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«Cucù, Equitalia non c’è più»

Ospite di In mezz’ora su Rai Tre intervistato da Lucia Annunziata (il video è qui) Matteo Renzi ha salutato così l’abolizione di Equitalia: «Cucù, Equitalia non c’è più». Poi ha raccontato che la mossa della demolizione dell’odiata agenzia in realtà non c’entra nulla con il pressi referendum specificando che semplicemente crede che sia qualcosa che “andava fatto”.

Ora, al di là della vicenda Equitalia che in questi anni ha assunto proporzioni vergognose, va osservato come si sia sviluppata in tempi recenti (non solo per Renzi) una certa ritrosia a spiegare le ragioni politiche che stanno dietro a una riforma; non tanto gli effetti più o meno di pancia che possono avere sull’elettorato (c’è gente, molta gente, che crede riavere ricevuto in condono tombale di tutti i pagamenti arretrati, per dire) ma soprattutto la programmazione e la visione che stanno dietro a una scelta continuano a mancare e a non essere considerate importanti.

Sarebbe utile sapere, ad esempio, come la rinuncia a Equitalia si inserisca in una più ampia lotta all’evasione (ma anche se è sia prioritaria la lotta all’evasione) così come per la riforma costituzionale sarebbe utile ascoltare le modalità che saranno utilizzate per migliorare la classe politica nei prossimi anni poiché, vista la comunicazione, sembra evidente che Renzi e soci puntino molto sulla grettezza dei politici e quindi su una loro subitanea riduzione. Sarebbe utile sapere, ad esempio, come Renzi pensa di poter fare senza Alfano o Verdini nella prossima legislatura per avere una maggioranza che gli permetta di governare tenendo conto della perdita di voti del suo partito.

Ci piacerebbe sapere se la riduzione delle tasse prevede una diversa programmazione delle entrate di Stato (da dove e come) oppure una drastica riduzione della spesa pubblica (da dove e come). Ci si potrebbe interrogare su quali siano le previsione future del bilancio nazionale nei prossimi anni e da cosa derivi l’ottimismo renziano che gli consente di sognare un “grande opera” come il ponte di Messina e sarebbe curioso avere una risposta sulla riforma dei partiti che si renderebbe necessaria con l’istituzione dell’elezione indiretta per il Senato. E se davvero invece i senatori li sceglieranno i cittadini forse sarebbe il caso di chiarire come prima di andare a votare il referendum.

Pensandoci in realtà sarebbe opportuno avere il governo qualcuno che abbia presentato un programma elettorale per giudicarlo “nel merito”, tanto per citare una definizione tanto di moda. E invece niente: qui abbiamo un governo che è la nuvola di polvere che è riuscita ad alzarsi dalle macerie precedenti. Senza voto, senza campagna elettorale e soprattutto senza un programma. E sono quelli che vorrebbero cambiare la Costituzione. Per dire.

Buon lunedì.

(il mio buongiorno per Left, dal lunedì al venerdì, sul sito del settimanale qui)

Platì: il parroco e il favoreggiamento ecclesiastico alla mafia

(Papa Francesco ha scomunicato i mafiosi ma dovrebbe dare un’occhiata anche ai suoi parroci. Forse. L’articolo di Lucio Musolino)

“La Chiesa deve dire di no alla ‘ndrangheta. I mafiosi sono scomunicati. La ‘ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato. Bisogna dirgli di no”. Le parole di Papa Francesco pronunciate durante la sua visita in Calabria nel giugno 2014 erano chiare. Non lasciavano adito a fraintendimenti. Eppure non sono state ascoltate da tutti. Sicuramente non le ha ascoltate don Giuseppe Svanera, parroco di Platì, che ai mafiosi non solo dice di sì, ma gli celebra i funerali, “li attende in chiesa e va a visitarli”. La polemica si è consumata tutta tra il 22 e il 23 ottobre quando il questore di Reggio Calabria Raffaele Grassi ha notificato al parroco un’ordinanza con cui ha vietato i funerali pubblici e in forma solenne per Giuseppe Barbaro conosciuto con il soprannome di “U cenni”. Si tratta di un esponente di spicco della ‘ndrangheta di Platì che nei giorni scorsi, a 54 anni, è morto in carcere dove stava scontando una pena perché condannato dal Tribunale di Torino a 5 anni nel processo “Minotauro”. Dal Piemonte alla Calabria, le regole della ‘ndrangheta sono le stesse. Comprese quelle dei funerali, ritenuti un momento importante per le famiglie mafiose che, proprio in queste occasioni, sfoggiano il loro potere e la loro capacità di piegare anche la Chiesa.

Per Giuseppe Barbaro, all’insaputa del vescovo di Locri, don Giuseppe Svanera prende carta e penna e scrive al ministro Angelino Alfano formulando un ricorso avvers o l’ordinanza del questore sostenendo che ha “infranto il principio di non ingerenza tra Stato e Chiesa”. Nella lettera, il parroco di Platì sfoggia le sue conoscenze giuridiche e, “sicuro di vostro benevole accoglimento del ricorso”, prima ricorda ad Alfano alcuni articoli della Costituzione e una sentenza del Tar della Campania e poi giunge alla conclusione che il “provvedimento di divieto questorile integra un illegittimo impedimento e limitazione allo svolgimento dell’ordinario rito funebre in forma pubblica previsto dal rito cattolico”. ‘Ndrangheta uno, Chiesa zeroplati-istanza-parroco.

Eppure il divieto dei funerali pubblici non è una novità in territori come quello di Platì. Poche settimane fa c’è stata la stessa ordinanza in occasione della morte del boss Paolo Sergi, un noto trafficante di cocaina coinvolto in numerose inchieste antimafia nell’ambito delle quali erano emersi i contatti tra il mondo dei narcos e delle brigate rosse. A queste latitudini, non c’è un mafioso morto che può vantare di aver ricevuto un trattamento diverso da quello imposto dal questore Raffaele Grassi.

Portano la sua firma, infatti, i divieti per altri funerali: da quello di Rocco Musolino, il “Re della Montagna” (ritenuto un boss anche se non è mai stato condannato per mafia), a quello dell’imprenditore di Palmi Vincenzo Oliveri, da quello del boss Antonio Nirta di San Luca a quello di Domenico Polimeni (uomo di fiducia dell’ex pentito Giuseppe Greco ucciso ad aprile).

E questi sono solo i morti eccellenti degli ultimi mesi per i quali è stato vietato il funerale in forma solenne, così come in passato è stato per il boss di Gebbione Santo Labate, per Domenico Vallelunga (padrino di Serra San Bruno), per il boss di Rosarno Giuseppe Pesce, per quello di Sinopoli Mico Alvaro, per il mammasantissima di Siderno Vincenzo Macrì (conosciuto con il nome di “barone”), per l’anziano patriarca Nicola Cataldo e per il reggente della cosca di Seminara Giuseppe Vincenzo Gioffré.

Ma a Don Giuseppe Svanera questo non interessa. D’altronde l’anno scorso aveva concesso una stanza della parrocchia per una protesta (organizzata dall’attuale sindaco di Platì Rosario Sergi) contro la frase del sottosegretario Marco Minniti che, dopo gli attentati terroristici in Belgio, aveva affermato “Molenbeek come Platì”. Una frase che non ha provocato un incidente diplomatico ma che, paradossalmente, ha urtato la suscettibilità degli abitanti di Platì.

Ritornando al funerale di Giuseppe Barbaro, sentito telefonicamente da ilfattoquotidiano.it il parroco rincara la dose: “È arrivata un’ordinanza del questore, l’ha portata la polizia e semplicemente ho detto che non sono d’accordo. Ho fatto tutto quello che c’era scritto lì, ma allo stesso tempo ho pensato che era conveniente e doveroso mandare questa nota al ministro Alfano. Personalmente non sono d’accordo che un questore possa proibire un funerale in chiesa. Un corteo lo può proibire senza nessun problema, ma in chiesa non comanda lo Stato. E dato che questo signore era battezzato e i familiari volevano i funerali in chiesa, io i funerali li faccio in chiesa, piaccia o non piaccia al questore. Non è lui che deve dare ordini”. E dopo la benedizione della salma al cimitero? “Alle 11 abbiamo celebrato la nostra messa in chiesa perché i familiari avevano affisso i manifesti con gli avvisi. Pensavamo di fare il funerale con il corpo ma l’abbiamo fatto senza. Però l’abbiamo fatto”.

Ma la Procura ritiene che Barbaro fosse un mafioso? “Io non so cosa pensa e cosa fa la ‘ndrangheta. Quello che è chiaro è che sono cittadino italiano e in quanto tale esigo che si compiano certi diritti. Io sono prete e, quindi, sono a disposizione della mia comunità cristiana, agli ordini del vescovo. Nessun può interferire su cosa faccio in chiesa. La ‘ndrangheta non è una questione mia. Sono venuto qui a fare il prete e non a cercare i mafiosi. La ‘ndrangheta è una questione dei giudici, dei carabinieri e degli avvocati. Che facciano il loro lavoro. Io faccio il mio. Qui ci sono almeno 600 o 700 persone di cognome Barbaro. Chi sono i criminali lo devono sapere i carabinieri. Io so che ci sono queste persone, li attendo quando vengono in chiesa, vado a visitarli. Io di mafia so solo quello che voi giornalisti scrivete. Per me un mafioso ha gli stessi diritti di una persona che non lo è”.

“Credo che la Chiesa debba con lo Stato (e quindi con le forze dell’ordine e con la magistratura) condividere un percorso di legalità senza contrapposizioni soprattutto quando il tema è la partecipazione di famiglie di ‘ndrangheta a manifestazioni pubbliche. Anche se queste, poi, si concretizzano in funerali organizzati da famiglie mafiose che rappresentano una manifestazione del potere della ‘ndrangheta”. Per il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho non ci sono dubbi su come in certi territori la Chiesa sia sottomessa alle cosche: “Probabilmente – aggiunge a il fattoquotidiano.it – bisognerebbe che tutti ci muovessimo in un’unica direzione per avere un risultato più immediato anche nei confronti della ‘ndrangheta. San Luca e Platì sono comuni in cui la ‘ndrangheta ha un ruolo di signoria”.

Non lo dice espressamente, ma a questo punto il magistrato pone pure la questione dei contributi dati alle chiese: “La forza della ‘ndrangheta è quella che elargisce anche denaro. A volte non si guarda a chi dà il denaro o altre forme di contributo, ma si guarda soltanto a quello che si riceve. Se cominciassimo anche sotto questo profilo a selezionare i contributi, e tutto ciò che fa la mafia per apparire vicina alla religione e alla chiesa, probabilmente si comincerebbe a meditare sui comportamenti che sono stati tenuti. Quando chi rappresenta i valori e i principi della religione si oppone ai comportamenti di censura nei confronti della ‘ndrangheta, si crea una confusione enorme anche nella gente. Quella gente che è assoggettata al potere mafioso e che si accorge che nemmeno la Chiesa si oppone a chi fa del male”. “Il questore – conclude De Raho – doveva vietare i funerali in forma pubblica e questo avviene anche per evitare episodi come quello dei Casamonica. La popolazione è indirettamente e implicitamente costretta a partecipare ai funerali. Chi non partecipa finisce per rappresentare il proprio dissenso e questo nelle comunità piccole è gravissimo e non può avvenire. Così un rito religioso finisce per tradursi in una manifestazione di potere”.

Sul funerale del boss Giuseppe Barbaro, interviene anche il vescovo di Locri Francesco Oliva che racconta cosa è successo domenica quando si è precipitato a Platì per capire cosa stava facendo don Giuseppe: “Pensavo che il prete non avesse rispettato l’ordinanza del questore – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it – Ero preoccupato e invece lui l’ha rispettata. Ho definito Giuseppe Barbaro un ‘padre di famiglia’ perché lo è: è sposato e ha quattro figli. Ma con questo non voglio giustificare i precedenti criminali. Che fuori dal cimitero si siano radunate delle persone, non dipende dal parroco. Chi deve fare rispettare l’ordinanza da questo punto di vista?”. E sulla messa in chiesa dopo la benedizione al cimitero? “Pregare per un defunto, – aggiunge il vescovo – chiunque esso sia, anche un delinquente, si fa sempre. Sono disposizioni dei vescovi calabresi. Si è sempre fatto così. Sono vietate le manifestazioni pubbliche, ma pregare per un defunto si può fare. Se non possiamo neanche pregare… a questo punto chiudiamo le chiese. Il parroco ha fatto quell’istanza al ministro Alfano senza consultarmi”. L’alto prelato prende le distanze dal ricorso di don Giuseppe Svanera. E nello stesso tempo lo difende: “L’unico divieto è che queste celebrazioni non avvengono in maniera solenne. Ma una messa sobria e senza la salma è una cosa ordinaria. La chiesa prega anche per il peccatore”.

È che ne usciamo tutti scorticati

L’epoca degli scorticati. Se dovessi trovare un nome al tempo sarebbe qualcosa che si avvicina allo scortico. E alla fine, in questi anni, mi è capitato di frequentarne moltissimo, ascoltarli mentre cercavano di convincermi che stavano dalla parte della regione senza nemmeno più la speranza di vincere perché no, gli scorticati, vincere no, ormai non ci pensano più ma si ristorano raccontando le loro ragioni a più persone possibili perché poi finisce che ti convinci di non averne nemmeno avuto il diritto, a furia di perdere diritti.

Così come quando mi immergo nelle cose di mafie, tra testimoni di giustizia o spaventati o minacciati o famigliari sconfitti, la sensazione che mi rimane addosso è sempre quella di passeggiare tra le strade terremotate di un Paese che ha perso la pietà oltre che la giustizia. E comunque noi scorticati, chissà perché, continuiamo imperterriti a simulare normalità nonostante sia stata la normalità a sbucciarci le speranze e il cuore. Qualche giorno fa sono stato al telefono con un testimone di giustizia, uno di quelli che facendosi i cazzi degli altri ha finito per salvare un giudice da un attentato programmato. Voleva darsi fuoco, mi diceva, e me lo diceva come chi programma una gita al lago. Era stanco di nascondersi. Almeno io scappo, ho pensato, è un privilegio scappare piuttosto che nascondersi: chi scappa alla fine pensa di trovare un luogo in cui fermarsi, chi si nasconde invece ormai si è programmato una vita tutta in sottrazione.

Ogni tanto ho la sensazione che esista un limite, un segno per terra di cui non ci accorgiamo, come se il coraggio avesse intorno dei perimetri che contengono la solidarietà, poi addirittura la mitizzazione e poi superata la linea rossa si entri nella terra del fastidio fino alla delegittimazione. Noi abbiamo un sacco di brave persone lì nella stanza della delegittimazione che avendo finito le unghie si mangiano interi e che sono così difficili da raccontare. Succede dappertutto: lavoratori, padri non perdonati, madri lasciate sole, giovani troppo fragili, anziani dalle malattie troppo lente e troppo costose. Il villaggio degli scorticati si ingrossa con una velocità spaventosa e qui intanto suoniamo la manfrina.

Ma la credibilità è un fatto

(scritto per i quaderni di Possibile qui)

Ci vuole un gran fegato nel proporre una riforma costituzionale: significa essere convinti di avere lo spessore politico e morale di impugnare la penna in un testo che è costato sangue e richiede la convinzione di essere legittimati a un’operazione che avrebbe il dovere di unire un Paese che è sempre più diviso, crepato finanche nelle istituzioni e rabbioso. Questo non significa che la Costituzione sia sacra, no: la Carta Costituzionale è la legge madre delle leggi dello Stato e in quanto tale può essere migliorata. Di più: deve essere migliorata poiché il compito della politica, quella vera, è di alimentare e sintetizzare un continuo dibattito che tenda al meglio, alla limatura continua al passo dei tempi e delle esigenze.

La contrapposizione tra riformisti e conservatori nel prossimo referendum sulla riforma costituzionale Renzi – Boschi è un falso: qui c’è uno schieramento innamorato del feticcio del cambiamento per il cambiamento da una parte e chi invece crede che sia meglio il niente (ora, così) piuttosto che un “peggio di niente”. Poi di contorno ci sono di resto coloro che cavalcano il referendum per zuffe di partito o per spodestare il governo di turno ma questi ora non ci interessano.

Però nel minestrone del populismo e della strumentalizzazione la credibilità non c’entra. La credibilità di chi propone questa riforma è un fatto politico. La compagine di chi ha tessuto le trame di questa proposta di riforma (oltre che il modo) è un elemento caratterizzante e indicativo: in una democrazia parlamentare così tanto interferita dall’Europa finanziaria, un governo non è legittimato semplicemente dai banchi che si trova ad occupare. Troppo facile, no. Se una maggioranza si propone come elemento riformatore (se non addirittura stravolgente) in tema di Costituzione ha il dovere di farsi giudicare nella sua composizione.

Renzi e Verdini (ma anche Alfano ministro dell’Interno e la Pinotti ministra della guerra e la Lorenzin ministra alla riproduzione) sono connotazioni importanti: è la differenza tra chi vota no alla riforma “come” e questi che scrivono la riforma “con”. Per questo non dobbiamo avere remore nel giudicare la credibilità di questa strampalata ciurma: la credibilità è un fatto. Di merito. E va discussa dappertutto: nei banchetti, negli incontri, casa per casa.

Lilian Thuram: «A Parigi sono diventato nero»

(Sempre una gran testa Thuram. Smesse le scarpe da calcio non ha smesso di allenare la curiosità. Ho avuto modo di incrociarlo per lavoro e mi ha sorpreso e continua ad essere lucido. Ecco il pezzo di Silvia Morosi per il Corriere)

Esplora il significato del termine: «Razzisti non si nasce, si diventa. Così in Francia sono cresciuto come “un nero”». A raccontarsi a Le Monde nell’intervista a Sandrine Blanchard in un giorno non casuale — quello dello sgombero della «Giungla» di Calais — è Lilian Thuram, ex difensore di Parma e Juventus. Non un migrante, ma un francese della Guadalupa che le dinamiche subite dai migranti le conosce bene. Seguendo gli insegnamenti della madre, ha imparato a non avere paura: «Una donna che ha lasciato i Caraibi (e 5 figli) per trovare lavoro in Francia. Per un anno non l’ho vista, ma c’erano i soldi che inviava per lettera e mio fratello più grande che faceva la distribuzione», spiega. Fino al 1982, quando a 9 anni l’ha raggiunta. «Tutti gli edifici erano identici. Il primo giorno mi sono perso e solo vedendola al balcone ho ritrovato la strada di casa».

«Quando a scuola mi chiamavano “La Noiraude”»
Gli altri bimbi del quartiere erano portoghesi, zairesi, algerini, ma «arrivato a scuola sono sorte le prime domande, quando hanno iniziato a chiamarmi “La Noiraude” (il nero, come la mucca nera di un cartone animato in voga all’epoca)», confessa. «Ho imparato a giocare a calcio a piedi nudi nei Caraibi, per non rovinare le scarpe con cui dovevo andare a scuola». Più grande, a La Fougeres, quartiere di Avon, alla periferia della capitale, grazie all’incontro con Franck Renard, «ho capito che si potevano non avere pregiudizi. Lui era di una classe sociale diversa, ma i suoi genitori sono stati meravigliosi con me, perché ero un suo amico. Suo padre mi portava in macchina a giocare a calcio, anche se non era di strada, per non farmi prendere il treno che dovevo pagare». Sempre a Le Monde, in una precedente intervista, il calciatore aveva sottolineato come la scuola come istituzione avesse perso «la capacità di insegnare la complessità dello sguardo. Insomma, il pensiero critico, e non solamente cose a memoria».

Il sogno infranto dei Mondiali di Francia?
«Black! Blanc! Beur!» («Nero! Bianco! Arabo!»). Questo é quello urlavano i francesi per le strade dopo la vittoria dei mondiali di calcio del 1998. Uno slogan che si riferiva all’incrocio di culture, lingue, etnie delle periferie delle grandi città francesi, che si riscontrava anche sul campo. Quella speranza multiculturale «è inscritta nell’inconscio collettivo. C’è meno razzismo oggi rispetto a prima. Prendiamo l’esempio della mia famiglia: mio nonno è nato nel 1908, sessanta anni dopo l’abolizione della schiavitù in Francia, mia madre nel 1947, ci fu la colonizzazione, me nel 1972, c’era la segregazione in Sudafrica», evidenzia. Il predominio dei bianchi «non è scritto nelle leggi. Viviamo in una società più egualitaria, ma ci sono ancora persone che rifiutano l’uguaglianza. Dobbiamo avere il coraggio di rispondere loro».

Rispetto i miei antenati che vissero la schiavitù
Cosa non dimenticare, quindi, della propria esperienza? «Sono figlio di una donna che ha attraversato l’Atlantico per dare maggiori opportunità ai figli. Io vengo da questa storia: i migranti sono esseri umani molto più coraggiosi della maggior parte di noi. Ho grande rispetto per i miei antenati che hanno vissuto il periodo della schiavitù». La disuguaglianza di genere «è la matrice della disuguaglianza». E ricorda la sua Fondazione per «l’educazione contro il razzismo. Uso la mia fama per costruire con altri l’uguaglianza. Dobbiamo immaginare come vogliamo la Francia da qui a 30 anni». Ambasciatore Unicef dal 2010, porta avanti una battaglia contro i pregiudizi culturali e storici che opprimono le popolazioni di pelle nera. Il fatto che si ragioni ancora per categorie – «bianchi e neri», «uomini e donne», »eterosessuali e omosessuali», – fa capire come «l’uguaglianza rappresenti una novità che deve essere ancora assimilata dalla società». Il razzismo è dappertutto, in Francia come in Italia: «Ha origini antiche, radicate generazione dopo generazione: per sconfiggerlo bisogna parlarne, non nasconderlo».«Razzisti non si nasce, si diventa. Così in Francia sono cresciuto come “un nero”». A raccontarsi a Le Monde nell’intervista a Sandrine Blanchard in un giorno non casuale — quello dello sgombero della «Giungla» di Calais — è Lilian Thuram, ex difensore di Parma e Juventus. Non un migrante, ma un francese della Guadalupa che le dinamiche subite dai migranti le conosce bene. Seguendo gli insegnamenti della madre, ha imparato a non avere paura: «Una donna che ha lasciato i Caraibi (e 5 figli) per trovare lavoro in Francia. Per un anno non l’ho vista, ma c’erano i soldi che inviava per lettera e mio fratello più grande che faceva la distribuzione», spiega. Fino al 1982, quando a 9 anni l’ha raggiunta. «Tutti gli edifici erano identici. Il primo giorno mi sono perso e solo vedendola al balcone ho ritrovato la strada di casa».

«Quando a scuola mi chiamavano “La Noiraude”»
Gli altri bimbi del quartiere erano portoghesi, zairesi, algerini, ma «arrivato a scuola sono sorte le prime domande, quando hanno iniziato a chiamarmi “La Noiraude” (il nero, come la mucca nera di un cartone animato in voga all’epoca)», confessa. «Ho imparato a giocare a calcio a piedi nudi nei Caraibi, per non rovinare le scarpe con cui dovevo andare a scuola». Più grande, a La Fougeres, quartiere di Avon, alla periferia della capitale, grazie all’incontro con Franck Renard, «ho capito che si potevano non avere pregiudizi. Lui era di una classe sociale diversa, ma i suoi genitori sono stati meravigliosi con me, perché ero un suo amico. Suo padre mi portava in macchina a giocare a calcio, anche se non era di strada, per non farmi prendere il treno che dovevo pagare». Sempre a Le Monde, in una precedente intervista, il calciatore aveva sottolineato come la scuola come istituzione avesse perso «la capacità di insegnare la complessità dello sguardo. Insomma, il pensiero critico, e non solamente cose a memoria».

Il sogno infranto dei Mondiali di Francia?
«Black! Blanc! Beur!» («Nero! Bianco! Arabo!»). Questo é quello urlavano i francesi per le strade dopo la vittoria dei mondiali di calcio del 1998. Uno slogan che si riferiva all’incrocio di culture, lingue, etnie delle periferie delle grandi città francesi, che si riscontrava anche sul campo. Quella speranza multiculturale «è inscritta nell’inconscio collettivo. C’è meno razzismo oggi rispetto a prima. Prendiamo l’esempio della mia famiglia: mio nonno è nato nel 1908, sessanta anni dopo l’abolizione della schiavitù in Francia, mia madre nel 1947, ci fu la colonizzazione, me nel 1972, c’era la segregazione in Sudafrica», evidenzia. Il predominio dei bianchi «non è scritto nelle leggi. Viviamo in una società più egualitaria, ma ci sono ancora persone che rifiutano l’uguaglianza. Dobbiamo avere il coraggio di rispondere loro».

Rispetto i miei antenati che vissero la schiavitù
Cosa non dimenticare, quindi, della propria esperienza? «Sono figlio di una donna che ha attraversato l’Atlantico per dare maggiori opportunità ai figli. Io vengo da questa storia: i migranti sono esseri umani molto più coraggiosi della maggior parte di noi. Ho grande rispetto per i miei antenati che hanno vissuto il periodo della schiavitù». La disuguaglianza di genere «è la matrice della disuguaglianza». E ricorda la sua Fondazione per «l’educazione contro il razzismo. Uso la mia fama per costruire con altri l’uguaglianza. Dobbiamo immaginare come vogliamo la Francia da qui a 30 anni». Ambasciatore Unicef dal 2010, porta avanti una battaglia contro i pregiudizi culturali e storici che opprimono le popolazioni di pelle nera. Il fatto che si ragioni ancora per categorie – «bianchi e neri», «uomini e donne», »eterosessuali e omosessuali», – fa capire come «l’uguaglianza rappresenti una novità che deve essere ancora assimilata dalla società». Il razzismo è dappertutto, in Francia come in Italia: «Ha origini antiche, radicate generazione dopo generazione: per sconfiggerlo bisogna parlarne, non nasconderlo».

(fonte)

#unlibroalgiorno Quando i libri scostano la tenda di ciò che non vediamo

Quando mi capita di voler viaggiare tenendo in mano un libro le regioni del nord sono tra le mie mete preferite per la scrittura che galleggia tra il mito profano e sacro, tra quel cuore così mescolato di visioni e sogni. È un popolo nascosto l’Islanda, un’isola portatrice di letteratura densa e coraggiosa. Prendete l’incipit, ad esempio:

«Una volta Dio onnipotente andò a fare visita ad Adamo ed Eva, che gli riservarono un’ottima accoglienza e gli mostrarono tutto ciò che avevano in casa. Gli mostrarono anche i loro figli, che a Lui parvero tutti molto promettenti. Poi Dio chiese a Eva se non avessero altri  gli oltre a quelli che gli aveva già presentato. La donna rispose di no, ma la verità era che Eva non aveva ancora lavato tutti i suoi bambini e si vergognava a farli vedere a Dio, per questo li aveva nascosti. Dio lo sapeva, e dunque disse: «Ciò che viene nascosto a me, sarà nascosto agli uomini.» E così quei bambini diventarono subito invisibili a tutti, e dimorarono in colline, poggi e pietre. Da loro derivano gli elfi, mentre gli esseri umani discendono dai figli che Eva aveva mostrato a Dio. Gli esseri umani non possono vedere gli elfi, a meno che non siano gli elfi a volerlo, perché loro possono invece vedere gli uomini e fare in modo di essere visti.»

Quando capita un libro che riesce a scostare la tenda di ciò che non vediamo siamo di fronte a un regalo prezioso. Come queste fiabe.

(Il libro lo trovate qui nella nostra libreria Bottega dei Mestieri Letterari sullo scaffale dei libri che vale la pena leggere. Fate un giro nel nostro negozio che nasce piccolo per diventare grande. Ditemi cosa ne pensate.)

Nel merito. Il no in 10 punti. Di Roberta Calvano.

(di Roberta Calvano, Professore ordinario di Diritto costituzionale nell’Università degli studi di Roma Unitelma Sapienza)

  1. La riforma del bicameralismo paritario, da tempo auspicata, così come disegnata – appare irrazionale. Da un lato essa produrrebbe come primo assurdo effetto la presenza di due rami del Parlamento con maggioranze diverse e contrapposte; inoltre ridurre i soli componenti del Senato senza prevedere una contemporanea riduzione dei componenti della Camera produrrebbe un eccessivo squilibrio dimensionale tra le due camere che si riverbererebbe tra l’altro sull’elezione del Presidente della Repubblica e dei componenti del CSM.
  2. Il ddl disciplina la composizione del Senato in maniera confusa e poco chiara, non consentendo una chiara rappresentazione del pluralismo territoriale, sociale e politico delle Regioni e degli enti locali; otto regioni si vedrebbero attribuire solo due senatori ciascuna, mentre altre verrebbero sovrarappresentate irragionevolmente pur avendo una popolazione inferiore (Liguria con 1.500.000 abitanti avrà due senatori, Trentino con 1.250.000 ne avrà quattro), mentre si approfondirebbe il divario tra Regioni del nord e Regioni del sud.
  3. Il ddl disegna per il Senato un insieme di compiti per cui, se da un lato esso sarebbe privo di poteri significativi, dall’altro esso verrebbe gravato di compiti ad alto tasso di tecnicismo inadatti ad essere svolti dai senatori-sindaci e senatori-consiglieri regionali, rischiando in definitiva di avere soltanto una funzione di blocco e rallentamento a causa della complessità delle procedure.
  4. Il mantenimento del divieto di mandato imperativo per i senatori impedirebbe al Senato di essere la sede di rappresentanza degli enti territoriali e la Camera delle autonomie da tempo auspicata. Al di fuori di esso, la reale sede di incontro delle istanze della periferia e del centro risiederebbe ancora nel sistema delle conferenze Stato regioni, non menzionato nel testo costituzionale.
  5. Le procedure legislative disegnate nel ddl sono barocche e farraginose e non realizzerebbero l’intento di produrre snellimento e semplificazione; persino il voto a data certa prevede una disciplina che sacrificherebbe al massimo la democraticità a vantaggio di una esigua riduzione dei tempi (75gg); in questo quadro, affidare al Senato l’attuazione dei numerosissimi atti adottati dall’Ue smentisce poi la proclamata velocizzazione e snellimento delle procedure. Considerando poi che il Senato sarà estromesso dal circuito fiduciario, esso non potrà essere “riportato all’ordine” tramite lo strumento della questione di fiducia.
  6. Il ddl produrrebbe il risultato paradossale per cui, mentre alle Regioni verrebbe garantita finalmente una loro (più nominale che reale) rappresentanza in Parlamento, esse verrebbero private di larga parte dei loro poteri normativi; le Regioni a statuto speciale conserverebbero invece le loro prerogative, non si capisce perché, rimanendo per esse valido il vecchio titolo V. Altrettanto singolarmente, le province autonome di Trento e Bolzano conserverebbero notevoli privilegi mentre tutte le altre province verrebbero cancellate dal testo costituzionale.
  7. La disciplina del decreto legge nel ddl, nonostante la previsione di limiti all’abuso di questo strumento (cui si è assistito per decenni), non riuscirebbe ad incidere su una prassi che deriva non dall’assenza di limiti, ma dalla debolezza estrema dell’istituzione parlamentare collegata al sistema elettorale e alla crisi dei partiti; pensare di risolvere un problema annoso come quello dell’abuso del decreto legge senza guardare alle cause appare illusorio.
  8. Per quanto concerne gli strumenti di democrazia diretta, il ddl introduce la possibilità di Referendum propositivi senza indicare potere di iniziativa, limiti, procedure: una norma in bianco che rischia di essere pericolosa; si prevede poi l’abbassamento del quorum per i soli referendum abrogativi proposti da forze politiche che riescano a raccogliere 800.000 firme, collegandolo all’affluenza al voto delle precedenti elezioni politiche. Si avvantaggerebbe così impropriamente chi ha già una diffusa presenza sul territorio e mezzi economici necessari per le (oggi molto costose) operazioni di raccolta delle firme.
  9. Presidente della Repubblica e Corte costituzionale, quali organi di massima garanzia della Costituzione pur essendo toccati marginalmente dal ddl appaiono a rischio di indebolimento; il primo per una norma che ne consentirebbe l’elezione a maggioranza dei presenti (dal settimo scrutinio maggioranza dei 3/5) e non dei componenti l’organo; la seconda per la nomina di due componenti da parte del Senato, che non potrebbe che connotarli come “giudici delle regioni”, finendo col minare l’unitarietà e la legittimazione del collegio di massima garanzia della Costituzione.
  10. Gli effetti complessivi sulla forma di Stato e di governo possono sinteticamente essere descritti come di accentramento di troppi poteri dalla periferia al centro e dagli altri organi in capo al governo, e più grave ancora, di una costruzione barocca e complicata che potrebbe portare a molti problemi applicativi.

(fonte)

A Corsico in Consiglio Comunale urlano i servetti della ‘ndrangheta

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A parlare è Maria Ferrucci, ex sindaco di Corsico, da sempre in prima linea nella lotta alla ‘Ndrangheta. Tra Corsico e Buccinasco la cosca Barbaro-Papalia da anni infesta il territorio e tutti sparpagliati operano i loro piccoli soldati che vigliacchi provano a interferire nel tessuto imprenditoriale, politico e sociale. Nella seduta di consiglio comunale si discute un’interpellanza urgente presentata dalla minoranza (di cui la Ferrucci fa parte) per chiedere lumi al sindaco Filippo Ferrante sulla “sagra dello stocco di Mammola” che un consorzio calabrese avrebbe voluto celebrare in piazza con tanto di patrocinio del comune: sul manifesto della manifestazione oltre ai nomi del sindaco e di un suo assessore compare un referente per informazioni e prenotazioni, Vincenzo Musitano. Peccato che (come scrive bene Davide Milosa qui) «Vincenzo Musitano sia il marito di Elisabetta Perre, figlia di Giuseppe Perre detto ‘u Maistru, padrino della ’ndrangheta di Platì. A questo va aggiunto che il fratello di Vincenzo, Antonio Musitano ha alle spalle 18 anni di carcere per i suoi legami con la coscaBarbaro-Papalia insediata nei comuni di Corsico e Buccinasco. Oggi la Perre è titolare del negozio Musipane, distributore ufficiale dello stocco di Mammola. Qui al 12 di via Montello fino al 2006 c’era un circolo di caccia e pesca definito dalla Procura l’ufficio della ’ndrangheta nel Nord Italia.»

Il sindaco (pensa te) si è distratto e non se n’è accorto e così quando la stampa locale (e poi nazionale) ha cominciato a rumoreggiare lui si è limitato a balbettare qualche flaccida scusa per poi sospendere l’iniziativa. Arriviamo quindi alla seduta comunale in cui le opposizioni chiedono conto di un patrocinio piuttosto inopportuno: la Ferrucci comincia a leggere il testo dell’interpellanza fino al punto in cui dichiara (lo dicono le Procure) che Corsico è “città infiltrata dalla ‘ndrangheta”. Scoppia il pandemonio. Gente che urla, minacce, insulti. Il presidente del Consiglio Comunale è costretto a interrompere la seduta e chiede ai vigili di allontanare alcune persone, qualcuno dai banchi della minoranza chiede che vengano identificati i disturbatori e l’ex sindaca chiede che vengano chiamati i carabinieri. Scrive sempre Milosa: «Chi è tra il pubblico resta scioccato. È il caso di M.R. che spiega: “Due persone adulte stavano dietro di me, e rivolte alla Ferrucci hanno detto: quella va bruciata con la benzina”. E ancora: “Un’altra persona faceva il segno del tagliare la gola”. Gli amici dei boss in aula si sono portati anche la claque costituita da un gruppo di minorenni.»

Sembra di ripiombare negli anni più neri della Lombardia quando prima dell’operazione Crimine Infinito che con centinaia di arresti certificò la presenza mafiosa si aggiravano indisturbati negazionisti (e mafiosi) a urlare sconcertati contro chiunque provasse a parlare del pericolo ‘ndranghetista. Sembra di ascoltare in lontananza gli stessi unti guappi di cartone che credevano di poter irrompere a un convegno (o a uno spettacolo teatrale) puntando il dito contro chi provasse a raccontare la verità.

No, non si tratta semplicemente, come prova a dire qualcuno, di intemperanze: pezzi di mafia godono ancora di un tale grado di impunità da poter interrompere un momento democratico nell’amministrazione di un comune. Quelli sono i servetti della ‘ndrangheta che credono ancora di poter alzare la voce, sono i fiancheggiatori 2.0 di una mafia vigliacca che silenziosa continua a tenere in mano sacche di Lombardia. Ma soprattutto esistono città (e Corsico non è certo un retrogrado paesino di campagna) che concedono a questi picciotti vigliacchetti la sensazione di poter comandare.

Ed è fango, pelo, paura che mi riporta indietro ai miei periodi più neri. Per questo credo valga la pena di stare vicino a Maria e ai suoi compagni. Ma davvero.