirino

Lo scontro, l’ennesimo, con il governo si consuma sulle carceri e questa volta il guardasigilli Carlo Nordio è chiamato almeno a metterci la faccia. Le opposizioni depositano una nuova richiesta di informativa urgente al ministro della Giustizia e il senso non è la forma parlamentare: è la fotografia di una crisi che non trova più un responsabile politico disposto ad assumersela. I numeri si impongono: settantadue suicidi, sovraffollamento al 137%, oltre 63.000 detenuti stipati in meno di 47.000 posti reali. È il quadro di un sistema penitenziario che ha oltrepassato la soglia di sicurezza e si avvicina all’orizzonte delle vecchie condanne europee.

Le promesse mancate e la realtà che esplode

Il nodo non è solo ciò che accade nelle carceri, ma ciò che non accade nel governo. Nordio aveva promesso un’inversione di rotta: un carcere meno punitivo, più misure alternative, meno reati simbolici. Oggi il bilancio è l’opposto. Le riforme attese si sono fermate, il piano edilizio avanza tra ritardi e procedure da rifare e la task force sulle pene brevi è rimasta imprigionata nella burocrazia e nell’assenza di soluzioni abitative.

Nel frattempo, i nuovi decreti sulla sicurezza hanno ampliato l’area del penale, riversando negli istituti altre migliaia di ingressi. La distanza tra la retorica garantista e le scelte di governo è diventata il cuore della crisi. Le opposizioni lo dicono apertamente: il ministro non ha più la forza di fronteggiare un’emergenza che lo ha superato. Paolo Ciani (PD) parla di una situazione «non più procrastinabile» e ricorda che «i numeri non sono compatibili con uno Stato di diritto». Roberto Giachetti (Italia Viva) sottolinea che è «la decima volta in un mese» che si chiede un’informativa e chiede alla Presidenza se debba diventare «una sterile richiesta destinata a finire qui».

Devis Dori (AVS) affonda: «Forse stiamo sbagliando ministro. Noi le proposte le abbiamo, ma forse non vuole ascoltarle». Riccardo Magi (+Europa) definisce «inaccettabile» che un tema così delicato «venga trattato con tanta leggerezza». Enrica Alifano (M5S) chiede «risposte concrete per gli ultimi degli ultimi». Federica Onori (Azione) denuncia «l’indecorosa assenza del ministro davanti a un’emergenza nazionale».

E i garanti segnalano incendi nei minorili, sezioni inagibili, tassi di autolesionismo in crescita, colloqui ridotti al minimo e condizioni che definire precarie è un eufemismo.

Una maggioranza che non sa più cosa raccontare

Dentro il centrodestra la frattura è evidente. Fratelli d’Italia mantiene la linea securitaria, sostenuta dal sottosegretario Delmastro, che considera il sovraffollamento un prezzo inevitabile. La Lega presidia il terreno dell’ordine pubblico e blocca ogni ipotesi di clemenza.

Forza Italia, sempre più isolata, tenta di difendere un residuo profilo garantista, apre alla liberazione anticipata speciale e guarda con favore al numero chiuso, ma ogni volta viene riportata all’ordine. Ignazio La Russa, unico con un ruolo istituzionale forte, ha parlato di un decreto entro Natale per alleggerire la pressione: un segnale che racconta più di molte dichiarazioni ufficiali.

È questo il contesto che le opposizioni hanno riportato in Parlamento: un sistema al limite e una maggioranza che non trova una storia unica da raccontare sulla pena, oscillando tra la difesa dell’indurimento e la consapevolezza crescente che l’emergenza non è più governabile.

Il punto politico del 3 dicembre

Non servono scontri in Aula per capire che il governo ha esaurito gli strumenti per fronteggiare la crisi. Le opposizioni non chiedono più spiegazioni: chiedono responsabilità. Se settantadue suicidi non bastano a cambiare passo, allora il problema non è tecnico ma politico.

Il 3 dicembre segna esattamente questo: il momento in cui la distanza tra la retorica del governo e la realtà delle celle diventa impossibile da coprire. Se l’esecutivo continuerà a rinviare, l’intervento arriverà altrove: dai garanti, dalla giurisdizione europea o, più semplicemente, dalla cronaca. E la cronaca, quando supera la soglia della tragedia sistemica, non aspetta certo i tempi della politica.

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La dottrina del condono

Matteo Salvini governa come se il Paese fosse un cantiere lasciato aperto dagli amici del mattone. E ogni volta che torna sulla scena, porta con sé la stessa idea fissa: non correggere le distorsioni dell’edilizia italiana, ma assolverle. Prima il “Salva Casa” del 2024, trasformato in una sanatoria strutturale delle difformità interne, delle verande chiuse, dei frazionamenti spuntati senza titolo. Poi la spinta, nella Manovra 2026, a riaprire i vecchi condoni del 1985 e del 2003: una promessa implicita di clemenza verso chi ha costruito fuori dalle regole e per anni ha aspettato l’occasione buona.

Ora arriva il capitolo finale: la riforma dell’edilizia che introduce un silenzio-assenso potenziato e una sanatoria per gli abusi realizzati prima del 1° settembre 1967. Un confine che permette di regolarizzare ampliamenti, volumi, trasformazioni nati senza alcun controllo. Se il Comune non risponde, l’abuso diventa legittimo. Non una scorciatoia burocratica: una strategia politica.

Salvini racconta tutto come “libertà”, “semplificazione”, “rilancio dell’economia”. Ma la semplificazione, qui, è la cancellazione della legalità urbanistica. Lo Stato rinuncia a verificare, a controllare, a difendere il territorio: è l’irresponsabilità come architettura normativa. Un Paese fragile — segnato da frane, alluvioni, dissesti — dovrebbe pretendere più prudenza, non un colpo di spugna permanente.

È questo il vero progetto: trasformare l’abuso in normalità e la normalità in un ostacolo. Chi ha rispettato le regole resta il fesso della storia; chi le ha violate trova sempre una porta aperta. Governare diventa condonare, e il condono diventa dottrina: una pedagogia del favore che premia chi ha osato di più, che perdona retroattivamente, che considera il territorio una quota di scambio politico.

La domanda non è più cosa si costruirà, ma cosa lo Stato sarà disposto a perdonare. E in questa risposta c’è già tutto il fallimento di un’idea di governo che ha scambiato il Paese per un eterno cantiere abusivo in cerca di assoluzione.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #92

La tregua continua a somigliare a un titolo letto da lontano, perché sul terreno i colpi non rispettano le sospensioni annunciate. A ovest della Linea gialla, nel quartiere di Zeitoun, le forze israeliane hanno aperto il fuoco: l’esercito parla di tre «miliziani eliminati» dopo aver superato la linea; le fonti ospedaliere dell’Al-Ahli hanno registrato civili feriti e un uomo ucciso, arrivato già senza vita. Due versioni che disegnano lo stesso spigolo: il confine che dovrebbe garantire sicurezza diventa di nuovo un varco da cui entra la violenza.

Intanto sotto le macerie restano oltre 9.500 dispersi, secondo il Gaza Government Media Office. Numeri che non compaiono nei negoziati di queste ore, concentrati sui «reperti» dei due ostaggi recuperati, mentre la contabilità reale della Striscia continua ad ampliarsi. Dal lato giordano arriva un altro frammento del quadro: il ministro degli Esteri Ayman Safadi denuncia più di 500 violazioni del cessate il fuoco e aiuti fermi al 20 per cento del fabbisogno. La tregua, vista da qui, è una cornice che non riesce a trattenere nulla.

Intanto il corridoio di Netzarim cambia forma: le squadre ingegneristiche egiziane stanno livellando il terreno per costruire nuovi campi destinati agli sfollati, mentre a Al-Zahra nasce un secondo insediamento. È la geografia della Gaza che verrà, tracciata mentre la Striscia è ancora ferita. E Rafah apre solo in uscita, sotto supervisione Ue e con autorizzazione israeliana, senza alcuna indicazione sul rientro. Una porta che rischia di trasformare l’emergenza in migrazione definitiva.

Sul piano politico la Knesset discute l’adozione del piano in 20 punti dell’amministrazione Trump; Netanyahu prepara il viaggio a Washington; Meloni da Manama descrive quel progetto come «un’opportunità reale». La distanza con ciò che accade a Gaza resta intatta: i confini si ridisegnano a colpi di bulldozer e di fucile, mentre la diplomazia continua a parlare la lingua delle mappe e delle promesse.

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Guarire costa troppo

La povertà non arriva mai da sola. Entra in casa in silenzio, si siede al tavolo, poi comincia a portarsi via i diritti uno alla volta. Prima la qualità del cibo, poi una visita rimandata, poi un farmaco “solo per qualche giorno”. In Italia oggi ci sono più di 500mila persone che non riescono a permettersi nemmeno le cure essenziali: è la fotografia impietosa del nuovo rapporto del Banco Farmaceutico, che segnala un aumento dell’8,4% in un solo anno. È il segnale di una frattura che si allarga. Nel 2024 le famiglie hanno pagato 10,16 miliardi di euro di spesa farmaceutica totalmente di tasca propria, e in sette anni questa quota è cresciuta di oltre il 21%. Significa che il Servizio sanitario nazionale copre sempre meno, mentre il mercato copre sempre di più. E quando il mercato entra nei diritti, i diritti diventano oggetti di consumo. Intanto quasi 3,1 milioni di italiani hanno rinunciato a visite o esami per ragioni economiche. Dietro ogni numero c’è una storia che non fa rumore: un anziano che taglia le compresse per farle durare il doppio, un genitore che sceglie se curarsi o comprare i libri ai figli, un malato cronico che fa i conti con la data di scadenza del conto corrente più che con la data di scadenza del farmaco. La povertà sanitaria non è un settore specialistico: è il barometro dell’uguaglianza. Racconta quanto ci stiamo allontanando dall’idea che la salute sia un diritto e non un premio. Ogni ticket che aumenta è un gradino in più tra chi può e chi non può. Ogni rinuncia è una sconfitta collettiva. E il paradosso è evidente: mentre migliora la medicina, peggiora l’accesso alla medicina. La povertà cresce così, giorno dopo giorno. Senza proclami, senza emergenze dichiarate. È già qui, nei farmaci che molti non comprano più e nei diritti che evaporano mentre fingiamo di non accorgercene.

Buon mercoledì
Foto di freestocks su Unsplash

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Morti sul lavoro, la strage silenziosa degli Over 60 che l’Italia non affronta

L’Italia del 2025 si misura con una statistica che non assomiglia a nessun altro grande Paese europeo: 323 lavoratori con più di 60 anni morti mentre erano al lavoro, su 962 decessi complessivi. È una vittima su tre, e quasi la metà — 164 persone — aveva superato i 70 anni. La curva non è un’anomalia dell’ultimo anno: dal 2022 a oggi i decessi degli anziani sono aumentati del 15%, mentre la mortalità complessiva è rimasta quasi identica.

Le cronache locali illustrano un Paese che accompagna i suoi anziani fino ai mestieri più pericolosi. A Ceccano un 66enne è precipitato da un ponteggio alto nove metri mentre tentava di integrare una pensione insufficiente. A Palermo un 60enne è morto in un reparto in ristrutturazione, durante un turno di manutenzione irregolare. Casi diversi, dinamica identica: redditi troppo bassi, cantieri appesi ai subappalti, assenza di protezioni specifiche per chi lavora oltre i 60 anni. In molte aree del Paese, perfino la formazione obbligatoria viene ridotta a un adempimento formale, distante anni luce dalle reali condizioni dei cantieri in cui si continua a lavorare senza rete.

Il nodo dell’età pensionabile e il buco della sicurezza

L’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni, introdotto senza una strategia dedicata ai lavoratori maturi, ha spinto decine di migliaia di ultra-sessantenni a restare attivi in settori che richiedono riflessi pronti, forza fisica, equilibrio. Una caduta da pochi metri che un quarantenne potrebbe assorbire diventa fatale per chi ha il corpo segnato dal lavoro di una vita, soprattutto quando gli stessi turni vengono estesi per compensare la riduzione degli organici e il ricorso crescente a micro-imprese prive di risorse.

Nei cantieri, le cadute dall’alto rappresentano più di un terzo dei decessi. Nelle costruzioni si contano 182 morti nel 2024, con una quota elevata dovuta a tetti, ponteggi e coperture. Per gli over 60 questi numeri assumono un significato diverso: l’impatto di un infortunio, a quell’età, non lascia margini.

Il quadro normativo rimane immobile. Non esiste alcuna protezione aggiuntiva per gli over 60 e non è prevista alcuna modulazione dei rischi in base all’età. Le regole sono le stesse per tutti, anche quando i corpi non lo sono più. L’assenza di soglie specifiche per il lavoro in quota, la mancanza di un ritmo ridotto, l’assenza di una rotazione obbligatoria verso mansioni più leggere e la carenza di controlli medici rafforzati nei settori più esposti compongono un sistema che non riconosce l’invecchiamento come fattore di rischio.

L’effetto dei subappalti e il confronto con l’Europa

La scelta di consentire il subappalto a cascata ha frammentato ulteriormente la filiera dei cantieri. Nei livelli più bassi finiscono lavoratori anziani, spesso senza tutele reali e spesso impiegati in micro-imprese che sfuggono ai controlli ispettivi. È qui che si concentra l’80% degli infortuni mortali degli over 60, un dato che racconta quanto la debolezza contrattuale diventi vulnerabilità fisica. L’espansione dei subappalti ha anche ridotto la responsabilità diretta delle imprese principali, generando una catena di comando in cui la sicurezza scivola verso il basso fino a scomparire.

Nel resto d’Europa il quadro è diverso. La Germania ha linee guida che prevedono rotazioni e adattamenti ergonomici già dai 55 anni. La Francia limita il lavoro notturno agli over 50 in alcuni settori e finanzia le aziende che modificano l’organizzazione delle mansioni. La Finlandia integra prevenzione, riabilitazione e reinserimento, mentre la Svezia offre reali uscite flessibili grazie a un sistema pensionistico costruito sulla sostenibilità fisica del lavoratore. L’Italia combina invece un’età pensionabile tra le più alte con una struttura produttiva frammentata e una rete ispettiva insufficiente.

Chi analizza questi numeri osserva che “chi ha già lavorato una vita finisce nei mestieri più rischiosi proprio quando il corpo non può più sostenerli”. È il riassunto più fedele del paradosso italiano: un Paese che continua a far morire i propri anziani nei cantieri, nei campi e nei capannoni, senza un piano per impedirlo.

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Cpr in Albania, esposto di ActionAid alla Corte dei Conti sui costi dei centri

Oggi ActionAid chiede ufficialmente alla Corte dei Conti di verificare se l’operazione Albania abbia prodotto un danno erariale. L’esposto ricostruisce due anni di spesa pubblica che si allarga a ogni passaggio: 39,2 milioni stanziati con la legge di ratifica del protocollo, poi improvvisamente aumentati a 65 milioni con il cosiddetto “Decreto Pnrr 2”, quando la competenza passa dalla Giustizia e dal Viminale alla Difesa. È il primo scarto politico: la detenzione amministrativa dei migranti diventa un capitolo militare. 

Secondo i dati ottenuti tramite accesso civico, la Difesa ha bandito 82 milioni di gare, firmato contratti per oltre 74 milioni – quasi tutti affidamenti diretti – ed erogato più di 61 milioni. Un flusso di denaro che corre più veloce dell’attivazione dei centri: a marzo 2025 erano in funzione solo il 39% dei posti dichiarati. 

Nello stesso tempo ActionAid segnala all’Anac presunte irregolarità nell’affidamento dell’appalto da 133 milioni, che sarebbe stato assegnato senza verificare nemmeno la “rilevanza internazionale”, condizione che avrebbe imposto una procedura più aperta e competitiva. «Soldi pubblici sottratti alla salute, alla giustizia e al welfare», denuncia l’avvocato Antonello Ciervo, definendo «ancora più grave» la distorsione nell’uso delle risorse. 

Centri semivuoti, costi che esplodono

Il dossier fotografa un sistema che assorbe fondi senza produrre risultati. A Gjader, in due mesi di attività semideserta, un singolo posto costa 1.500 euro, lo stesso importo che una struttura come Modica spende per un intero anno di gestione ordinaria. Nel frattempo, il 20% dei posti nei Cpr italiani resta vuoto, mentre l’Albania moltiplica i passaggi e le spese. 

A marzo 2025 parte la fase più controversa: trasferimenti in Albania di persone già trattenute in Italia. Il risultato è un itinerario circolare – Italia, Albania, di nuovo Italia – che non cambia il destino amministrativo dei migranti, ma aumenta i costi. A fine 2024 il prezzo giornaliero per detenuto a Gjader è quasi triplo rispetto ai Cpr italiani.

Le spese accessorie raccontano la stessa dinamica. Oltre 2,6 milioni per la nave Libra – manutenzione, forniture, poi la cessione a Tirana. 630mila euro del Viminale per trasferimenti e tecnologie di controllo. E il capitolo più impressionante: 105.616 euro al giorno per vitto e alloggio delle forze dell’ordine impegnate in Albania tra ottobre e dicembre 2024, quasi 18 volte il costo giornaliero di Macomer e 28 volte quello di Palazzo San Gervasio. 

Il Ministero della Giustizia ha firmato contratti per quasi 2 milioni ed effettuato pagamenti per 1,2 milioni per il centro di Gjader, mai utilizzato e consegnato solo al 70%. Il Ministero della Salute ha autorizzato spese per 4,8 milioni, ma gli uffici dell’Usmaf Albania risultano deserti dal marzo 2025. La commissione vulnerabilità si riunisce solo da remoto, e solo davanti a referti già conclusivi: una tutela sanitaria ridotta a procedura formale. 

Rimpatri irrilevanti, costi imponenti: ora tocca ai giudici

Il nodo finale riguarda l’efficacia. L’esperimento siciliano che ha preceduto l’Albania aveva già mostrato tutti i limiti: zero convalide e zero rimpatri nel 2023, cinque rimpatri su 166 nel 2024 tra Modica e Porto Empedocle. Lo Stato trattiene, trasferisce, riporta indietro, spende. Il risultato non si sposta. 

Per l’esperto di migrazioni di ActionAid Fabrizio Coresi, l’ostinazione istituzionale nel mantenere vivo questo modello, «inumano, inefficace e giuridicamente inconsistente», ha generato una perdita che «non può essere archiviata come mero errore tecnico». L’esposto ne chiede la verifica contabile: un passaggio che sposta la discussione dall’arena politica alla responsabilità amministrativa. 

Oggi, con il dossier sul tavolo dei magistrati contabili e l’Anac chiamata a valutare l’appalto chiave, l’operazione Albania entra nel punto più delicato della sua storia. La promessa di efficienza si misura finalmente con le carte. E con il peso del denaro pubblico che, in questi due anni, è evaporato molto più velocemente dei risultati.

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Povertà alimentare e sanitaria: ecco i dati che smentiscono il governo

La narrazione di un Paese in ripresa si scontra, ancora una volta, con la realtà. Quella che emerge dai numeri, dai dati, dall’allarme lanciato da due diversi rapporti. E che parla chiaramente di un aumento della povertà alimentare e della povertà sanitaria. Andiamo con ordine. Ieri alla Camera dei Deputati è stato presentato l’Atlante della Fame in Italia, il rapporto annuale che misura in modo sistematico la povertà alimentare e le sue cause. Un documento tecnico, eppure dirompente, che si inserisce di traverso nella narrazione rassicurante con cui la maggioranza descrive da mesi un Paese in ripresa. I dati raccontano tutt’altro.

Secondo l’analisi, quasi 3 milioni di famiglie nel 2024, circa 6 milioni di persone, non sono riuscite a garantire un’alimentazione sana e bilanciata: l’11% dei nuclei italiani, in aumento rispetto all’8,4% dell’anno precedente. È la fotografia di un Paese in cui mangiare in modo adeguato non è più un punto di partenza, ma un traguardo fragile. Molti tagliano proteine, altri saltano pasti per far mangiare i figli.

La frattura territoriale è netta. Nel Sud il 14,3% delle famiglie non può permettersi un pasto proteico ogni due giorni, con percentuali oltre il 10% anche nel Centro e nelle Isole. Le situazioni più critiche si registrano tra le famiglie numerose, tra i nuclei con componenti stranieri e nei contesti con bassi livelli d’istruzione. È qui che emerge la frattura tra il racconto politico e la realtà: la povertà lavorativa è diventata un fenomeno stabile, che smentisce l’idea che il lavoro basti a proteggere.

Il paradosso degli invisibili

Il rapporto descrive anche una fascia di famiglie che vive appena sopra la soglia di povertà e che basta un imprevisto per far precipitare. Ma il dato più rivelatore riguarda la domanda di aiuto: il 78% delle famiglie che non può permettersi un pasto proteico non accede ad alcuna forma di sostegno. Lo stigma pesa, la sfiducia pesa, e pesa l’idea che l’assistenza sia un binario morto. È la povertà che non compare nelle statistiche perché resta chiusa in casa, lontana dai radar istituzionali.

Sul fronte delle politiche pubbliche, la risposta resta parziale. Carta Dedicata a Te e Reddito Alimentare garantiscono interventi immediati, ma non toccano le radici economiche della povertà. Intanto il costo di una dieta sana cresce, e oltre un milione e mezzo di persone ha vissuto periodi senza risorse sufficienti per acquistare cibo. Più di 430 mila minori rientrano nella deprivazione alimentare, con i picchi maggiori nel Mezzogiorno.

La distanza tra innovazione locale e immobilismo nazionale

Nelle città metropolitane nascono modelli più avanzati: empori solidali, food policy urbane, percorsi che uniscono educazione alimentare e reinserimento lavorativo. Sono laboratori che mostrano come sia possibile intervenire sulle radici sociali della povertà. Ma restano isole: manca una strategia nazionale, manca un coordinamento, manca soprattutto l’assunzione politica di un dato evidente.

Perché l’Atlante lo dice senza giri di parole: un italiano su dieci non ha accesso a un’alimentazione adeguata. Non è un dettaglio tecnico né una disputa ideologica. È un indicatore sociale che misura la distanza tra il Paese raccontato e il Paese reale. La povertà alimentare è ormai un fenomeno strutturale, intreccio di salari insufficienti, precarietà, inflazione e welfare frammentato.

Un Paese che viene descritto come se stesse meglio dovrebbe dimostrarlo dove conta davvero: nella possibilità di mettere in tavola ciò che serve. Oggi, invece, la distanza tra retorica e realtà non si chiude. E prima o poi la politica dovrà rispondere a questi numeri, non alle proprie narrazioni.

La povertà è pure quella sanitaria

L’altro allarme viene dal dodicesimo Rapporto sulla povertà sanitaria di Banco Farmaceutico. Nel 2025 sono state 501.922 le persone in povertà sanitaria, ovvero quelle che hanno dovuto chiedere aiuto a una delle oltre duemila realtà assistenziali convenzionate con Banco Farmaceutico per ricevere gratis farmaci e cure che non potevano permettersi. Un aumento dell’8,4% rispetto alle 463mila persone che hanno chiesto aiuto nel 2024. In condizione di povertà sanitaria si trovano soprattutto uomini (51,6%), persone in età adulta (il 58% ha tra i 18 e i 64 anni), ma anche tantissimi minori: sono ben 145mila, ovvero il 29% del totale.

I malati acuti (56%) superano i malati cronici (44%). E c’è poi un altro dato allarmante: nel 2024 la spesa farmaceutica delle famiglie è stata di 23,81 miliardi, con una lieve crescita (+0,7%) rispetto all’anno precedente, ma con una quota di spese a carico del Servizio sanitario nazionale che si ferma al 57,3% del totale. Quindi oltre 10 miliardi vengono pagati interamente dalle famiglie, con una crescita di quasi 1,8 miliardi rispetto al 2018. Nel 2024 quasi una persona su dieci ha rinunciato a visite ed esami specialistici, ricorda il Rapporto citando l’Istat, soprattutto a causa delle liste d’attesa, ma anche per ragioni economiche, con un dato in crescita rispetto all’anno precedente.

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Tortura organizzata: nuova accusa dell’Onu a Israele

L’immagine che apre la giornata non è un cratere, ma un ragazzo in smoking. Il videoreporter palestinese Mahmoud Wadi, ucciso da un drone israeliano a Khan Younis mentre filmava le rovine con lo stesso strumento con cui, fino a un anno fa, riprendeva matrimoni. La foto elegante accostata al giubbotto “PRESS” sul suo corpo ricomposto è il promemoria più crudele di cosa significhi raccontare Gaza.

Nel resto della Striscia le agenzie contano altre vittime, mentre in Cisgiordania l’esercito fa esplodere la casa del detenuto Abdul Karim Sanoubar, evacuando tredici famiglie: una punizione collettiva che si aggiunge a un territorio ormai trasformato in un mosaico di demolizioni, retate, checkpoint.

Ma oggi il centro politico arriva da Ginevra. Il Comitato ONU contro la tortura parla di una «politica di fatto di tortura organizzata e diffusa» da parte di Israele. Non più abusi isolati: una struttura. Nel rapporto compaiono pestaggi sistematici, attacchi con cani, waterboarding, elettroshock, violenze sessuali, amputazioni dovute a cure negate. E un dato che inchioda: almeno 98 palestinesi morti in custodia nell’ultimo anno, una mortalità che per gli esperti è “indicatore diretto” dell’uso della violenza negli interrogatori.

Il dossier apre un fronte internazionale delicatissimo e rischia di spingere gli Stati membri verso indagini sui vertici politico-militari israeliani, mentre la Corte penale internazionale lavora su un fascicolo parallelo. Intanto l’Europa continua a chiedere de-escalation senza toccare i rapporti militari con Tel Aviv, e l’Italia tace anche davanti alla parola più pesante pronunciata dall’ONU: tortura come categoria strutturale.

Per questo oggi lo smoking di Wadi pesa più di una statistica: ogni cronista che cade porta via un pezzo della verità che potrebbe finire davanti ai giudici.

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Curve e criminalità, allarme della Procura nazionale Antimafia: intreccio pericoloso, non solo nel calcio

Il punto di partenza è nelle parole pronunciate dal sostituto procuratore nazionale antimafia Antonio Ardituro: nelle curve italiane cresce un’area grigia in cui si intrecciano suprematismi, affari e infiltrazioni criminali. È un allarme che non riguarda più solo il calcio. Tocca anche il basket e – soprattutto – mette a nudo un sistema politico e sportivo che ha preferito evitare gli incidenti piuttosto che affrontare la radice del problema. La notizia è che la Procura antimafia parla apertamente di svastiche, gruppi neofascisti, reti transnazionali e rapporti opachi tra club e tifoserie organizzate. È un salto di qualità: non è più un tema di ordine pubblico. È una questione di sicurezza democratica.

La zona grigia che piace alla politica

Le curve sono diventate nei fatti spazi extraterritoriali. Ardituro lo dice chiaramente: quando un settore dello stadio è gestito da un gruppo che stabilisce regole proprie, impedisce ai tifosi con biglietto nominale di sedersi al proprio posto, tratta con dirigenti e calciatori come un interlocutore politico e pretende pacchetti di biglietti fuori dai canali ufficiali, non si parla di folklore. Si parla di potere. Un potere che interessa alle mafie e alle organizzazioni dell’estrema destra, che vi trovano una base fertile: visibilità, ricambio generazionale, soldi, controllo del territorio sociale che circonda lo stadio.

La politica ha accettato questo equilibrio instabile perché garantiva una “pace negli stadi” che valeva più della legalità. L’obiettivo era evitare incidenti, non recuperare sovranità. È la critica più tagliente della Procura: finché il criterio sarà solo la quiete apparente, la tentazione di chiudere un occhio sui rapporti privilegiati con gli ultrà resterà. E qui si innesta il nodo istituzionale: Ministero dell’Interno, FIGC, Leghe, club, Comuni e Regioni si dividono competenze e responsabilità, lasciando un vuoto che i gruppi criminali riempiono benissimo.

Tre piste per spezzare il patto non scritto

La prima è culturale e normativa: trattare davvero le curve come un luogo in cui si intrecciano mafie ed eversione. Significa coordinare stabilmente Dna, Digos, federazioni e club; colpire la presenza sistematica di simbologie neonaziste con sanzioni sportive e amministrative; leggere le curve come un terreno di radicalizzazione politica.

La seconda riguarda il modello repressivo. La Procura suggerisce un’evoluzione dei Daspo, seguendo la logica dei banning orders inglesi: divieti pluriennali anche per chi esercita ruoli di comando, gestisce economicamente la curva o intrattiene contatti con clan. Misure coerenti con le prevenzioni antimafia, non più solo con la repressione degli scontri. È un cambio di paradigma: colpire la struttura invece dell’episodio.

La terza è la trasparenza, vero nervo scoperto. Ardituro è netto: niente più pacchetti di biglietti consegnati ai gruppi ultrà, tracciabilità totale della biglietteria, controlli antimafia estesi a parcheggi, steward, catering e a ogni concessione collegata allo stadio. È il punto in cui si misura la volontà reale dei club: eliminare quelle rendite opache significa togliere soldi e potere a chi governa la curva.

Accanto a questo, resta la prevenzione strutturata: un lavoro sociale con le tifoserie, sul modello tedesco della fanarbeit, per limitare radicamento estremista e violenza, con operatori stabili e professionali.

Oggi la Procura antimafia dice che il problema non è periferico. È diventato un indicatore dello stato di salute della democrazia. Le società sportive chiedono tifo, calore, coreografie. Ma la politica deve decidere se quel calore può essere lasciato in mano a chi lo trasforma in potere parallelo. È lì che si vede da che parte stanno davvero le istituzioni.

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Essere Sumud

Ci sono battaglie che resistono perché trovano un corpo collettivo in cui abitare. La Global Sumud Flotilla, finora, ha funzionato per questo: attorno a Gaza si è costruita una comunità. Le persone l’hanno scelta come specchio del mondo in cui vivono, come termometro delle cose che non vogliono più accettare. L’emozione è stata la scintilla. Poi sono arrivate la pratica politica, lo studio, l’informazione ostinata.

Adesso però il tempo cambia. I giornali non inseguono più la capitalizzazione del dolore. Lo faranno sempre meno. I politici stenderanno il fondotinta della tregua per parlarne il minimo indispensabile. Gli eventi si diraderanno. E proprio qui si misura la stoffa del Sumud: la perseveranza quando l’attenzione occidentale tenta la fuga.

Per questo conviene guardare già alla prossima missione. Entro i primi mesi del 2026 la Flotilla ci riproverà, ma via terra: una carovana di aiuti tenterà di raggiungere Rafah dall’Egitto, sfidando il Sinai militarizzato, i permessi che si inceppano a ogni checkpoint, le procedure che tengono ferme le tonnellate di materiali bloccati in Giordania da settimane . Il Cogat israeliano continua a decidere cosa entra e quando. Il valico di Rafah resta più un’ipotesi che un luogo.

È un progetto ambizioso, fragile, pieno di ostacoli. Proprio per questo è necessario. Perché il filo che tiene insieme questa mobilitazione globale è la capacità di non lasciarsi addomesticare dalla distanza né dalle attese. Sumud vuol dire tenere il punto. E il punto, oggi, è non permettere che l’assedio venga normalizzato nel silenzio.

Buon martedì.

Foto WP

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