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Chiamatemi Ismaele.

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.

(Herman Melville, Moby Dick, potete regalarvelo qui. Vale la pena rileggerlo.)

“Sim sala bim”: il ponte!

Se vi aspettavate che il differimento della data per il prossimo referendum sulla riforma costituzionale fosse una mossa per inventarsi iperboliche promesse per cercare disperatamente di recuperare voti e posizioni allora mettetevi comodi perché il gran momento è già qui. Matteo Renzi oggi promette: la nuova sfida è la vecchissima e berlusconissima idea del ponte sulla stretto, tra Calabria e Sicilia. Quello stesso ponte che è riuscito nell’ordine a portare in piazza tutto il centrosinistra contro il Cavaliere e la sua banda, quel ponte sullo stretto a lungo osteggiato dal PD (che, davvero, non era nella forma gassosa in cui ci appare oggi) e quello stesso ponte sullo stretto che a Messina ha portato alla poltrona da sindaco Renato Accorinti, uomo slegato da tutti i partiti e attivista in prima fila proprio contro lo scempio voluto da Forza Italia e Cosa Nostra.

«Vogliamo un Paese che preferisca la banda larga al ponte sullo Stretto; che dica no al consumo di suolo e sì al diritto di suolo» diceva nel 2010 Matteo Renzi, ma quel Renzi, si sa, non esiste da un pezzo e nonostante la pervicace servitù di alcuni suoi sostenitori non rendersene conto ormai è un’ingenuità imperdonabile. E dove poteva lanciare la sua ultima sparata il premier? Alla festa di Impregilo, ovviamente, dove gli squali del cemento sono stati ben contenti di saltare fuori dall’acqua per ingoiare il boccone inaspettato. Se serviva una mossa per mettere in crisi l’elettorato di centrodestra orientato al no per il referendum questa del ponte (non potendo legalizzare la mafia) è la stoccata perfetta: come potranno ora i colonnelli siciliani anche solo simulare di osteggiare un premier che (nucleare a parte) ha ripreso in mano pedissequamente il loro antico programma elettorale?

Ma Renzi, attenzione, non è uno sprovveduto. Sa bene che nonostante la levata di scudi di queste ore da parte dei “gufi” e i “pessimisti” (come finemente analizza i dissidenti) i vantaggi che gli arriveranno saranno consistenti: quella vecchia oligarchia di imprenditori Chew confidano nel cemento come unica salvezza vendono nella maxi opera la possibilità di un riscatto alla crisi. Il cemento come testosterone dell’imprenditoria è il trucco della politica fin dagli anni ’70, da Andreotti a Craxi, da Berlusconi a Renzi. Sarà curioso osservare gli stessi che manifestavano con le magliette No Ponte e che insistono nel raccontare Renzi come cambiamento: chissà cosa ci diranno ora. Certo qualcuno proverà con la carta del fraintendimento, anzi il plotone di twittargli ha già abbozzato una cosa del genere se frugate sui social.

(continua qui)

Una sorta di prepotenza vittoriosa

Il Parlamento è stato per me innanzitutto il luogo del confronto. Nell’Aula mi trovavo di fronte a “l’altro da me”, ed ero obbligato ad interrogarmi, a risolvere nel vivo del confronto, anche aspro, il nodo di fondo: quale legge? Nel Parlamento che io ho frequentato era viva e concreta la pratica del confronto. Non solo nelle forme canoniche dei rapporti tra i gruppi politici, tra maggioranza ed opposizione, ma nelle relazioni che si stabilivano tra i singoli deputati, nelle lunghe e spesso intense giornate di lavoro comune. Non saprei fare paragone con altri paesi, ma in Italia questa esperienza c’è stata e non è stata un nulla. L’ho vissuta da deputato, poi come capogruppo parlamentare e infine quale Presidente della Camera. E ricordo molto bene l’impressione che ebbi, quando seguivo per “l’Unità” i lavori dell’Assemblea Costituente, dei rapporti, tutt’altro che formali, tra Togliatti, Nenni, De Gasperi, Dossetti. Ovviamente i rapporti non sono stati sempre e solo di confronto. Scelba è stato la negazione del rapporto con “l’altro” e non era certo isolato. In tutta la Dc, dopo il 1948, si affermò una sorta di prepotenza vittoriosa. Nella stessa Aula parlamentare vi erano scontri fisici, ricordo deputati che tentavano di assaltare perfino lo scranno della Presidenza. Ma ricordo anche la qualità e l’intensità del confronto politico. Intervenivano regolarmente i laeder, ed i loro discorsi erano densi di contenuto, quanto curati nella forma. Poi ci si incontrava in Transantlantico e si ragionava su quanto era accaduto in Aula. E ci si preoccupava di come comunicare all’esterno, da parte nostra di informare e coinvolgere i militanti di partito. Togliatti veniva a “l’Unità”, subito dopo la fine della seduta, per correggere personalmente il suo discorso. Lo vedo ancora, tutto sudato, tanto che le compagne avevano sempre pronta una camicia fresca, concentrato a modificare anche le virgole, prima di consegnarlo al redattore per la stampa. Bisognava far presto, per i tempi stretti di uscita del giornale. Del resto tutta la stampa dava conto in modo minuzioso delle cronache parlamentari. Insomma l’azione politica in Parlamento era molto mossa, tutt’altro che rituale. Credo che oggi sia molto sottovalutato, per non dire dimenticato, quanto abbia contato il Parlamento nella vita politica del paese. Non si facevano chiacchiere, si entrava nel merito delle scelte e delle decisioni del governo. In quel confronto mi sono formato, come giornalista e come politico. Ed è nella concreta pratica parlamentare che è maturata la mia concezione della democrazia e la mia riflessione sulla centralità del Parlamento. A voi oggi può sembrare improbabile, ma in quegli anni vi furono dibattiti molto interessanti, di grande rilievo per le prospettive del paese.

(Pietro Ingrao, 2011, conversazione con Maria Luisa Boccia e Alberto Olivetti, a un prezzo irrisorio il libro nato da queste conversazioni si può comprare qui)

Quindi il referendum di ottobre si terrà a dicembre

Fantastico. Ieri il Consiglio dei Ministri si è riunito per decidere finalmente la data del referendum sulla riforma costituzionale altresì detta Renzi-Boschi: si vota il 4 dicembre. Dice Renzi che i tempi rientrano perfettamente nei termini stabiliti dalla legge, come se ci facesse un piacere e soffia nelle corno della battaglia finale.

Matteo Renzi il 4 maggio ospite di Porro a Virus aveva detto: “spero si voti il 2 ottobre”. Sembra un’altra epoca e in effetti lo è: il referendum che doveva servire per un’incoronazione per acclamazione oggi è un bordo molto scivoloso per il premier e per molti membri del governo. Meglio rimandare, quindi, per riorganizzare le truppe, confidare in dati economici migliori in vista della prossima manovra finanziaria e per un clima prenatalizio e infreddolito che assopisca gli spigoli.

Nella sua newsletter è il solito Renzi: “La partita è tutta qui. Qui e ora. Chi vuole cambiare, ci dia una mano. Dandoci del tempo, chiamando un po’ di amici, facendo il volontario sulla rete o tra la gente. Oppure costituendo un comitato”. Il premier sembra aver cambiato idea sull’eccessiva personalizzazione del referendum: «Come fare è spiegato su www.bastaunsi.it dove chi vuole può anche dare un piccolo contributo economico, prezioso per la campagna di comunicazione, che abbiamo iniziato a far girare. Ogni sforzo è importante – scrive – Può persino essere decisivo. La partita è adesso e non tornerà. Non ci sarà un’altra occasione. Sono certo che non la sprecheremo».

È il tempo della propaganda, quindi. I sondaggi negativi hanno convinto il governo a prendersi tutto il tempo disponibile per invadere le case degli italiani con tutta la banda di giornalisti a disposizione. Ci diranno che è il tempo necessario per parlare del merito della riforma. E fa niente se non si sono concessi il tempo di ascoltare gli emendamenti in Parlamento: Renzi il bulletto ha aspettato il suono della campanella per dirci “vi aspetto fuori”. Sembra una disputa da scuola media. E fa niente se di mezzo c’è la Costituzione.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Il muro del Ticino è sempre più verde

C’è sempre qualcuno più a sud. C’è sempre qualcuno capace di fare la voce più grossa e c’è sempre qualcuno che può comprare (più e meglio) una prepotenza efficace. Il Ticino che esprime diffidenza e fastidio per i frontalieri italiani è un nodo della storia che si ripete circolarmente, quasi ogni giorni in ogni angolo del mondo. A volte, come in questo caso, è solo una diatriba politica che mette di fronte una forza politica come la Lega Nord (del presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni) alla stessa miope xenofobia nazionalista che opera con gli altri ma se è vero che fa sorridere vedere Salvini costretto a difendersi da una salvinata il ricorso è ampio e terribilmente serio.

Viviamo in un tempo in cui la solidarietà è considerata una debolezza che mette a rischio la nostra sicurezza; normale che accada dopo un lungo periodo di benessere diffuso che ha concesso a molti di poter serenamente essere individualisti senza troppe remore. Quando un Paese riesce a garantire buoni margini di stabilità economica ai suoi cittadini la politica si riduce all’idea di semplice amministrazione delle risorse, produzione di servizi e regolatrice di infrastrutture. In Italia negli ultimi vent’anni (esclusi ovviamente i tempi recenti) la propaganda politica si fondava su una narrazione ottimistica del futuro dove sicuramente si sarebbe cresciuti di più, si sarebbe stati ancora meglio. I bisogni erano semplicemente il dazio da pagare da parte di chi non aveva problemi verso la periferia sociale che faticava a stare al passo. Un dazio, non un dovere: la solidarietà esercitata nell’Italia che funzionava era semplicemente un balzello, l’ennesima tassa, niente a che vedere con il dovere sancito dalla Costituzione.

Così è bastato che i tempi fossero più magri per premiare chi ci aizzava contro le fragilità dei deboli che frenano il nostro stare bene: fannulloni, criminali, fancazzisti, terroni, ladroni, negri, albanesi. Il nome non conta, il trucco è riuscire a dividere nell’immaginario dell’elettori un “noi” dagli “altri”. E il modello era semplice: “noi” siamo quelli che senza “gli altri” staremmo meglio perché “noi” ci bastiamo, “noi”. E così il nemico di turno è semplicemente il carburante per tenere su di giri un individualismo travestito da federalismo. Se è federalismo, questo, allora è soprattutto un federalismo delle responsabilità: siamo cresciuti in un momento storico in cui ci dicono che l’importante è occuparsi di noi stessi, stare bene nella nostra città anzi basta che sia tranquillo il nostro quartiere, il nostro condominio, che non ci siano problemi sul nostro pianerottolo. La responsabilità si riduce al cerchio magico di ognuno; quelli fuori possono aspettare. Anzi, quelli fuori devono aspettare. E se ci assale la paura devono quelli fuori devono semplicemente restare fuori.

Certo, funziona un modello sociale così altamente deresponsabilizzante: vuoi mettere la comodità di fottersene di tutto ciò che non ti è vicino? Niente di meglio per l’agiatissimo ozio dei diritti. C’è guerra in Siria? Beh, poveri siriani, se la saranno cercata, mandiamogli gli alpini. C’è un’alluvione in Campania? Per forza, sono ladri. C’è un arresto in Regione Lombardia? Meglio, sono tutti uguali. C’è un’emergenza umanitaria in qualche sperduto in qualche angolo del mondo? Beh, non possiamo mica occuparci di tutti. Con il “non possiamo occuparci di tutti” abbiamo gettato le fondamenta dei muri. Muri per delimitare, il più stretto possibile, lo spazio di cui vogliamo occuparci.

(continua su Fanpage qui)

Giornalisti, sputi e potere. E, per fortuna, Tiziano Terzani.

Tiziano: Adesso sono curioso. No, non sono curioso, sono sereno, Folco. Sono sereno. Non mi aspetto assolutamente più niente.

Folco: Allora puoi finalmente riposarti.

Tiziano: La puoi mettere così, se vuoi.

Folco: Non devi più correre.

Tiziano: Questo è vero, perché un po’ ho sempre sentito che avevo delle responsabilità . Quel senso del dovere, poi, che avevo sempre addosso, quel senso che, insomma, era giusto fare certe cose o non farle. Trovavo bello quello che ha detto Martin (Woollacott, del “Guardian” ndr) l’altro giorno, che io avevo un senso della moralità . Ma non ero io… era che non c’era niente di più importante nella mia vita, non c’era niente di più grande, sai… sono uno che non ha mai fatto compromessi. Non ne ho avuto forse un grande bisogno, ma avevo una ripulsione per i compromessi e se questa la vuoi chiamare moralità , sì. Ho fatto questo mio mestiere proprio come una missione religiosa, se vuoi, non cedendo a trappole facili.

La più facile, te ne volevo parlare da tempo, è  il potere. Facendo questo mestiere la frequentazione del potere è  necessaria, indispensabile. Di ogni tipo di potere: il potere assassino, il potere giusto, il potere… il Potere. Perché è quello che determina le sorti del mondo e tu che sei là a descriverle devi andare dal potere a chiedergli come stanno le cose. Ecco, di nuovo senza che io me lo sia detto una mattina facendo un voto, senza che io ci sia arrivato attraverso constatazioni altrui, io ho sempre provato una ripulsione per il potere. Forse, nel fondo sono un anarchico, ma a me vedere un presidente, un ministro, un generale, tutti con la loro aria tronfia, tutti con la loro pillola da rivenderti, mi ha sempre fatto ribrezzo. Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all’idea di essere vicini al Potere, di dare del “tu” al Potere, di andarci a letto col Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Io questo non lo ho mai fatto. Lo puoi chiamare anche una forma di moralità .

(La sua voce si abbassa)

Perché il potere corrompe, il potere ti fagocita, il potere ti tira dentro di sé! Capisci? Se ti metti accanto a un candidato alla presidenza in una campagna elettorale, se vai a cena con lui e parli con lui diventi un suo scagnozzo, no? Un suo operatore. Non mi è mai piaciuto. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, e lo mandavo a fanculo. Aprivo la porta, ci mettevo il piede, entravo dentro, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande. Sono stato uno dei giornalisti che alle conferenze stampa del mondo era proverbiale per fare sempre le domande più provocatorie, quelle che non vedi più  fare oggi. Quelle che non vedi rivolgere alla Condoleezza Rice che l’altra sera diceva “Le Nazioni Unite ora ci stanno bene a mano”. Bastava che uno si riprendesse i giornali di due anni fa “Un momento! Lei il 14 maggio, alle cinque e quaranta alla CBS ha detto <<Le Nazioni Unite sono irrilevanti, sono piene di assassini e sono piene di dittatori>>. E ora le Nazioni Unite sono il toccasana? Ma ci piglia per il culo?!”

(Rido)

Questo è  il giornalismo. I giornalisti più orribili sono quelli che stanno nel Pentagono, nel ministero degli Esteri, sempre là, pronti a pigliare il caffè. Si annuncia “Conferenza stampa!” e loro accorrono. Arriva Bush o Rumsfeld che dicono “Allora John, tu che vuoi sapere?”

Ma che John?!

Folco: Cioè, uno dovrebbe sfidare il potere?

Tiziano: Questo è il mestiere. Scusa, le suddivisioni del potere nell’ambito dello Stato quali sono? Legislativo, esecutivo, giudiziario. E c’è un quarto potere: la stampa e i mezzi di informazione che controllano il giudiziario, l’esecutivo e il legislativo.

Folco: Li controllano?

Tiziano: Li controllano, prendono loro le misure, li prendono in esame per capire se non c’è qualche inghippo.

Folco: Se no cosa succede?

Tiziano: Non funziona il sistema.

Folco: Non funziona la democrazia?

Tiziano: Scusa, se la legge è sbagliata, chi lo va a denunciare? Nessuno. Se invece la stampa incomincia a protestare, a studiarne le conseguenze, acquista un’importanza enorme, diventa la voce della gente che non può parlare.

Folco: E che soffre di una legge fatta male.

Tiziano: No, io non sono mai stato amico di un potente. E’ molto importante questo senso della propria libertà, del non voler dipendere dal benvolere di nessuno, lo capisci?……

(* da “La fine è il mio inizio” – capitolo: IL POTERE  di Tiziano Terzani (a cura di Folco Terzani), pag.311,Longanesi editore, Milano 2006)

Se Salvini muore di salvinismo

Lombardia, zona Varese vicino al confine svizzero. Il presidente della regione è Roberto Maroni, quello del “Prima il nord” stampato sui cartelloni elettorali e ripetuto come mantra: aveva urlato di voler trattenere le tasse dei lombardi in Lombardia (promessa da pacchista all’autogrill, visto che la competenza non è regionale) e rivendicava il diritto di pensare prima ai padani e solo poi al resto d’Italia. Chi volete che possa credere a un cialtrone così? Maroni ha vinto le elezioni regionali e dal 2013 è presidente. Appunto.

Seguitemi, perché la storia è gustosa: nel profondo pensiero politico leghista il “bene” è un valore direttamente proporzionale alla sua posizione sulla cartina geografica. “Prima il nord” è uno slogan che sbrodola tutta la sua pericolosa faciloneria (razzista) con la miopia di chi, a forza di spingere sul turbo federalismo, finisce per perdere lo sguardo generale sul mondo.

Il problema non calcolato dai leghisti è che c’è vita anche più a nord della Lombardia. Per Salvini e Maroni probabilmente la giornata di ieri è stata un mosto di terrore e disperazione al pari di coloro che scoprirono la terra non essere piatta: a nord della Lombardia c’è, ad esempio, la Svizzera. E cosa combina la Svizzera nel suo cantone ticinese? Lancia un referendum al grido “Prima i nostri” contro i sudisti italiani che vorrebbero andare lì a lavorare e la maggioranza degli elettori dice sì alla regolamentazione (sinonimo morbido di “chiusura”) dei lavoratori italiani. Italiani sporchi, maleducati e cattivi che “rubano il lavoro”.

Da oggi i 60.000 italiani pendolari che si recano in Ticino a lavorare sono ufficialmente indesiderati. E fa niente se l’Europa in realtà vieterebbe chiusure di questa sorta: “I ticinesi – ha detto il presidente della sezione ticinese dell’Udc Piero Marchesi citato dalla Radio svizzera italiana – non vogliono farsi intimorire dall’Unione europea”. Sembra di sentire Salvini e invece Salvini questa volta è l’immigrato.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

La passione per le regole

SALERNO. Giulio Cavalli (giornalista, attore, militante di Possibile) introduce Ignazio Cutrò (testimone di giustizia e presidente fondatore dell’Associazione Italiana Testimoni di Giustizia), Leonardo Palmisano (professore di Sociologia urbana, autore del libro “Ghetto Italia”), Simmaco Perillo (assistente sociale, responsabile della coopertiva Al di là dei sogni).

Ma di Sala ne possiamo parlare?

Gianni Barbacetto per Il Fatto Quotidiano:

Un appello appassionato, quello di Basilio Rizzo, consigliere comunale della sinistra a Milano. Tema: gli incarichi e le nomine per lo staff del sindaco e per il vertice dell’amministrazione. A Roma sono state per settimane la croce di Virginia Raggi. E nella Milano di Giuseppe Sala? Rizzo distingue due piani: quello del “controllo della legge, che spetta ad altre istituzioni”, e quello della “buona politica e della buona pratica amministrativa, che è più esigente e chiede di più: esistono comportamenti, scelte, atti che forse non sono reati ma che, non per questo, sono raccomandabili”.

Primo esempio: è stata “nominata segretario generale una persona che si sapeva indagata”. È Antonella Petrocelli, che cinque giorni dopo la nomina ha dovuto lasciare il posto ed essere sostituita, perché era addirittura già rinviata a giudizio immediato dal giudice di Como per turbativa d’asta.

Più arzigogolata ancora la nomina del capo di gabinetto del sindaco: prima viene cambiato il regolamento sull’ordinamento degli uffici, per poter chiamare per le vie brevi un professionista, Mario Vanni, che è stato prezioso a Sala in campagna elettorale; poi, per non infrangere la legge, è stato fatto un avviso pubblico, si sono illusi i partecipanti alla gara, è stata messa in piedi una commissione esaminatrice che – indovinate un po’ – come capo di gabinetto ha infine scelto Vanni. A questo punto, nuova modifica del regolamento per tornare alla situazione iniziale. “È questo un esempio di buon governo?”, si chiede Rizzo. “È una procedura surreale, in cui prima prendi la decisione finale e poi monti un percorso ad hoc per mostrare un simulacro di legittimità”.

Commissione esaminatrice al di sopra di ogni sospetto: formata dal direttore generale del Comune, Arabella Caporello (fondatrice del circolo Pd della Pallacorda e ospite alla Leopolda), dal direttore relazioni istituzionali, Gianni Confalonieri (già interfaccia comunale di Sala durante Expo), e dal direttore risorse umane, Domenico D’Amato.

“Lo stesso modello ad personam è stato reiterato per numerosi altri incarichi”, continua Rizzo. Esempio: una delle ragioni fondanti per scegliere Caporello come direttore generale, è “la specifica conoscenza del gruppo Comune di Milano, conseguita quale membro del cda di Sea spa”. Curioso: a nominare Caporello alla Sea è stato lo stesso Comune nel maggio 2016, cioè un mese e mezzo prima della nomina a direttore generale. È chiaro che è un passaggio fatto apposta per poter poi giustificare il salto al vertice dell’amministrazione di Palazzo Marino.

“C’è poi la trasposizione a Palazzo Marino, passo dopo passo, della squadra di comando della società Expo”, denuncia Rizzo. Stefano Gallizzi, efficiente uomo-stampa dell’esposizione e poi della gara elettorale, ora è portavoce del sindaco. Roberto Arditti e Marco Pogliani, uomini di pubbliche relazioni di Expo e poi della campagna per Sala sindaco, sono stati premiati con due ricchi contratti di consulenza. “Mi è venuto da pensare: senza l’infortunio dell’arresto per Expo”, si chiede Rizzo, “che numero di maglia avrebbe avuto l’ingegnere Antonio Acerbo in questa squadra?”.

Sala ha voluto attorno a sé uomini di sua stretta fiducia. Eppure “nei Comuni non è previsto lo spoil system, andrebbe anzi tutelata la separazione tra politica e amministrazione. Se si costruisce invece un’ossatura di persone di stretta provenienza politico-partitica, non si altera la natura terza e indipendente della struttura comunale? Se si costituisce un canale privilegiato e parallelo di assunzioni, slegato dalle usuali procedure concorsuali, non si mortificano le aspettative di uguaglianza nella ricerca del diritto al lavoro? Se si impiegano significative risorse economiche da un monte che è limitato, non si frustrano legittime speranze dei lavoratori estranei a quel circuito di fortunati?”.

Così s’interroga Rizzo, a proposito dei tanti fortunati chiamati da Sala e dal Pd in forza dell’articolo 90 del Testo unico enti locali: gli addetti stampa dei vari assessorati, un paio di ex consiglieri comunali non rieletti (Anna De Censi e Luca Gibillini), perfino un ex vicesindaco, quello di Cormano, Fabrizio Vangelista. “Quanti sono i collaboratori che il sindaco può scegliere? Stabiliamolo prima, almeno ‘costituzionalizziamo’ in modo trasparente i cerchi magici”.

Valentina Morelli, che in campagna elettorale teneva l’agenda di Sala, è stata scelta dal solito trio Caporello-Confalonieri-D’Amato, tra sette partecipanti alla gara, “quale soggetto idoneo per l’incarico di alta specializzazione di responsabile del servizio relazioni con la città del gabinetto del sindaco”. Con superstipendio e “indennità ad personam commisurata alla specifica qualificazione professionale e culturale” che spetterebbe però a una laureata, mentre Morelli ha solo una laurea breve (a proposito: che cosa ha scritto nel curriculum consegnato al Comune? Non siamo riusciti a saperlo).

A Roma, è stata polemica per un dipendente del Comune, Salvatore Romeo, che si è messo in aspettativa per farsi riassumere con stipendio maggiorato come capo della segreteria del sindaco. Anche a Milano esistono casi identici. Sono almeno cinque, tra cui Francesca Carmela, ex funzionaria, ora dirigente Erp (case popolari).

Insomma: se Roma piange, Milano non dovrebbe ridere. Ma chi si occupa di Milano, a parte qualche povero ossessionato che pensa che le regole debbano valere per tutti?

 

Al lupo al lupo: chi vota “no” favorisce il fascismo

Lo dice Bonaccini, ne scrive Repubblica:

«Il presidente dell’Emilia-Romagna e della conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini, renziano di ferro, lancia l’allarme sul dopo-referendum. Se vincerà il “No” e il fronte della riforma costituzionale verrà battuto, il rischio è anche quello di un’escalation dell’estrema destra. “Temo possa accadere ciò che accadde negli anni ’30, quando dopo la più grande crisi economica della storia, ma questa è addirittura peggiore, avanzarono il fascismo e poi il nazismo. Non voglio spaventare nessuno, ma se guardo le leggi che vengono approvate in alcuni paesi e l’ascesa di certe forze io mi preoccupo. Se non mettiamo mano a regole più semplici e a una politica meno costosa non vorrei che qualcuno cavalcasse questi temi per fare altro”.

Bonaccini ne ha parlato a un convegno organizzato oggi dalla Cisl a Bologna. Mettendo anche l’accento sul capitolo costi della politica, visto che oggi “abbiamo il Parlamento più numeroso e costoso del mondo”. Inoltre, “tra i presidenti di Regione sono quello che ha l’indennità più bassa, ma sto bene lo stesso. Se passa la questa riforma anche gli altri dovranno adeguarsi”.»

Sempre peggio.