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Le mani sporche dell’Italia nella guerra in Yemen

(Un gran pezzo dio Giorgio Beretta per Il Manifesto:)

Potrebbero essere di fabbricazione italiana le bombe che sabato scorso hanno colpito l’edificio a Sana’a in Yemen dove era in corso una cerimonia funebre causando 155 morti e più di 530 feriti. Il corrispondente della tv britannica ITV, Neil Connery, che è entrato nell’edifico poco dopo il bombardamento, ha infatti pubblicato via twitter la foto di una componente di una bomba che, secondo un ufficiale yemenita, sarebbe del tipo Mark 82 (MK 82).

Altre immagini pubblicate via twitter sono più precise: riportano la targhetta staccatasi da una bomba con la scritta: «For use on MK82, FIN guided bomb». Segue un numero seriale: 96214ASSY837760-4. L’ordigno sarebbe stato prodotto su licenza dell’azienda statunitense Raytheon per essere usato su una bomba MK82. Ma non è chiara l’azienda produttrice e il paese esportatore. Che potrebbe essere anche l’Italia.

Bombe del tipo MK82, infatti, sono prodotte nella fabbrica di Domusnovas in Sardegna dalla Rwm Italia, azienda tedesca del colosso Rheinmetall, che ha la sua sede legale a Ghedi, in provincia di Brescia. E sono state esportate dall’Italia, con l’autorizzazione da parte dell’Unità per le autorizzazioni di materiali d’armamento (Uama).

La conferma, seppur in modo indiretto, l’ha data mercoledì scorso (il 12 ottobre) la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, rispondendo a una interrogazione del deputato Luca Frusone (M5S): «La ditta Rwm Italia – ha detto la ministra Pinotti – ha esportato in Arabia Saudita in forza di una licenza rilasciata in base alla normativa vigente».

All’azienda Rwm Italia nel biennio 2012-13 sono state infatti rilasciate da parte dell’Uama autorizzazioni all’esportazione per bombe aeree di tipo MK82 e MK83 destinate all’Arabia Saudita per un valore complessivo di oltre 86 milioni di euro. Impossibile invece sapere quante e quali bombe siano state esportate dall’Italia all’Arabia Saudita nell’ultimo biennio: le voluminose relazioni inviate al parlamento dal governo Renzi riportano infatti solo il valore complessivo delle autorizzazioni all’esportazione verso i singoli paesi e le generiche tipologie di armamento (munizioni, veicoli terrestri, navi, aeromobili, ecc.).

Nel biennio 2014-15 il ministero degli Esteri ha autorizzato l’esportazione verso l’Arabia Saudita di un vero arsenale militare per un valore complessivo di quasi 420 milioni di euro. Tra questi figurano «armi automatiche» che possono essere utilizzate per la repressione interna, «munizioni», «bombe, siluri, razzi e missili», «apparecchiature per la direzione del tiro», «esplosivi», «aeromobili» tra cui componenti per gli Eurifighter «Al Salam», i Tornado «Al Yamamah» e gli elicotteri EH-101, «apparecchiature elettroniche» e «apparecchiatire specializzate per l’addestramenti militare». Nel medesimo biennio sono stati consegnati alle reali forze armate saudite sistemi e materiali militari per oltre 478 milioni di euro.

Anche le dettagliate tabelle compilate dal ministero degli Esteri allegate alla relazione governativa che riportano tutte le singole autorizzazioni rilasciate alle aziende produttrici mancano di un dato fondamentale: il paese destinatario. Si può cioè sapere, ad esempio, che nel 2015 alla Rwm Italia sono state rilasciate 24 autorizzazioni per un valore complessivo di oltre 28 milioni di euro, ma non si possono sapere i paesi destinatari.

E si può sapere che, sempre nel 2015, alla RWM Italia è stata concessa la licenza ad esportare 250 bombe inerti MK82 da 500 libbre insieme ad altre 150 bombe inerti MK 84 per un valore complessivo di oltre 3 milioni di euro, ma la tabella ministeriale non riporta il paese acquirente, rendendo così impossibile il controllo parlamentare e dei centri di ricerca. Informazioni che erano invece riportate fin dai tempi delle prime relazioni inviate al parlamento dai governi Andreotti. E che, incrociando le tabelle dei vari ministeri, si potevano evincere fino ai governi Berlusconi.

Ha un bel dire la ministra Pinotti che la relazione governativa al parlamento consentirebbe «l’attività di verifica e di controllo così come spetta al parlamento»: se non sa cosa di preciso si esporta verso un paese, come fa il Parlamento a controllare?

Un dato però è certo: nel biennio 2014-5 il governo Renzi ha autorizzato esportazioni verso l’Arabia Saudita per un valore complessivo di quasi 419 milioni di euro: un chiaro “salto di qualità” se si pensa che una decina di anni fa le autorizzazioni per armamenti destinati alle forze militari saudite non superavano i dieci milioni di euro.

Ma c’è un altro fatto certo. Nei mesi tra ottobre e dicembre dello scorso anno dall’aeroporto civile di Elmas a Cagliari sono partiti almeno quattro aerei Boeing 747 cargo della compagnia azera Silk Way carichi di bombe prodotte nella fabbrica Rwm Italia di Domusnovas in Sardegna: i cargo sono atterrati alla base della Royal Saudi Air Force di Taif in Arabia Saudita. È proprio su queste spedizioni e su tutti i sistemi militari che l’Italia sta inviando in Arabia Saudita che lo scorso gennaio la Rete italiana per il disarmo ha presentato un esposto in varie Procure. Esposto sul quale in Viceprocuratore di Brescia, Fabio Salamone, ha aperto un’inchiesta “verso ignoti” per presunte violazioni della legge sulle esportazioni di materiali miliari. La Legge n. 185 del 9 luglio 1990 sancisce che l’esportazione «di materiale di armamento nonché la cessione delle relative licenze di produzione devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia» e che «tali operazioni vengono regolamentate dallo Stato secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». La Legge vieta specificamente l’esportazione di materiali di armamento «verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere», nonché «verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione».

Dal marzo del 2015, infatti, l’Arabia Saudita si è posta a capo di una coalizione che, senza alcun mandato internazionale, è intervenuta militarmente nel conflitto in corso in Yemen.  La risoluzione n. 2216 approvata il 14 aprile del 2015 dal Consiglio di sicurezza dell’Onu non legittima, né condanna, l’intervento della coalizione a guida saudita: solo «prende atto» della richiesta del presidente dello Yemen agli Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo di «intervenire con tutti i mezzi necessari, compreso quello militare, per proteggere lo Yemen e la sua popolazione dall’aggressione degli Houti».

Cosa sia successo da quel momento è sotto gli occhi di tutti: ad oggi sono almeno 4.125 i civili uccisi e oltre 7.200 i feriti. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon ha ripetutamente condannato i raid aerei sauditi che hanno colpito centri abitati, scuole, mercati e strutture ospedaliere, come quelle di Medici senza Frontiere: un terzo dei loro raid ha fatto centro proprio su obiettivi civili. «Effetti collaterali», hanno commentato i sauditi.

Lo scorso agosto, l’Alto commissario per i diritti umani, il principe Zeid bin Ra’ad Al Hussein ha chiesto di avviare un’inchiesta indipendente e imparziale sulle violazioni del diritto umanitario perpetrare da tutte le parti attive nel conflitto in Yemen. La richiesta era sostenuta dai paesi dell’Unione europea, tra cui l’Italia, ma poi è stata ritirata dall’Ue senza alcuna motivazione. A seguito delle pressioni saudite la proposta è stata accantonata e pertanto si continuerà con l’inchiesta da parte delle autorità yemenite.

A fronte della catastrofe umanitaria che sta subendo la popolazione yemenita, già lo scorso febbraio il Parlamento europeo ha votato ad ampia maggioranza una risoluzione con cui ha chiesto all’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e Vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, di «avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’Unione europea e di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita», alla luce delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale perpetrate dall’Arabia Saudita nello Yemen. Risoluzione che la ministra Pinotti non ha menzionato nel suo intervento in Parlamento. Forse anche perché finora è rimasta inattuata.

Sono continuate invece le esportazioni di armamenti dei paesi europei e gli affari militari con le monarchie del Golfo. Per combattere l’Isis, viene detto; che però approfittando del conflitto ha guadagnato terreno anche in Yemen.

* Analista dell’Osservatorio Permanente sulle armi leggere e le politiche di difesa e sicurezza di Brescia

Piccoli ministri con scorte troppo manesche

Io davvero sono curioso di sapere quale fosse il rischio. Sono curioso, al limite della pretesa, di leggere la relazione di servizio che mi sveli come l’inviato di Striscia La Notizia Luca Abete potesse essere talmente pericoloso con un microfono in mano mentre si avvicinava alla ministra Giannini da meritarsi botte e spintoni degni di un branco di buttafuori all’ingresso di una discoteca. Sono curioso di sapere il nome e il cognome di quel poliziotto che alza le mani tirandogli un pugno, di sapere quale scusa abbia da raccontarci e vorrei sapere cosa ne dice la questura. Soprattutto mi piacerebbe sentire lei, la ministra, dire che davvero anche lei è d’accordo con noi nel ritenere questi quattro turbosbirri indecenti per un democrazia e per lo stesso corpo della Polizia di Stato. Perché se non riescono a trattenere la bava davanti alla telecamera di una trasmissione di milioni di telespettatori mi vengono i brividi nell’immaginare cosa potrebbero fare a fari spenti.

Vorrei sapere perché ogni volta che capita una visita di un potente di turno ci sia qualcuno che la vive come palestra di prepotenza e c’è sempre qualcuno che gioca a fare il soldatino credendo di meritare così qualche elogio al posto di un sonora nota di demerito.

Patetici potenti con patetiche scorte manesche. Dario Fo ci avrebbe fatto una scena da morir dal ridere. Ma così non fa ridere per niente.

#unlibroalgiorno Il libro dei Baltimore

Chi ha amato Dicker nei suoi libri precedenti non può perdersi l’ultimo romanzo uscito per i tipi de ‘La Nave di Teseo’ (edizioni tra l’altro sempre bellissime). Chi ama Muramaki ritroverà qui le stesse spezie. Sono quasi 600 pagine ma è il minimo che serve per chiedersi quanta voglia e forza abbiamo di sognare ancora. Io l’ho amato. Davvero.

Presentazione della casa editrice:

Sino al giorno della Tragedia, c’erano due famiglie Goldman. I Goldman di Baltimore e i Goldman
di Montclair. Di quest’ultimo ramo fa parte Marcus Goldman, il protagonista di La verità sul caso Harry Quebert. I Goldman di Montclair, New Jersey, sono una famiglia della classe media e abitano in un piccolo appartamento. I Goldman di Baltimore, invece, sono una famiglia ricca e vivono in una bellissima casa nel quartiere residenziale di Oak Park.

A loro, alla loro prosperità, alla loro felicità, Marcus ha guardato con ammirazione sin da piccolo, quando lui e i suoi cugini, Hillel e Woody, amavano di uno stesso e intenso amore Alexandra. Otto anni dopo una misteriosa tragedia, Marcus decide di raccontare la storia della sua famiglia: torna con la memoria alla vita e al destino dei Goldman di Baltimore, alle vacanze in Florida e negli Hamptons, ai gloriosi anni di scuola.

Ma c’è qualcosa, nella sua ricostruzione, che gli sfugge. Vede scorrere gli anni, scolorire la patina scintillante dei Baltimore, incrinarsi l’amicizia che sembrava eterna con Woody, Hillel e Alexandra. Fino al giorno della Tragedia. E da quel giorno Marcus è ossessionato da una domanda: cosa è veramente accaduto ai Goldman di Baltimore? Qual è il loro inconfessabile segreto?

Il libro lo trovate qui nella nostra libreria Bottega dei Mestieri Letterari dove trovate alcuni dei miei libri e ogni giorno un libro in più sullo scaffale dei libro che secondo noi bisognerebbe avere. Fateci un salto, ditemi cosa ne pensate.

Nuovo Senato, quindi?

Hanno detto che l’elezione diretta era prevista nella riforma e ci hanno detto che eravamo stupidi noi a non vederlo. Poi quando abbiamo tirato fuori le carte, le leggi e le parole scritte nella riforma ci hanno detto che eravamo in malafede. Qualcuno durante i dibattiti della campagna referendaria mi diceva «ma è logico che i consiglieri regionali senatori verranno eletti con due schede!» con l’espressione sdegnata. Poi si sono accorti che forse non era vero ma avevano deciso di non dirlo in giro. Oggi Delrio (che ancora una volta accetta di fare da ariete, povero lui) rilascia un’intervista in cui ci dà sostanzialmente ragione però ci promette che troveranno un accordo prima del referendum per rendere possibile l’elezione dei “nuovi senatori”. Accordo con chi? Tra loro. Ovviamente.

Facciamo così: facciamo che come la legge elettorale anche la riforma che avrebbe dovuto essere “la migliore possibile” in realtà sia un guazzabuglio orrendo. Facciamo che si vota no e magari ci mettete un po’ di testa, etica e politica vera quando la ripensate.

Saluti.

#unlibroalgiorno Tutti scrittori con i Nobel degli altri: un libro di Bob Dylan

E niente. Alla fine tra le polemiche inutili ci possiamo aggiungere anche quella sul premio Nobel a Bob Dylan. Sono solo canzonette, dicono. E lo dicono nello stesso in giorno in cui muore Dario Fo che era solo un comico, e che schifo dare il premio della letteratura a un giullare. Corsi e ricorsi storici della banalità che attraversa la storia, i tempi e i popoli.

Quelli che si incaponiscono sulla forma che deve avere la letteratura, quelli che vorrebbero essere possessori della formula matematica dell’ispirazione, quelli che aprono scuole di scrittura (molto “smart”, molto “cool”, molto “fast”) e schifano Bob Dylan oppure quelli che vorrebbero che scrittori fossero gli scriventi e magari poeti quelli che fanno una rima.

Di Bob Dylan, comunque, c’è una lettura che vale la pena collezionare, tenere nella nostra libreria ed è questo piccolo librino in cui Dylan gioca con le parole, il senso e il loro suono. Perché forse la letteratura più di essere qualcosa di scritto è qualcosa che imprime e l’orma di Dylan, beh, l’orma di Dylan rimarrà a lungo. Con e senza Nobel. Per fortuna.

Ecco la presentazione dell’editore:

Scritto tra il 1965 e il 1966 e pubblicato nel 1971, “Tarantula” è un’opera composita che raccoglie versi, apologhi, giochi di parole, parabole, mostrando gusto del nonsense e saggezza zen. Un’opera pensata, strutturata e agita con la deliberata intenzione di sfidare la lingua scritta e di condurla ai limiti estremi dell’ambiguità fonetica e del senso. I suoi temi sono l’America del dopo Kennedy, l’estasi e l’ossessione del sesso, la violenza del mondo e dei rapporti umani, la guerra del Vietnam e, al di sopra di tutto, la salvezza promessa dalla musica. In questa nuova edizione la prima traduzione italiana è stata interamente rivista, e innumerevoli livelli di significato sono stati portati per la prima volta alla luce. La “Guida alla lettura” che conclude il volume permette di esplorare un testo affascinante e ancora tutto da scoprire.

Il libro lo trovate qui nella nostra libreria Bottega dei Mestieri Letterari dove trovate alcuni dei miei libri e ogni giorno un libro in più sullo scaffale dei libro che secondo noi bisognerebbe avere. Fateci un salto, ditemi cosa ne pensate.

Occhio ai russi! Bum!

Ora scoppia la polemica politica: i partiti di tutti i fronti alzano la voce dopo che la ministra Pinotti al margine dell’assemblea dell’ANCI ha dichiarato che anche l’Italia parteciperà all’operazione Nato per presiedere il confine lettone turbato dai continui movimenti di Putin nella zona balcanica. La ministra ha precisato che saranno circa 140 i soldati italiani impegnati nell’operazione di cui ha parlato nei giorni scorsi il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg e, nonostante le rassicurazioni del ministro degli esteri Paolo Gentiloni, sembra difficile non intravedere in questa decisione un inasprimento dei rapporti con la Russia di Putin. Lo stesso Putin, nelle scorse ore, ha parlato di “aggressione” subita dalla NATO.

E fa niente se l’incendio divampato oggi in realtà si riferisce a una decisione che risale a mesi fa (siamo agli inizi di luglio) e ancora una volta la politica appare “distratta” dall’agenda dell’indignazione facile: oggi (e forse durerà anche domani) tutti diventano esperti di questioni balcaniche. Per questo noi abbiamo provato a parlarne con chi quelle zone (e le loro guerre) le studia da anni: Michele Nardelli è membro dell’Osservatorio Balcani Caucaso, il più importante centro di ricerca e informazione sulle tematiche dell’Europa di mezzo in Italia e a livello europeo. Gli abbiamo chiesto di raccontarci lo stato dell’arte di quelle zone.

La mia intervista a Nardelli è qui.

A cottimo. Semplicemente.

Nonostante gli inglesismi siamo tornati al cottimo. Solo che una volta creava scalpore e invece oggi è terribilmente cool. Ne scrive Marta Fana qui per Internazionale:

«Lo sciopero dei fattorini della Foodora, società che gestisce ordini e consegne di pasti a domicilio, ha mostrato all’Italia il risvolto amaro dietro la comodità del consumo on demand. L’azienda ha recentemente deciso, unilateralmente, di eliminare per i nuovi assunti la remunerazione fissa basata sul numero di ore lavorate e mantenere solo la parte variabile, legata alle consegne: 2,7 euro ciascuna.

I nuovi lavoratori sono quindi pagati a cottimo in base a un contratto di collaborazione, di quelli in cui non c’è traccia di tutele e diritti minimi (ferie, malattia, contributi). Così funziona la gig economy, “l’economia dei lavoretti”, di cui Foodora fa parte: a chiamata si consuma la cena e a chiamata si sfruttano i lavoratori (su questo vedi l’articolo pubblicato nel numero 1174 di Internazionale).

Il processo produttivo, se di produzione si può parlare, avviene attraverso un’applicazione per smartphone: vengono raccolti gli ordini che sono trasmessi in tempo reale ai relativi ristoranti e infine il fattorino di riferimento della zona riceve la notifica di una nuova consegna da fare. I lavoratori sono fattorini, operai della logistica, sebbene l’azienda preferisca definirli rider.

Ecco che ritorna la questione di un’organizzazione del lavoro funzionale alla massimizzazione dei profitti attraverso la riduzione delle retribuzioni e dei diritti e l’intensificarsi dei turni di lavoro, così come per la logistica della grande distribuzione, di cui si è già parlato.

Le condizioni del lavoro rasentano quelle degli operai di una fabbrica inglese dell’ottocento

Inoltre, anche in questo caso l’economia on demand non rappresenta un’innovazione che sviluppa nuovi mercati, ma ne trasforma di esistenti, abbattendo il costo fisso del lavoro, anacronisticamente, fino al cottimo. Si compie così un vero e proprio ribaltamento: l’assenza di un salario legale impedisce quella che un tempo era definita la libertà nel lavoro e cioè la possibilità di godere di un tempo di vita oltre il lavoro.

Sembra crollare definitivamente tutta la vulgata efficientista legata alla diffusione delle nuove tecnologie: l’abbattimento dei costi di transazione, cioè la facilità con cui si incontrano la domanda e l’offerta, equivale in questo caso a un declassamento del lavoro, ridotto in condizioni che rasentano quelle degli operai di una fabbrica inglese dell’ottocento. Una degenerazione che non riguarda solo l’Italia ma che investe più in generale tutti i paesi a capitalismo avanzato. Ma si sa, in Italia i lavoratori costano meno che nel resto d’Europa anche per la Foodora: per esempio in Francia un fattorino costa a questa azienda sette euro all’ora più due per ogni consegna. Salario a parte, il regime contrattuale francese è lo stesso: nessun rapporto di subordinazione formale, tutti collaboratori, imprenditori di se stessi.

Un processo sempre più radicale di sfruttamento della forza lavoro spesso mascherato da enormi pubblicità che strizzano l’occhio a consumatori sempre più distratti. Per esempio, in pochi si chiedono come sia possibile per la Foodora Italia, che vanta un capitale sociale di appena diecimila euro, essere esponente di spicco di un settore che fattura più di 400 milioni di euro solo in Italia. La Foodora, come le altre piattaforme che si occupano sia di ordini sia di consegne, impone, da un lato, una commissione tra il 20 e 30 per cento dell’ordine ai ristoranti e, dall’altro, una commissione fissa al consumatore, di 2,9 euro a consegna.»

(continua qui)

Referendum: la bufala dei senatori eletti

(Ne scrive l’inesauribile Andrea Pertici, con cui ho il piacere di condividere il nostro #TourRicostituente. Non è facile tenere il passo alle bugie ma ci proviamo:)

L’ampia revisione della Costituzione su cui saremo chiamati a votare il 4 dicembre è – lo dicono ormai tutti – scritta in modo spesso oscuro o ambiguo. Questo consente talvolta ai suoi sostenitori di esporla con toni cangianti a seconda della luce del momento e degli interlocutori.

Negli ultimi giorni l’operazione è in corso nientemeno che rispetto alla composizione del Senato, l’ombelico di tutta la riforma costituzionale. Questa, infatti, parte dall’annuncio di “senatori non eletti e non pagati” e viene presentata, infatti, dal segretario del Pd, padre della riforma, alla direzione del suo partito (6 febbraio 2014) come la riforma dei quattro paletti, che sono: 1. non elettività dei senatori; 2. assenza di indennità per i senatori; 3. eliminazione del potere del Senato di dare e togliere la fiducia al governo; 4. eliminazione del potere del Senato di votare il bilancio.

Il paletto che ci interessa è quindi il primo, tradotto puntualmente nell’articolo 2 della riforma che modifica l’articolo 57 della Costituzione il cui testo è – nel caso – chiarissimo: «i Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori».

Ora, nella seconda lettura effettuata dal Senato, è stato approvato un emendamento integrativo, in base al quale i Consigli regionali devono procedere all’elezione dei senatori «in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge di cui al sesto comma».

La norma ha avuto un’insperata fortuna, essendo riuscita a convincere la perplessa «minoranza del Pd» a passare da una posizione critica a un voto favorevole alla riforma.   Tuttavia, le doti taumaturgiche dell’emendamento sono state decisamente sopravvalutate al punto di far concludere a qualcuno che era stata reintrodotta l’elezione diretta dei senatori.

Naturalmente ciò è escluso dall’appena riportato secondo comma dell’art. 57, il quale prevede – con chiarezza, in questo caso – che «i Consigli regionali e i Consigli delle autonomie locali eleggono […] i senatori». D’altronde, perché tale elezione avvenga «in conformità delle scelte espresse dagli elettori» basta che sia rispettata la proporzione rispetto ai voti e ai seggi ottenuti dalle diverse liste, per cui non verrebbe aggiunto nulla rispetto a quanto già previsto allo stesso art. 57, secondo e settimo comma. Alcuni vorrebbero che la previsione fosse riempita di significato imponendo, per legge, ai Consigli regionali di eleggere al Senato i consiglieri che hanno ottenuto il maggior numero di preferenze popolari o addirittura che vi fosse una seconda scheda con cui gli elettori indicherebbero i consiglieri regionali-senatori (e non i sindaci-senatori).

Tutto questo risulta escluso dal secondo comma, come dicevamo e più in particolare pone alcuni problemi:

  1. in base all’art. 122 della Costituzione, ciascuna Regione approva la sua legge elettorale, mentre la legge statale può solo dettare i principi fondamentali della stessa;
  2. in ogni caso, sarebbe incostituzionale una legge che vanificando il comma 2, impedisca che quella dei Consigli regionali sia una vera e propria elezione (visto che si sancisce espressamente che i Consigli regionali eleggono i senatori);
  3. si creerebbe peraltro una differenza, ingiustificata e ingiustificabile, tra i senatori-consiglieri regionali e i senatori-sindaci (pari al 50% del totale nella metà delle Regioni italiane) per i quali non vi è neppure nessuna generale indicazione (altro che obbligo di “conformità”) rispetto alle indicazioni degli elettori;
  4. in ogni caso, che senso avrebbe avuto togliere la rappresentanza della nazione per assegnare quella delle istituzioni territoriali a senatori eletti dai cittadini? E poi che senso avrebbe allora stabilire che «i Consigli regionali eleggono i senatori»? Sono parole inserite così, tanto per appesantire un po’ il testo?

La discussione, assurda come spesso quelle che riguardano questa revisione costituzionale, fa perdere tempo rispetto all’esame dei reali contenuti e mostra solo una cosa: che si cerca sempre di sostenere tutto e il contrario di tutto, piegando il significato delle parole e tenendosi lontani solo dalla chiarezza, per aggiustare il senso a seconda del momento, dell’interlocutore, in un trasformismo permanente non più solo di posizioni politiche e alleanze, ma addirittura, ormai, anche di norme. Più che la riforma del cambiamento sembra la riforma del cangiamento.

(il post è nei quaderni di Possibile qui)

Grazie Dario. Però che male.

Ci sono persone che sai che sono prossime all’andarsene eppure non trovi la chiave inglese per avvitare il dolore e prepararlo al momento. Niente. Ci sono persone, nella vita, che ti mangeresti il cervello per non avergli detto una parola che avresti dovuto pronunciare: ci sono persone che forse non hai ringraziato abbastanza o che per soggezione e ebete pudicizia non gli hai detto quanto ti abbiano cambiato la visione del mondo.

Quando mi dissero che avrei potuto lavorare con lui rimasi come un bambino davanti al primo ciuffo di zucchero filato nella vita. Per chi è cresciuto studiando e indossando le maschere Dario era l’inarrivabile scellerato capace di non avere bisogno né di maschere né di orpelli: Dario era una maschera. Il piego della bocca, l’andar su e giù degli occhi, i cerchi con le mani e quel passo strascicato e truffaldino hanno aggiornato il catalogo dei giullari: Arlecchino, Zanni, Pantalone, Colombina e Dario. Dario Fo.

A casa sua c’era la storia del teatro italiano. Ho sempre pensato che se avessimo dovuto dare un forma al teatro fuori dal teatro, se avessimo dovuto disegnarlo senza palcoscenico, se dovessimo pensare al teatro che si fa casa ecco avrebbe avuto quella forma lì. Il suo salotto che sputava copioni, locandine e quadri, le pile di giornali e tutt’intorno che si faceva scena. Mi tremavano le gambe quando mi chiese di sedersi di fianco a lui. Oh, sì, quanto ci fa bene confrontarci con il mito nei momenti in cui ci riesce tutto in modo fin troppo facile. Quanto mi è servito scoprire che lui, Dario, aveva ancora quella curiosità che a noi attori di solito si spegne per accidia o per egocentrismo.

La sua, in realtà, non fu nemmeno una regia nel senso più classico del termine. Non ci perdemmo nel contare spostamenti o dare il tempo alle battute: il mio provino con Dario Fo fu la più densa chiacchierata sul senso della risata che mi capitò mai di fare. La più lunga riflessione sul sorriso come puntuta arma contro il potere che ha bisogno di fare il prepotente per riuscire a governare perché incapace di farlo secondo le regole e sulla forza catartica dello smutandamento dei prepotenti. Il riso è sacro, mi disse raccontandomi di quanto nerbo ci voglia per vigilare sul sorriso: come tutti i gesti liberatori anche ridere è guardato con sospetto da chi aspira al controllo del popolo. Dario Fo era allo stesso tempo un condottiero e una vestale: se il ridere ci è arrivato ancora così vivo e in salute lo dobbiamo a uomini come lui.

Andai in scena qualche mese dopo con il suo “Benvenuta catastrofe” al Festival del Teatro di Napoli. Dario e Franca non avevano potuto partecipare alla prima perché la malattia cominciava a intorpidire lei e lui cominciò ad aver paura di restare monco. Fui orfano per la seconda volta nella vita. Quando lo spettacolo arrivò a Milano fummo costretti a cancellare le date in programma per il ritrovamento di alcuni proiettili prima del debutto. Prepotenza, merda, teatro e parole tutte insieme: non un gran periodo per me. E come mi capitava spesso fui tentato di ammalarmi del mio cattivo spavento. Fu lui, Dario, ad aprire invece la serata “Aperti per mafia” che molti colleghi milanesi vollero mettere in piedi in fretta e furia per starmi vicino. “Hai sbagliato a non andare in scena – mi disse – il teatro è sacro e non si interrompe per niente al mondo”. Aveva ragione: avevo pensato troppo a me e vegliato troppo poco sulla risata. Chiesi scusa alla satira e a lui ché in questo Paese per anni sono stati la stessa cosa.

Ci capitò di incontrarci anni dopo per politica. Era il solito Dario ma la partenza di Franca gli aveva steso sul viso un velo di malinconia. Eppure era lì, sul palco, a gridare che il re è nudo. Comunque. Perché Dario è stato il cialtrone più professionale che abbia mai conosciuto: aveva trovato, nella vita, il mestiere in cui poter professare tutti i suoi valori. Tutti. “Noi teatranti facciamo in scena il lavoro che avremmo dovuto fare nella vita”, diceva e lui in scena era il pittore e l’architetto che avrebbe potuto essere: gli archi, i capitelli, i colori e i materiali erano impastati nella sua fantasia a betoniera che miscelava le parole. “Senza mai prendersi troppo sul serio. Mai.”

Ci sono persone che sai che sono prossime all’andarsene eppure non trovi la chiave inglese per avvitare il dolore e prepararlo al momento. Niente. Ci sono persone, nella vita, che ti mangeresti il cervello per non avergli detto una parola che avresti dovuto pronunciare: ci sono persone che forse non hai ringraziato abbastanza o che per soggezione e ebete pudicizia non gli hai detto quanto ti abbiano cambiato la visione del mondo. È che Dario, oggi, in mezzo a tutti questi salamelecchi ci prenderebbe comunque tutti per il culo perché non c’è niente di più barboso e ridondante di un elogio funebre.

Grazie, maestro. Però che male.

(scritto per Fanpage)