Cosa pensa il Financial Times della riforma costituzionale di Renzi & co.
Eccolo qui. Fatelo leggere, fatelo girare. Perché non ve ne parlerà quasi nessuno:
Eccolo qui. Fatelo leggere, fatelo girare. Perché non ve ne parlerà quasi nessuno:
Le previsioni sono sbagliate. Lo dice Bankitalia e lo dice la Corte dei Conti, mica il salumiere grillino sotto casa. E quando sbagli i conti di un governo non succede mica come con noi persone normale che ti dici che questo mese conviene magari evitare di uscire a prendersi la pizza in compagnia: quando sballano i dati di previsione di un governo tocca rimettere mano alla manovra, rivedere le politiche sociali e imprenditoriali, ricalcolare entrate e uscite, correggere il tiro.
Eppure è lo stesso Renzi che il primo marzo pontificava su Facebook: «Per me i numeri non sono importanti. Ma i numeri dimostrano che l’Italia è tornata. Non lasceremo l’Italia in mano ai catastrofisti.» È lo stesso Renzi che il primo settembre che scriveva nella sua newsletter che la crescita del 2016 “è dell’1%” parlando (testuale) di “realtà dei fatti e dei numeri”.
Ma se sbagliare è umano perseverare è diabolico e ciò che colpisce è la reazione del premier che proprio ieri dichiarava ai suoi “per noi non cambia niente noi andiamo avanti così”. E, scommetto, tutto intorno i suoi renzini avranno fatto sì con la testa, gli avranno detto che ha ragione, avranno appoggiato la sua tesi del complotto per mano dei gufi. Tutti insieme si sono convinti che la loro è la manovra finanziaria più bella del mondo.
Come quella favola del vestito del re. Nudo.
(il mio buongiorno per Left è qui)
1300. Milletrecento rifugiati sono lo scoglio politico su cui Orbàn sta costruendo la proprio credibilità politica come nazionalista à la page in un’Europa che mette i brividi tutti i giorni, anche solo sfogliando i giornali. Milletrecento, per intendersi, è un numero infinitamente inferiore ad esempio agli ungheresi criminali ancora impuniti, agli evasori fiscali, ai colpevoli di omicidio o ai truffatori, agli evasori fiscali, ai ladri, ai pedofili o agli stupratori. Su una popolazione totale di quasi dieci milioni di ungheresi milletrecento persone sono l’assembramento fuori da un supermercato per qualche offerta promozionale.
Eppure su quello sparuto numero (di bisognosi) un mediocre politico come Orbàn è riuscito a fare leva per essere su tutti i giornali del mondo. Gli è bastato poco: se soffi sulla paura alla fine si perdono le dimensioni e anche gli stronzi si notano a pelo d’acqua. Così Orbàn, ne siamo certi, alla fine sarà ben fiero di avere convinto il 43,23% degli aventi diritto a prendersi la briga di votare per accreditare il suo delirio e il 95% dei votanti addirittura per dargli ragione.
Orbàn ha perso il referendum, è vero, ma del referendum se ne strafotte. A quei livelli di manipolazione della paura e di prostituzione intellettuale non ci si ferma di fronte a una consultazione andata male (per altro così poco male) e i votanti sono comunque un ottimo volano per continuare. Anche l’Ungheria entra di gran lena nel mazzo dei Paesi che rovistano nella spazzatura degli istinti umani. Questo è il punto vero. E, ancora una volta, l’Europa appare come una maestrina sciatta che non è più credibile nemmeno per gli alunni più tranquilli seduti in prima fila.
(il mio buongiorno per Left continua qui)
Gran pezzo di Enzo Palumbo (qui):
In questi giorni stiamo assistendo a vivaci polemiche in ordine al quesito che si presume possa comparire sulle schede del referendum prossimo venturo, traendo inevitabile spunto dallo spot pubblicitario del Presidente del Consiglio nel corso dello scontro televisivo su La7 con Marco Travaglio, allorché ha mostrato in TV il fac-simile della scheda da lui immaginata per il referendum costituzionale, il cui decreto d’indizione, in quel momento, non era stato ancora pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, sulla quale sarebbe comparso solo il giorno dopo.
Per propinare ai telespettatori, con una sorta di messaggio subliminale, la sua lettura della “deforma” costituzionale, Renzi ha enfatizzato il testo della scheda referendaria, che pedissequamente riporta l’intitolazione del ddl costituzionale, che recita: “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione“.
Intitolazione, è appena il caso di dirlo, è passata in parlamento senza che le opposizioni, che non se n’erano accorte, facessero una piega, non avendo ben compreso di quanta e lungimirante furbizia fosse capace il premier.
Tuttavia, siccome tra furbizie legislative, immaginario televisivo e realtà giuridica c’è sempre qualche differenza, ci è sembrato il caso di fare qualche verifica, per vedere come stanno effettivamente le cose sulla base della legge che regola il referendum.
In proposito, l’art. 4 della L. 352-1970 recita testualmente: “La richiesta di referendum di cui all’art. 138 della Costituzione deve contenere l’indicazione della legge di revisione della Costituzione o della legge costituzionale che si intende sottoporre alla votazione popolare, e deve altresì citare la data della sua approvazione finale da parte delle Camere, la data e il numero della Gazzetta Ufficiale nella quale è stata pubblicata”.
A questo punto l’Ufficio costituito presso la Corte di Cassazione, nel predisporre il modello di verbale per le richieste referendarie, ha tralaticiamente riprodotto l’intera intitolazione del ddlapprovato dalle Camere.
Per la verità, avrebbe anche potuto farne a meno, e i richiedenti il referendum, che pure avrebbero potuto accorgersi della tendenziosità di quel richiamo, nulla hanno eccepito; e tuttavia, almeno sino a quel punto, nulla quaestio, perché il verbale con cui è stato richiesto il referendum è atto che riguarda esclusivamente quei richiedenti, e non si riverbera necessariamente sul corpo elettorale, non essendo scritto da nessuna parte che il testo del quesito debba necessariamente essere riprodotto sulla scheda di votazione.
Infatti, l’art. 16 della legge 352-1970, non richiama il precedente articolo 4, e non ne riproduce la dizione, ma stabilisce che la formula destinata a finire sulla scheda deve avere il seguente testo: “Approvate il testo della legge di revisione degli articoli ……….. della Costituzione, concernenti ……….., approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale numero 88 del 15 aprile 2016 ?».
Sono evidenti le differenze tra le due tipologie di nuova normativa costituzionale (revisione della Costituzione e altre leggi elettorali), e tra la le due norme che rispettivamente regolano la richiesta e la scheda referendaria.
Per fermarci qui solo a quest’ultimo aspetto, mentre la richiesta referendaria deve contenere, tra l’altro, “l’indicazione della legge di revisione”, e qui ci può anche stare il riferimento alla titolazione del ddl, la scheda referendaria deve invece contenere l’elencazione “degli articoli” revisionati e di ciò che essi “concernono”, vale a dire della materia effettivamente revisionata.
E, se la specifica indicazione di tutti i 47 articoli toccati dalla riforma risultasse eccessivamente lunga e farraginosa per una scheda referendaria, si potrebbe, pur con qualche forzatura, limitare il riferimento ai soli Titoli della Costituzione interessati dalla riforma.
Illuminante in proposito è il confronto con la formulazione, sobria e neutrale, del quesito relativo alla riforma del 2006, che semplicemente recitava: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche alla Parte II della Costituzione” approvato dal Parlamento e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 269 del 18 novembre 2006?”.
Anche allora si riduceva il numero dei parlamentari (518 deputati, 252 senatori) mantenendone però l’elezione diretta; e anche allora il bicameralismo da paritario diveniva differenziato, tuttavia restando equilibrato allorché consentiva a ciascuna camera di potere riesaminare le leggi di competenza dell’altra; e anche allora il rapporto fiduciario col governo era riservato alla Camera, che, eletta sulla base della coeva legge 270-2005 (il c. d. porcellum) finiva per introdurre ilpremierato, senza tuttavia i furbeschi sotterfugi della riforma del 2016, che tende invece a introdurlo egualmente, ma senza dirlo.
E comunque, in quel caso, il quesito comparso sulla scheda referendaria non suscitò alcun problema, anche se riproduceva il titolo del ddl riformatore, sulla considerazione che esso era assolutamente neutro e faceva riferimento all’intera Parte II della Costituzione.
Insomma, una riforma, quella del 2006, sbagliata, ma che almeno appariva chiara negli intenti e nel modo di proporsi, senza alcun riferimento a capziose formulazioni, buone per captare la benevolenza degli elettori.
Quella di oggi, anch’essa sbagliata nel merito, porta con sé l’aggravante di una presentazione sotto mentite spoglie, attraverso un’intitolazione che affastella cose diverse: a) alcune vere (riduzione del numero dei parlamentari, soppressione del CNEL, revisione del titolo V);b) altre parzialmente vere o parzialmente false, che è poi la stessa cosa (superamento del bicameralismo paritario);c) e infine una cosa assolutamente generica e fuori posto (contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni), che non dovrebbe proprio starci perché non “concerne” alcuna specifica norma della Costituzione, mentre l’irrisorio contenimento dei costi sarebbe solo la conseguenza delle altre titolazioni (circa 40 mln. dalla riduzione del numero dei senatori, e circa 9 ml. dall’abolizione del CNEL).
Se la scheda referendaria recasse effettivamente il capzioso quesito che è stato preannunziato e che è poi stato inserito nel DPR pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, essa veicolerebbe nell’opinione pubblica un messaggio tendenzioso e demagogico, politicamente anche volgare, al solo scopo di vellicare le pulsioni populistiche che si aggirano nel Paese e raccattare qualche voto in più speculando sulla (presunta) credulità dei cittadini.
Correttezza istituzionale vorrebbe che il quesito che comparirà sulla scheda referendaria, se si vuole semplificare, faccia esclusivo riferimentoai soli Titoli (I°, II°, III°, V° e VI°) interessati dalla riforma, con relative norme finali e transitorie.
E, se invece si riterrà di dovere entrare nel dettaglio (come richiede la legge),si dovranno citare anche tutti gli articoli revisionati, alcuni dei quali particolarmente rilevanti e invece neppure menzionati nel titolo del ddl.
E’ il caso del referendum propositivo (la cui regolamentazione è però demandata a una futura legge costituzionale), e delle proposte di legge d’iniziativa popolare (le cui firme vengono triplicate, mentre la loro effettiva trattazione viene rinviata ai futuri regolamenti parlamentari); in entrambi i casi, modifiche di là da venire.
Ma è anche il caso di altre modifiche ben più rilevanti e d’immediata attuazione, come quelle riguardanti le modalità di elezione del Presidente della Repubblica e dei cinque membri della Corte Costituzionale di derivazione parlamentare, che sono state invece taciute per evitare d’ingenerare contrarietà nell’opinione pubblica.
Insomma, nella titolazione del ddl di riforma c’è qualcosa che non doveva esserci, e manca invece qualcosa che doveva starci; sin qui, poco male, ma ciò che è inammissibile è che si utilizzi quellatendenziosa titolazione per ingannare gli elettori.
E questo perseverare nel tentativo di smascherare il suo anonimato vale la pena leggere Davide Coppo:
«Le ingiustizie e la violenza hanno diverse gradazioni e possono assumere temperature diverse, tuttavia è possibile dividerle in gruppi e farne un elenco. L’ossessione investigativa con cui un giornalista sceglie di violare un diritto legittimo come quello alla privacy è così diversa dall’atto con cui vengono pubblicate fotografie rubate dall’archivio iCloud di un’attrice, o un attore? Certo, l’intensità della violenza, su una scala Richter della violazione, è diversa, e un terremoto da due gradi lascia meno morti, meno feriti di uno da otto. Ma un terremoto è un terremoto.
Poi, sì, mi sono anche detto: per un quotidiano o una rivista è difficile dire di no a un pezzo simile, che promette di rivelare chi è Elena Ferrante, e lo capisco. E sarebbe ingenuo non pensare che il successo di Elena Ferrante è in parte dipendente dal mistero della sua identità, ed è naturale la volontà di svelarla. Ma tutte le cose naturali sono buone? Tutti gli istinti sono giustificabili? E se il successo di una scrittrice si basa sull’anonimato, perché non porsi il sospetto, prima di agire, che la distruzione dell’anonimato possa condurre alla distruzione del successo?
Ma non riesco a non pensare alla giustificazione di Gatti, ovvero il diritto di violare la privacy perché “Elena Ferrante” ha ammesso di non trovare peccaminoso il mentire. E la mancanza di un fine: in cosa si distingue l’atto di Gatti da quello di un paparazzo? È utile alla comunità di lettori sapere che Elena Ferrante si chiama in un altro modo, e vive a Roma, e ha origini napoletane e discendenza ebraica? È utile alla comunità di amanti del cinema vedere fotografie di Jennifer Aniston in costume da bagno alle Barbados? La risposta è la stessa.
Se fosse per Kundera, ci andrebbe pure più pesante, forse esagerando, forse no: “È una vecchia utopia rivoluzionaria, fascista o comunista, quella di una vita senza segreti”».
L’articolo è qui.
Come scrive Martino qui:
«Oggi le donne polacche scioperano contro il loro governo e contro un disegno di legge, attualmente in fase di revisione da parte delle commissioni parlamentari, che quasi cancella il loro già limitato diritto all’aborto. avrebbe permesso solo l’aborto per salvare la vita di una madre, anche se la legge attuale è già tra le più restrittive in Europa. uso dei medici di una “clausola di coscienza” per scegliere di eseguire un aborto ha già messo fuori dalla portata di molte donne polacche. La proposta di legge eliminerebbe l’accesso all’interruzione di gravidanza anche per le vittime di stupro o incesto. E minaccia le donne che abortire con un’indagine, perché rende causando la morte di un “bambino concepito” punibile con una pena detentiva. Questa disposizione è anche probabile che spaventare i pochi medici ancora disposti a fornire aborti.
Ma la proposta di legge eliminerebbe l’accesso anche per le vittime di stupro o incesto. Peggio ancora, se possibile, è la minaccia alle donne che hanno un aborto spontaneo di venire indagate perché possibilmente sospette di aver causato la morte di un “bambino concepito”, reato punibile con il carcere. La legge farà in modo di ridurre ulteriormente il numero di medici non obiettori ancora disponibili per le donne che decidono di abortire. Il testo di legge è il frutto di una petizione firmata da 450mila persone promossa dall’organizzazione Ordo Iuris e sostenuta dalla chiesa cattolica locale. L’unica ragione tollerata dalla legge per consentire l’aborto è il grave pericolo per la vita della donna.»
E se è vero che accade in Polonia (che non è così lontana ed è Europa) e altresì vero che anche qui, anche nel nostro Parlamento, ultimamente sono molti i vagiti di restaurazione di un’epoca che sembra avere voglia di tornare indietro. Vale la pena interessarsene. Davvero.
Una riflessione di Tiziana Drago:
«Tutte le volte che negli studi di antichità si fanno sentire esigenze di rinnovamento, tanto più è necessario, se non si vuole costruire sulla sabbia, mantenere l’esercizio del “mestiere”». D’altra parte, «senza il possesso della deprecata »tecnica» l’interesse storico rimane velleitario». Così un filologo materialista e «leopardiano» come Timpanaro prendeva posizione, negli anni ’70, contro l’eclettica disponibilità con cui la filologia inglobava i nuovi strumenti strutturalistici e antropologici, spesso in nome di malcelate «civetterie interdisciplinari».
Oggi, nel contesto duro e inasprito del declino italiano, in cui il diritto alla formazione è diventato un costo non più sostenibile, l’ipocrisia dilagante ammanta di ragionevolezza l’attacco portato al cuore delle discipline classiche sotto forma di auspicata amputazione della lingua greca e latina. L’argomentazione si sposta di volta in volta dall’ambito statistico (il calo di iscrizioni al liceo classico) a quello economico (i saperi improduttivi, la spesa senza ritorno immediato) a quello sociologico in versione falsamente egualitaria (gli studi classici come sacca di privilegio: è l’argomento di detrattori di comprovato egualitarismo quali Vespa, Ichino, Berlinguer).
L’amorevole premura di preservare i più giovani dalla innegabile difficoltà di interpretare un testo antico è un regalo avvelenato che cela molti degli inquietanti propositi di trasformazione della scuola e dell’università che sono nell’aria e la volontà di sanzionare la colpevole distanza dal mercato dei saperi teorici. Tanto più autoritario questo intendimento, in un curioso connubio di liberismo selvaggio e controllo dei destini individuali e collettivi, quando nega la possibilità di studiare le lingue antiche nelle loro sfumature all’interno dell’unico curriculum scolastico pubblico in cui questo è ancora consentito. Quando questo progetto sarà compiuto, chi può avrà a disposizione il college privato in cui studiare a dovere le lingue classiche e chi annaspa capirà senza equivoci che il liceo classico è roba da ricchi e dovrà accontentarsi di qualche briciola di cultura dell’antico.
Racconta Franz Mehring che Karl Marx «ogni anno leggeva Eschilo nel testo originale, restò sempre fedele ai suoi antichi greci e avrebbe voluto cacciare dal tempio con la verga quelle meschine anime di mercanti che volevano togliere agli operai l’interesse per la cultura antica».
Parto dal confronto di ieri tra Renzi e Zagrebelsky ma non è di riforma che vorrei parlare ora, piuttosto del tono dei commenti che piovono il giorno successivo e mi piacerebbe farlo (e discuterne) cercando di non turbare gli animi a sinistra. Se succede va bene lo stesso.
Ancora un volta colgo una reazione bifronte dopo un confronto con Matteo Renzi: c’è che si dice deluso per come l’oppositore sia stato “schiacciato” dal punto di vista televisivo e, insieme, chi invece rivendica orgoglioso proprio questa disabitudine ai modi della comunicazione più contemporanea: in pratica quando qualcuno si permette di dire che Zagrebelsky forse non sia proprio la persona giusta da contrapporre al premier in una trasmissione come quella di Mentana (e praticamente tutta la nostra televisione) viene assalito da chi invece ci vorrebbe convincere che essere poco avvezzi alla televisione sia un vanto. “Preferisco un professore poco comprensibile a un venditore di pentole.” Beh, scusate, io no. Io no.
Non sono appassionato ai venditori di pentole ma credo che l’abilità comunicativa non sia un vizio di per sé condannabile. Non sopporto le strumentalizzazioni, le bugie, l’irrisione delle parti opposte, la truffa sulle cifre, la banalizzazione, il capovolgimento della realtà e tutto il resto ma trovo stupido e controproducente accusare le capacità comunicative di qualcuno. Anzi, di più, sono molto dispiaciuto che qualcuno abbia potuto pensare che Zagrebelsky possa essere efficace in un campo che non è il suo e mi chiedo quando (e chi) abbiamo deciso che sia necessario essere stinti e pallosi e grigi per essere autentici? Perché io, se posso, non sono d’accordo. Ma proprio per niente. Perché la sinistra storicamente ha avuto leader che sono stati molto pop (ne senso etico del termine, mica quello neo melodico) tra gli stessi strati sociali che oggi mi pare che qualcuno dall’alto giudichi con uno stesso snobismo. Perché a me, perdonatemi, interessa arrivare a tutti, almeno avere la soddisfazione di sapere se sono o no d’accordo con le mie posizioni; non mi accontento di avere una luccicante minoranza di menti eccelse che sono d’accordo con me. No.
Tutto questo mi ricorda alcune esperienze giovanili quando ci si ritrovava a partecipare a spettacoli di solidarietà o sensibilizzazione (a gratis) insieme a nomi anche molto popolari incappando in organizzazioni che sembravano volutamente sciatte. «Ma perché non avete preso un palco più funzionale?» chiedevo, e mi si rispondeva che non si poteva rischiare di sembrare berlusconiano. Come se il bello (e il funzionale, anche in televisione) fosse un tradimento.
Ecco io questa sinistra che oggi si fregia di comunicare peggio del Comitato del sì, proprio non la capisco. E non la condivido. Proprio no.
Ancora. Ieri Renzi ha ancora detto che con il Sì al referendum si risparmierebbero 500 milioni di euro.
E invece la Ragioneria di stato (la ragioneria di stato, eh) l’ha scritto nero su bianco che il risparmio è di 49 milioni di euro. Per aiutare gli indecisi ecco il documento qui sotto:
Scriveva Leonardo Da Vinci: «La talpa ha li occhi molto piccoli e sempre sta sotto terra, e tanto vive quanto essa sta occulta, e, come viene alla luce, subito more perché si fa nota. Così la bugia».
Bevono dalle pozzanghere. Nei crateri delle bombe improvvisano piscine di acqua e melma. E sono bambini.
Tutti gli ingredienti per una spendibile commozione universale e invece niente. Ogni tanto abbiamo una pietà che ci si incaglia per motivi oscuri. Basterebbe trovare quella leva, quel filo impigliato, per fare la rivoluzione
Quella vera.