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Referendum: ecco perché la riduzione dei costi è solo uno spot

(di Alfonso Celotto, professore di Diritto Costituzionale)

In questi giorni è iniziata una accattivante campagna d’informazione a favore del Sì al referendum costituzionale. Cartelloni nelle città, messaggi sugli autobus, post sui social network che proclamano:
“Vuoi ridurre i costi delle regioni?”
“Vuoi diminuire le poltrone delle politica?”
“Vuoi aumentare la partecipazione dei cittadini?”
“Vuoi maggiore autonomia per le regioni virtuose e un rilancio del sud?”
E così via….

Sono tutte domande a cui è difficile, forse impossibile, rispondere No. Peccato che queste appetibili promesse non siano in alcun modo legate alla riforma costituzionalesu cui saremo chiamati a votare il 4 dicembre. Infatti, andando al contenuto della riforma, ci si accorge agevolmente di come siano tutte informazioni parziali o ingannevoli:

La riforma costituzionale incide solo marginalmente sui costi delle regioni. Oggi le regioni si stima che costino 208 miliardi l’anno (dati Cgia di Mestre). La riforma, dal punto di vista dei costi, pone un tetto alle indennità dei consiglieri regionali. Ma si tratta di un risparmio davvero infinitesimale. Infatti non si toccano i costi dei Consigli regionali (che, si dice, costino circa 1 miliardo l’anno), ma si incide soltanto sulle indennità dei consiglieri, corrispondenti invece a 230.000 milioni nel complesso (dati lavoce.info). Ipotizziamo che la riforma dimezzi queste indennità: arriviamo a un risparmio di 115 milioni, che in percentuale sui 208 miliardi vale lo 0,00056 %. Davvero possiamo dire che riduciamo i costi delle regioni?

Prendiamo le poltrone della politica. Attualmente in Italia abbiamo 945 parlamentari, 15 ministri, 8 vice-ministri, 35 sottosegretari, 20 presidenti e 250 assessori regionali, circa 1.100 consiglieri regionali, 8.094 sindaci e all’incirca 120.000 consiglieri e 35.000 assessori comunali, oltre ai 65 membri del Cnel. Senza voler contare società miste e partecipate. La riforma elimina 215 senatori e i consiglieri Cnel, per un totale di 280 poltrone. Il totale delle attuali poltrone è di 165.524. Così, se ne eliminano 280, cioè lo 0,169 %. Un dato che non ha bisogno di commento.

Passiamo alla partecipazione dei cittadini. Attualmente gli istituti di democrazia diretta languono: la petizione è antistorica, l’iniziativa legislativa popolare ha prodotto leggi in una serie di casi che possono essere contati sulle dita di una sola mano; il referendum abrogativo da almeno 15 anni non riesce quasi mai a raggiungere il quorum di validità. Ora si pone un obbligo di esame parlamentare per i disegni di legge di iniziativa popolare; si rende flessibile il quorum dei referendum abrogativi e si rimanda a una futura legge la possibilità che vengano istituite nuove forme di consultazione referendaria. Bastano questi tre dettagli per ritenere che si sia aumentata la partecipazione dei cittadini, in un’epoca in cui ormai l’unica forma di partecipazione diretta che si può pensare passa attraverso un corretto uso degli strumenti elettronici e informatici?

La maggiore autonomia delle regioni virtuose e il rilancio del sud non hanno alcun appiglio concreto nella riforma. Da un lato, si modifica l’art.116 della Costrizione per consentire forme di autonomia speciale ad alcune regioni che ne faranno richiesta. Peccato che già nel 2001 era stata prevista tale possibilità e che nessuna regione ne abbia mai fatto fino ad ora uso. Quanto al sud, non c’è alcuna previsione specifica nel nuovo testo costituzionale. E non pare certo che sia sufficiente il nuovo riparto di competenze fra Stato e regioni per affrontare davvero (non diciamo risolvere) la annosa questione meridionale.

Potremmo non fermarci qui. E ricordare le promesse di Confindustria su posti di lavoro e punti del Pil che nasceranno magicamente a seguito di una riforma che nulla prevede nel settore economico e che, a ben vedere, semplifica davvero poco.

Ma comunque noi siamo degli inguaribili ottimisti. E ci piace pensare che nelle prossime settimane ci verrà detto che se voteremo Si vivremo tutti felici e contenti. Come nelle belle favole che tanto piacciono ai bambini. Peccato che nella riforma costituzionale Renzi-Boschi non ci sia neppure un accenno al “pursuit of Happiness” che invece venne richiamato nella dichiarazione di indipendenza Usa del 4 luglio 1776.

(fonte)

Cannabis. E la politica che fa cultura.

Ho un sogno. Da sempre. Immaginare di vivere in un Paese in cui la politica fa cultura nel senso più pieno informando, raccogliendo dati, proponendo soluzioni e, soprattutto, raccontando storie possibili. Penso a una politica che non assoldi intellettuali e artisti ma piuttosto coinvolga le menti migliori del Paese per proporre oltre ai soliti programmi elettorali anche delle visioni sociali e culturali. Sembra un’idea folle di questi tempi, lo so, ma l’alfabetizzazione dovrebbe essere un dovere della classe dirigente e mi piace pensare che sia un prospettiva attuabile. Da parte di tutti, ancora meglio: destra, sinistra e i centrodestri e i centrosinistri e quelli che “né destra né sinistra”.

La questione della legalizzazione della cannabis, ad esempio, si sta svolgendo in Parlamento con una colpevole strumentalizzazione dell’ignoranza: si può essere d’accordo o meno ma è necessario conoscere. Sapere e far sapere. Per questo credo che farne un libro (che per lunghezza e densità non permette di limitarsi alla propaganda pubblicitaria) sia un atto opportuno.

Pippo Civati l’ha scritto per i tipi di Fandango, con la nota introduttiva di Roberto Saviano. Cannabis. Dal proibizionismo alla legalizzazione. Ecco la presentazione:

«Esiste una legge migliore di quella che consentirebbe di riportare nella legalità milioni di italiane e italiani, di separare il mercato dalla cannabis da quello delle droghe pesanti, di ridurre il finanziamento alla criminalità organizzata (oggi pressoché inevitabile per gran parte di coloro che fanno uso di cannabis), di far emergere una quota consistente di economia sommersa e di ricavare una cifra tutt’altro che banale per le casse dello Stato, con particolare riguardo a ciò che si potrebbe spendere per la prevenzione e, più in generale, per la Sanità?

Esiste una legge migliore di quella che permetterebbe di controllare la qualità di ciò che viene immesso nel mercato, di risparmiare costi per lo Stato nelle varie fasi di repressione, indagine, in ambito giudiziario e carcerario?

Sarebbe una buona legge, in particolare per il nostro Paese dove è alto il consumo della cannabis e dove è forte, in alcuni casi molto complicata da contrastare, la presenza diffusa su tutto il territorio nazionale delle mafie.

Una legge basata sui migliori esempi a livello internazionale, su regole chiare e semplici, sulla possibilità dell’autoproduzione, della costituzione di cannabis social club e di un accesso legale alla cannabis per i consumatori occasionali.»

Lo potete comprare (anche) qui.

La Pinotti in Arabia Inaudita

Una domanda pubblicata sui quaderni di Possibile che meriterebbe una risposta:

Sono mesi che denunciamo a tutti i livelli istituzionali, grazie ai dettagliati report della Rete Disarmo, la continua vendita di armi all’Arabia Saudita da parte del nostro Paese. Un mercato indegno che viola la legge n. 185 del 9 luglio 1990 per la quale l’esportazione «di materiale di armamento nonché la cessione delle relative licenze di produzione devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia» ed è comunque vietata verso i paesi impegnati in conflitti e in spregio totale della nostra Costituzione che ripudia la guerra. L’Arabia Saudita è infatti impegnata da tempo in operazioni militari che stanno colpendo lo Yemen, tra le quali si registrano bombardamenti con ordigni spediti dal suolo italiano.
Da mesi denunciamo la mancanza di trasparenza che caratterizza tutta questa vicenda.
Ora apprendiamo dalla stampa che la ministra Pinotti – ignara forse della Costituzione e della Carta delle Nazioni Unite oltre che delle prese di posizione espresse dal Parlamento europeo che hanno chiesto l’embargo sulle armi rispetto al governo di Riad – avrebbe incontrato a inizio ottobre nella capitale Saudita il vice erede al trono e responsabile del dicastero della Difesa, Mohammed bin Salman.
Secondo quanto riferiscono fonti del ministero della Difesa i due si sarebbero incontrati per discutere delle relazioni bilaterali tra i due paesi, con particolare attenzione al settore difesa. L’agenzia di stampa saudita “Spa” riporta poi dettagli inquietanti dell’incontro al quale avrebbero partecipato dal lato saudita, l’assistente segretario per la Difesa, Mohammed Ayesh, il capo di Stato maggiore, Abdulrahman al Banyan, Fahd al’Aysa consulente reale della difesa e altri funzionari del ministero della Difesa saudita e, per l’Italia, l’ambasciatore italiano in Arabia Saudita, Luca Ferrari, il segretario generale della difesa e direttore nazionale degli armamenti, Carlo Magrassi. Tema centrale sarebbe stato la consegna di armamenti navali al paese che sta attuando un genocidio sistematico in Yemen. Un’iniziativa, quella della Pinotti, che se confermata potrebbe essere definita solo con un aggettivo: criminale.

(continua qui)

Prima si muore di vergogna e solo dopo di tumore

Non mi ha dato pace la lettera scritta da Patrizio Cairoli alla ministra Lorenzin in cui racconta del padre morto di tumore dopo cinquantasei ore passate al Pronto Soccorso dell’ospedale San Camillo a Roma.

“Mio padre è morto dopo 56 ore, passate interamente in pronto soccorso. – scrive Patrizio – Lo ripeto: cinquantasei ore in pronto soccorso, da malato terminale, nella sala dei codici bianchi e verdi, ovvero i casi meno gravi. Accanto aveva anziani abbandonati, persone con problemi irrilevanti che parlavano e ridevano, vagabondi e tossicodipendenti che, di notte, cercavano solo un posto dove stare. Il peggio, poi, si verificava nell’orario delle visite: sala sovraffollata di parenti che portavano pizza e panini ai malati e che non perdevano l’occasione per gettare lo sguardo su mio padre. Abbiamo protestato, chiesto una stanza in reparto o in terapia intensiva, un posto più riparato. Ma non abbiamo ottenuto nulla. Allora sarebbe bastata una tenda, tra un letto e l’altro”.

Ecco, io, cinquantasei ore da vedetta mentre un famigliare si consuma in un luogo di passaggio credo che sia un girone infernale che non si meriterebbe nessuno. E non c’entra la malattia, non conta la cura e la prevenzione e nemmeno la polemica politica: è la sensazione di un Paese che nemmeno negli ultimi istanti riesce a riscattarsi, anzi, se possibile, infierisce fino all’ultimo alito. È lo stesso sgomento che mi coglie quando incrocio gli occhi di anziani che si scusano per essere invecchiati troppo e troppo soli, quando ai disoccupati assale l’idea di essere sbagliati e falliti, quando un bambino chiede per favore di raccontargli com’è stare senza bombe.

Non è una notizia, questa, no. È una ferita. Una ferita che non guarisce nemmeno a leccarla con editoriali spinti o con umanità a chili per riparare il danno. È la nostra società profondamente ingiusta con i fragili. Semplicemente. Spaventosamente. È tutto qui.

(Il mio buongiorno per Left è qui)

Scusaci, Vik

Ancora una volta. Come sempre. La Freedom Flotilla Zaytouna-Oliva in missione umanitaria verso Gaza è stata braccata dalla marina israeliana. Un’imbarcazione pericolosissima: un equipaggio interamente femminile (per ricordare il ruolo delle donne nei territori occupati) tra cui un premio Nobel. Ancora una volta la notizia rimarrà sepolta tra le esotiche vicende dai luoghi lontani che non ci interessano troppo. Ancora una volta la politica italiana rimarrà troppo silente (grazie a Pippo e Bea che hanno presentato alla Camera questa interrogazione per Possibile) e ancora una volta noi non riusciremo a raccontare la vicenda all’altezza del dolore che procura.

E ogni volta penso a come Vittorio Arrigoni invece trovasse la chiave giusta per dare un nome, una forma, un posto a notizie come queste. A come fosse chirurgico nel racconto. E quanto poco ci riusciamo noi.

Seguiamo la vicenda. Almeno noi.

A dare dignità alla sua morte c’erano la sua famiglia, un maglioncino e lo scotch

Non so se vi è capitato di leggere la struggente lettera di Patrizio Cairoli alla ministra Lorenzin in cui racconta delle condizioni in cui è morto suo padre. Conviene prestarci molta attenzione perché la salute è cura e dignità. Ed è un tema politicissimo:

«Signora ministra, sono passati circa tre mesi dal giorno in cui mio padre ha scoperto di avere un cancro a quello della sua morte; metà del tempo lo ha trascorso ad aspettare l’inizio della radioterapia, l’altro ad attendere miglioramenti che non sono mai arrivati. Nonostante la malattia, ci avevano prospettato anni di vita da trascorrere in modo dignitoso.

È stato sottoposto a radioterapia palliativa, ma di palliativo non aveva che il nome: mio padre aveva sempre più dolori alle ossa; alla fine, non riusciva più a camminare e anche le azioni più semplici, come alzarsi dal letto o scendere dalla macchina, erano diventate un calvario, nella totale indifferenza di medici che, oltre ad alzare le spalle e a chiedere di avere pazienza, non sapevano dire o fare altro, se non aumentare la dose di tachipirina. Ci avevano detto che, dopo qualche giorno, avremmo visto i benefici della terapia; poi, di fronte ai dolori sempre più forti avvertiti da mio padre, era diventato necessario aspettare ‘anche 3-4-5 mesi’. Nessuno ci ha aiutati a comprendere, nessuno ci ha detto quello che avremmo dovuto fare: rivolgerci a una struttura per malati terminali e garantire, con la terapia del dolore, una morte dignitosa a mio padre. Quando l’ho fatto, era ormai troppo tardi: il giorno dopo mio padre è finito in ospedale, al pronto soccorso del San Camillo (che non è l’ospedale dove era seguito), dove finalmente gli è stata somministrata la morfina.

Qui, la situazione si è aggravata velocemente. Mio padre è morto dopo 56 ore, passate interamente in pronto soccorso. Lo ripeto: cinquantasei ore in pronto soccorso, da malato terminale, nella sala dei codici bianchi e verdi, ovvero i casi meno gravi. Accanto aveva anziani abbandonati, persone con problemi irrilevanti che parlavano e ridevano, vagabondi e tossicodipendenti che, di notte, cercavano solo un posto dove stare. Il peggio, poi, si verificava nell’orario delle visite: sala sovraffollata di parenti che portavano pizza e panini ai malati e che non perdevano l’occasione per gettare lo sguardo su mio padre. Abbiamo protestato, chiesto una stanza in reparto o in terapia intensiva, un posto più riparato. Ma non abbiamo ottenuto nulla. Allora sarebbe bastata una tenda, tra un letto e l’altro.

Invece abbiamo dovuto insistere per ottenere un paravento, non di più, perché gli altri “servono per garantire la privacy durante le visite”; una persona che sta morendo, invece, non ne ha diritto: ci hanno detto che eravamo persino fortunati. Così, ci siamo dovuti ingegnare: abbiamo preso un maglioncino e, con lo scotch, lo abbiamo tenuto sospeso tra il muro e il paravento; il resto della visuale lo abbiamo coperto con i nostri corpi, formando una barriera.

Sarebbe dovuto morire a casa, soffrendo il meno possibile. E’ deceduto in un pronto soccorso, dove a dare dignità alla sua morte c’erano la sua famiglia, un maglioncino e lo scotch. È successo a Roma, Capitale d’Italia.»

Eppure con la pace si guadagnerebbe

(Cecilia Strada intervistata da Sara Ficocelli)

Quanti soldi fanno girare intolleranza e guerre? 
“La guerra fa girare un mucchio di soldi ma la pace potrebbe farne girare molti di più. La pace è molto più produttiva, ci sono studi che mostrano come la stessa cifra investita nel settore militare o civile produca più soldi nel settore civile. La pace è un prerequisito per il futuro economico di ogni Paese. Costruire diritti costa meno che costruire una bomba ed è un investimento. L’altro giorno abbiamo calcolato quanto abbiamo speso dal 1999 ad oggi in Afghanistan: 80 milioni di euro. Con quei soldi abbiamo costruito tre centri chirurgici, un centro di maternità, 40 posti di primo soccorso, e abbiamo dato lavoro a più di 1000 persone e curato 4 milioni di afgani. L’Italia, nei momenti più impegnativi della sua missione in Afghanistan, ha speso 2 milioni di euro al giorno per la guerra. 5 miliardi in 10 anni. I nostri 80 milioni corrispondono, in pratica, al costo di un mese e mezzo di guerra, e con quei soldi abbiamo curato milioni di persone e soprattutto dato lavoro, salari, reintegrato disabili. La produzione di diritti è un investimento anche economico. Se avessimo avuto a disposizione il budget che l’Italia ha speso per la guerra, chissà quali e quanti risultati avremmo raggiunto”.

Quanto è stretto il legame tra guerre e migrazioni?
“Molto. Le vittime della guerra si accollano il rischio della morte per scampare alla morte certa. Quest’estate, in Afghanistan, ricordavo con i miei collaboratori lo sfortunato caso di una donna incinta all’ottavo mese colpita da una pallottola all’addome. Il bambino, è brutto dirlo, ma ha salvato la madre. Qualcuno, mentre ne parlavamo, ha osservato: “Ma non lo sanno che rischiano la vita?”. La risposta è nella foto di quella donna: quando vivi in un Paese dove tuo figlio può essere una vittima di guerra prima ancora di nascere, quando esci la mattina e saluti i familiari come se non dovessi vederli mai più, qualsiasi cosa è meglio di tutto questo. E poi, non dimentichiamocelo mai, c’è anche chi fugge unicamente per inseguire un sogno. C’è anche chi vuole una vita migliore e basta. Se io, Cecilia Strada, nata a Milano nel ’79, ho diritto a sognare, perché il mio coetaneo del Ghana non ha diritto a costruirsi un futuro migliore? Noi italiani, del resto, su questo sogno abbiamo costruito la storia del nostro Paese”.

(l’intervista è qui)

Cinque osservazioni sulla riforma costituzionale

Con una lettera a Internazionale alcuni costituzionalisti puntualizzano la ricostruzione della propaganda del sì. Vale la pena leggerla:

Gentile redazione,

da assidui e attenti lettori della vostra rivista ci preme segnalarvi che la ricostruzione in cinque punti della proposta di riforma costituzionale apparsa sul sito di Internazionale il 26 settembre 2016 ci è sembrata lacunosa in merito ad alcuni aspetti, a nostro avviso particolarmente critici, del testo di legge su cui il 4 dicembre saremo chiamati a pronunciarci attraverso il voto referendario.

  1. In generale si trascura di specificare che gli articoli modificati dalla riforma Boschi sono 47, più di un terzo della carta. Dal 1948 a oggi i cambiamenti apportati alla costituzione nel corso degli anni sono stati molto più contenuti, e spesso hanno modificato uno o pochissimi articoli. Per avere un termine di paragone, ricordiamo che la riforma più invasiva che ha riguardato il testo costituzionale, l’infausta modifica del titolo V, ha toccato 17 articoli. Inoltre il parlamento che ha messo mano a una tale riforma è stato eletto con una legge giudicata incostituzionale dalla corte costituzionale (sentenza n. 1 del 2014), la quale ha evidenziato che il legame tra corpo elettorale ed eletto si è alterato profondamente e che un parlamento così slegato dai cittadini avrebbe potuto rimanere in carica solo in virtù del principio della continuità dello stato. Ora, per quanto si voglia dilatare quest’ultimo è davvero arduo farvi rientrare nientemeno che la modifica di quasi un terzo della costituzione.
  2. Al primo punto della ricostruzione si omette che questo nuovo senato (non elettivo e a composizione variabile a seconda della durata dell’incarico dei sindaci e dei consiglieri regionali che ricoprirebbero d’ora in poi la carica di senatori) dovrebbe votare paritariamente insieme alla camera per numerosi tipi di leggi (articolo 70) tra cui quelle costituzionali, quelle che determinano le funzioni fondamentali dei comuni e delle città metropolitane, e che inoltre il nuovo senato eserciterà la sua funzione su ciò che concerne la materia europea (articoli 55 e 80), che riguardano molteplici aspetti della vita di un paese membro.
  3. Ancora, si dimentica di segnalare che con la riforma Boschi il parlamento passerebbe da due possibili procedure legislative a un numero non ancora ben individuato di procedure alternative (secondo alcuni 7, secondo altri 9, secondo altri ancora 10 o 11). Anche questa incertezza sul numero di procedure è di per sé rivelatrice: gli stessi costituzionalisti, infatti, non sono in grado di elaborare un’interpretazione certa e unanime del nuovo testo costituzionale.
  4. Rispetto al titolo V si trascura di ricordare che la riforma in alcuni casi ripartisce in modo ambiguo le materie. Per quanto riguarda, per esempio, il patrimonio culturale (articolo 117) se da un lato la tutela e la valorizzazione sarebbero in capo allo stato, dall’altro la promozione spetterebbe alle regioni, con conseguenti conflitti di competenza davanti alla corte costituzionale onde definire l’incerto confine tra “valorizzazione” e “promozione”. Anche in materia di salute, il ritorno della competenza legislativa in capo allo stato – che tanto ha entusiasmato il mondo della sanità – riguarda solo le “disposizioni generali e comuni per la tutela della salute”, mentre resta alle regioni la competenza in materia di “organizzazione dei servizi sanitari e sociali”, il vero punto debole del sistema da cui discende l’impossibilità di garantire a tutti un uguale diritto alla salute.
  5. Si dimentica di sottolineare che la nuova riforma darebbe al governo il potere (articolo 120) di commissariare gli enti locali per dissesto finanziario (potere che nel 2013 gli era stato negato dalla sentenza n. 219 della corte costituzionale), e quello di poter applicare la cosiddetta “clausola di supremazia” anche rispetto alle materie di competenza regionale (articolo 117). L’impressione generale è che la riforma abbia modificato l’equilibrio dei poteri senza ripensare a un bilanciamento adeguato.

In conclusione, dietro un’apparente semplificazione in nome della “governabilità” a noi sembra si celi il pericolo di un caos istituzionale in cui a restare al comando sia di fatto un solo potere: quello dell’esecutivo. Un rischio accresciuto dal legame tra l’Italicum e la riforma Boschi, che amplifica i suoi perniciosi effetti in termini di concentrazione del potere nel capo del governo e di indebolimento dell’autonomia delle istituzioni di garanzia. Ricordiamo, infine, che osservazioni molto simili a queste sono state mosse da un appello di 56 costituzionalisti (tra cui ben 11 presidenti emeriti della corte).

Da lettori di Internazionale, ci auguriamo che queste puntuali osservazioni trovino spazio nelle vostre pagine.

Salvatore Settis
Tomaso Montanari
Maurizio Viroli
Alessandro Pace
Gianni Ferrara
Gaetano Azzariti
Paolo Maddalena
Massimo Villone
Luigi Ferrajoli
Alberto Lucarelli
Enzo Di Salvatore
Geminello Preterossi

Anna Fava
Anna Falcone
Nicola Capone
Marica Di Pierri
Daniela Palma
Sandro Mezzadra
Luca Nivarra
Maurizio De Stefano
Mario Rusciano
Massimo Angrisano
Antonio Locoteca
Nicola Mandirola
Mirko Canevaro
Gabriella Argnani Viroli
Roberto Passini
Aldo Pappalepore
Giovanni Lamagna
Patrizia Gentilini
Giovanni Malatesta
Paola Lattaro
Paola Gargiulo
Nunzia Di Maria
Giovanna Ferrara
Vincenzo Benessere
Alessandra Caputi
Angelo Genovese
Antonio Locoteca
Wanda D’Alessio
Massimo Amodio
Raffaella Dellitto

 

Quindi alla fine Cucchi lo pestavano per rianimarlo

Stefano Cucchi? “Morte improvvisa ed inaspettata per epilessia in un uomo con patologia epilettica di durata pluriennale, in trattamento con farmaci anti-epilettici”. Scrivono così i periti incaricati dal GIP di Roma. E fa niente se ci sono le testimonianze, se c’è un corpo martoriato, se alla fine ci sono anche mezze confessioni sottovoce: questo è un Paese in cui si muore nei modi più strani, da sempre. Da quelli che sono stati suicidati a quelli che cadono dai balconi è tutta una striscia di farse che costano fatica e tempo per essere smascherate. Come per la scuola Diaz, come per altri cento morti di botte.

Scrive Ilaria Cucchi:

«Il perito Introna tenta di scrivere la sentenza finale del processo per i responsabili del violentissimo pestaggio a mio fratello.
Riconosce ‘bontà sua’ la frattura di L3 da noi per sette anni sostenuta e riconosciuta dai PM, poi alza una cortina di fumo dicendo che è impossibile determinare con certezza una causa di morte di Stefano.
Il collegio peritale poi si avventura a formulare due ipotesi di morte.
La prima, per epilessia, che se in un primo momento viene ritenuta forse più probabile, nelle conclusioni la definisce ‘priva di riscontri oggettivi’.
La seconda, dopo aver riconosciuto tutte le evidenze cliniche da sempre dai nostri medici legali evidenziate, riconosce il ruolo del globo vescicale come causa di morte in conseguenza delle fratture. A pagina 195 descrive compiutamente ‘un’intensa stimolazione vagale produce brachicardia giunzionale’, che ovviamente è conseguenza delle fratture, e poi della morte.
Il perito Introna infatti poi fa il giurista e dice in buona sostanza che coloro che lo hanno violentemente pestato rompendogli la schiena in più punti non sono responsabili della sua morte per il fatto che il terribile globo vescicale che ha fermato il suo cuore non si sarebbe formato se non ci fosse stata la responsabilità degli infermieri.
È questa la causa di morte da noi sempre sostenuta in questi anni, che a differenza dell’epilessia ha elementi oggettivi e riscontrati dagli stessi periti.
Raffreddo gli entusiasmi di coloro che si fanno forza di una presunta morte per epilessia facendo notare che i periti non sono nemmeno d’accordo con loro stessi sull’effettiva assunzione della terapia anti epilettica da parte di Stefano, che sarebbe l’elemento centrale per arrivare, a dir loro, a quella causa di morte. Infatti, mentre a pagina 196 della perizia sostengono che ‘non è verosimile che Cucchi abbia assunto una terapia anti epilettica’, a pagina 186 invece avevano scritto che aveva preso le medicine.
Faccio comunque notare che non è il giurista Introna a definire il nesso causale ma saranno i magistrati della procura ed i giudici. È evidente che se Stefano fosse morto di epilessia, come ipotizzato nella perizia, secondo quanto dicono gli stessi periti ciò sarebbe stato possibile in funzione delle condizioni fortemente debilitate dalla sua magrezza e dalle lesioni subite nel pestaggio.
Gli unici dati oggettivi scientifici che la perizia riconosce sono: il riconoscimento della duplice frattura della colonna e del globo vescicale che ha fermato il cuore.
Con una perizia così ora sappiamo che finalmente abbiamo ottime possibilità di vedere processati gli indagati per omicidio preterintenzionale.
Con buona pace dei medici e degli infermieri che vengono continuamente assolti.»

Il loro problema sarà la nostra perseveranza. E tanto che ci siamo aspettiamo anche il reato di tortura.

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Soldi e escort: così si corrompe in Lombardia

Il componente dell’Uver (Unità di verifica degli investimenti pubblici) del Ministero dello Sviluppo Economico, Pierpaolo Tondo, indagato per millantato credito assieme a un presunto “faccendiere bresciano” nell’inchiesta della Dda di Milano con al centro l’aggiudicazione di una serie di opere pubbliche in Lombardia, avrebbe ricevuto dall’imprenditore Venturino Austoni, uno dei 14 arrestati, “somme di denaro in contanti” e “viaggi gratuiti” a Milano “comprensivi di cene, albergo ed escort per prestazioni sessuali a pagamento”. Lo si legge nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Alessandra Simion.

Stando alle indagini del Nucleo di polizia tributaria della Gdf di Milano, Tondo avrebbe ricevuto “denaro e altre utilità” per “la propria attività di millantata pressione verso i funzionari dell’Agenzia delle Entrate di Milano e Roma”, come emerge anche da alcune intercettazioni dell’aprile del 2015.

Stando all’imputazione, Raineri, presunto faccendiere “in contatto permanente” con gli imprenditori Pierino Zanga e Venturino Austoni, arrestati come lo stesso Raineri, dall’ottobre del 2014 e fino al febbraio del 2016 “in concorso” con Tondo, “che in talune situazioni – scrive il gip – supporta e rafforza l’attività” di Raineri, avrebbe millantato “una capacità di influenza presso personaggi altamente qualificati delle Istituzioni con cui egli è realmente in contatto”.

Nell’imputazione, poi, vengono elencati anche una serie di soggetti delle istituzioni, non indagati, e i cui nomi sarebbero stati utilizzati per le presunte millanterie: il generale di brigata della Gdf Fabio Migliorati, Carlo Visconti, magistrato e segretario presso la Corte Costituzionale, Antonio Lucido, ex capo controlli e riscossione della Direzione regionale della Lombardia Agenzia delle Entrate, Francesco Paolo Tronca “all’epoca dei fatti Prefetto di Milano” ed ex commissario straordinario a Roma, e altri due militari della Gdf. Sempre stando all’imputazione, Raineri e Tondo per queste presunte millanterie avrebbero ricevuto da Zenga e Austoni “denaro e altre utilità” come “pagamento di viaggi, soggiorni in albergo, cene e pranzi, prestazioni sessuali a pagamento”, come prezzo della loro “mediazione” millantata “verso i pubblici ufficiali”.

Raineri, tra l’altro, avrebbe utilizzato il denaro ricevuto anche “per l’organizzazione di cene e pranzi asseritamente necessari per coltivare tali relazioni millantate, nonché per l’acquisto di monili e monete coniate dalla Città del Vaticano, procurate tramite conoscenze presso lo Stato Pontificio, col pretesto di comprare i favori dei pubblici ufficiali”. Il presunto faccendiere, tra l’altro, come risulta ancora dagli atti, “si premurava di aggiornare telefonicamente Austoni del suo accesso quasi quotidiano presso Ministeri, Comando Generale, Consulta, Città del Vaticano, ed altre sedi istituzionali in modo da rafforzare, da un lato, l’idea che tali accessi fossero finalizzati a fare pressioni sui funzionari che sarebbero potuti intervenire a vantaggio di Austoni, dall’altro, a fare comunque vedere che aveva relazioni con persone importanti”.

Nelle intercettazioni degli inquirenti compare anche l’ex prefetto di Milano, nonché ex commissario straordinario del comune di Roma, Francesco Tronca. “Organizza proprio una cena con Sala. Digli con la scusa che ci siamo sentiti, ho voglia di mangiare lo spiedo oh….”. È il 22 febbraio 2015 e Tronca, parla al telefono con il faccendiere bresciano Alessandro Raineri, da ieri in cella, il quale, “dall’ascolto di numerose conversazioni (…) era solito chiedere” al rappresentante del governo, “di intermediare incontri con personaggi che ricoprivano determinati incarichi, quali, ad esempio, il consigliere regionale Sala Alessandro”, eletto nella lista ‘Maroni Presidente’

Come si legge nel provvedimento, “dalle intercettazioni risulta” come Raineri, accusato di millantato credito e a “libro paga” degli imprenditori arrestati, “millantava la propria conoscenza ed influenza sull’ex Prefetto di Milano (..)”, che risulta parte offesa. Il giudice comunque precisa che sebbene le affermazioni di Raineri fossero “frutto di vanteria” è in realtà “stata documentata la sua conoscenza e frequentazione con l’ex prefetto”.

Secondo il gip Simion, “anche in questo caso la relazione con il Prefetto Tronca, relazione effettivamente esistente fra i due, era finalizzata ad ottenere lauti compensi da i due imprenditori” Piero Zanda, il “dominus” del ‘sistema’ architettato e Venturino Austoni, anche loro in carcere.

“In tal caso le sollecitazioni sul prefetto – prosegue il provvedimento in cui si precisa che erano “vanteria” di Raineri e che servivano al faccendiere per “giustificare le sue continue richieste di denaro” – erano volte a procurare commesse ed appalti alle società” al centro dell’indagine “attraverso un loro inserimento immediato nelle procedure di gara”.

C’è da rimarcare che in più di un passaggio il giudice Simion sottolinea che quanto detto da Raineri “era frutto di vanteria, nonostante sia stata documentata la sua conoscenza e frequentazione con l’ex prefetto”. Tant’è che il 18 maggio del 2015 Raineri invita Tronca a una cena al ristorante di Coccaglio, organizzata dal Rotary Club Distretto 2050 di Brescia. Quel giorno alle 19.32 il faccendiere chiama l’allora prefetto: “Potremmo avere …l’onore di averti qui alla sede industriale qui a Coccaglio…”.

Tutto ciò, si legge in questo capitolo dell’ordinanza, porta il giudice ad osservare che “dalle conversazioni emerge con evidenza come Raineri fosse noto nella veste di ‘faccendiere-lobbista’ anche dai soggetti con i quali ‘intermediava’, capace quindi di triangolare rapporti e relazioni, reali ed esistenti, tra diverse persone influenti. Si tratta di condotte – ha concluso il giudice – che assumono rilevanza penale nel momento in cui egli stesso faceva ‘mercimonio’ facendo apparire i pubblici ufficiali con cui si relazionava persone venali, facilmente corruttibili”.

(fonte)